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Creato il 30/05/2026, 13:35 · Aggiornato il 30/05/2026, 13:38

Capitolo 17: Capitolo 15 - Il sapore del veleno

@bergadavideDavide
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Non avevo dormito per tutta la notte. Le parole di Sofia alla Vernavola mi erano rimbalzate in testa come una pallina impazzita in un flipper: partirò, deserto, Sole guiderà il gruppo. Ogni volta che chiudevo gli occhi, vedevo la sua espressione calma mentre sganciava una bomba sulla mia vita, come se mi stesse annunciando il menu della cena. La rabbia, inizialmente un piccolo seme di incredulità, era cresciuta per ore, diventando un albero immenso e soffocante di frustrazione.

La mattina dopo, ho rotto la mia promessa. Quella che avevo fatto a me stessa la sera prima, mentre guidavo verso casa, sentendomi investita di un ruolo sacro. La promessa di essere una guida saggia, un supporto incrollabile. L'ho rotta con una telefonata a Riccardo in cui, con la voce più malata che riuscii a produrre, mi presi il giorno libero. Non c'era saggezza in me, quel giorno. C'era solo un vulcano che stava per eruttare.

Mi presentai a casa di Sofia senza preavviso. Bussai alla porta con una forza che tradiva il mio stato d'animo. Quando mi aprì, era la solita immagine della pace: scalza, con una tazza di tè fumante in mano e un sorriso sereno. Ma il mio viso, evidentemente, non era altrettanto sereno.

"Sole? Che ci fai qui? Stai bene?" chiese, la sua espressione che mutava dalla sorpresa alla preoccupazione.

Entrai senza nemmeno rispondere, attraversai il salotto e mi piazzai in mezzo alla stanza, il cuore che mi martellava nel petto. Lei mi seguì, posando la tazza.

"Sofia, dobbiamo parlare," dissi, e la mia voce suonò più dura di quanto volessi.

"Certo," rispose lei, calma. "Siediti, ti preparo una..."

"Non voglio una tisana!" sbottai, e la mia voce si alzò di un'ottava, sorprendendo entrambe. "Voglio delle risposte. Voglio che per una volta tu smetta di fare la Maestra ascesa e mi tratti come un essere umano."

Sofia rimase in silenzio, colpita. Si appoggiò alla libreria, incrociando le braccia, in attesa.

"Non ci posso credere," continuai, iniziando a camminare avanti e indietro per la stanza come un animale in gabbia. "Semplicemente non ci posso credere. Un'altra volta, Sofy. Un'altra volta te ne vai, e io lo vengo a sapere insieme a degli sconosciuti in un parco? Come se fossi una del pubblico? Dopo tutto quello che abbiamo passato? Dopo l'India? Dopo tutto quello che ho fatto per te in questi mesi?"

"Sole, era il momento giusto per dirlo a tutti," tentò di spiegare lei, con la sua solita calma.

"No! Non provare a usare con me il tuo linguaggio da guru!" quasi le urlai contro, puntandole un dito addosso. "Non era il 'momento giusto', era il tuo momento giusto! Non ti è passato nemmeno per l'anticamera del cervello che forse, e dico forse, la tua migliore amica, la persona che ti fa da spalla, da autista, da segretaria, avrebbe meritato di saperlo in privato? O almeno con un minimo di preavviso?"

Mentre le parole mi uscivano di bocca, un pensiero orribile mi attraversò la mente: sembro una bambina capricciosa a cui la mamma sta dicendo che deve partire per un lungo viaggio. La consapevolezza mi fece sentire ancora più ridicola, e la rabbia crebbe per mascherare la vergogna.

"E la parte migliore? La ciliegina sulla torta?" continuai, la voce che si incrinava. "'Durante la mia assenza, Sole guiderà il gruppo'. Grazie! Grazie mille per la promozione! Non me l'hai nemmeno chiesto! Hai deciso tu per me, per la mia vita, per il mio tempo, come se fossi una pedina sulla tua dannata scacchiera cosmica! Tu muovi i pezzi, sposti i destini, e io dovrei semplicemente dire 'sì, Maestra' e obbedire?"

"Non è così, Sole, io ho una fiducia immensa in te, so che sei pronta," disse lei, e la sua voce era ferma, ma sentii una nota di difesa.

"Ma non si tratta di essere pronta!" esplosi. "Si tratta di rispetto! Si tratta di amicizia! Ti fidi così tanto di me da mollarmi addosso un gruppo di persone con i loro drammi e le loro crisi, ma non ti fidi abbastanza da dirmi 'Ehi, Sole, sto per partire per il deserto, ti andrebbe di darmi una mano?'.

"È così che parlano le amiche, Sofia! Non emettono decreti durante una meditazione di gruppo!"

Quando finii di sputare il mio veleno addosso alla mia amica, rimasi lì, in mezzo al suo salotto, ansimando. Il petto mi si alzava e si abbassava veloce, con il fiato pesante, come se avessi corso una maratona. Sentivo i pugni stretti lungo i fianchi, le braccia tese e vibranti per la tensione. Una lacrima solitaria, calda e rabbiosa, mi rigava la guancia, ma i miei occhi erano ancora fissi nei suoi, rossi e carichi di una sfida che non sapevo nemmeno di possedere.

E poi li vidi.

Non erano più gli occhi della mia amica, feriti e sorpresi. Erano loro. Implacabili. Gli Occhi da Guru. Non c'era giudizio nel suo sguardo, né rabbia. C'era solo una calma abissale, una profondità che sembrava guardarmi non in superficie, ma direttamente nell'anima, vedendo ogni mia insicurezza, ogni mia paura, ogni mio capriccio. E in un istante, tutta la mia rabbia si sgonfiò, lasciando il posto a un'umiliazione gelida. Sole, hai esagerato, mi dissi, e la mia stessa voce interiore suonò patetica.

Lei si avvicinò, in silenzio, con quella sua grazia lenta che in quel momento mi sembrò l'incedere di un giudice. Ogni suo passo era una condanna silenziosa che mi faceva sentire piccola, viziata, una bambina che ha appena fatto i capricci perché la mamma non le ha comprato un giocattolo.

Arrivò di fronte a me e, sempre in silenzio, mi mise una mano sul petto, proprio sopra il cuore che martellava all'impazzata. Il suo tocco era caldo, fermo. Non era un gesto di consolazione, ma di centratura, come a dire: "Torna qui. Torna a te stessa".

E poi mi abbracciò.

Fu un abbraccio che conteneva tutto: il perdono, la comprensione, la stima. E io, sentendo le sue braccia avvolgermi, crollai. Tutta la mia forza, tutta la mia rabbia, tutta la mia finta sicurezza si sciolsero come neve al sole. E scoppiai a piangere. Un pianto disperato, liberatorio, singhiozzante, come non facevo da anni, la testa affondata nella sua spalla, finalmente a casa.

Ma quell'abbraccio seppure mi diede conforto ebbi un’ atro momento di debolezza.

Caddi in ginocchio. Le gambe non riuscivano più a reggermi, si piegarono sotto il peso di una frustrazione che era diventata improvvisamente insopportabile. Mi aggrappai alle sue gambe, il viso premuto contro il cotone morbido dei suoi pantaloni, e lasciai che tutto uscisse.

Lei mi lasciò sfogare. Rimase lì, ferma come una quercia, mentre io venivo scossa da ondate di singhiozzi. Non cedette, non indietreggiò, non cercò di fermarmi o di consolarmi con parole vuote. Si limitò a essere presente, un'ancora silenziosa nel mio mare in tempesta. Durò un tempo che mi parve infinito. Ogni lacrima che usciva era una settimana di dubbi, ogni singhiozzo era un'oncia di solitudine, ogni spasmo era la paura di non essere abbastanza. A memoria, non avevo mai avuto nella mia vita un momento di tale, totale, devastante frustrazione.

Poi, quando le lacrime finirono, quando rimase solo il silenzio e il tremore del mio corpo svuotato, sentii la sua mano posarsi sulla mia nuca. Il suo tocco era caldo, fermo, e mandò un'onda di calma attraverso tutto il mio sistema nervoso. La sua voce, quando parlò, non era più quella della mia amica. Era un ordine, così potente e così puro che non potei fare altro che obbedire.

Con infinita dolcezza, disse: "Sole, alzati.”

Non avevo il coraggio di affrontare i suoi occhi, e il mio viso, anche una volta in piedi, rimaneva ostinatamente rivolto verso il pavimento, studiando le venature del legno come se contenessero la risposta a tutto. Mi sentivo svuotata, umiliata, una bambina in attesa della punizione dopo un capriccio colossale. Mi aspettavo un rimprovero, una lezione, un silenzio carico di delusione.

Invece, la sua voce, calma e terribilmente serena, pronunciò una frase che non mi consolò, ma mi frantumò e mi ricompose in un istante.

"Finalmente," disse. "Adesso sei pronta.”

Lei esalò un espiro di sofferenza e poi disse: "Solo esprimendo il proprio dolore si può superarlo," disse, la sua voce calma che riempiva il silenzio carico di tensione. "Solo guardando dentro gli abissi del proprio cuore si può trovare il modo per tornare alla luce."

Respirava piano, come se anche solo un respiro troppo forte potesse incrinare quella fiebile pace che si era creata dopo la tempesta. Poi continuò.

"Non posso costringerti a fare nulla che tu non voglia fare. Abbiamo una settimana, e in questa settimana, se vorrai, ti darò gli strumenti per affrontare la prova che ti attende."

Sentii la sua mano posarsi sotto al mio mento. Con una delicatezza infinita, mi fece alzare la testa che ostinatamente stava rivelando, come farebbe un critico d'arte, ogni singola imperfezione del parquet.

Dentro l'iride verde dei suoi occhi, quegli straordinari strumenti di tortura, vidi tutta la forza che nessuna parola poteva esprimere. Vidi la cessazione possibile di ogni sofferenza. Furono un miracolo che sfugge ad ogni regola umanamente concepibile.

Non potei dire altro. Le parole mi uscirono di bocca prima ancora che il mio cervello potesse registrarle.

"Sì, maestra, sono pronta!"

Fu un breve istante, o forse fu solo la mia immaginazione, ma i suoi occhi intristirono improvvisamente per poi tornare calmi e sereni, e le sue spalle sembravano incurvarsi sotto ad un peso invisibile, ma fu una cosa così fugace e passeggera che pensai di essermela immaginata. Non seppi mai perché le risposi in quel modo, ma fu istintivo. E, per la prima volta, vero.

Sofia mantenne la sua promessa. Per sette giorni, divenne la mia ombra, la mia coscienza, la mia guida implacabile. Il programma era ferreo, quasi militare: tre sessioni di meditazione al giorno, un'ora alla volta. Mattina, mezzogiorno, sera. Non c'erano le nostre solite chiacchiere, non c'erano le tisane fumanti o gli abbracci confortanti. C'era solo il silenzio, interrotto dalla sua voce che mi guidava negli abissi più oscuri di me stessa. Fu un'esperienza dura, totalizzante. Mi rivoltò come un calzino, costringendomi a lavare via anni di insicurezze e a indossare una pelle nuova, più forte.

Poi, al mezzogiorno dell'ultima giornata disponibile, il giorno prima della nostra partenza per Malpensa, la sua voce ruppe il silenzio con una domanda che era anche una rivelazione.

«La vedi quella luce? La senti quella pace? È la tua anima» disse, con una calma ultraterrena. «Lascia che la tua coscienza risieda stabilmente in quello spazio e sentirai la voce del silenzio avvolgerti».

Seguii le sue parole e accadde. Fu un'unione con un silenzio pieno, ineluttabile. Fui in grado di sentire il respiro del mondo nei miei polmoni, ero tutto ed ero tutti. Vidi il sole e le stelle danzare all'interno del mio stesso essere. Durò un battito di ciglia, un respiro flebile, ma raggiunsi per un breve istante, per un singolo battito di cuore, quello che i Veda definiscono Samadhi.

In quell'attimo capii. Capii perché lei era sempre così in pace, perché sembrava immune alle tempeste della vita. Lei risiedeva stabilmente in quella dimensione. E la mia stima verso la mia maestra divenne totale, come totale fu la resa alla sua visione. Ma in quella chiarezza abbagliante, vidi anche un'altra verità, più antica e dolorosa. Per tutta la vita avevo cercato quella stessa pace negli occhi di un'altra maestra: mia madre. Avevo scambiato la sua disciplina ferrea per saggezza, il suo controllo per amore, la sua approvazione per illuminazione. Jasmine mi aveva insegnato la mappa, ma Sofia mi aveva mostrato la destinazione. E ora, per la prima volta, sentivo di poter camminare da sola. Il cordone ombelicale, quello spirituale, si era finalmente spezzato.

Quella settimana fu un immersione totale. Le mie giornate erano scandite da un ritmo nuovo, quasi surreale. Di giorno, la psicologa in carriera nel suo studio di Piazza della Vittoria. La notte, l'allieva ascetica sotto la guida implacabile di Sofia. E in quello strano crepuscolo tra i due mondi, alle cinque e mezza del pomeriggio, c'era il mio nuovo ruolo: la guida.

Per quattro sere, radunai il piccolo gruppo alla Vernavola. La prima volta mi tremava la voce. Mi sentivo un'impostora, seduta al posto che era sempre stato di Sofia, con gli occhi di Marco, Pietro e persino di Francesco puntati su di me. Ma poi chiusi i miei, respirai e lasciai che le parole di Sofia, quelle che mi avevano appena rivoltato l'anima, fluissero attraverso di me. Non cercai di imitarla. Fui semplicemente me stessa: diretta, concreta, ancorata a quella piccola scintilla di Samadhi che avevo toccato. E funzionò. Giorno dopo giorno, sentivo la fiducia del gruppo crescere insieme alla mia. Non ero più solo il "supporto", ero un punto di riferimento. Un piccolo, tremolante, ma autentico faro.

Quel ruolo da guida, quell'inaspettata "promozione sul campo", fu l'iniziazione di cui avevo bisogno. Mi diede lo slancio per affrontare due questioni che mi ronzavano in testa come tarli fastidiosi: il rapporto con i miei genitori e la farsa con il pavone cosmico. Sistemare le cose con la mia famiglia, o almeno provarci, fu una decisione semplice: una telefonata per organizzare una cena e via. Ma per liquidare Giovanni dovetti trovare il momento perfetto. Avevo pensato a lunedì, ma ero un relitto emotivo dopo lo scontro con Sofia; martedì ero ancora troppo scossa. Mercoledì, finalmente, mi sentii pronta. Salda. La telefonata fu breve, quasi chirurgica. Dopo i suoi soliti convenevoli, lo gelai con un semplice: "Devo parlarti". La sua reazione fu quella di un meccanico che accoglie una richiesta di tagliando: freddo, distaccato, quasi scocciato. Dopo una finta verifica sulla sua agenda, sentenziò: "Certo, certo, mercoledì è perfetto!".

Ci vedemmo in un bar del centro. Lui arrivò, bello come un dio greco in vacanza: maglietta color sabbia aderente che fasciava i muscoli, calzoncini corti marroncini, una collezione di braccialetti etnici al polso e una collana di legno al collo. I lunghi capelli erano raccolti in una coda perfetta. Io ero appena uscita dallo studio, ancora nel mio impeccabile tailleur da lavoro, con le scarpe basse e i capelli sciolti sulle spalle. Due mondi che si incontravano per l'ultima volta.

«Guru in incognito,» mi salutò con il suo solito sorriso smagliante, tentando di baciarmi.

Mi scostai con gentilezza. «Ciao, Giovanni. Siediti».

Il suo sorriso vacillò. Si sedette, studiandomi.

«Giovanni, sono venuta per essere onesta,» iniziai, senza preamboli. La calma che sentivo era glaciale, definitiva. «Quello che c'è stato tra noi, per quanto breve, è finito. Non sono la persona che cerchi e tu non sei la persona che cerco io».

«Aspetta, frena,» disse lui, alzando le mani. «È per la storia della 'meditazione speciale'? Guarda che stavo scherzando, cioè, non del tutto, ma...»

«No,» lo interruppi, pacata. «Non è per quello. È per tutto. Stiamo percorrendo due strade diverse, che vanno in direzioni opposte. Ti auguro ogni bene, davvero. Ma la mia strada non è più questa».

Mi guardò a lungo, cercando una crepa nella mia risolutezza. Non la trovò. La rabbia che mi aspettavo non arrivò. Al suo posto, vidi un lampo di delusione, lo stesso che avevo visto quella sera a casa mia, ma questa volta era definitivo. Annuì lentamente, la sua maschera da pavone mistico che si sgretolava per un istante.

«Ok,» disse solo. «Ho capito».

Mi alzai. Non c'era altro da dire.

«Stammi bene, Giovanni».

Me ne andai senza voltarmi, camminando a passo svelto verso la mia auto.

Giovedì sera decisi di invitare a cena i miei genitori. Di solito, quelle serate erano campi minati diplomatici, soprattutto con mia madre. Ma quella sera, qualcosa era diverso. Forse ero diversa io. Apparecchiai con cura, preparai un risotto che sapevo piacere a mio padre e aspettai, sentendomi stranamente calma.

Arrivarono puntuali. Mia madre, Jasmine, impeccabile come sempre, mi squadrò da capo a piedi, ma per la prima volta il suo sguardo non era critico. Sembrava... curioso.

La cena fu sorprendentemente piacevole. Mio padre raccontò del ristorante, dei soliti clienti. Poi, tra il risotto e l'insalata, mia madre mi spiazzò.

«Allora, questa promozione a capo ufficio...» esordì, e io mi preparai alla solita frecciatina sul fatto che il lavoro d'ufficio soffocasse lo spirito. Invece, continuò: «Tuo padre mi ha detto che stai facendo un lavoro eccellente. Sono fiera di te, Sole».

Rimasi senza parole, con la forchetta a mezz'aria. Un complimento. Sincero, diretto, senza doppi fini. Era una novità assoluta.

«Grazie, mamma» riuscii solo a dire.

«E la tua amica, Sofia?» chiese poi, con un tono più leggero. «Sempre in giro per il mondo a salvare anime?»

Sorrisi. «Più o meno. Sabato mattina parte. Va in Egitto, per un po'».

«Ah, l'Egitto,» commentò mia madre con aria sognante. «Una terra di grande potere. Fa bene. Ogni tanto bisogna tornare alla fonte».

Annuì, sentendo una connessione con lei che non provavo da anni. Forse, finalmente, stava iniziando a vedere non solo la figlia, ma la donna che stavo diventando.

Quella sera, alle undici, per la prima volta nella mia vita, mi sentivo leggera, libera e intera. I miei abitavano in una via del centro, una traversa di Corso Cavour, una via antica con palazzi altrettanto antichi come quello in cui stava Sofia, in via Porta Marica. Ero andata a piedi dal mio appartamento in Borgo. L'aria era frizzante e mi sentivo allegra e rilassata. Camminavo, come si suol dire, un metro sopra il cielo. Stranamente, decisi di dirigermi verso Piazza Minerva, per fare una cosiddetta "vasca" in Corso Cavour.

Arrivata in piazza, vidi un'auto parcheggiare a fianco alla piazza e da quella macchina scendere Sofia.

Il mio cuore fece un piccolo balzo. Alla guida riconobbi suo padre, Antoine, che le fece un cenno di saluto prima di ripartire. Lei si voltò e i nostri sguardi si incrociarono nel silenzio della piazza quasi deserta.

"Ehi," le dissi, avvicinandomi. "Giri notturni?"

Lei sorrise, un sorriso stanco ma sincero. "Qualcosa del genere. Ho appena dato l'ufficialità della mia partenza".

"A tuo padre?" chiesi, intuendo la risposta.

Annuì. "Vuoi fare due passi? Ti racconto".

Ci incamminammo lentamente sotto i portici, le nostre ombre che si allungavano sul selciato.

"Sono andata a trovarlo al ristorante, stasera," cominciò Sofia, la voce un po' più bassa del solito. "All'orario di chiusura, come l'altra volta, anni fa, prima di partire per l'India".

La sua mente era tornata a quel momento, e mentre parlava era come se lo stessi vivendo con lei.

"Abbiamo cenato da soli, in quel tavolino vicino alla cassa," continuò. "Aveva la stessa espressione rassegnata di allora, quella di chi si aspetta sempre qualcosa di strano dalla sua strana figlia. Mi ha preparato un piatto che non faceva da anni, da quella sera lì. Lo aveva creato apposta per me". Si fermò, e potevo quasi sentire il sapore di quel ricordo sulle sue labbra. "Un tortino di carciofi con crema di topinambur e tartufo nero. Un'opera d'arte. Me lo servì, tutto fiero, e mi disse: 'L'ho chiamato Sofia perennemente in viaggio…'".

Un brivido mi percorse la schiena. Che uomo, suo padre.

"A quel punto non ho potuto più aspettare", proseguì lei. "'Papà...' gli ho detto, e lui mi ha interrotto subito. 'Su Sofia, dimmi quello che mi devi dire e basta!'. E così gliel'ho detto. Che sabato sarei partita per l'Egitto, e che non sapevo per quanto tempo sarei rimasta via".

"E lui?" chiesi sottovoce.

"È rimasto in silenzio per un po', con la forchetta sospesa a mezz'aria. Poi ha sbattuto un pugno sul tavolo, ma piano, quasi senza forza. 'L'Egitto?' ha esclamato. 'Un'altra volta in un posto tranquillo, mi dicono! Non ti è bastato il Messico? O quel raduno di pazzi in India?'. I suoi occhi erano preoccupati, Sole. Non era arrabbiato, era spaventato".

"Io sono rimasta zitta, con lo sguardo basso. Sapevo che aveva ragione, dal suo punto di vista, ma sapevo anche che niente mi avrebbe fermata".

"'E quanto durerebbe, questa volta, questo tuo... bisogno?' mi ha chiesto, con un velo di rassegnazione nella voce".

"'Non lo so, papà. Non c'è un tempo stabilito'".

Sofia si fermò e mi guardò. "A quel punto ha fatto un lungo sospiro, di quelli che riempiono tutto il ristorante vuoto. 'Beh,' ha detto, tornando a guardare il suo piatto. 'Fai come credi. Lo sai, io non ho mai capito queste tue... fughe. Ma sei grande, Sofia. L'importante è che tu stia bene'".

Sentii la commozione nella sua voce. "E quella, Sole, è la sua forma di amore. Quella rassegnata accettazione è la mia unica garanzia di libertà".

"Ti ha chiesto di chiamarlo, vero?" domandai, già sapendo la risposta.

Sofia annuì con un sorriso malinconico. "Sì. 'E... mi terrai informato, ogni tanto, vero?'. 'Certo, papà. Ti chiamerò'".

Rimanemmo in silenzio per qualche istante, arrivate di nuovo davanti al suo portone in Piazza della Minerva. L'aria frizzante della sera sembrava ora carica del peso di quell'amore così complicato e così profondo tra un padre e una figlia.

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