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Creato il 21/06/2026, 10:05 · Aggiornato il 21/06/2026, 10:05

Capitolo 12: LA CONVOCAZIONE

@therese_1984
AdolescentiCompleta
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- 12 - LA CONVOCAZIONE

Il salotto dei Saeba non era mai stato così silenzioso. La luce calda delle lampade schermate metteva in risalto ogni piccola ruga sul volto di Ryo, che appariva stanco, quasi invecchiato di dieci anni in poche ore.

Shin era seduto sulla poltrona singola, le mani intrecciate così strettamente che le nocche erano diventate bianche.

Sentiva un vuoto allo stomaco, lo stesso che provava prima di una verifica decisiva, ma stavolta non c’erano formule a salvarlo. Sayuri, accanto a lui sul divano, continuava a tormentarsi un filo della felpa, con gli occhi lucidi fissi sulle punte delle scarpe.

Non erano preoccupati per i voti di scuola, ma di cosa i loro professori avevano detto al loro padre. Sicuramente vedendogli un'aria così stanca e provata sapevano che le cose non erano andate nel migliore dei modi.

Ryo prese un respiro profondo e appoggiò il taccuino sul tavolino di vetro. Il rumore sordo dell'impatto fece sussultare Shin.

Suo padre con un taccuino in mano era una cosa incredibile. Pensò Shin. Davvero aveva preso appunti? Fece uno sguardo furtivo a sua sorella che probabilmente stava pensando la stessa cosa.

Ryo li invitò a sedersi al tavolo. Sembrava una riunione aziendale. Ma di quelle in cui ti cazziano per i risultati non raggiunti. Ryo sentiva il fremito della paura nei suoi figli così come sentiva quella dei criminali prima di ucciderli.

- Sedetevi al tavolo, vi voglio parlare. Sono stato ai colloqui coi vostri professori oggi. - Disse Ryo mentre li guardava negli occhi. Kaori era accanto, muta. C'era suspence nell'aria. Come quanto attendi il finale di stagione di una serie tv.

- E mi devo scusare con voi perchè non vi ho mai capito. Sono emerse cose durante questi colloqui che puntavano tutte verso un'unica direzione. Nessuno dei vostri professori mi ha parlato di voti, vi hanno più o meno elogiato. Ma quello che è saltato fuori è il pessimo rapporto che abbiamo. Io e voi due. -

Shin sentì un brivido gelido percorrerlo lungo la schiena. Era abituato ai silenzi del padre, ma quella voce così asciutta e priva di ironia era peggio di qualsiasi sgridata. Abbassò lo sguardo sul tavolo, notando come le sue mani tremassero leggermente.

Non l'avevo mai sentito fare discorsi così lunghi. Di solito era sua madre quella dei poemi. Pensava che non ne fosse capace invece quell'uomo era una sorpresa continua.

Accanto a lui, Sayuri aveva smesso di giocherellare con la zip della felpa. Era immobile, quasi trattenesse il respiro, con gli occhi sgranati fissi sul taccuino che Ryo aveva appoggiato tra di loro come una prova del reato.

L'aria nel salotto si era fatta rarefatta, pesante, carica di quell'elettricità che precede i temporali estivi su Shinjuku.

- Mi hanno detto cose che mi hanno spogliato di ogni certezza. - Continuò Ryo, e per la prima volta Shin sentì una crepa nella voce d’acciaio di suo padre. Poi continuò:

- Ho scoperto che il mio nome per voi non è una protezione, ma un muro. Ho saputo del tuo tema, Shin. Il peso di un nome che non ho scelto. Cinque parole che mi hanno fatto più male di tutti i proiettili che ho preso in vita mia. Mi hanno detto che studi le lingue per scappare, per andare dove nessuno sappia chi è Ryo Saeba. -

Shin alzò lentamente la testa. Gli occhiali erano leggermente appannati, ma non li pulì.

- Non volevo che lo sapessi così. - Sussurrò, con la gola secca. - Non volevo ferirti. Ma è la verità, papà. Io non sono te. Non sarò mai te. E ogni volta che mi guardi, io sento che ti sto deludendo perché non so tenere in mano una pistola. -

Kaori guardava la scena con un magone immenso. Il peso dei loro sbagli se la stava prendendo Ryo. Lei era la madre, avrebbe dovuto vedere, capire. Ma era difficile. Ed era quasi un sollievo che tutto questo stava venendo fuori.

Ryo non distolse lo sguardo, ma le sue labbra si contrassero in una smorfia di dolore.

- E tu, Sayuri. - Disse voltandosi verso la figlia, che sussultò. - Mi hanno detto che sei un generale tra i banchi. Che cerchi il rischio, che sfidi il mondo. E ho capito che lo fai solo per avere la mia approvazione. Perché pensi che se non sei "City Hunter al femminile", io non sappia chi sei. Ma io non mai voluto questo per voi. Mi dispiace immensamente. Il mio passato non lo posso cancellare, ma quello che sono io, non deve influenzare il vostro futuro. Voi siete voi. Dovete trovare la vostra identità. Quando sono a casa, io non sono City Hunter, sono solo il padre di due adolescenti che non ci sta capendo un cazzo. Vorrei solo che foste felici e trovaste la vostra strada nel mondo. Quello che desideriamo io e vostra madre. E se questo comporterà dei cambiamenti, li faremo. -

Sayuri cercò di rispondere, ma le parole le morirono in gola. Una lacrima solitaria le rigò la guancia, cadendo sulla superficie lucida del tavolo.

Kaori, che fino a quel momento era rimasta un'ombra silenziosa alle spalle di Ryo, gli posò una mano sulla spalla.

Non era un gesto per calmarlo, ma per sostenerlo. Ryo la coprì con la sua, stringendola forte.

- Sono un disastro come padre. - Ammise Ryo, guardandoli entrambi con un'umiltà che li lasciò senza parole. - Ho passato anni a guardare i tetti di Shinjuku per assicurarmi che foste al sicuro, e non mi sono accorto che il pericolo ero io, qui dentro. Vi ho soffocati con la mia leggenda. Ma io non ho mai voluto questo. Vi amo immensamente e vorrei che foste felici. -

Shin guardò suo padre e, per la prima volta, non vide l'eroe invincibile. Vide un uomo stanco, smarrito, che stava cercando disperatamente di gettare un ponte verso di lui. Quel vuoto che Shin sentiva allo stomaco iniziò a mutare, trasformandosi in una strana, calda consapevolezza.

- Non devi essere come me per rendermi orgoglioso, Shin. - Disse Ryo, la voce ora più ferma. - Il professor Ishida mi ha mostrato la tua ricerca. Mi ha detto che sei la mia reazione meglio riuscita. E io voglio che tu sia il medico che sogni di essere. Qui, o in Francia, o in capo al mondo. Ma voglio che tu lo faccia perché lo ami, non perché vuoi fuggire da questo tavolo. Perchè questa è la tua famiglia, ti ama e ti supporta, qualunque decisione prenderai nella vita. - Disse Ryo con fermezza.

Shin si tolse finalmente gli occhiali, asciugandoli con un lembo della camicia con le mani che ancora tremavano.

Guardò suo padre negli occhi, non più come una leggenda da temere, ma come un uomo che aveva appena deposto le armi per lui.

- Non voglio più scappare, papà. - Disse Shin, e la sua voce non era più un sussurro, ma una dichiarazione ferma. - Pensavo che il mio camice bianco sarebbe stato una macchia sulla tua giacca scura. Non avevo capito che per te fosse... un vanto. -

Ryo accennò un sorriso sghembo, uno di quelli che di solito riservava solo alle sfide impossibili, ma stavolta era intriso di una tenerezza infinita.

- Un vanto? Shin, io non so distinguere una provetta da un bicchiere di sakè, ma so che ci vuole più fegato a voler guarire Shinjuku che a sparare ai suoi fantasmi. Non ti dico le cose meravigliose che mi hanno detto i tuoi professori su di te. E mi hanno reso orgoglioso di avere un figlio così. Non so come sei venuto fuori così bene! -

E gli riassunse i complimenti che avevano fatto i suoi insegnanti su di lui, uno per uno. Se li ricordava tutti.

Ryo si voltò lentamente verso Sayuri. La ragazza, che fino a quel momento aveva cercato di farsi scudo con la sua solita aria di sfida, tremò sotto lo sguardo del padre.

Non era lo sguardo severo dello sweeper, ma quello di un uomo che stava guardando il proprio riflesso e ne era spaventato.

- E poi ci sei tu, Sayuri. - Disse Ryo, e la sua voce si addolcì in un modo che le fece male più di un rimprovero. - Mi hanno descritto un "generale" che comanda la classe, una ragazza che cerca il rischio in ogni salto, in ogni sfida. E io, da stupido, mi sentivo orgoglioso. Pensavo: "È proprio una Saeba". - Disse Ryo.

Sayuri alzò il mento, cercando di ricacciare indietro le lacrime.

- Lo sono, papà! Io sono come te! Io voglio essere il tuo partner, voglio che tu sia fiero di me quando salto da un tetto o quando metto al tappeto qualcuno! - Disse lei disperata e lui le chiese:

- Ma lo fai per te, Sayuri? O lo fai per me? - La domanda di Ryo cadde come una pietra in uno stagno calmo.

Sayuri rimase impietrita da quella semplice domanda.

- Oggi ho capito che ogni tuo graffio, ogni tua bravata, è un grido per attirare la mia attenzione. Pensi che se non sei "City Hunter al femminile", io non sappia chi sei. Pensi che io ami lo sweeper e non mia figlia. -

Sayuri scoppiò finalmente in un pianto dirotto, nascondendo il viso tra le mani:

- Tu guardi sempre Shin perché lui è diverso, perché lui è intelligente! Io... io so solo fare quello che fai tu! Se smetto di saltare, se smetto di combattere, cosa resta di me? Cosa guarderai in me? -

Ryo si alzò, fece il giro del tavolo e la attirò a sé in un abbraccio potente, incurante della sua stessa goffaggine.

- Resta Sayuri.- Le sussurrò tra i capelli. - Resta la ragazza che fa ridere sua madre, quella che difende suo fratello anche quando lo prende in giro. Mi dispiace, piccola mia. Mi dispiace averti fatto credere che il mio amore dipendesse dalla tua mira o dalla tua agilità. Il mio passato è un'eredità pesante, ma non è il tuo destino. Non devi essere un soldato perché io sia orgoglioso. Mi basta che tu sia felice, anche se decidessi di non saltare mai più nemmeno un gradino. -

Sayuri si strinse alla giacca di Ryo, bagnandola di lacrime. Per la prima volta, non si sentiva un "apprendista partner", ma solo una figlia protetta dalle braccia di suo padre.

- Scusami, papà... scusami se sono stata così stupida. - Singhiozzò lei. - Volevo solo che tu fossi fiero di me come lo sei quando parli di Falcon o di Mick. -

Ryo la strinse forte, cullandola come quando era piccola.

- Piccola mia, io sono fiero di te dal momento in cui hai aperto gli occhi. Non hai bisogno di saltare dai tetti per convincermi. Mi basta vederti tornare a casa e sentire il tuo baccano. Quello è il mio vero segnale che tutto va bene. - Disse Ryo.

- E tu, vieni qui. - Disse al figlio. - Fatti abbracciare anche tu. - E li strinse a sè.

Kaori era poco più lontano ma piangeva come una fontana. Poi si asciugò le lacrime e decise di dire qualcosa:

- Ragazzi, ascoltatemi. - Disse Kaori, la voce ferma ma carica di emozione. - Vostro padre oggi ha capito che la sua leggenda vi sta soffocando. Siamo stati così preoccupati di proteggervi dai nemici esterni che abbiamo dimenticato di proteggere la vostra identità qui dentro. - Guardò Ryo, dandogli la forza di dire l'ultima cosa.

Ryo guardò Shin e gli mise una mano sulla spalla.

Shin sussultò, ma non si ritrasse. Sentì il peso di quella mano: non era pesante come un macigno, era calda e solida.

- Shin. Il professor Ishida mi ha detto che la chimica ti piace perché si può rimediare agli errori. - Ryo accennò un sorriso sghembo, uno di quelli veri, senza maschere. - Considera questo il mio primo tentativo di correggere la formula. Non voglio che tu scappi. Ma se deciderai di andare in Francia, sarà perché vuoi vedere il mondo, non perché vuoi fuggire da me. -

Poi si voltò verso Sayuri e le spettinò i capelli con dolcezza:

- E tu, smettila di rischiare l'osso del collo per un mio pollice alzato. Sei mia figlia. Mi basta che tu torni a casa intera per essere l'uomo più orgoglioso del mondo. -

Shin alzò lo sguardo e vide, per la prima volta, suo padre che lo guardava con una luce diversa.

Non c'era il confronto con il leggendario City Hunter. C'era solo un uomo che ammirava un figlio capace di fare cose che lui non avrebbe mai capito.

- Allora. - Disse Shin, tirando su col naso e sistemandosi finalmente gli occhiali. - Non sei arrabbiato perché voglio fare il medico? -

- Arrabbiato? - Ryo rise, una risata schietta che sciolse l'ultima tensione.

- Figlio mio, dopo oggi ho capito che avere un medico in famiglia è l'unica cosa che può salvarmi dalla pensione! -

Kaori sorrise, asciugandosi una lacrima con la manica.

- Bene. Ora che ci siamo detti tutto, andate a lavarvi le mani. Che si cena! Avanti famiglia Saeba! - Ryo la guardò orgoglioso di quello che avevano creato insieme.

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