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La confessione di Sofia era stata come un K.O. tecnico al mio ego. Mentre mi dirigevo verso la porta, sentendomi finalmente in pace, non ero più la psicologa, la discepola o la nota a piè di pagina. Ero tornata a essere Sole. E andava benissimo così. Ovviamente, l'universo aveva altri piani per la mia serata tranquilla. Il campanello suonò, e quando aprii la porta mi trovai di fronte il comitato di benvenuto per il Messia tornato dall'esilio: Michele, Luca e Marco. Tre paia di occhi adoranti puntati oltre la mia spalla, in cerca della loro stella polare.
Sospirai, rivolgendo un'occhiata a Sofia. Lei inarcò un sopracciglio con un'espressione che diceva "Scusa".
Va bene, pensai, raddrizzando le spalle. Se devo fare il braccio destro del Dharma, tanto vale iniziare a comportarmi come tale.
«Ragazzi, che sorpresa,» dissi, sfoderando il mio miglior sorriso da padrona di casa del tempio. «Entrate, Sofia stava per prendersi una pausa, ma un tè non si rifiuta a nessuno.»
Li feci accomodare nel cerchio di cuscini che ormai conoscevo come le mie tasche e andai a mettere su l'acqua, sentendomi una strana via di mezzo tra una vestale e una cameriera. Il primo a partire, manco a dirlo, fu Michele. Stese sul tavolino una quantità di fogli che avrebbero fatto impallidire la mia dichiarazione dei redditi.
«Allora, ho prenotato tutto! Domani sera parto per Milano, poi volo su Dubai e infine Calcutta!»
Lo guardai mentre illustrava il suo piano con un fervore quasi commovente. Io, per andare in India, avevo semplicemente comprato un biglietto a caso sperando di non finire in un film dell'orrore. Lui aveva pianificato tutto come uno sbarco in Normandia, con tanto di approvazione papale firmata Sofia. Annuii, dispensando consigli pratici sul monsone e sulla dubbia affidabilità dei treni indiani, sentendomi incredibilmente saggia.
Poi fu il turno di Luca e Marco, i reduci dell'Amazzonia. Raccontarono di visioni, di serpenti cosmici e di come Sofia, con un canto, avesse placato quella che sembrava una crisi collettiva da acido andato a male.
«È stata incredibile,» concluse Luca, con gli occhi sognanti.
Certo, pensai sorseggiando la mia tisana. La mia amica, la popstar della sciamanica. Non c'era più invidia nel mio pensiero, solo una sorta di orgoglio divertito. Era come essere l'amica d'infanzia di una rockstar: la gente vede solo il palco, ma tu sai che da piccola rubava le merendine all'asilo.
Proprio in quel momento, Sofia fece il suo ingresso. Si era legata i capelli, e la stanchezza era svanita, sostituita da quell'energia calma e centrata che avevo imparato a riconoscere. La sua "tenuta da guru" era di nuovo al suo posto. Ma stavolta, invece di farmi paura, mi fece quasi tenerezza. Era la sua armatura.
Salutò tutti, dispensando sorrisi e consigli mirati. Poi, delineò il piano per quella sera, che era quella del compleanno di Lucia. Invitò Luca e Marco al concerto, e infine i suoi occhi verdi trovarono i miei.
«Sole, sta sera avrò bisogno di te,» disse, e il tono non era quello della guru, ma quello della complice. «Devo vedermi con Francesco in pizzeria prima del concerto. È un momento delicato. Potresti venirmi a prendere dopo, verso le otto e mezza, così andiamo insieme in stazione a salutare Michele?»
Eccola lì. La promozione. Da autista Uber del Dharma a complice ufficiale in destabilizzazione di destini.
«Certo,» risposi, cercando di sembrare professionale.
«E dopo... verrai al concerto?»
Scossi la testa. «No, visita al San Matteo la mattina dopo. Passo.» La scusa era reale, ma ora suonava diversamente. Non era un'esclusione, era una divisione di compiti. Io facevo il supporto logistico, lei la funambola sul filo del karma altrui.
Quella sera dopo, ero parcheggiata in doppia fila di fianco al Castello, con le quattro frecce che lampeggiavano a un ritmo quasi ipnotico. Avevo spento la radio per godermi il silenzio, un lusso raro in quelle giornate così dense di eventi. Mentre aspettavo Sofia, impegnata nella sua opera di riprogrammazione karmica in una pizzeria lì vicino, il mio telefono vibrò sul sedile del passeggero, illuminandosi.
Era un messaggio da un numero che non avevo in rubrica, ma che riconobbi subito dalla foto profilo: un primo piano di due occhi azzurri così penetranti da sembrare ritoccati e, sullo sfondo, un tramonto su una spiaggia esotica. Giovanni.
Giovanni era il fiore all'occhiello del nostro corso di Raja Yoga, il discepolo preferito di Graziano. Un metro e novanta di muscoli scolpiti, capelli neri lunghi che riusciva a legare in un codino perfetto senza sembrare ridicolo, e una cultura sui Veda che avrebbe fatto impallidire un bramino. Ed era, senza ombra di dubbio, il ragazzo più saccente che avessi mai conosciuto. Quello che aveva sempre la citazione giusta di Patañjali, che correggeva la tua pronuncia del sanscrito e che, durante le condivisioni di gruppo, parlava sempre per primo, come se la sua esperienza fosse l'unica a contare davvero. In sintesi: un pavone mistico. Un bellissimo, insopportabile pavone mistico.
Sbloccai il telefono, un sorrisetto a incresparmi le labbra.
Giovanni: Ciao Sole. Sento che la tua energia è tornata a vibrare a Pavia. Il cosmo mi ha suggerito di scriverti.
Risi da sola in macchina. Il cosmo, certo. O forse il fatto che mi aveva vista quella mattina in piazza con Sofia.
Io: Ciao Giovanni. Strano, il mio cosmo è muto da giorni. Deve avere problemi di ricezione. Come stai?
La risposta fu istantanea.
Giovanni: Sto allineando i miei chakra, come sempre ;) Ma starei meglio se li allineassi cenando con te. Domani sera sei libera? Conosco un posto vegano dove servono un curry di lenticchie che ti apre il terzo occhio.
Rimasi a fissare il messaggio, un misto di divertimento e panico che mi faceva le bolle nello stomaco. Da un lato, dovevo ammetterlo, la cosa mi lusingava. Dopo il disastro emotivo del Maestro Kenshiro, avevo sigillato il reparto "relazioni sentimentali" con del nastro isolante e un cartello "lavori in corso a tempo indeterminato". L'idea che qualcuno, mi stesse facendo la corte in modo così sfacciato era una piacevole, e terrificante, novità. Una parte di me, quella più vanitosa e affamata di normalità, stava già scegliendo cosa mettersi.
Ma l'altra parte, quella più saggia e traumatizzata, stava già suonando tutte le sirene d'allarme. Una cena. Un ragazzo. Delle aspettative. No, no, no! Non ero pronta. L'idea di sedermi a un tavolo e ascoltare Giovanni che mi spiegava l'origine karmica del coriandolo nel suo curry mi fece venire l'orticaria.
Era questa la vera ragione per cui non sarei andata al concerto di Lucia. La scusa della visita al San Matteo era reale, per carità, ma avrei potuto tranquillamente rimandarla. La verità era che avevo bisogno di una serata per stare da sola, per digerire la valanga di eventi di quei giorni e, soprattutto, per decidere cosa rispondere a quel messaggio. Non potevo affrontare un concerto affollato con quel tarlo nella testa.
Digitai una risposta, cercando di essere gentile ma non troppo incoraggiante.
Io: Wow, un'offerta che scuote i chakra! Domani sera purtroppo non posso, ho un impegno. Ti faccio sapere io nei prossimi giorni, ok?
"Ti faccio sapere io". Il classico modo gentile per dire "probabilmente mai".
Spensi lo schermo e mi appoggiai al sedile, chiudendo gli occhi. La mia vita, con le sue promozioni, le sue scartoffie e i suoi corteggiatori spirituali un po' goffi, mi sembrò improvvisamente la cosa più complicata e rassicurante del mondo. Altro che profezie e patatine fritte.
Il mio pollice danzava sullo schermo, e un sorriso da ebete era stampato sulla mia faccia.
Giovanni, sentendosi evidentemente incoraggiato dalla mia risposta vaga, aveva aperto le cateratte dei complimenti. A suo dire, non ero solo una ragazza con un'energia vibrante, ma ero anche "incredibilmente centrata", una qualità che, a suo parere, mi poneva "su un piano di consapevolezza superiore" rispetto agli altri compagni del corso. Certo, come no. Aveva anche aggiunto un commento sul mio modo di vestire, definendolo "un'espressione di eleganza karmica". Non avevo idea di cosa significasse, ma suonava bene. Stavo per digitare un'altra risposta evasiva e civettuola quando la portiera del passeggero si aprì di scatto.
Sobbalzai, quasi facendo cadere il telefono. Era Sofia.
Non disse una parola. Salì in macchina e chiuse la portiera, ma invece di guardare avanti, si voltò completamente verso di me. Il sorriso mi si congelò sulle labbra. Mi sentii come un'adolescente beccata a chattare durante l'ora di matematica. I suoi occhi, al buio dell'abitacolo, sembravano due fanali verdi, due scanner laser che mi stavano facendo una TAC all'anima. Sentii il loro fascio di luce passare dal mio sorriso colpevole, al telefono ancora illuminato nella mia mano, e di nuovo sul mio viso. Erano le stesse sonde che usava quando indossava la sua "tenuta da guru", ma stavolta c'era qualcosa di diverso. Un lampo. Un guizzo quasi... malizioso.
Poi, accadde l'impensabile. Un sorrisetto le increspò le labbra. Inclinò leggermente la testa, e con un tono di voce che non le avevo mai sentito usare, una tonalità così deliberatamente civettuola e terrena da suonare quasi come una parolaccia in bocca a un bambino di cinque anni, chiese:
«Tutto bene? Qualche ragazzo all'orizzonte?»
Rimasi spiazzata, colta in flagrante con un sorriso da ebete e il telefono in mano come un corpo del reato. La domanda di Sofia, con quella sua nuova tonalità civettuola, mi fece sentire come se avessi di nuovo quattordici anni e mia madre mi avesse appena beccata a scrivere il nome di un ragazzo sull'astuccio. Un'ondata di calore mi salì alle guance, un misto di imbarazzo e di fastidio per la sua infallibile capacità di leggermi dentro.
Sospirai, spegnendo lo schermo del telefono e gettandolo sul sedile. Tanto valeva confessare.
«Nessun ragazzo all'orizzonte,» precisai, cercando di ritrovare un briciolo di contegno. «Più che altro, un pavone mistico. Si chiama Giovanni, era con me al corso di Raja Yoga da Graziano.»
Feci una pausa, cercando le parole giuste per descrivere un personaggio del genere.
«Presente il classico primo della classe? Quello che sa tutto lui, che ha sempre la citazione giusta e che se non stai attenta ti spiega l'origine karmica della tua insalata? Ecco, lui. Però, lo ammetto, è anche un gran bel ragazzo, di quelli che sembrano usciti da una pubblicità di profumi. E...» esitai, sentendomi di nuovo un'adolescente. «...mi ha invitato a cena.»
Sofia mi guardò, e per un attimo la guru scomparve del tutto, lasciando il posto a una ragazza divertita, gasata dall'adrenalina della sua missione appena compiuta. Sbucò un sorrisetto sornione sulle sue labbra, e sbatté lentamente le palpebre, come se stesse mettendo a fuoco un dettaglio particolarmente succoso.
«Beh,» disse, con quella stessa, irritante ironia civettuola di prima, «se ti ha invitato a cena, tocca andarci, giusto?»
Il suo tono era leggero, ma la domanda era una piccola frecciatina lanciata con perizia. Rimasi in silenzio, stretta in quella strana morsa tra il fastidio di essere stata scoperta e il calore di un'amica che ti prende in giro per un ragazzo. Decisi che la ritirata strategica era l'opzione migliore. Accesi il motore, il rombo improvviso che ruppe la nostra bolla di intimità.
«Allora,» dissi, innestando la prima e guardando fisso la strada davanti a me. «Com'è andata in pizzeria? Hai servito al Prescelto una porzione di Dharma con supplemento di mozzarella?»
La mia domanda, volutamente brusca, ebbe l'effetto di un interruttore. Il sorrisetto sornione svanì dalle labbra di Sofia all'istante. La ragazza civettuola che mi stava prendendo in giro per un ragazzo scomparve, risucchiata da qualche parte dentro di lei, e al suo posto riemerse la Maestra. Il cambiamento fu così rapido e totale da darmi quasi le vertigini. I suoi occhi persero quella luce maliziosa e tornarono a essere quelli che conoscevo: profondi, calmi, concentrati. Era di nuovo il chirurgo che aveva appena terminato un'operazione complessa, e ora stava analizzando i risultati.
Si appoggiò allo schienale, lo sguardo perso oltre il parabrezza, verso le luci della città che scorrevano via.
«Tutti i tasselli stanno andando al loro posto,» disse, la sua voce di nuovo piana, quasi un mormorio. Poi si voltò verso di me, e in quel momento capii che la ricreazione era finita. «Ma è stato delicato. Molto delicato.»
«Misteriosa come sempre,» borbottai, dirigendomi verso la stazione.
Il saluto a Michele fu veloce e dolce. Vederlo partire, con il suo zaino enorme e gli occhi pieni di speranza, mi strinse il cuore. Sofia lo abbracciò e gli sussurrò qualcosa all'orecchio, e io feci finta di guardare il tabellone delle partenze per dare loro un po' di privacy.
Poi di nuovo in macchina, direzione Social Bistrot.
«Devo passare da casa a cambiarmi,» annunciò Sofia all'improvviso.
La guardai. «Ah, certo. Si passa all'abito da scena per il secondo atto.»
Lei rise, una risata genuina. «Qualcosa del genere. Devo cambiare l'energia.»
L'aspettai in macchina mentre saliva e scendeva. Quando tornò, indossava un vestito etnico che la faceva sembrare appena uscita da un documentario sul misticismo orientale.
«Perfetto,» commentai. «Adesso il povero Francesco non avrà scampo.»
La lasciai davanti all'entrata del locale, da cui proveniva una musica assordante.
«Sei sicura di non voler entrare?» mi chiese, un'ultima volta.
Scossi la testa. «No, il mio compito per stasera finisce qui. Tu vai a travolgere destini, io vado a dormire. Chiamami se hai bisogno di un autista per la fuga.»
Lei mi sorrise, un sorriso che conteneva tutto: gratitudine, affetto, e la consapevolezza del nostro strano, incasinato, perfetto equilibrio.
Mentre si allontanava per raggiungere Lucia e gli altri, la guardai entrare nel locale. Non provai neanche un briciolo di invidia. Ero esattamente dove dovevo essere: fuori dalla mischia, a motore acceso, pronta a fare da scudo, da taxi, da ancora di salvezza. Ero il suo supporto incorruttibile. E, per la prima volta, capii che non c'era ruolo più importante di quello.