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Era una normalissima giornata di lavoro, un martedì pomeriggio grigio e umido. Stavo cercando di spiegare a Martina la sottile differenza tra un disturbo narcisistico di personalità e un semplice egocentrismo da manuale, quando il mio telefono vibrò. Era un pensiero che mi ronzava in testa da domenica, da quell'incontro gelido in stazione. Non ci eravamo più sentiti. Decisi di rompere il ghiaccio, mascherando la mia preoccupazione dietro a una battuta. Gli scrissi su WhatsApp: "Tutto bene, Francesco? È da domenica pomeriggio che non ci sentiamo. Quella volta, a un certo punto, ho avuto paura che la tua ragazza mi mettesse le mani addosso..." Aggiunsi l'emoticon con gli occhi strabuzzati, per alleggerire.
La sua risposta arrivò quasi subito, ma non era quella che mi aspettavo.
"Buongiorno, Sole, è un piacere sentirti. Io nulla di che, tranne per il fatto che sono ricoverato in cardiologia."
Lessi quel messaggio e il mondo intorno a me si spense. La voce di Martina divenne un ronzio indistinto, le cartelle sulla mia scrivania persero di significato. Un secondo dopo, stavo già componendo il suo numero, il cuore che martellava all'impazzata.
"Come, ricoverato in cardiologia?!" La mia voce era tesa, quasi stridula. "Cosa ti è successo?!"
Lui, per sommi capi, mi raccontò di un blocco cardiaco, della pressione alta, ma mi fece anche capire che erano successe cose "non ordinarie" e che avrebbe avuto bisogno di parlarne con me.
"Ho sentito parlare di queste cose molte volte," dissi, cercando di recuperare la mia solita inflessione calma e professionale, anche se dentro di me urlavo. "Verrei anche a trovarti, se non rischiassi la vita per via di Lucia... mi spieghi che le ho fatto??"
Lo sentii fare un mezzo sorriso dall'altra parte del telefono. "Beh, ad essere sincero non è che tu domenica l'hai proprio messa a suo agio..." disse, scherzando ma non troppo. Poi si fece più serio. "In realtà è complicato. Diciamo che Lucia è molto gelosa della nostra amicizia, soprattutto per via di tutto quello che abbiamo condiviso... È un lato della mia vita che lei non capisce, e la fa sentire esclusa."
Ah, ecco, pensai, con una nota di amara ironia. Quindi non è qualcosa che le ho fatto, ma qualcosa che siamo. "Capisco..." dissi, cercando di sembrare comprensiva. "Un'insicurezza sua legata al nostro... legame speciale."
"Esattamente. E sai com'è Lucia quando si sente minacciata..."
"Sì, me ne sono fatta un'idea," lo interruppi, la preoccupazione che tornava a farsi strada. "Beh, Francesco, mi dispiace molto. E... sì, mi dispiace se la nostra amicizia ti crea problemi."
"Non darti la colpa, Sole. Io tengo molto alla nostra amicizia."
Anche io, avrei voluto dire. Invece chiesi: "Quindi... cosa intendi fare?".
Mi parlò del suo desiderio di rassicurare Lucia, di spiegarle che la amava. E ogni sua parola era una piccola fitta per me.
"Senti, Francesco, io vorrei davvero venirti a trovare," ripetei, la voce che si faceva più intima. "Non solo per lei, ma... perché mi hai fatto preoccupare. Però non voglio peggiorare le cose."
E qui, accadde l'inaspettato. Mi aspettavo che mi dicesse "vieni, non mi importa". Invece, per la prima volta, sentii la sua calma, la sua maturità. "Apprezzo tantissimo, Sole. Davvero. Ma per adesso, forse è meglio aspettare che io esca e che le acque si calmino. Magari ci sentiamo e organizziamo qualcosa la prossima settimana."
Rimasi spiazzata. Era lui a essere ragionevole. Era lui a mettere dei paletti. Era lui a proteggere me, e la sua ragazza, dalla mia impulsività. La situazione era così assurdamente capovolta da essere quasi comica.
"Va bene, Francesco," dissi, con un sospiro che era per metà delusione e per metà ammirazione. "Capisco perfettamente. L'importante è che tu stia bene. Io ti sono vicina... in tutti i sensi. Chiamami se hai bisogno, ok?"
"Grazie, Sole. Sei... una cara amica. Ti chiamo appena mi dimettono, promesso."
Una cara amica. Certo. Cos'altro poteva dire?
"Perfetto! Rimettiti presto... Francesco, ora ti devo salutare che sono al lavoro." Feci una piccola pausa, poi aggiunsi, quasi contro la mia volontà: "Un abbraccio."
"Anche a te, Sole. A presto."
Riattaccai. Il mondo era ancora lì, il mio ufficio, le cartelle, Martina che mi guardava con aria interrogativa. La bomba atomica era esplosa lo stesso, ma non aveva distrutto nulla all'esterno. Aveva solo creato un cratere silenzioso dentro di me. Non potevo correre da lui. Non potevo fare nulla. Potevo solo aspettare. E l'attesa, lo sapevo, sarebbe stata la parte più difficile di tutte.
Martina mi guardò di sbieco. "Era Francesco?" chiese, e nel suo sguardo c'era una nota di compassione, un "hey, poverina, capisco cosa stai passando..." che mi fece sentire ancora più patetica.
Sospirai e, senza risponderle, mi misi a giocare con una penna, chiudendomi nel mio mondo. Lei, vedendomi assente, si defilò dal mio ufficio in silenzio.
Rimasta sola, guardai il telefono, che avevo buttato in un angolo della scrivania come se scottasse. Avevo detto che avrei aspettato. Avevo fatto la persona matura, ragionevole. Ma la sua voce debole, la sua confusione, la preoccupazione sincera nella mia pancia... tutto urlava il contrario.
E decisi.
Col cavolo!
Io vado lo stesso.
Uscii dal mio ufficio come una furia, attraversando il corridoio a passo di marcia. Trovai Martina seduta alla sua scrivania, intenta a catalogare delle cartelle con una precisione quasi terrificante. Alzò lo sguardo al mio arrivo, e nei suoi occhi non c'era sorpresa, ma la preoccupazione di chi sa già tutto.
Mi piantai di fronte a lei. "Martina," dissi, e la mia voce era così ferma da non sembrare nemmeno la mia. "Come hai intuito, è successo qualcosa a Francesco. E io ho deciso che vado in ospedale a trovarlo. Adesso."
Lei impallidì leggermente, abbandonando la sua maschera di efficienza per mostrare il volto di una giovane amica preoccupata. Tentò di essere la voce della ragione, la mia. "Ma... Dottoressa... non eravate rimasti d'accordo che..."
La fermai con un gesto della mano, netto, senza appello. "Sì, lo so cosa avevamo concordato," la interruppi, e sentii il motore del Caterpillar accendersi dentro di me. "Ma vado lo stesso. A volte le cose vanno prese, Martina. Non si può sempre aspettare il momento giusto."
Lei, vedendo la mia determinazione, cambiò tattica, appellandosi al mio senso del dovere. "Ma Dottoressa... e i suoi impegni? I pazienti di oggi pomeriggio?"
Chissenefrega, pensai, con una brutalità che mi sorprese. Ma poi la guardai, guardai quella ragazza così seria e così desiderosa di dimostrare il suo valore. E un'idea si fece strada.
"Beh," dissi, e un sorriso quasi spietato mi increspò le labbra. "A quelli ci penserai tu. È la tua occasione."
Le voltai le spalle e mi diressi verso l'ufficio di Riccardo, lasciandola lì, a bocca aperta, con in mano la patata bollente del mio intero pomeriggio lavorativo. Ma non mi importava. Sapevo che se la sarebbe cavata. E io, nel frattempo, avevo un Caterpillar da guidare.
Uscii dal suo ufficio senza aggiungere altro. Presi la mia borsa dalla scrivania, sotto lo sguardo sbigottito di Martina, e mi diressi a passo di marcia verso l'uscita. Proprio prima di aprire la porta, mi fermai un istante davanti al grande specchio dell'ingresso.
E lì, vidi riflessa non la guerriera pronta a tutto, ma una psicologa in tenuta da battaglia professionale: trench color cammello, camicia di seta bianca, gonna nera impeccabile. La mia mente, in un flash, proiettò accanto alla mia immagine quella di Lucia in stazione, con la sua tuta grigia, l'ombelico scoperto e l'aria da modella scesa per sbaglio alla fermata sbagliata.
Fantastico, pensai, con un'ondata di sarcasmo. Io sembro sua nonna in tailleur da cerimonia.
Vabbè, fa niente, mi dissi, scacciando il pensiero con una scrollata di spalle. Non avevo certo il tempo di andare a casa a cambiarmi per sembrare più "adeguata" a un dramma ospedaliero. Almeno, sicuramente, ero elegante. E con quella magra consolazione, spalancai la porta e mi lanciai nel grigio pomeriggio pavese.
Salii in macchina e, prima di accendere il motore, il mio sguardo cadde sullo specchietto retrovisore. Incontrai i miei stessi occhi. Erano decisi, convinti, privi di quell'ombra di dubbio che li aveva accompagnati per tutta la vita. E in un lampo di lucidità spietata, pensai tra me e me: "Sole, cosa stai facendo? Non ti riconosco più!".
Era profondamente vero. Ero cambiata. Non ero più la Sole di solo quattro mesi fa.
Ma proprio mentre stavo per girare la chiave, un pensiero-lampo mi attraversò la mente, un'increspatura sulla superficie della mia nuova determinazione. Eh... se poi viene davvero Lucia? Quella bellissima ragazzina... Che faccio?
Un'ondata di panico mi strinse lo stomaco per un istante.
Beh, vedremo sul momento, mi risposi, con una durezza che non sapevo di possedere. Non posso pensare a tutto adesso... che diamine!
Misi in moto, il rombo del motore che sembrava una risposta. Ero pronta a tutto. O almeno, così cercavo di convincermi.
L'odore di disinfettante dell'ospedale mi colpì come uno schiaffo non appena varcai le porte automatiche. Era l'odore dell'ansia sterilizzata, un profumo che conoscevo fin troppo bene ma che non riuscivo mai a tollerare. Mentre cercavo la stanza, il mio Caterpillar interiore dovette scalare le marce per non fare dietrofront. Ok, Sole, sei arrivata fin qui, niente panico da corsia adesso. Trovai il numero e, prima di entrare, presi un respiro profondo, preparandomi alla battaglia. O al dramma. O a qualunque cosa mi aspettasse.
Aprii la porta con la delicatezza di un artificiere. Ed eccolo lì.
Era sul letto, più pallido di come lo ricordassi, con addosso un pigiama anonimo che lo faceva sembrare ancora più vulnerabile. Il suo sorriso, nel vedermi, fu come una crepa in un muro di ghiaccio, una sorpresa così genuina da spazzare via per un istante tutta la tensione. E lo percepii subito, un misto di felicità e di puro terrore. Eccola, la mia accoglienza. Metà "che bello vederti" e metà "oh mio Dio, se arriva Lucia siamo finiti". Sotto sotto, però, sapevo che era contento. E questo mi bastava.
Mi avvicinai senza dire una parola, godendomi per un secondo il suo stupore. Con un gesto fluido mi levai il trench, deponendolo con cura sulla sedia vuota. Un piccolo atto teatrale per prendere possesso della scena. Poi mi sedetti, accavallai le gambe e lo guardai.
«Buongiorno, Francesco,» dissi finalmente. I suoi occhi mi scrutavano, interrogativi, come se non riuscisse a credere che fossi reale.
«Lo so,» continuai, anticipandolo, con un'espressione divertita. «Che eravamo rimasti d'accordo che ci saremmo sentiti alla tua dimissione. Ma ho deciso di farti visita prima.»
«Buongiorno Sole,» rispose lui, la sua voce ancora un po' debole. «Mi sorprendi, non pensavo fossi una ragazza avvezza al rischio…»
Scherzava, ma non troppo. E io amavo questa cosa di lui, questa capacità di cogliere le sfumature. Ignorai il suo avvertimento con una scrollata di spalle, come a dire "il rischio è il mio mestiere".
Dalla borsa estrassi la mia arma segreta: un libro dalla copertina consunta. «Ti ho portato questo,» dissi, porgendoglielo. «"Dal sé inferiore al sé superiore". Credo possa esserti utile in questo periodo di riposo forzato.»
Lo vidi prenderlo, studiarlo. Era il momento di affondare il colpo.
«Sai,» aggiunsi, con il tono di chi condivide un segreto prezioso, «è un libro che ti aiuta a riconoscere le maschere che indossiamo. Ci sono molto legata, me lo ha consigliato Sofia i primi anni che ci conoscemmo, quindi…» Lasciai la frase in sospeso, un ponte invisibile tra me, lui e il nostro passato condiviso. Un ponte dove nessun'altra poteva passare. «Appena lo finisci me lo ridai, eh?» conclusi, con un sorriso malizioso per alleggerire il carico emotivo che gli avevo appena scaricato addosso.
«Sole,» mi interruppe lui, riportandomi bruscamente alla realtà. «Sai che il fatto che sei qui è potenzialmente un rischio, vero?»
«Lo so,» risposi, guardandolo dritto negli occhi. «Affronterò le conseguenze. Non sto facendo nulla di male, giusto? Sto solo visitando un amico ricoverato.» Mi presi una pausa. «A proposito, non ti dovevano dimettere oggi?»
Mi spiegò del corpo sano che non dava risposte, dei valori sballati. E mentre parlava, decisi di cambiare tattica. Basta frecciatine, basta strategie. Ora serviva l'ascolto.
«Ho finito presto al lavoro e ho pensato di passare,» mentii spudoratamente. «Ma ora che ci siamo… dai, raccontami tutto.» E per sigillare il patto, gli appoggiai una mano sul braccio. Un tocco leggero, ma carico di intenzione. Sentii un brivido attraversarlo, un calore che sperai fosse curativo quanto un'intera flebo.
E lui si aprì. Mi raccontò tutto. Del sogno, di Sofia, della figura luminosa, delle auree. E io lo ascoltai, non più solo come la donna innamorata o la stratega in missione, ma come l'unica persona al mondo che poteva capire il linguaggio straordinario che stava imparando a parlare. Le sue parole erano musica per le mie orecchie da terapista esoterica. Mentre descriveva l'iniziazione, sentii un'ondata di entusiasmo. Bingo, pensai. Un'espansione di coscienza. Un evento enorme. E io sono qui per aiutarlo a decifrarlo.
«Francesco, da quello che mi hai raccontato, credo che tu abbia avuto una sorta di iniziazione,» dissi, cercando di contenere l'eccitazione. «E il tuo corpo potrebbe aver avvertito il contraccolpo. Ovviamente, prendi la mia analisi con il beneficio del dubbio.»
Ma quale dubbio, pensai tra me e me, è chiaro come il sole.
Poi passammo alle auree. Mentre gli spiegavo della chiaroveggenza inferiore di Patanjali e degli Yoga Sutra, mi sentivo completamente nel mio elemento. Ero tornata ad essere la sua guida, la sua maestra. Un ruolo che mi calzava a pennello, molto più del mio trench elegante. Sentivo che ogni parola era vera, giusta, e che stavo ricostruendo, pezzo dopo pezzo, il nostro legame speciale su un piano dove nessuna tuta grigia avrebbe mai potuto competere. Non ero pazzo, mi stava dicendo con gli occhi. E no, non lo era. Era solo straordinariamente sveglio. E io ero lì per testimoniarlo.
Stavamo discutendo dei colori, di quel linguaggio nuovo e straordinario che si era appena risvegliato in lui, quando la porta si aprì. E il mondo ordinario fece il suo ingresso trionfale.
Sulla soglia comparve Lucia. Tuta grigia, capelli raccolti, il sorriso che si spense non appena mi vide. L'atmosfera nella stanza precipitò di dieci gradi. Per un istante, un solo, brevissimo istante, mi sentii in colpa. Colta sul fatto. La donna matura che approfitta della situazione. Fu un riflesso condizionato, un'eco della vecchia Sole.
«Ciao Lucia,» dissi, alzandomi di scatto, pronta a una ritirata strategica. «Sono venuta a trovare Francesco. Stavo giusto per andare.»
«Oh, no, resta pure,» insistette lei, e il suo tono era così falsamente cordiale da farmi venire la pelle d'oca. Mi passò davanti senza degnarmi di uno sguardo, si chinò su di lui e gli diede un bacio. Poi si sedette sul letto, appoggiando una mano sulla sua coscia. Un gesto casuale solo in apparenza. Era una bandiera piantata su un territorio conquistato.
«Anzi,» continuò, rivolta a me. «Volevo scusarmi per l'altro giorno in stazione. Ho esagerato.»
Le sue scuse piatte, prive di qualsiasi emozione, furono la scintilla. La mia breve ondata di colpa svanì, sostituita da una rabbia fredda e lucida. Chi si crede di essere, questa ragazzina? pensai, mentre una consapevolezza brutale mi colpiva in pieno. Ok, è il suo ragazzo, ma io sono sua amica. E non si trattano così le persone. E subito dopo, un altro pensiero, ancora più onesto e spietato: Ma la capisco. Infondo, io le voglio sfilare il ragazzo.
Era la prima volta. La prima volta che lo ammettevo a me stessa con quella chiarezza. Non era più una questione di anime affini o di percorsi spirituali. Era questo. E se la partita doveva essere giocata, l'avrei giocata fino in fondo.
Accettai la sfida. Mi sedetti di nuovo, lentamente, togliendomi il trench e piegandolo con cura sulle gambe. Un gesto calmo per mascherare la tempesta che avevo dentro.
«Faccio del mio meglio,» risposi alla sua frecciatina sul mio ruolo di insegnante. «Anche lui mi ha parlato molto di te, Lucia.»
«Naturalmente,» replicò lei, fissandomi. «Sono la sua ragazza. Ti avrà raccontato di tutte le mie qualità.»
«Mi ha raccontato solo cose vere,» affermai, schivando il colpo.
Lo scontro era silenzioso, una guerra combattuta a colpi di sorrisi tirati e parole a doppio taglio. Poi, lei decise di sfidarmi sul mio terreno. Di commettere l'errore più grande.
«Si la realtà, concetto interessante…» esordì, con aria saccente. «Mi sembra di ricordare distrattamente che per Platone, la realtà autentica risiede nel mondo delle idee.»
Una rabbia pura, quasi incandescente, mi salì dal profondo. Platone. Stava usando Platone contro di me. Lei, con la sua aura incasinata e la sua gelosia terrena, osava portarmi sul campo della filosofia. Fu un insulto così profondo, così arrogante, da cancellare ogni residuo di autocontrollo.
Ma prima che potessi annientarla con una risposta, accadde.
Francesco emise un gemito soffocato, portandosi una mano al petto. Il suo viso si contrasse in una maschera di dolore. Le visioni, la tensione, la nostra guerra silenziosa… era stato troppo.
In un lampo, la sfida svanì. Corsi da lui, e Lucia fece lo stesso. Dimentiche di tutto, eravamo solo due donne terrorizzate. Gli misi le mani sulla fronte, un gesto istintivo. Sentii il dolore placarsi sotto il mio tocco. E con una calma che non sapevo di possedere, mi voltai verso di lei. La mia voce fu un sussurro basso e fermo.
«Io e te, dobbiamo parlare.»
I paramedici arrivarono, ci fecero uscire. Ci ritrovammo sole, nel corridoio bianco e asettico dell'ospedale. L'odore di disinfettante sembrava voler pulire l'aria, ma non poteva nulla contro la tensione che ci avvolgeva. Lucia tremava, l'arroganza sparita, gli occhi verdi pieni di lacrime e di una paura infantile. La sua ostilità era svanita, sostituita da una domanda muta.
La guardai. Guardai quella ragazza così bella e così fragile, e capii che non potevo più nascondermi. Non era più una partita a scacchi. Era la vita. E la vita esigeva la verità.
«Lucia,» dissi, e la mia voce era calma, terribilmente calma. Il pathos non aveva bisogno di urla. «C'è una cosa che devi sapere. Il motivo per cui sono qui, il motivo per cui mi preoccupo per lui...»
Feci una pausa, lasciando che il silenzio pesasse tra di noi, carico di tutto quello che non era stato detto.
«È perché provo dei sentimenti per Francesco.»
La mia voce, terribilmente calma, rimase sospesa nel corridoio sterile. La verità, finalmente libera, era atterrata tra di noi come un oggetto alieno.
Alle mie parole, Lucia rimase impietrita. Vidi il rosso del pianto e della rabbia contornare l'iride dei suoi bellissimi e grossissimi occhi verdi. Le guance erano ancora rigate dalle lacrime che non aveva avuto il tempo di asciugare. Abbassò lo sguardo al pavimento per un solo, interminabile secondo, poi lo rialzò. Il suo sguardo era una pugnalata nel fianco, una ferita che accettai senza battere ciglio.
Disse, in un sussurro che era quasi un soffio: «Lo sapevo già...»
Forse non era vero, o forse una parte di lei lo aveva sempre saputo. Non importava. Era la sua mossa disperata per non crollare, per non darmi la soddisfazione di averla distrutta.
Forse non è stato un gesto di grande fair play, pensai tra me e me, ma almeno la verità gliela dovevo. Le dovevo la dignità di una battaglia ad armi pari.
In quel momento, la porta della stanza si aprì. I paramedici uscirono, raccomandandosi di lasciare Francesco tranquillo, che era debole e aveva bisogno di riposo. Poi se ne andarono, lasciando di nuovo il silenzio a riempire lo spazio.
Lucia, come risvegliatasi da una trance, dimentica completamente della mia esistenza, si voltò di scatto, entrò nella stanza e si chiuse la porta alle spalle. Un gesto secco, definitivo. Un modo per escludermi, per riprendersi il suo posto.
Rimasi sola nel corridoio. Non avevo vinto, non avevo perso. Avevo solo cambiato le regole del gioco. Per ora, avevo fatto il massimo che potevo.