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La terza lezione di Inglese si tenne nel tardo pomeriggio a casa di Sally. Avevano steso i libri sul grande tavolo di legno del soggiorno, ma la grammatica era finita presto in secondo piano, sostituita dai racconti, dalle risate e da quel sapore di familiarità che, inevitabilmente, stava ricominciando a colmare i vuoti dei loro sette anni di silenzio.
Teo rideva di cuore, appoggiato allo schienale della sedia, con gli occhi accesi di quella stessa luce che Sally ricordava fin troppo bene. Eppure, in mezzo a quella fluidità ritrovata, c’erano momenti in cui l’aria si faceva densa, quasi irrespirabile: bastava che uno dei due sollevasse lo sguardo prima del tempo, incrociando gli occhi dell'altro, perché si spalancasse un abisso di sottintesi. Erano sguardi che non sapevano bene dove posarsi: si conoscevano a memoria — Sally sapeva esattamente quale piega prendesse la bocca di Teo prima di una battuta, e Teo riconosceva il modo in cui lei si tormentava una ciocca quando era nervosa — ma quei sette anni di vuoto esigevano un tributo di timidezza. Erano due estranei che custodivano i segreti più intimi l'uno dell'altra.
C'era un'elettricità strana nella stanza. Sotto le battute e gli scherzi, i sentimenti del passato stavano tornando a far capolino, caldi e improvvisi come un vento estivo, carichi di una storia importante che non aveva mai avuto bisogno di un'etichetta ufficiale per fare male. Nessuno dei due sapeva bene come gestire quella vicinanza: non erano più i ragazzini drammatici di un tempo, inclini alle sviscerate emotive; erano adulti indipendenti, strutturati, eppure l'attrazione e quel legame sotterraneo erano lì, a un passo, pronti a reclamare spazio con una forza che li spaventava.
Sally si alzò per andare a recuperare due tazze di caffè, cercando di nascondere il leggero fremito che le era corso lungo la schiena quando le dita di Teo avevano sfiorato le sue per passarle un dizionario. Un contatto minimo, durato un millesimo di secondo, ma in cui la pelle era sembrata ricordare prima della mente. Tornò al tavolo e rimase un momento a guardarlo in silenzio, mentre lui giocherellava con una penna, lo sguardo perso oltre la finestra, verso i tetti di Bologna.
«Sai, Teo... c'è una cosa che non ti ho mai detto», esordì lei, abbassando di un tono la voce, quasi temesse di rompere la fragilità di quel momento.
Lui sollevò lo sguardo. Nei suoi occhi verdi passò un'ombra seria, incuriosito e forse intimorito da quel cambio repentino d'atmosfera. «Dimmi, bionda».
Sally giocherellò con il bordo della sua tazza, fissando il caffè nero per evitare il suo scrutinio.
«In tutti questi anni, anche quando ero in Germania, non ho mai smesso di scrivere. Ma non parlo solo di saggi accademici o di dispense per l'università. Ho continuato a scrivere i testi per le canzoni che mi avevi dato in cassetta tanti anni fa. Quelle canzoni... erano per te. Per noi. Avevo scritto fogli su fogli pensando alla tua chitarra, a come avrebbero suonato se solo avessi potuto appoggiarle sulla tua musica».
Teo posò la penna. Il silenzio che seguì fu quasi rumoroso, rotto solo dal ronzio lontano del traffico sui viali. Sally sollevò gli occhi e lo vide visibilmente colpito, le labbra dischiuse, lo sguardo teso che cercava di decifrare se in quella confessione ci fosse un invito o un addio tardivo.
«E perché... perché non me le hai mai mandate? Avremmo potuto... avrei potuto suonarle, Sally. Avrei voluto».
«Perché avevo paura», lo interruppe lei con un sorriso amaro, ma profondamente sincero. «E perché, in fondo, ero arrabbiata. Ero ferita per come erano andate le cose tra noi, per quel silenzio d'orgoglio che ci eravamo imposti subito dopo Colonia. Custodire quelle parole per me era un modo per tenerti vicino senza rischiare nulla, ma inviartele mi sembrava un salto nel vuoto. Non volevo riaprire ferite che faticavano a rimarginarsi».
Teo la fissò, lo sguardo lucido, carico di tutto quello che non si erano detti in sette anni. Fece per allungare una mano verso di lei, le dita tese sul legno del tavolo alla ricerca di quelle di Sally, in un movimento lento, colmo di una promessa sospesa.
Ma proprio in quel momento di densa, pericolosa complicità, il telefono di Teo sul tavolo vibrò con un ronzio secco, mentre la borsa di Sally sul divano emise il trillo acuto e metallico di un SMS ricevuto. Il tavolo sembrò scuotersi all'unisono, spezzando l'incantesimo con la violenza di uno schiaffo.
Sally scosse la testa con una mezza risata nervosa, grata e al contempo delusa per quell'interruzione, si alzò e recuperò il suo Nokia. Sul piccolo schermo a colori comparve il nome di Marco.
«Ti è arrivata l'e-mail? Accendi il PC!», diceva il testo del messaggio.
Teo, intanto, stava già fissando il display del suo telefono con la stessa identica espressione sbalordita, scorrendo un SMS speculare.
«Non ci credo», sussurrò Sally. Si andò a sedere di scatto alla scrivania nell'angolo del soggiorno, premendo il tasto di accensione del computer fisso. Il ronzio della ventola riempì la stanza mentre aspettava che il sistema operativo si caricasse e che il modem stabilisse la connessione con il classico grido metallico. Entrò nella sua casella di posta elettronica e aprì l'ultimo messaggio ricevuto: c'era un allegato pesante, una scansione digitale un po' sgranata, ma inequivocabile.
«È... una partecipazione di matrimonio. Fra un mese, per di più. Sempre tutto di corsa, tutto all'ultimo, come al suo solito».
«Anche a te? Marco?» chiese Teo, avvicinandosi alla sedia della scrivania e guardando lo schermo sopra la sua spalla, la voce che faticava a ritrovare il tono normale.
«Sì! Marco si sposa!» esclamò Sally, e sul suo viso comparve un sorriso immenso, un'ondata di gioia pura che spazzò via la nebbia romantica di un attimo prima.
A differenza degli altri, Sally e Marco non si erano mai persi di vista; si erano continuati a sentire regolarmente in tutti quegli anni, superando confini e fusi orari attraverso lunghe mail notturne. Marco si era trasferito in America per lavoro subito dopo la laurea, ma le nozze aveva deciso di celebrarle in Italia, nel suo paese in collina, tra i boschi dell'Appennino, con pochi amici intimi.
«In America non ha perso tempo, allora», commentò Teo, ridendo per la sorpresa, anche se i suoi occhi indugiavano ancora sui lineamenti di Sally, così vicini. «Mamma mia, Marco che si sposa... mi fa uno strano effetto. Significa che... ci saremo tutti. Proprio tutti».
«Hai sentito gli altri di recente?» chiese Sally, desiderosa di spostare il focus su qualcosa di più sicuro, curiosa di ricomporre i pezzi della vecchia compagnia.
«Sì, ci sentiamo ogni tanto», spiegò Teo, allontanandosi di un passo per lasciarle spazio e sistemandosi contro il bordo del tavolo, mentre la tensione di prima si stemperava in una calda nostalgia.
«Jo è a Parma. Sta per laurearsi in Ingegneria Meccanica all'Università, e contemporaneamente passa le notti in un’officina a smontare carburatori perché dice di non poter diventare un bravo ingegnere se prima non si sporca le mani di grasso. È diventato un mezzo genio dei motori, ha sempre una moto sotto i ferri. Invece Dado e Tommy vivono insieme a Milano. Dopo il Politecnico stanno facendo un master in arredamento d'interni; hanno preso una casa in condivisione che, a sentir loro, sembra una via di mezzo tra un laboratorio di design d'avanguardia e uno studentato anarchico, con prototipi di sedie ovunque e pile di tavole da disegno».
Sally rise di cuore, immaginando la scena di quei due a Milano. «Ci rivedremo tutti lassù, a casa. Sarà incredibile».
«Già. Una vera e propria rimpatriata», disse Teo. Il suo sguardo tornò a posarsi su di lei, stavolta con una dolcezza più consapevole. «Sarà strano vederci tutti insieme dopo così tanto tempo. Ma sono felice che ci sarai anche tu, Sally. Davvero. Mi mancavi in quel quadro».
«Anche io ne sono felice, Teo», rispose lei, sostenendo lo sguardo.
Poco dopo, Teo raccolse i suoi appunti di grammatica, chiuse il dizionario e si alzò. La salutò sulla porta con un bacio sulla guancia che indugiò un secondo di troppo; la pelle dell'angolo della bocca sfiorò la sua, lasciandole addosso un profumo pulito di legno e gesso da cantiere.
Rimasta sola, Sally si appoggiò alla porta d'ingresso appena chiusa, lasciando andare un lungo respiro e posando la mano sulla guancia, esattamente dove lui l’aveva baciata, con il cuore che balzava a un ritmo strano, quasi adolescenziale. La casa era tornata silenziosa, ma la sua testa era un alveare in pieno fermento; sentiva il bisogno urgente di sbrogliare quel groviglio con qualcuno che possedesse le sue stesse chiavi di lettura, qualcuno che conoscesse i codici di quella vecchia storia. Afferrò il ricevitore del telefono di casa e compose il numero fisso di Elena.
Al terzo squillo, la voce squillante, ironica e inconfondibile dell'amica riempì la stanza. «Sally! Che onore. Guarda che se chiami per avere sconti sui vestiti della nuova collezione per fare colpo su qualche collega barone, caschi male».
Sally scoppiò a ridere, sentendo subito il calore di casa. «Ciao, Elena. No, niente sconti accademici. Chiamo perché ho appena acceso il computer e ho letto l'e-mail...»
«...e Marco si sposa! Lo so, mi è arrivato l'SMS dieci minuti fa!», la interruppe Elena con un urlo di gioia teatrale. «Non ci posso credere, il nostro Marchino si accasa. E torna pure dall'America per farlo! Dobbiamo assolutamente organizzare un piano d'attacco per il viaggio, ma soprattutto...» Elena fece una pausa drammatica e il suo tono si fece improvvisamente affilato, carico di doppi sensi. «...soprattutto pretendo di sapere come vanno le tue lezioni di Inglese di prima classe. Ti stai concentrando sui verbi irregolari o sulla... conversazione d'interni?».
Sally si irrigidì un istante nel corridoio, colpita sul tempo, sentendo le guance andare a fuoco.
«Cosa? Come fai a...?»
«Oh, andiamo, Sally! Jo sente Teo, io sento Jo, e la matematica non è un'opinione», la interruppe Elena con una risata complice. «Bologna è grande, ma la nostra rete di spionaggio è migliore della CIA. Teo viaggia sui ponteggi in centro a fare l'artista intellettuale sporco di gesso e tu gli fai da tutor privata nel tuo 'regno di solitudine'. Quindi, sputa il rospo, bionda: com'è stato rivederlo? Ma soprattutto, quante volte vi siete guardati senza capire chi dovesse fare la prima mossa?»
Sally si mise a camminare per il soggiorno, stringendosi un braccio intorno alla vita e guardando i libri ancora aperti sul tavolo. «È strano, Elena. Davvero strano. All'inizio ero terrorizzata, pensavo che sarei crollata nei vecchi schemi, che avrei provato quel solito magone allo stomaco che mi prendeva ogni volta che spariva».
«E invece?»
«E invece no. Cioè, c'è un'alchimia pazzesca, non posso negarlo. Gli sguardi sono gli stessi, ma è come se parlassimo due lingue diverse che però si incastrano ancora. Oggi eravamo qui a fare lezione, abbiamo iniziato a scherzare e per un attimo il passato è tornato a galla con una forza incredibile. Gli ho persino confessato una cosa... gli ho detto che in questi anni ho scritto dei testi per lui, per la sua chitarra, e che non glieli ho mai spediti perché ero troppo arrabbiata e spaventata».
Dall'altro capo del filo si sentì un lungo tiro di sigaretta, poi il respiro profondo di Elena. «Wow. Questa è roba forte, Sally. Questa è artiglieria pesante. E il restauratore come ha reagito? È rimasto folgorato sulla via di Piazza Maggiore?»
«È rimasto di sasso. Si è teso tutto, ha allungato la mano... credo che se non fossero suonati i telefoni per la novità di Marco, mi avrebbe baciata. O forse lo avrei fatto io, non lo so».
«Ma non è successo», constatò Elena, lucida e pragmatica come sempre.
«No, non è successo. Ed è qui il punto, Elena... mi sono resa conto che, nonostante sentissi quel brivido familiare, quella scossa che mi partiva dalla schiena, io non sono più la Sally di sette anni fa. Non ho più bisogno di aggrapparmi a lui, o al fantasma di quello che eravamo, per definire chi sono. Ho la mia vita in Università, la mia ricerca sulla Bachmann, la mia indipendenza conquistata un pezzo alla volta. Posso guardarlo, volergli un bene infinito, persino flirtare... ma senza che questo mi scardini le fondamenta. È una sensazione bellissima, Ele, ma anche profondamente disorientante».
Elena rimase in silenzio per qualche secondo, un silenzio raro per lei, e per questo prezioso. Quando riprese a parlare, la sua voce aveva perso ogni traccia di ironia, mostrando quel calore protettivo che riservava solo a lei, la stessa voce che l'aveva confortata nei giorni bui.
«Si chiama 'crescere', Sally. E tu sei cresciuta tantissimo, anche se la testa ti rema contro. Te lo ricordi come stavi prima di partire per la Germania? Eri un pezzo di vetro pronto a frantumarsi al primo soffio di vento. Adesso sei una ricercatrice universitaria con le palle e uno sguardo che stende. Teo fa parte della tua storia, è stato il tuo primo grande amore, ed è normale che faccia vibrare delle corde dentro di te. Ma quelle corde adesso sono montate su uno strumento solido. Non ti rompi più».
Sally sorrise nella penombra del corridoio, sentendo le lacrime spuntare agli angoli degli occhi, stavolta di pura, immensa gratitudine.
«Grazie, Ele. Avevo davvero bisogno di sentirtelo dire».
«Figurati. Però preparati, amica mia, perché al matrimonio di Marco ci saremo tutti. Jo, Dado, Tommy... e ovviamente Teo. Sarà il banco di prova finale per tutta la vecchia guardia. Vedi di ripassare bene l'Inglese, bionda, perché lassù sui colli ci sarà da divertirsi. Ma vedi di non ripassarti troppo Matteo sul ponteggio prima del tempo. O fallo, insomma, basta che mi tieni aggiornata con i dettagli succosi».
«Sei la solita scema!», rispose Sally, stringendo la cornetta con forza, ridendo tra le lacrime.
Si salutarono con la promessa di sentirsi in settimana per decidere i dettagli del viaggio e del vestito per l'Appennino. Sally riagganciò, guardò fuori dalla finestra le luci di Bologna che iniziavano ad accendersi una a una, calde e stabili sotto la volta della sera, e sentì che, per la prima volta dopo tanto tempo, ogni singolo pezzo del suo mosaico stava finalmente andando al suo posto.