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Il tempo, dopo la tempesta della partenza di Sofia, aveva ripreso a scorrere con una placidità quasi surreale. Ero avvolta in una bolla, un ritmo tranquillo scandito dalle mie meditazioni personali, dallo studio e dalle sedute con il gruppo che, nel frattempo, si era drasticamente ridotto. Una settimana dopo Sofia, infatti, anche Marco e Pietro erano partiti, zaino in spalla, per un tour spiritual-avventuroso in India, lasciandomi con un vago senso di sollievo. Gli altri due membri del cerchio, Luca e Michele di cui faticavo a ricordare persino i nomi, si erano dileguati poco dopo, probabilmente spaventati dalla prospettiva di avere me come unica guida, e decisi a girare il mondo nella speranza che bastasse quello a diventare come Sofia.
Benidissi il loro peregrinare, conscia del fatto che purtroppo di Sofia ne nasce una ogni 20 anni.
E così, il grande cerchio di meditazione si era trasformato in un intimo duo: io e Francesco.
Le nostre meditazioni erano diventate una piacevole variazione alla mia routine, un'oasi di silenzio condiviso che spezzava le giornate passate a studiare testi sacri e le settimane di lavoro. Lui si divideva tra il tentativo di ripetere la quinta superiore e i suoi turni al McDonald's, un lavoro che una volta mi aveva confessato di continuare a fare più per dispetto verso suo padre che per reale necessità.
Nel frattempo, avevo iniziato anche delle "terapie" con una certa Luciana di Bergamo, un'amica istruttrice di Graziano che apparteneva allo stesso Ashram di Modena. Erano sessioni intense, che mi costringevano a guardarmi dentro con una lucidità a volte dolorosa, ma necessaria. La mia vita, per la prima volta, sembrava aver trovato un suo strano, pacifico, equilibrio.
L'autunno si era ormai arreso all'inverno, e le finestre del nostro studio in Piazza della Vittoria si affacciavano su un cielo color ardesia. Erano passati quattro mesi da quando ero diventata "capo ufficio", un titolo che suonava ancora ridicolo alle mie orecchie, come se stessi giocando a fare l'adulta. La mia vita si era assestata su un binario di prevedibile caos: giornate passate a navigare nei traumi altrui e serate passate a cercare di non annegare nei miei.
E poi c'era Martina.
Martina Molla.
La mia assistente.
Non l'avevo voluta, non l'avevo chiesta. Ma Riccardo aveva insistito. Probabilmente, nel suo cuore di mentore sognatore, sperava di replicare in provetta la magia alchemica che era scattata tra me e Sofia. Povero Riccardo. Aveva mescolato gli ingredienti giusti – una professionista affermata e una giovane tirocinante – ma era uscita una torta di segatura.
Martina era, sulla carta, la macchina perfetta. Appena laureata con 110 e lode, era di una puntualità quasi fastidiosa. Compariva alla mia scrivania ogni pomeriggio spaccando il secondo, con la precisione di un orologio svizzero con i capelli rossi e le lentiggini. Mi chiamava "Dott.ssa Girardi" con una serietà tale che ogni volta mi guardavo alle spalle, cercando la vera Dottoressa a cui si stava rivolgendo. La sua abilità nel reperire una cartella del 2017 sepolta in archivio in meno di trenta secondi era materia da leggenda.
Il problema sorgeva quando le chiedevi un'opinione.
"Dott.ssa Girardi?"
La sua voce mi riscosse dai miei pensieri. Era in piedi davanti alla mia scrivania, rigida come un soldatino, con in mano la cartella di un nuovo paziente.
"Sì, Martina, dimmi pure."
"Ho letto l'anamnesi del signor Bianchi," disse, consultando i suoi appunti con un'aria grave. "Quello che soffre di agorafobia e attacchi di panico." chiesi sovrappensiero. "Sì, un caso complicato," commentai, invitandola a continuare con un gesto della mano.
"Ho fatto una prima valutazione," continuò, la voce carica di orgoglio per la sua efficienza. "Il paziente presenta chiari sintomi del disturbo da panico, codice F41.0 del DSM-5, con agorafobia, codice F40.00. La comorbilità con un disturbo d'ansia generalizzato, codice F41.1, è altamente probabile. Suggerirei un approccio cognitivo-comportamentale basato sulla ristrutturazione dei pensieri disfunzionali e un'esposizione graduale agli stimoli ansiogeni."
Recitò la sua diagnosi a memoria, come se stesse leggendo la lista della spesa. Era tutto perfetto. Tutto corretto. E tutto completamente inutile.
Sospirai, massaggiandomi le tempie. "Martina, hai parlato con il signor Bianchi?"
Lei mi guardò, sorpresa dalla domanda. "No, Dottoressa. Ho solo letto la sua cartella, come mi aveva chiesto."
"E cosa hai sentito, leggendo la sua storia?" incalzai, con dolcezza. "Cosa c'è dietro il codice F41.0?"
Martina aggrottò la fronte, confusa. Il suo cervello, abituato a catalogare e definire, non sapeva come processare una domanda del genere. "Beh," balbettò, "c'è la paura della paura. Un circolo vizioso di pensieri catastrofici che..."
"C'è un uomo che non esce di casa da sei mesi perché ha il terrore di morire," la interruppi, con calma. "C'è un marito che si sente un fallito perché non riesce a portare sua moglie a cena fuori. C'è un padre che non ha potuto accompagnare suo figlio alla prima partita di calcio. C'è questo, Martina. Il resto sono etichette."
Lei rimase in silenzio, gli occhi fissi sulla cartella, come se sperasse di trovarci la risposta giusta. Vidi la sua frustrazione, il suo desiderio sincero di fare bene, di essere come me. Ma le mancava la stoffa. Le mancava quella capacità, che non si impara su nessun libro, di guardare oltre il sintomo e vedere l'anima ferita che c'è dietro. Quella cosa che Riccardo chiamava il mio "tocco magico" e che io sapevo essere solo il frutto delle mie stesse, innumerevoli, cadute.
"Non preoccuparti," le dissi, con un sorriso stanco. "La teoria la sai a memoria, e sei bravissima. Il resto... il resto arriva con il tempo. O forse non arriva mai. Ora vai, per oggi basta così."
Lei annuì, sconfitta, e uscì dal mio ufficio in silenzio. La guardai andare, e per un attimo provai una profonda tenerezza per quella ragazza così seria e così persa. Era una macchina perfetta, sì. Ma nessuno le aveva ancora detto che per guarire le persone, a volte, serve solo un cuore che sappia come andare in pezzi. E quello, purtroppo, non era in programma in nessun corso di laurea.
Proprio in quell'istante, l'interfono del mio ufficio gracchiò. Era la voce di Riccardo. "Sole, saresti così gentile da passare da me un attimo? Ho bisogno di un tuo parere."
"Arrivo subito," risposi, già immaginando l'argomento della conversazione.
Attraversai il corridoio e bussai alla porta del suo ufficio, la stessa porta dietro la quale, anni prima, avevo visto sparire Sofia per ore. Entrando, un'ondata di déjà-vu mi travolse. Riccardo era seduto dietro la sua imponente scrivania di mogano, esattamente come allora. Io ero in piedi di fronte a lui, esattamente dove si sedeva Sofia. Per un istante, mi sentii un'impostora che occupava un posto non suo. Ricordai le lunghe ore che Sofia passava lì dentro, specialmente prima della sua partenza per il Kumbh Mela. Chissà di quali misteri parlavano, di quali strategie, di quali pazienti. E ora toccava a me, ma l'argomento era decisamente più... terreno.
"Siediti, Sole, prego," disse Riccardo, indicandomi la poltrona. Il suo tono era amichevole, ma professionale. "Volevo un tuo rapporto su Martina."
Eccoci, pensai. Il momento della verità.
"Come sai," continuò, unendo le mani sulla scrivania, "Matteo andrà in pensione tra due mesi. E questo ci lascerà scoperti. Sto valutando se offrire a Martina una posizione stabile qui allo studio, una volta terminato il suo tirocinio. E il tuo parere, come sua diretta responsabile, è fondamentale."
Mi prese alla sprovvista. Non pensavo volesse già prendere una decisione. Rimasi in silenzio per un attimo, cercando le parole giuste. Sapevo cosa voleva sentirsi dire. Voleva che gli dicessi che Martina era un altro miracolo, un'altra Sofia in erba. Che la "magia" si era ripetuta. Ma non potevo mentire.
"Riccardo," esordii, con cautela, "Martina è... impeccabile. Dal punto di vista tecnico, intendo. È precisa, puntuale, incredibilmente efficiente. A livello organizzativo, è un talento. Non sbaglia una cartella, non dimentica una scadenza."
Riccardo annuì, soddisfatto. "Bene, bene. Questo è importante."
"Ma..." aggiunsi, e sapevo che quel "ma" avrebbe smontato tutte le sue speranze. "Ma la psicologia non è solo organizzazione. È intuito. È empatia. E Martina, su quel piano, è ancora... molto acerba. Vede i pazienti come codici diagnostici, non come persone. Le manca la capacità di 'sentire' il dolore che c'è dietro il sintomo."
Vidi un'ombra di delusione attraversare il volto di Riccardo. Si appoggiò allo schienale della poltrona, sospirando. "Capisco," disse, a bassa voce. "Speravo... speravo che stando al tuo fianco, potesse assorbire un po' del tuo... del tuo modo di lavorare."
"Non funziona così, Riccardo," risposi, con un sorriso amaro. "Non è una cosa che si impara. O ce l'hai, o non ce l'hai. Martina ha una mente brillante, ma il suo cuore non è ancora sintonizzato sulla stessa frequenza del dolore umano. Forse un giorno lo sarà. Ma quel giorno non è oggi."
Riccardo mi guardò, e nei suoi occhi non vidi più solo il capo, ma l'amico. "Sei diventata saggia, Sole," disse, con una nota di malinconia. "Sofia sarebbe fiera di te."
Quella frase mi colpì come un pugno nello stomaco. "Grazie, Riccardo," riuscii solo a dire.
"Prenditi ancora un po' di tempo per valutarla," concluse, tornando professionale. "Ne riparleremo tra un mese."
Uscii dal suo ufficio con una strana sensazione addosso. Avevo detto la verità, avevo fatto il mio dovere. Ma mi sentivo come se avessi tradito le speranze di due persone: quelle di Riccardo, che sognava un'altra magia, e quelle di Martina, che sognava di diventare come me, senza sapere che il prezzo da pagare, a volte, era un cuore che sapeva come andare in pezzi.
Dopo l'esperienza al Social Club, decisi che se volevo rimanere viva, sarebbe stato saggio da parte mia non frequentare più gli amici di Francesco, specialmente Laura. Probabilmente, nel segreto della sua mente, stava già meditando su come farmi fuori e nascondere il mio cadavere, magari dando la colpa a Francesco, così con un unico colpo si sarebbe liberata anche di lui. La mia analisi da psicologa di talento era che lei fosse segretamente innamorata di Lucia. Risi tra me e me per l'assurdità di quell'anamnesi, mentre sorseggiavo uno spritz in piazza dopo il colloquio con Riccardo. Il cellulare davanti a me mi restituiva la pagina bianca delle note che avrei dovuto stilare riguardo al lavoro di oggi dell'ufficio, ma proprio non ne avevo voglia.
Con la coda dell'occhio, vidi passare Martina. Dovevo ammettere che negli ultimi mesi, probabilmente in virtù della laurea, era diventata anche molto più elegante. Non era più la ragazzina impacciata del primo anno, ma una giovane donna che si muoveva con una sicurezza nuova. Quella sera indossava un paio di pantaloni palazzo in lino color sabbia, tagliati in modo così impeccabile da sembrare fluidi, che le sfioravano appena le sneaker bianche di una marca minimalista che costava quanto il mio affitto. Sopra, portava un top a fascia color verde salvia e una giacca leggera dello stesso colore dei pantaloni, portata aperta con una nonchalance studiata. Al polso, un bracciale sottile e intelligente che monitorava chissà quali parametri vitali con piccoli led discreti, e al collo una serie di catenine dorate quasi impercettibili. I capelli rossi erano raccolti in una coda bassa e perfetta, senza un capello fuori posto. Emanava quell'aura di "eleganza senza sforzo" tipica di chi non ha mai dovuto guardare il cartellino del prezzo in vita sua. Peccato, pensai prendendo un altro sorso del mio spritz, che non vendessero l'empatia da nessuna parte. Quella le sarebbe servita di più di qualsiasi giacca di lino.
Proprio in quell'istante, il mio telefono vibrò di nuovo. Mi aspettavo un'altra lamentela da un collega, invece era un messaggio da Graziano. Aprii la chat. C'era solo un'immagine: la locandina di un evento.
"ENERGHEIA - La Scuola per Terapisti Esoterici. Serata di presentazione..."
Guardai la data e l'ora. Stasera. Alle 21:00. A Milano.
Scoppiai a ridere da sola, attirando l'attenzione di una coppia al tavolo accanto. Perfetto. L'universo, con il suo tempismo impeccabile, aveva deciso che la mia giornata non era ancora abbastanza complicata. Potevo ignorarlo, ordinare un altro spritz, tornare a casa e guardare una serie tv stupida. Oppure potevo alzarmi, infilarmi in un treno puzzolente e andare a vedere quale altro glorioso destino era stato pianificato a mia insaputa.
Fantastico, Sole, mi dissi. Hai appena scaricato la tua assistente e già ti iscrivi a un'altra scuola. Coerenza prima di tutto.
E questo creava un problema logistico. La meditazione con Francesco.
Trovai il suo nome in rubrica e gli scrissi un messaggio veloce, cercando di sembrare una professionista impegnata e non una che stava per mandare all'aria i suoi piani per un impulso del momento: Ciao Franci, scusa, ho un imprevisto terribile. Dobbiamo annullare per stasera. Recuperiamo presto!
Premetti "invio" e feci per alzarmi, ma il telefono squillò all'istante. Ovviamente.
"Pronto?" risposi, cercando di sembrare ansimante, come se stessi correndo per prendere il suddetto treno.
"Sole, ciao. Scusa se ti chiamo, ho letto il messaggio. Tutto bene? È successo qualcosa di grave?" La sua voce era così sinceramente preoccupata che mi sentii l'ultima delle serpi.
"No, no, tranquillo," mi affrettai a dire. "Niente di grave, solo un contrattempo a Milano, devo correre. Ma... tu tutto bene? Mi sembri un po' giù." Ottima mossa, Girardi. Ora trasformati nella sua terapista personale al telefono.
Lo sentii sospirare. "Sì, cioè no. È che... ci contavo sulla meditazione di stasera. Ho avuto una giornata pesante."
"Problemi con Lucia?" chiesi, maledicendomi un istante dopo. Non sono affari tuoi, ficcanaso.
"No, con Lucia va tutto benissimo. Il problema sono io," confessò, e la sua voce si incrinò leggermente. "Lei è così... lanciata. Ha la sua musica, i suoi sogni. E io... io mi sento la ruota di scorta. Quello che ancora deve fare la maturità, che lavora al McDonald's. Non mi sento alla sua altezza, Sole."
Le sue parole mi arrivarono dritte al cuore. E in quel momento, odiai me stessa. Odiai la parte di me che, invece di provare pura e semplice compassione, sentì un'ondata di calore, un pensiero orribile e assolutamente inappropriato che diceva: Ma sei perfetto così. Avrei voluto dirgli di non preoccuparsi, che la sua profondità valeva più di mille sogni di gloria. Avrei voluto prenderlo, portarlo a bere una birra e ascoltarlo per ore. Avrei voluto... no. Ferma.
Un'immagine mi balenò in testa: gli occhi verdi di Sofia. E non erano occhi comprensivi, erano occhi da "non fare cazzate, Sole".
La chiarezza di intenti è fondamentale. Se fai del male a qualcuno, anche senza volerlo, quel male ti si ritorce contro. E io, consolandolo troppo, avrei fatto del male a Lucia. E a lui. E soprattutto a me, che evidentemente avevo la stabilità emotiva di un budino.
Feci un respiro profondo e indossai la mia maschera da Guru Prêt-à-Porter.
"Franci, ascolta," dissi, con una calma che era un capolavoro di recitazione. "È normale sentirsi così. Tutti ci sentiamo persi, a volte. Ma le risposte che cerchi non te le posso dare io."
"E allora chi?" chiese lui, con una nota di disperazione che mi fece stringere il cuore.
"Tu," risposi, sperando di suonare saggia e non come una che stava citando un Bacio Perugina. "Stasera, anche se non ci sono, siediti in silenzio. E non chiedere a me. Chiedi aiuto alla tua anima. Chiedile di darti un'illuminazione. Lei sa già tutto. Devi solo imparare ad ascoltarla." Wow, Sole. Da premio Oscar. Ti sei quasi convinta da sola.
Ci fu un lungo silenzio. Poi, la sua voce, più calma. "Ok, Sole. Ci proverò. Grazie."
"Non devi ringraziarmi," dissi. "Ora devo scappare o perdo il treno. Ci sentiamo domani."
Chiusi la chiamata e mi lasciai cadere sulla sedia. Fissai il mio spritz, ormai annacquato. Avevo fatto la cosa giusta. Avevo agito da guida. Avevo dispensato saggezza come se ne avessi da vendere. E mi sentivo un'ipocrita totale. Perché l'unica cosa che la mia anima mi stava urlando in quel momento era: "Molla tutto, corri da lui e digli che è perfetto così".
Eccola lì la sole crocerossina pronta a immolarsi per il suo paziente preferito.
Scolai lo spritz in un sorso solo, scacciando quelle immagine di me che, mi sorrideva in quell'immagine mentale. Decisamente, avevo bisogno di quella conferenza. E forse anche di un esorcista.