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Creato il 30/05/2026, 13:35 · Aggiornato il 30/05/2026, 13:38

Capitolo 16: Capitolo 14: La Scelta

@bergadavideDavide
GeneraleCompleta

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La luce dei fari della mia Mini Verde tagliò il buio del parcheggio del Social Club. Vidi Sofia scendere e correre incontro a Lucia, che l'aspettava sulla soglia del locale come un faro nella nebbia. Si abbracciarono, due sorelle unite da un destino che potevo solo intuire. Rimasi a guardarle per un istante, e un sorriso spontaneo mi spuntò sulle labbra. Fino a poche settimane prima, mi sarei sentita come la "tassista cosmica", un pezzo della logistica. Ora, invece, mi sentivo come la regista dietro le quinte che si gode la scena, sapendo di aver contribuito a metterla in moto. Il mio ruolo era cambiato. Non ero più ai margini, ero il supporto. E andava benissimo così.

Stavo per mettere in moto e allontanarmi, lasciandole alla loro serata, quando vidi Sofia farmi un cenno, trascinando la sorella verso la mia macchina. Abbassai il finestrino, colta di sorpresa.

Lucia si materializzò al suo fianco, e fu come essere investiti da un'onda di energia pura. Aveva i capelli annodati in una coda alta e disordinata, indossava un top nero scollato senza spalline e un paio di shorts di jeans così corti e aderenti che sembrava li avessero cuciti addosso, mettendo in risalto le curve perfette del suo sedere. Ai piedi, un paio di anfibi neri in pelle che facevano a pugni con tutto il resto. Aveva gli stessi occhi verdi di Sofia, ma se quelli di Sofy erano pozze profonde di saggezza antica, quelli di Lucia erano un'esplosione di supernova. L'energia che emanava era travolgente.

Si staccò dalla sorella e si appoggiò al finestrino con una naturalezza disarmante, come se fossimo amiche da sempre. "Ciao! Io sono Lucia," disse, con un sorriso che avrebbe potuto sciogliere un iceberg. "Non entri a vederci suonare?". Lo chiese come se fosse una PR navigata e non la cantante del gruppo.

Ricambiai il sorriso, sentendomi improvvisamente goffa e fuori posto nel mio mondo di tailleur e psicologia. "Piacere, Sole. No, grazie, sono un po' stanca, ripasso un'altra volta."

Da dietro le spalle di Lucia, vidi Sofia farmi un occhiolino complice, un piccolo messaggio silenzioso che diceva "grazie". Poi mi salutò con un cenno della mano.

Misi in moto e mi allontanai, lasciandomi alle spalle quel piccolo concentrato di rock'n'roll e karma. Mentre guidavo, un pensiero ironico si fece strada nella mia mente. Il ragazzo della profezia, questo misterioso Francesco, non solo era al centro di un disegno cosmico, ma aveva anche fatto innamorare di sé una creatura così passionale e bella. Decisamente fortunato. E io che pensavo che il massimo della mia fortuna fosse trovare parcheggio in centro al sabato pomeriggio.

Mentre attraversavo il Ponte dell'Impero, le luci della città che si specchiavano sul Ticino, presi una decisione. Se dovevo essere solo un personaggio di supporto nella grande epopea di Sofia, allora tanto valeva che mi costruissi una trama tutta mia. Tirai fuori il telefono, ignorando per un attimo il volante. Trovai la chat di Giovanni, il "pavone mistico". Il suo ultimo messaggio era ancora lì, in attesa: "Allora, questa cena? Fammi sapere quando sei libera, guru in incognito ;)".

Digitai una risposta veloce, quasi senza pensarci, come per sigillare un patto con la normalità. "Domani sera sono libera. Sorprendimi."

Premetti "invio" prima che la mia parte saggia potesse fermarmi.

La sera dopo, Giovanni mi sorprese. Mi portò in un ristorante elegante in centro, uno di quelli con le tovaglie bianche e i camerieri che ti versano l'acqua come se stessero compiendo un rito sacro. Era affascinante, spiritoso, un conversatore brillante. Parlammo di lavoro, di psicologia, di viaggi. E per un po', riuscii quasi a dimenticare tutto il resto. Mi sentii di nuovo solo Sole Girardi, psicologa di successo, a cena con un uomo attraente. Semplice. Normale.

Il problema, come sempre, sorse quando la conversazione virò sul "spirituale". Iniziò a parlarmi di un seminario che avrebbe tenuto sulla "trasmutazione alchemica delle relazioni". Lo ascoltavo descrivere i suoi metodi con una tale auto-compiaciuta sicumera che sentii un brivido di disagio.

"Dovresti venire," mi disse, prendendomi la mano sopra il tavolo. "Potremmo fare pratica insieme."

Il suo sguardo si fece più intenso. "Anzi, potremmo iniziare anche stasera. Un po' di... 'meditazione speciale', solo io e te, a casa mia."

L'eufemismo era così palese che quasi scoppiai a ridere. Era un invito, neanche troppo velato. E una parte di me, quella stanca di sentirsi sempre ai margini di un disegno più grande, era tentata. Ma un'altra parte, più profonda, si ritrasse. "Grazie, Giovanni, è un pensiero gentile," risposi, sfilando la mano con delicatezza. "Ma per quella 'meditazione speciale' è ancora un po' presto. Ci conosciamo da troppo poco."

Lui non insistette, ma vidi un lampo di delusione nei suoi occhi. La serata si concluse con un bacio casto sulla soglia di casa mia. Mentre lo guardavo allontanarsi, capii che la mia scusa era solo una mezza verità. Non era troppo presto. Era semplicemente... sbagliato.

Invece di entrare, rimisi in moto la macchina. C'era solo un posto dove volevo essere. Dieci minuti dopo, stavo suonando al citofono di via Bernardino da Feltre.

Sofia mi aprì con indosso un pigiama di cotone e un'espressione stanca ma serena. "Lo sapevo che saresti venuta," disse, facendomi entrare con un piccolo sorriso, come se la mia comparsa notturna fosse la cosa più prevedibile del mondo.

Ci sedemmo in cucina, il silenzio rotto solo dal fischio del bollitore. Con la solita tisana fumante tra le mani, presi un respiro profondo e iniziai il mio resoconto. Le raccontai della cena, dei discorsi brillanti di Giovanni, della sua corte serrata. Le descrissi la mia sensazione di essere un'attrice che recita una parte scritta male, quella della "ragazza normale a un appuntamento normale". Lei mi ascoltò in silenzio, senza giudicare, limitandosi ad annuire di tanto in tanto, i suoi occhi verdi che non mi lasciavano un secondo.

"E poi," conclusi, cercando di dare un tono leggero alla cosa, "è arrivata la proposta indecente. Un invito per una... 'meditazione speciale' a casa sua." Feci le virgolette con le dita, con un'espressione di finto scandalo.

Sofia posò la sua tazza, e per la prima volta da quando avevo iniziato a parlare, un lampo di divertimento le attraversò lo sguardo. "Ah, la 'meditazione speciale'," disse, assaporando le parole. "Un grande classico. E la Dottoressa Girardi, capo ufficio e ricercatrice spirituale, cosa ha risposto?"

"Ho nicchiato, ovviamente," risposi, roteando gli occhi. "Ho tirato fuori la scusa del 'ci conosciamo da troppo poco'. Patetica. La verità è che non sapevo che fare. Una parte di me pensava 'e perché no?', l'altra voleva chiamare un esorcista."

Sofia mi guardò, e il suo sguardo si fece serio, ma non severo. Penetrante. "E perché saresti dovuta scappare? Cosa c'è di così spaventoso nel lasciarsi andare un po'?"

Rimasi spiazzata. Mi aspettavo un discorso sui chakra e sulla purezza energetica, non un'assoluzione. "Cosa? Ma come? Sei tu quella che mi fa la paternale sull'alcol che offusca i canali! E ora mi dici di lasciarmi andare con il primo 'pavone mistico' che mi offre una 'meditazione tantrica'?"

Lei sorrise, e fu un sorriso di una dolcezza disarmante. "Lasciarsi andare ogni tanto non è un peccato, Sole. Non c'è nulla di sbagliato nel corpo, nel desiderio, nella leggerezza. L'importante è un'altra cosa," disse, e si sporse leggermente verso di me. "È sapere sempre chi sei e cosa stai facendo. E tu, amica mia, mi sembri molto combattuta. Il vero motivo per cui hai detto di no... qual è?"

Quella domanda, così diretta, così precisa, fece crollare tutta la mia ironia. La mia maschera si sgretolò. Sospirai, sentendomi improvvisamente nuda.

"Perché lo sentivo vuoto," confessai, la voce ridotta a un sussurro. "Anche solo l'idea... mi sembrava un passo indietro. Un tradimento. Non verso di te, o verso il cammino. Un tradimento verso di me. Verso tutto quello che ho imparato in questi mesi, grazie a te. Ho passato anni a cercare di riempire i miei vuoti con cose esterne, con uomini, con esperienze superficiali. E ora... ora mi sembrava di tornare esattamente a quel punto. E non ce l'ho fatta. Non ci riesco più."

Non aggiunsi altro. Non ce n'era bisogno. Sofia si alzò, mi venne vicino e mi avvolse in un abbraccio. Non era un abbraccio di consolazione, ma di profonda, assoluta stima. Sentii la sua guancia contro i miei capelli.

"Non hai idea di quanto io ti stimi in questo momento," mi disse, la sua voce un balsamo. "Ci vuole una forza enorme per scegliere il proprio centro invece di una distrazione facile. Sei una donna fantastica, Sole. Non dimenticarlo mai.”

Ci staccammo da quell'abbraccio e per cambiare un po' argomento le chiesi: "E tu?" le chiesi, ansiosa di cambiare argomento. "La tua serata? Com'è andata la missione di infiltrazione tra gli adolescenti?"

Sofia sospirò, ma i suoi occhi si illuminarono. "È successo di tutto, Sole," iniziò. "Molto più di quanto potessi immaginare."

E iniziò a raccontare. Non fu un resosconto, fu un fiume in piena. Mi parlò del giorno dopo il concerto, di come avesse sentito il bisogno di meditare vicino al Ticino. E di come Francesco, quasi guidato da un filo invisibile, fosse apparso lì, sotto un salice piangente, con l'anima a pezzi. Mi raccontò del sogno di lui, quello potentissimo sulla barca con sua madre, e di come, a quel punto, gli avesse svelato tutta la storia della profezia del Bodhisattva.

"Gli hai detto tutto?" chiesi, sconvolta. "Così, in una volta sola?"

"Era il momento," rispose lei, con calma. "E non è tutto. Dopo la fuga dal locale, lui e Lucia si sono chiariti. Si sono messi insieme."

Rimasi senza parole. La missione stava accelerando a una velocità folle. E non era finita. Sofia mi raccontò del pranzo al Bar Italia con Lucia e suo padre Mario, e poi del pomeriggio, il momento più incredibile. "Sono andata a casa sua, Sole. A casa di Francesco. Gli ho portato il bracciale del Bodhisattva e mi sono offerta di diventare la sua Guru."

"E lui?" chiesi, il fiato sospeso.

"Ha accettato," concluse lei, con una semplicità disarmante.

Ascoltavo, e la mia cena elegante, il mio bacio casto, la mia "meditazione speciale" rifiutata, tutto mi sembrava appartenere a un'altra vita, una vita piccola e insignificante. Mentre lei muoveva i fili del destino, io sceglievo quale vino ordinare. La distanza tra i nostri mondi non era mai stata così vasta.

"E la sera siete andati tutti a cena da tuo padre, giusto?" chiesi, ricordando il piano.

"Sì. Ed è lì che ho capito quanto sarà complicato," confessò, la sua voce che si velava di preoccupazione per la prima volta. "Vederli insieme, Francesco e Lucia... la loro felicità è così nuova, così fragile. E io sono nel mezzo. La Guru di lui, la sorella di lei. Ogni mia parola, ogni mio gesto, può incrinare tutto."

Capii la portata del suo compito. Stava tenendo tra le mani il delicato equilibrio di due famiglie, di due cuori, di un destino che si stava svelando ora dopo ora .

Due giorni dopo, Sofia annunciò la meditazione al Parco della Vernavola. "Sarà potente," disse. E io sapevo che dovevo esserci. Non solo per lei, ma per me. Avevo bisogno di vedere. Avevo bisogno di capire.

Arrivammo insieme al Parco della Vernavola, io e Sofia. L'aria era tiepida, immobile, carica di un'attesa quasi elettrica. Vidi che c'erano già Marco e Pietro, le mie vecchie, care guardie del corpo filosofiche, seduti sull'erba a chiacchierare. Sofia camminava al mio fianco, ma era come se non fosse lì. Era silenziosa, lo sguardo perso in un punto lontano sopra gli alberi. Non era la solita calma concentrata che aveva prima di una meditazione; era diversa, come se stesse "macchinando qualcosa", sintonizzata su frequenze che solo lei poteva percepire.

"Tutto bene?" le chiesi, a bassa voce. "C'è qualcosa che non va? Sembri distante."

Lei si voltò verso di me, ma i suoi occhi verdi sembravano guardarmi da un altro universo. "Va tutto bene, Sole," rispose, la voce un sussurro. "Tutto quello che doveva essere fatto, è stato fatto. Ora ho solo un annuncio importante da dare al gruppo."

Quella frase, invece di rassicurarmi, mi mise addosso un'inquietudine sottile. Prima che potessi fare altre domande, vidi un ragazzo dai capelli scuri avvicinarsi a noi con un'aria un po' persa. Francesco. Lo riconobbi subito dalla descrizione di Sofia. Vidi la mia amica staccarsi da me e andargli incontro, il suo volto che si apriva in un sorriso radioso. Indossava un semplice abito di lino color avorio, e vederla così, eterea e calma, mentre accoglieva il "ragazzo della profezia", mi fece sentire come se stessi guardando una scena di un film di cui non conoscevo ancora il finale.

Li osservai da lontano. Vidi Sofia presentarlo agli altri, lo vidi sedersi nel cerchio. Poi lei gli parlò a bassa voce, gli mise una mano sulla spalla e lo avvolse in un abbraccio che, anche a distanza, percepii come qualcosa di più di un semplice saluto. Era un'investitura. Un passaggio di consegne. E io, seduta sul mio cuscino, mi sentii improvvisamente un'estranea nella mia stessa vita. Sapevo tutto, ora. Sapevo chi era quel ragazzo, cosa rappresentava, il peso che portava sulle spalle. E in lui, in quella sua ricerca disperata e sincera, vidi un riflesso della mia.

Sofia si sedette al centro del cerchio, la sua energia che sembrava quietare persino il ronzio delle zanzare. "Come sapete," iniziò, e la sua voce, seppur velata di tristezza, era ferma, "sono chiamata a intraprendere un nuovo viaggio. Una prova mi attende nel deserto."

Sentii un tuffo al cuore. Partiva. Di nuovo. E non ne sapevo nulla.

"Durante la mia assenza," continuò, e il suo sguardo si posò su di me con un'intensità che mi inchiodò al mio cuscino, "Sole guiderà il gruppo con la sua saggezza e la sua luce."

Il silenzio che seguì fu rotto solo dal mio respiro, che mi si era bloccato in gola. Io? Guidare il gruppo? Guardai gli altri, sbigottita. Marco e Pietro mi sorrisero, incoraggianti. Francesco mi lanciò uno sguardo carico di una fiducia che non sentivo assolutamente di meritare. Sofia mi stava praticamente scaricando addosso una responsabilità grande come una casa, annunciandolo al mondo come se fosse la cosa più ovvia.

Poi iniziò a recitare la Grande Invocazione. La sua voce crebbe di intensità, le parole antiche che vibravano nell'aria del tramonto. E mentre ascoltavo, la mia rabbia, il mio shock, la mia sensazione di inadeguatezza, tutto iniziò a sciogliersi. Sentii un'energia calda avvolgerci, una connessione profonda che legava tutti noi in quel piccolo cerchio, sulle rive di un laghetto di Pavia. In quel momento, l'immagine di Giovanni, con la sua parlantina brillante e le sue verità preconfezionate, mi apparve per quello che era: un'illusione. Una bellissima, affascinante, vuota illusione. L'incontro con l'autenticità di Francesco, la responsabilità che Sofia mi aveva appena affidato, la potenza di quel momento... tutto mi stava urlando che non potevo più fingere.

Quando la meditazione finì, il gruppo si sciolse lentamente. Vidi Sofia avvicinarsi a Francesco, prendergli le mani, dirgli ancora qualche parola. Io mi alzai, in silenzio. Non avevo bisogno di parlare con lei. Avevo capito tutto.

Mi incamminai verso la mia macchina, che mi aspettava poco distante. Mentre cercavo le chiavi nella borsa, riflettevo. Sofia non mi aveva solo affidato un gruppo. Mi aveva affidato una missione, costringendomi a fare un passo avanti, a smettere di essere solo il "supporto" e a diventare una guida. E per farlo, dovevo essere intera. Non potevo più permettermi di vivere una doppia vita.

Presi il telefono. Sullo schermo, c'era un messaggio di Giovanni: "Allora? Finito il rito voodoo? Domani sera ti porto a cena fuori, ho prenotato nel nostro posto preferito."

Lessi quel messaggio e, per la prima volta, non sentii ansia o senso di colpa. Sentii solo una calma glaciale. Presi il telefono e, senza esitazione, scrissi la risposta. "Giovanni, dobbiamo parlare. Domani mattina. Ma non a cena..."

Avevo scelto. E anche se non sapevo dove mi avrebbe portato quel sentiero, sapevo, per la prima volta dopo tanto tempo, di essere di nuovo sulla mia strada.

Accompagnai Sofia a casa. Parcheggiai in doppia fila in Piazza della Minerva. Durante il tragitto dalla Vernavola avevo cercato, tra il serio e il faceto, di autoinvitarmi per la solita tisana, ma lei si era scusata. "Sono molto stanca, Sole. Ci vediamo domani, ok?" mi aveva detto con un sorriso tirato. Era così da un po' di giorni: stanca, distante.

La lasciai scendere con un rapido saluto. Mentre ripartivo e attraversavo il Ponte dell'Impero, con le luci del Borgo che mi venivano incontro, i pensieri iniziarono a vorticare. Durante la meditazione, Sofia aveva sganciato la bomba sulla partenza per l'Egitto e non mi aveva mai detto nulla. E poi, quella follia di lasciarmi il gruppo. Io, guidare il gruppo in sua assenza? Perché? L'indomani, mi ripromisi, sarei andata più a fondo in quella storia. Doveva darmi delle spiegazioni.

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