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Creato il 30/05/2026, 13:35 · Aggiornato il 30/05/2026, 13:38

Capitolo 21: Capitolo 19: Il diapason dell'anima

@bergadavideDavide
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L'inverno arrivò a Pavia senza chiedere il permesso, stendendo un velo grigio sulla città che sembrava rispecchiare perfettamente lo stato della mia anima. La mia vita, dopo la partenza di Sofia, si era assestata su due binari paralleli che correvano in direzioni opposte, e io mi sentivo costantemente divisa a metà, in equilibrio precario tra espansione e contrazione.

Da una parte, c'era la mia crescita. A dicembre iniziai a frequentare i weekend di lezione a Energheia. Era un mondo nuovo, affascinante. Passavo ore ad ascoltare lezioni sui corpi sottili, sulla guarigione energetica, sull'anatomia occulta. La mia mente, affamata di conoscenza, divorava ogni concetto. Mi sentivo nel mio elemento, come se tutti i pezzi del mio strano puzzle spirituale stessero finalmente iniziando a combaciare. Tornavo a casa da Milano con i quaderni pieni di appunti e una sensazione di euforia intellettuale che non provavo da anni.

Dall'altra parte, c'era la contrazione. C'era Francesco. Le nostre meditazioni a due, in quel salotto ormai troppo grande e silenzioso, erano diventate il termometro della sua crescente crisi. Era sempre più cupo, distante. Una sera di gennaio, dopo una meditazione particolarmente silenziosa, me lo confessò, quasi sottovoce, mentre sorseggiavamo una tisana. "A volte mi sento come se parlassi una lingua diversa da tutti gli altri," disse, senza guardarmi. "Lucia è così... viva. Piena di energia, di amici, di musica. E io mi sento un pesce fuor d'acqua nel suo mondo."

Mentre lo ascoltavo, la diagnosi nella mia testa era chiara, quasi spietata. Non è che parli una lingua diversa. È che la tua anima suona una musica più lenta, più profonda. Siete su due lunghezze d'onda diverse. Ma non potevo dirglielo. Sarebbe stato come interferire, come emettere una sentenza che non mi competeva. Mi limitai a dargli un consiglio generico sulla pazienza e sull'importanza di ascoltare il proprio cuore, sentendomi una totale ipocrita.

La situazione peggiorò a marzo. Una sera, si presentò alla mia porta senza preavviso. Era visibilmente sconvolto. Aveva appena avuto una discussione accesa con Lucia. "Non capisco cosa sbaglio, Sole," mi disse, passandosi le mani tra i capelli con un gesto disperato. "Più cerco di farla felice, più mi sento inadeguato. Mi chiede di essere più parte del suo mondo, ma il suo mondo è così... rumoroso. E io vorrei solo un po' di silenzio, capisci?"

In quel momento, il mio istinto da "crocerossina", unito a un sentimento che non osavo ancora nominare, mi urlava di abbracciarlo, di dirgli "Non stai sbagliando nulla, sei perfetto così". Ma la voce di Sofia nella mia testa, la mia etica da guida, mi inchiodò alla sedia. Per consolarlo, gli poggiai istintivamente una mano sul braccio. Lui si voltò e mi guardò, e nei suoi occhi non vidi più solo gratitudine, ma un'intensità, una richiesta silenziosa che mi spaventò. Ritrassi la mano come se mi fossi scottata. Il confine tra guida e donna si era fatto improvvisamente sottile e pericoloso.

Arrivammo così ad aprile, alla vigilia della tempesta. A pochi giorni dal famoso concerto a Rho. Durante la nostra ultima meditazione prima di quel weekend, Francesco toccò il fondo della sua disperazione.

"Vado a quel concerto e mi sento come il suo cagnolino," mi confessò, la voce rotta. "Sorrido, annuisco, ma non sono io. Sono solo una parte della sua scenografia. E ho una paura fottuta che prima o poi lei si accorga che il ragazzo di cui si è innamorata, in realtà, non esiste."

Quella confessione fu una pugnalata. Capii che la loro storia non era solo "difficile", ma probabilmente finita. La mia voglia di "salvarlo", di dirgli la verità, di scuoterlo e dirgli "ma non vedi che non siete fatti l'uno per l'altra?", divenne quasi insopportabile.

Rimasi sola nel salotto, dopo che lui se ne andò, avvolta in un silenzio carico di presagi. Sapevo, con una certezza che mi gelava il sangue, che quel concerto sarebbe stato un punto di non ritorno. Per lui, per Lucia. E, mio malgrado, anche per me.

Se ci ripenso, era tutto così dannatamente da manuale. C'era il chiaro e inequivocabile movimento della vita che, come un personal trainer cosmico un po' troppo insistente, ti spinge a essere onesto. E se non lo sei, se non ammetti chi sei e cosa vuoi, finisci in quella zona di "attrito" che i miei testi sacri, con grande eleganza, traducevano dal sanscrito come sofferenza. Molto chic. Peccato che a viverla lo fosse molto meno. D'altronde, Sofia a Malpensa – era passato quasi un anno? – me l'aveva servita su un piatto d'argento, con quella sua chiarezza disarmante: "Se provi qualcosa per Francesco, diglielo. Sennò finirete per soffrire tutti". Semplice, no?

E quindi, perché non l'avevo fatto? Ah, bella domanda. La risposta è tanto semplice quanto imbarazzante: perché mi piaceva da matti la mia posizione di potere. Lui soffriva, e io ero il suo antidoto. Correva da me, e io lo consolavo, diventando la sua indispensabile guaritrice personale. Un potere sottile, delizioso, a cui non avevo la minima intenzione di rinunciare.

Certo, a lungo andare questo giochetto avrebbe fatto del male a qualcuno. E la vittima designata, con ogni probabilità, sarebbe stata proprio Lucia, l'unica in tutta questa faccenda a non avere colpe. Il suo più grande difetto, se così si può chiamare, era quello di essere un pianeta che ruotava attorno al proprio asse, fermandosi poco a guardare i bisogni degli altri. Ma non c'era malizia in lei, nessun tornaconto personale, solo una sana e invidiabile dose di egocentrismo. Era innocente, e proprio per questo, la più esposta.

Ma per Sofia era facile. Lei non aveva mai il dubbio, non si fermava a rimuginare. Si fidava della vita, e la vita, puntualmente, le dava ragione. Io no. Io non ero Sofia. Non avevo quella forza, né il suo coraggio da surfista esistenziale. Io continuavo a sbagliare, a calcolare troppo e a sentire troppo poco. E, ovviamente, sbagliai anche quella volta, un attimo prima che il mondo ci crollasse addosso al concerto di Rho.

Il silenzio del salotto, dopo la sua uscita, divenne assordante. Le sue parole mi rimbombavano nella testa, un eco doloroso della sua solitudine. Mi sentivo impotente, custode di una verità che non potevo rivelare e di un sentimento che faticavo a reprimere. La lezione del pomeriggio a Energheia, sulla "Psicologia dello Yoga" e l'integrazione della personalità, mi tornò in mente con una chiarezza quasi violenta. Si era parlato di responsabilità emotiva, di come le parti in ombra di noi stessi, se non riconosciute, finiscano per governarci. Stavo forse lasciando che la mia ombra – la "donna" e non la "guida" – prendesse il sopravvento?

Presi il telefono, un impulso irrefrenabile. Non potevo lasciarlo solo quella sera, non con quel peso sul cuore. Gli scrissi un primo messaggio, cercando di mantenere un tono leggero: "Ciao Francesco, come stai? Pensavo a te... oggi ho fatto la lezione 'Psicologia dello Yoga', molto interessante!". Subito dopo, sentendo che non era abbastanza, ne scrissi un altro, più audace: "Avrei voglia di parlarne con qualcuno... domani pomeriggio, devo andare in libreria in Duomo a Milano, che ho dei libri da prendere, potremmo ritagliarci un momento per parlare? Questi argomenti... non posso condividerli con nessun altro... hai voglia di accompagnarmi?".

Avevo aperto una porta. Ma non bastava. Sentivo il bisogno di dire di più, di fargli capire che non era solo. L'alcol non c'entrava, era lucidità pura, una lucidità quasi febbrile. Attivai la registrazione di un messaggio vocale, la mia voce che usciva più incerta di quanto volessi. "Ciao di nuovo, scusami se ti disturbo... ma non riesco a dormire... oggi ho fatto questa lezione sull'integrazione della personalità, ed è stata un'esperienza 'trasformativa'... mi ha fatto riflettere su come affronto le cose, e ho capito che devo prendermi la responsabilità anche sulle mie emozioni, e non è facile, sai?" [cite: 823-824]. Feci una pausa, il cuore che martellava. [cite_start]"È come se qualcosa dentro di me si fosse risvegliato... E tu, Francesco, tu... beh, tu hai un ruolo in tutto questo. La tua presenza, il tuo modo di essere... mi hanno fatto capire molte cose. Forse troppe... Ma volevo che tu sapessi che apprezzo molto la nostra amicizia, e che... mi fai sentire... capita. Ecco, questo. Mi fai sentire capita. Buonanotte, Francesco."

Appena inviato, un'ondata di panico mi travolse. Avevo detto troppo. Avevo superato un confine invisibile, offrendogli una parte di me che andava ben oltre il ruolo di guida. Tremando, scrissi un altro messaggio, un goffo tentativo di marcia indietro: "Ehi Francesco, non badare troppo al messaggio vocale di prima, ero un po' stanca e ho detto un sacco di sciocchezze! Però... ecco, quello che ho detto sulla nostra amicizia, quello lo pensavo davvero. A domani!".

L'attesa della sua risposta fu un'agonia. Ogni minuto sembrava un'ora. Poi, finalmente, il telefono si illuminò. Il suo messaggio era breve, ma ogni parola fu come una scintilla che incendiava l'aria. "Sole, mi hai davvero colpito. Non vedo l'ora di stare con te domani in libreria, sarà speciale. A domani!".

"Speciale". Quella parola mi risuonò dentro, un misto di euforia e terrore. Avevo innescato la bomba, e ora non potevo più tornare indietro. La scintilla era scoccata, e non era partita da Rho. Era partita da me.

E così, a tarda serata, con l'ultimo messaggio di Francesco in bellavista sul cellulare come se fosse una sentenza... e io lì, in pigiama, a fissarlo come se potessi decifrare il futuro tra i pixel di un "Ci sentiamo". Sentenza, esatto. Appello respinto, condannata a un weekend di overthinking intensivo con l'aggravante della premeditazione. E la cosa più comica è che la mia cena consisteva in mezza vaschetta di gelato al pistacchio e alcuni cracker sbriciolati. Un quadro perfetto di disperazione e alta gastronomia.

È stato proprio in quel momento, tra un cucchiaio di tristezza zuccherata e l'altro, che il pensiero di Martina mi ha colpito come un boomerang cosmico. Come potevo anche solo pensare di compilare una valutazione su di lei? Io, l'oracolo dell'equilibrio emotivo, che andava in cortocircuito per un messaggio di due parole che poteva significare tutto e il suo esatto contrario?

Certo, facciamo la tara: non era un messaggio qualsiasi perché non arrivava da un ragazzo qualsiasi. Era il ragazzo della profezia, il messia del Big Mac, il fidanzato di Lucia la rocker in erba; insomma, aveva un background con più accessori di una borsa di lusso. La sostanza, però, non cambiava, e come sapevo fin troppo bene le difficoltà sono tarate sulla coscienza che si può esprimere: evidentemente l'universo aveva deciso che la mia meritava un test da sforzo.

Risultato? La mia impalcatura da capo ufficio era crollata più velocemente di un castello di sabbia a Ferragosto. A quanto pare il karma non è una filosofia new age, ma un simpaticone che ti aspetta al varco per sbatterti in faccia che il tuo specchio, in questo caso, porta i tacchi di Martina. Quindi, prima di compilare la pagella per Riccardo, ho deciso di avviare una nuova missione top secret: "Operazione: Scoprire chi è davvero Martina". Magari è più sana di mente di me.

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