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Erano passati quasi tre mesi dalla partenza di Sofia. Tre mesi in cui l'autunno aveva iniziato a mordere le caviglie di Pavia, sbiadendo i colori dell'estate in una malinconia diffusa che si sposava alla perfezione con il mio umore. La cena del venerdì sera a casa dei miei, era diventata l'ennesimo campo di battaglia in cui cercavo di sopravvivere. Avevo deciso di andare solo perché non avevo voglia di cucinare e perché la solitudine, da quando Sofia non si era fatta più sentire dal Cairo, era diventata un'inquilina rumorosa e sgradita.
"Tesoro, hai un'aria terribile," sentenziò mia madre, Jasmine, passandomi l'insalata come se fosse un defibrillatore. La sua preoccupazione era un'arma affilata, un modo per dirmi "te l'avevo detto" senza dirlo. Il suo sguardo da istruttrice di Jaegeryoga mi passava ai raggi X, trovando ogni mia crepa energetica, ogni mio chakra disallineato.
"Grazie, mamma. Anche tu stai benissimo," risposi, con un sorriso che tirava più di un lifting mal riuscito.
Mio padre, come sempre, cercò di fare da paciere. "Jasmine, lasciala in pace. Ha avuto una settimana pesante."
Pesante era un eufemismo. La mia promozione a capo ufficio si era rivelata una trappola infernale. Riccardo, nella sua infinita fiducia nel mio "tocco magico", mi aveva scaricato addosso i casi umani più disperati dello studio. Quella settimana, in particolare, era stata un girone dantesco: un adolescente con tendenze piromani che mi spiegava con calma agghiacciante la bellezza estetica del fuoco; una donna in piena crisi matrimoniale che aveva sviluppato una dipendenza patologica dall'acquisto di nani da giardino; un manager depresso che parlava con il suo cactus. In più, il mio nuovo ruolo prevedeva la stesura di un resoconto giornaliero sul lavoro dei miei colleghi, un compito che mi faceva sentire un misto tra una spia del KGB e la maestrina dalla penna rossa, attirandomi le frecciatine passive-aggressive di tutto il team che non vedeva di buon occhio il mio nuovo ruolo da "carabiniere".
E poi c'era il gruppo di meditazione. O meglio, quello che ne restava. Dopo la partenza di Sofia, Marco e Pietro avevano deciso che il loro nuovo sport preferito era il tiro al bersaglio su ogni mia singola affermazione. Ogni intuizione che condividevo dopo le meditazioni veniva sezionata, analizzata e quasi sempre respinta con la sufficienza di due professori universitari che interrogano una matricola impreparata. Minacciavano di andarsene un giorno sì e l'altro pure, e io, onestamente, ero a un passo dal dirgli "prego, la porta è da quella parte". Mi sentivo una totale impostora, una custode incapace di custodire alcunché. L'unico che mi dava tregua era Francesco. Era diventato un'isola di calma in quel mare di critiche. Ascoltava, non giudicava, e nei suoi occhi vedevo una fiducia che mi faceva sentire ancora più in colpa per la mia inadeguatezza.
Mentre rimuginavo su tutto questo, sentii il telefono vibrare nella borsa. Lo tirai fuori. Un messaggio da Francesco. Il cuore mi fece un piccolo, stupido, balzo.
Ciao Sole. Scusa il disturbo. So che è stata una settimana pesante per te. Domani sera la band di Lucia suona al Social Club. Se ti va di distrarti un po'... ci farebbe piacere.
Lessi quel messaggio due, tre volte. Non era un semplice invito. Era una mano tesa. Aveva visto la mia fatica, la mia frustrazione. Il sottotesto era chiaro: Ti ho vista, so come ti senti, vieni a prendere una boccata d'aria. E qui iniziò il meraviglioso conflitto interiore, il parlamento della mia anima che si riuniva in seduta plenaria.
La Guida Spirituale: "Fantastico. Il mio primo atto da guru è andare a sentire un concerto rock. Cosa dovrei fare, dispensare benedizioni tra un assolo di chitarra e l'altro?"
La Psicologa: "Sta cercando un surrogato della figura di guida di Sofia. E sta testando i confini del nostro nuovo rapporto. Pericoloso."
La Donna: "Perché mi sento come se mi avesse appena invitata al ballo di fine anno? E perché sto pensando a cosa mettermi? No, Sole, no. Tu sei il tecnico delle luci. I tecnici delle luci non vanno ai concerti."
Ma quella sera, per la prima volta, ci fu una quarta voce. Quella di una ragazza semplicemente stanca, che aveva solo voglia di un po' di musica e di un sorriso amico. E quella voce, finalmente, mise a tacere tutte le altre.
Il Social Club era un locale piccolo, underground, situato in via Sardegna, proprio accanto allo scorrere scuro del Naviglio. Dentro, l'aria era densa e quasi irrespirabile. Un'unica sala con lunghi tavoloni di legno che la occupavano quasi per intero, lasciando solo un piccolo spazio davanti al palco per chi voleva ballare. Il bancone correva lungo tutto il lato del locale, assediato da una folla assetata. Quella sera, come sempre quando suonava Lucia, era pieno zeppo.
Arrivai che era quasi mezzanotte. La musica del Social Club mi colpì ancora prima di entrare, un'onda d'urto di bassi che faceva vibrare l'asfalto di via Sardegna. Mi feci largo tra la folla accalcata fuori, sentendomi vecchia di cent'anni, e venni inghiottita dal locale. Dentro, l'aria era una zuppa densa di calore, sudore e fumo. E poi, mentre mi avvicinavo al palco, la sentii.
Una voce. Potente, cristallina, intrisa di una malinconia graffiante, che tagliava il muro di suono degli strumenti come un bisturi. Stava cantando Heaven di Elisa, ma in un modo che non avevo mai sentito. Era arrivata a quel punto quasi recitato, a metà canzone, dove le parole diventano un flusso di coscienza ritmico. E mentre la sua voce principale scandiva le parole con una precisione rabbiosa, una seconda voce, più profonda e roca, quella della ragazza al basso, le faceva da contrappunto, creando un'armonia ipnotica e spezzata.
Now I know what is love, so listen to me...
E a cantare, con una passione e un'intensità che mi lasciarono senza fiato, era Lucia. Rimasi immobile, scioccata. Non era brava. Era magnetica. Sul palco, non era più la sorellina di Sofia; era una sacerdotessa rock, un animale da palcoscenico che si muoveva con una padronanza assoluta, gli occhi chiusi, persa nella sua stessa musica. La sua voce era un pugno nello stomaco e una carezza, tutto nello stesso istante. Era un talento puro, selvaggio, incontrollabile.
Quando la canzone finì, e il locale esplose in un applauso assordante, i miei occhi cercarono Francesco. Lo trovai appoggiato al bancone del bar da solo con in mano una birra. Mi vide e il suo volto si aprì in un sorriso così sincero e sollevato che sentii il peso della mia settimana terribile sciogliersi un po'.
Mi feci strada verso di lui. "È... è bravissima," riuscii solo a dire, ancora frastornata.
"Vero?" disse lui, gli occhi che brillavano d'orgoglio. "Volevo che la vedessi."
Proprio in quel momento, Lucia annunciò una pausa. Scese dal palco e ci corse incontro, gettando le braccia al collo di Francesco con un impeto quasi violento. Poi si voltò verso di me, il viso sudato e illuminato dall'adrenalina. Il suo sorriso si spense per un microsecondo, sostituito da un'espressione a metà tra la sorpresa e il sospetto. Un "ma che ci fa qui questa?".
"Sole..." disse, squadrandomi. "Tu sei l'amica di Sofia, giusto? Ci siamo viste una volta di sfuggita qui davanti, quella sera insieme a lei..."
Era stato un po' di tempo fa', quando avevo accompagnato Sofia, alla serata del concerto di Lucia, in occasione del suo compleanno. Quella sera era successo di tutto, poi però fu anche la sera in cui si misero assieme, lei e Francesco.
Una vocina dentro di me urlò: 'Molla tutto e fuggi finché sei in tempo!'. Ma ero venuta in pace. Quindi sfoderai il mio miglior sorriso da "psicologa-che-sa-il-fatto-suo", le feci un piccolo occhiolino complice, come a dire 'hey, qui siamo tutti amici, suvvia...' e risposi, lisciandole il pelo con una dose calcolata di complimenti. "Sì, sono io. E devo farti i miei complimenti. Quella parte rappata di Heaven... non pensavo si potesse fare così bene, con le due voci. Pazzesca."
La mia mossa funzionò. La diffidenza nei suoi occhi fu spazzata via da un'ondata di orgoglio. Mi rispose con un sorriso a ventiquattro denti, ma mentre lo faceva, strinse istintivamente il braccio di Francesco, tirandolo un po' più vicino a sé. Un gesto piccolo, quasi inconscio. Un abbraccio protettivo. Un modo per marcare il territorio. E io, ovviamente, lo notai.
Accanto a lei, come un'ombra elettrica, c'era un'altra ragazza. Era minuta, con due grandi occhi neri e un caschetto di capelli viola, tagliato con una precisione geometrica, la frangia dritta che le copriva quasi le sopracciglia. Sembrava uscita da un manga. Indossava una canottiera nera dei Rolling Stones, con la linguaccia rossa che spiccava sulla sua pelle bianchissima. Da sotto la canottiera, un enorme tatuaggio colorato di una tigre le artigliava la spalla. Completavano il look rock una gonna di jeans cortissima e degli stivaletti estivi borchiati. Aveva anelli su ogni dito e una tale quantità di bracciali e collane che probabilmente avrebbe fatto suonare un metal detector a dieci metri di distanza.
"Lei è Laura, la mia migliore amica," disse Lucia, con un gesto del capo. "Laura, lei è Sole, l'amica di mia sorella di cui ti parlavo."
Laura mi squadrò dalla testa ai piedi, con un'attenzione particolare al mio vestito. "Ciao," esordì, la sua voce leggermente rauca e carica di un sarcasmo affilato. "Come hai detto di chiamarti? Sole? Sei appena scappata da una riunione in Piazza Affari?"
Lucia le diede una gomitata. "Laura, smettila!".
Laura non mi sorrise. Si limitò a fare una smorfia. Poi afferrò Lucia per un braccio. "Lu, vieni un attimo, devo parlarti." La trascinò letteralmente in disparte, e iniziò a parlarle fitto. Da psicologa, notai ogni singolo segnale: il linguaggio del corpo protettivo, il modo in cui si era frapposta tra me e la sua amica, lo sguardo sospettoso che continuava a lanciarmi. Laura non mi vedeva come un'amica di famiglia. Mi vedeva come una minaccia.
"Non farci caso," disse la voce di Francesco, improvvisamente vicina, "Laura vede tutti come una minaccia, anche io non le sono mai stato simpatico,” disse come se fosse una cosa ovvia, anche se non lo era affatto. Ma cercai di non darci peso, e Francesco continuò, “mi ha sempre trattato malissimo..."
Durante la pausa, dagli altoparlanti del locale usciva della musica di sottofondo, ma il chiasso della gente era quasi assordante. Per farmi sentire, si era avvicinato, la sua bocca a pochi centimetri dal mio orecchio. Sentii il suo calore e il profumo della sua pelle mescolarsi a quello di birra e fumo. "Vuoi una birra?" urlò.
Annuii, grata. Mi portò una birra gelata e tornammo ad appoggiarci alla colonna.
"Laura," mi spiegò, avvicinandosi di nuovo al mio orecchio, "è la migliore amica di Lucia. E come vedi sono molto intime. È la ragazza di Edoardo, il mio migliore amico. E, per non farsi mancare niente, è anche l'ex del chitarrista, Jack."
"Ah," urlai di rimando. "Praticamente una telenovela, sembra quasi che mi stai descrivendo una puntata di Beautiful." E scoppiai a ridere, erano settimane che non ridevo così.
Lui rise. "Più o meno. Diciamo che è molto protettiva."
Ci fu una pausa. Poi si girò di nuovo verso di me. "Allora... ho notato che questa settimana le meditazioni si sono fatte un po' più tese del solito..." lasciando la frase sospesa nell'aria.
"Sì! Un disastro," ammisi, senza filtri. "Marco e Pietro sono diventati più pignoli di due professori di latino." Dissi cercando di essere più leggera di come in realtà mi sentivo.
Francesco annuì, comprensivo. "In effetti... sono... un po' troppo quadrati per un cerchio di meditazione," disse, facendo passare la sua riflessione come una battuta. "Non capiscono che non si tratta di avere ragione, ma di sentire."
Le sue parole mi sciolsero il cuore. Aveva capito tutto. Fui tentata di sfogarmi, ma poi mi tornarono in mente le parole di Sofia. ‘Mai parlare male degli altri, ognuno a suo modo fa il massimo che può con quello che ha.’
Mi avvicinai al suo orecchio, la mia spalla che sfiorava la sua. "Beh, a dire il vero non posso dargli torto," dissi, cercando di sovrastare la musica. "Non sono nemmeno sicura di essere adatta a fare quello che sto facendo." Dissi sminuendomi, e bevendo un sorso di birra.
Lui mi guardò con gli occhi seri per la prima volta quella sera. "Beh, per quello che conta, io ti trovo molto brava come insegnante, e mi fido del parere della nostra Guru. Se lei ti ha messo in quella posizione, vuol dire che è giusto che tu sia lì a ricoprire quel ruolo!". Lo disse con una foga e con un fuoco che mi scaldarono il cuore.
Mentre parlavamo, sentii uno sguardo puntato su di me. Mi girai. Dall'altra parte della sala, Laura mi stava fissando. Il suo radar emotivo era a piena potenza. Vedeva me e Francesco, così vicini da sfiorarci, che ci parlavemo all'orecchio. E nei suoi occhi non c'era curiosità, c'era un verdetto. In quell'istante, mi sentii esattamente come lei mi stava vedendo: la donna misteriosa, più grande, che voleva portare via il ragazzo alla sua migliore amica.
E una parte di me, piccola e terrorizzata, si chiese se, in fondo, non avesse ragione lei.
Intanto Lucia, dopo aver salutato la sua amica, salì sul palco per la seconda parte del concerto.
La pausa stava per finire. Francesco mi fece un cenno con la testa verso il palco. "Andiamo più avanti," urlò sopra il chiacchiericcio. Lo seguii, facendomi largo tra la gente, fino ad arrivare a pochi passi dal palco, ci fermammo vicino a Laura. Accanto a lei ora c'era un'altra ragazza, alta, bellissima, con una cascata di capelli ramati che le incorniciavano un viso dai lineamenti perfetti. Sembravano in grande confidenza. Notai che Francesco, pur essendo vicino, manteneva una sorta di "distanza di sicurezza" da loro, come se…non volesse mischiarsi a loro.
Fu la ragazza ramata a notarlo. I suoi occhi si illuminarono e lo salutò con un calore che mi sorprese. "Ciao Ale!" gridò Francesco di rimando, con un cenno della mano. Lei, invece di rispondere, fece un gesto con il capo nella mia direzione, un'occhiata interrogativa lanciata a Laura, che non rispose ma scosse il capo.
Perfetto, pensai, sentendo le guance avvampare. Adesso sono ufficialmente il nemico pubblico numero uno. Cercai di rassicurarmi: Calmati, Sole. Sono solo ragazze. Vedono una donna vestita in modo totalmente fuori contesto, forse un po' troppo vicina al ragazzo della loro amica. Istintivamente, feci un passo indietro, allontanandomi da Francesco, cercando di creare uno spazio che urlasse "non sono una minaccia".
La ragazza ramata, che ora capivo essere Alessia, si girò con noncuranza verso Lucy, che stava riprendendo il microfono, annunciando la prossima canzone.
"Ok, adesso suoniamo un pezzo di una band che stiamo provando ultimamente," disse, la sua voce che tornava quella della sacerdotessa rock. "Una voce potente e unica. Lei è Skin, loro sono gli Skunk Anansie, e questa è Charlie Big Potato!"
Poi si voltò, cercò lo sguardo di Francesco nella folla, gli sorrise e gli mandò un bacio volante. Un istante dopo, la chitarra di Jack esplose in un riff distorto, un muro di suono così violento e improvviso da farmi sussultare. Il basso iniziò a pulsare con una frequenza cupa, tribale, e la batteria entrò con una rullata secca, precisa, che sembrava un colpo di fucile.
Il cuore mi balzò in gola, sincronizzandosi all'istante con quel ritmo martellante. La folla impazzì, iniziando a muoversi come un'unica, grande onda. Le luci stroboscopiche iniziarono a tagliare il buio del locale, frammentando i volti, i sorrisi, gli sguardi. Per un attimo, chiusi gli occhi, e l'immagine si allargò, come in una ripresa aerea. Vidi il piccolo locale underground, un puntino di luce e rumore, e poi il nastro nero e silenzioso del Naviglio che scorreva proprio lì accanto, indifferente, portando con sé i segreti della notte.
Quando li riaprii, tutto era cambiato. Il mio lavoro, i miei problemi con il gruppo, la mia solitudine... tutto era svanito. Esisteva solo quel ritmo, quel basso che mi vibrava nelle ossa. Era come se un nuovo corso della mia vita fosse iniziato proprio in quel preciso istante, in quella sera di ottobre, al suono di quella canzone. Fui colpita da un senso di predestinazione così forte e così chiaro che quasi mi mancò il respiro. Non sapevo ancora dargli un contesto, non capivo cosa significasse. Ma una cosa la sapevo.
La mia strada, da quella sera, non sarebbe più stata la stessa.
Come se in quel breve istante, fosse stata sancita una nuova direzione.