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Creato il 04/07/2026, 17:04 · Aggiornato il 04/07/2026, 17:04

Capitolo 4: I sussurri dei portici

@bloodymary79bloodymary79
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Il mercoledì pomeriggio, approfittando di un paio d'ore libere tra una sessione di correzione bozze particolarmente densa e l'orario di ricevimento studenti, Sally decise di fare una scommessa. Uscì dalla facoltà e si incamminò verso il cuore pulsante del centro storico, diretta al cantiere del palazzo nobiliare dove Teo le aveva accennato di stare lavorando. Voleva fargli una sorpresa, certo, ma sotto quella spinta improvvisa si nascondeva un bisogno più sottile: voleva vederlo nel suo elemento, spogliato del ruolo di allievo un po' impacciato con i paradigmi inglesi, per capire chi fosse diventato Matteo quando non era seduto al tavolo del suo soggiorno.

Superato il grande portone di legno scuro del palazzo in restauro, i rumori di Bologna sfumarono all'istante e l'aria si fece subito fredda, umida, carica di quell'odore dolciastro, quasi gessoso, di calce, polvere di pietra e secoli calpestati. Un custode con la tuta da lavoro le indicò il salone d'onore con un cenno del capo. Sally entrò a passi leggeri, quasi trattenendo il respiro: l'intera stanza, un tempo sfarzosa, era ora dominata da un imponente labirinto di tubi e tavole di legno che si arrampicava fino alla volta del soffitto, oscurando la luce delle grandi finestre.

«Teo?» chiamò, e la sua voce risuonò insolita, producendo un leggero eco tra le pareti spoglie e i mattoni a vista.

Dall'alto del ponteggio, a diversi metri d'altezza, spuntò una testa coperta da un cappellino da baseball girato al contrario. Teo si sporse oltre la ringhiera metallica, sgranando gli occhi verdi per lo stupore.

«Sally? Ma dai che sorpresa! Aspetta, non muoverti, scendo subito».

Lo guardò muoversi con un'agilità fluida, quasi felina, lungo le scalette del castello di tubi. Quando raggiunse il pavimento, Sally dovette stringere le labbra per trattenere un sorriso che le partiva dal cuore: era completamente ricoperto da una sottile polvere bianca, come se fosse stato investito da una nevicata di gesso; aveva una macchia di pigmento terra d'Ambra sulla guancia e i jeans logorati sulle ginocchia. Era bellissimo in quella totale mancanza di posa, così distante dal rigore formale a cui l'università l'aveva abituata.

«Che ci fai qui, prof? Sei venuta a interrogarmi sui verbi irregolari a tradimento?» scherzò lui, sfilandosi i guanti di pelle ruvida con uno schiocco.

«Volevo verificare se studiassi davvero o se ti arrampicassi e basta», rispose lei, accorciando le distanze. Quasi senza pensarci, guidata da un riflesso antico che non rispondeva più alla ragione, allungò una mano e gli pulì via un po' della macchia che aveva sulla guancia. Il contatto durò un battito di ciglia, ma la vicinanza ravvicinata, l'odore di polvere e pelle di lui, riaccesero subito quel mormorio sottile e intraducibile che ballava tra di loro durante le lezioni.

Teo non si ritrasse, anzi, sembrò inclinarsi leggermente verso le sue dita. Poi, sollevando il braccio, indicò un angolo della volta dove un pezzo di affresco era appena tornato a splendere di un azzurro oltremare profondo, quasi ipnotico. «Vedi quel dettaglio là in alto? Era completamente sepolto sotto tre strati di vernice successiva e fumo di candele. Ci sono voluti giorni di micro-bisturi e impacchi di ammonio per liberarlo. Bisogna andare piano, Sally. Millimetro per millimetro. Se hai troppa fretta di vedere cosa c'è sotto, rischi di grattare troppo a fondo e distruggere il colore originale per sempre».

Sally lo guardò di profilo, avvertendo il peso specifico e il doppio senso involontario di quelle parole. Teo parlava di intonaci del Cinquecento, ma nei suoi occhi c'era una luce tesa che sembrava descrivere esattamente quello che stava accadendo tra loro due da una settimana: un lento, delicatissimo lavoro di rimozione delle macerie del tempo per capire se, sotto i sette anni di silenzio, il loro colore originale fosse ancora intatto.

«Hai ragione, Teo», sussurrò lei, costringendosi a incrociare il suo sguardo lucido. «Le cose belle... hanno bisogno di tempo per tornare alla luce. E di mani che non abbiano fretta».

Il vero terremoto, però, arrivò il venerdì pomeriggio. Il campanello dell'appartamento di Sally prese a suonare a ritmo battente, un codice che conosceva fin troppo bene. Quando aprì la porta, si trovò davanti Elena, armata di due valigie smisurate che avrebbero potuto sfamare un piccolo stato, un sorriso a trentadue denti e la solita energia cinetica da uragano.

«Sia chiaro: sono in missione ufficiale per conto del buon gusto», esordì Elena, mollando i bagagli nel corridoio con un tonfo e fiondandosi ad abbracciarla prima ancora che Sally potesse dire «ciao».

«Il matrimonio di Marco è alle porte, dobbiamo decidere l'outfit perfetto e io non potevo assolutamente permettere che tu andassi lassù sull'Appennino vestita da topo d'archivio o da filologa tedesca in lutto».

Due ore dopo, il soggiorno ordinato della ricercatrice si era trasformato in un campo di battaglia della moda milanese: vestiti, gonne di seta, blazer e camicie dai tagli geometrici erano sparsi ovunque sul divano e sulle pile di saggi letterari. Elena stava esaminando un abito lungo di seta fluida color verde smeraldo, facendolo ondeggiare davanti allo specchio del corridoio per studiarne il movimento. Sally, intanto, sorseggiava un bicchiere di vino rosso, seduta a gambe incrociate sul tappeto, osservando l'amica con una sorniona diffidenza.

«Questo smeraldo ti starebbe divinamente, Sally», disse Elena, lanciandole un'occhiata obliqua nello specchio, densa di significati non troppo velati. «Esalta i riflessi acquamarina dei tuoi occhi, li fa sembrare quasi magnetici. E poi ha uno spacco laterale che... beh, diciamo che fa la sua figura quando cammini. Ideale per farsi notare da chi sa apprezzare i restauri fatti con cura e attenzione ai dettagli».

Sally quasi strozzò con il vino, tossendo leggermente.

«Elena, piantala. È il matrimonio di Marco, un momento sacro per tutti noi, non una sfilata per rimorchiare sul sagrato della chiesa».

«Oh, ma io parlo in termini puramente estetici, sia chiaro! Bisogna sempre essere pronte per le grandi occasioni», ribatté Elena con un sorrisetto malizioso, ripescando un altro abito dal mucchio, un tubino cremisi dal tessuto pesante, decisamente più aderente. «Anche questo ha il suo perché. Molto accademico e castigato davanti, ma con una scollatura profonda sulla schiena che grida: 'Ho passato anni all'estero, so esattamente cosa voglio e non ho paura di prendermelo'. Che dici, prof? Vogliamo scoprire le carte in Appennino o preferiamo rimanere abbottonate fino al mento e far finta che il passato sia solo un vecchio libro di testo da dare in sconto in biblioteca?»

Sally scosse la testa, lasciandosi sfuggire una risata per l'audacia senza filtri dell'amica.

«Tu sei completamente pazza. Guarda che con Teo stiamo solo facendo lezioni di Inglese, c'è un clima assolutamente tranquillo e professionale».

«Certo, tesoro, ci credo tantissimo. Un clima così tranquillo che l'aria nella stanza si taglia con il micro-bisturi da cantiere», ironizzò Elena, posando l'abito e facendole l'occhiolino. «A proposito del tuo alunno preferito... Jo mi ha mandato un messaggio prima. È appena arrivato da Parma ed è in centro con lui. Che ne dici se li raggiungiamo e andiamo a mangiare qualcosa insieme? Ho una fame che mi mangerei anche i tuoi testi della Bachmann».

La scelta cadde su un piccolo ristorante greco a conduzione familiare nascosto in un vicolo buio vicino a via Zamboni, un posto ruspante che profumava di origano, carne alla griglia e nostalgia studentesca. Attorno a quel tavolo di legno scheggiato si consumò la vera, prima rimpatriata della banda. C'era Jo, con le mani ancora segnate dal grasso dell'officina, ma gli occhi accesi e la parlantina fiera di chi stava per diventare un ingegnere meccanico a tutti gli effetti; c'era Elena, spumeggiante, che usava le posate come oggetti di scena per raccontare i drammi nevrotici delle sfilate milanesi; e c'era Teo, seduto esattamente di fronte a Sally. Lui non parlava molto, ma la guardava ridere sotto la luce calda e ambrata dei lampadari di carta, con un'intensità che rendeva superfluo ogni discorso.

Tra un piatto di moussaka bollente, una pita calda e diversi litri di retsina greca versati nei bicchieri da osteria, l'imbarazzo dell'inizio si sciolse definitivamente, evaporando come nebbia al sole. Ricominciarono a ridere dei vecchi aneddoti del liceo, delle fughe da scuola nelle mattine di pioggia, di quante ne avessero combinate su quei colli prima che le loro strade si dividessero bruscamente tra la Germania, Bologna, Parma e Caserta.

«Vi ricordate quando Jo ha provato a truccare il motorino di Dado ed è finita che la marmitta è volata dritta nel fosso durante il collaudo?» urlò Elena, attirando gli sguardi di mezzo locale e facendo ridere l'intero tavolo.

«Ero giovane, stavo solo sperimentando la fluidodinamica dei flussi di scarico!» si difese Jo, sollevando il bicchiere per brindare alla sua stessa incoscienza.

Quando uscirono dal ristorante, nessuno aveva la minima intenzione di dichiarare chiusa la serata. Quell'atmosfera di casa era troppo preziosa per essere interrotta.

«È del tutto inutile che Jo torni a Parma a notte fonda e che Teo vada dall'altra parte di Bologna a quest'ora», decretò Elena con il suo solito tono imperioso mentre camminavano sotto i portici larghi. «Ci accampiamo tutti da Sally. Mozione approvata all'unanimità».

E così fu. Un'ora dopo, il soggiorno della ricercatrice universitaria aveva perso ogni parvenza di rigore accademico, trasformandosi in una specie di studentato anarchico e accogliente. Jo e Teo avevano recuperato due sacchi a pelo e dei materassini da campeggio rimasti sul fondo dell'armadio, sistemandoli sul tappeto grande, mentre un'ultima bottiglia di vino rosso veniva aperta sul tavolo tra i dizionari d'Inglese.

Rimasero svegli fino alle tre del mattino, seduti in cerchio sul pavimento a sorseggiare del Nebbiolo, con le luci della stanza spente e solo la striscia gialla dei lampioni di via Saragozza che filtrava dalle finestre. Più il vino scendeva nei bicchieri, più i filtri della maturità cadevano, lasciando spazio a una dolce, struggente risacca di sentimenti rimasti a lungo inespressi. Parlarono dei momenti duri vissuti da soli, delle solitudini affrontate lontano da casa, di Jo bloccato sui libri, della paura costante di non farcela e di come, nonostante la distanza e i silenzi punitivi, quel filo invisibile che li legava all'Appennino non si fosse mai spezzato davvero.

Sally si ritrovò seduta con la schiena appoggiata alla base del divano, con le gambe ripiegate, a pochi millimetri da quelle di Teo. Nel buio caldo della stanza, mentre Elena e Jo stavano quasi per addormentarsi, sussurrando gli ultimi aneddoti sconnessi prima di cedere al sonno, Teo si voltò lentamente verso di lei.

I loro sguardi si incontrarono nella penombra, vicini, carichi di tutto quello che non potevano e non volevano dire ad alta voce davanti agli altri. Sentimenti vecchi, mai del tutto sbiaditi, e consapevolezze nuove si mescolavano nell'aria, lasciando entrambi sospesi, immobili, a un passo da un confine che sapevano essere al contempo bellissimo e spaventoso.

«Sono felice che siamo qui, Sally», le sussurrò Teo a voce bassissima, un soffio che le accarezzò il collo. Allungò la mano e sfiorò appena, con la punta delle dita, il tessuto del suo magione di cotone, un contatto così leggero da sembrare un'illusione, eppure devastante.

«Anche io, Teo», rispose lei nello stesso soffio, sentendo il cuore battere a un ritmo completamente diverso da quello dei suoi giorni solitari in facoltà. Appoggiò la testa nell’incavo della sua spalla come tante volte aveva fatto in passato e lasciò che il tempo scorresse lentamente.

Quando finalmente le luci si spensero del tutto e il silenzio della casa fu riempito solo dal respiro regolare e profondo di Elena e Jo, Sally rimase a guardare le ombre geometriche sul soffitto per un tempo indefinito. Sapeva che il viaggio verso l'Appennino, non sarebbe stato solo un percorso di chilometri sulla mappa, ma un vero, definitivo viaggio dentro i labirinti di se stessa.

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