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Sally stava misurando il pavimento del soggiorno del suo appartamento a Bologna a grandi passi. Entro pochi minuti Matteo sarebbe arrivato lì. Dopo tutti quegli anni, il destino — o una bacheca universitaria — li aveva fatti incontrare di nuovo.
Sentendo il cuore battere a un ritmo troppo accelerato, si forzò a fermarsi. Entrò in corridoio e si piazzò davanti allo specchio a figura intera, appoggiando le mani sul bordo della cornice di legno come per darsi un punto di ancoraggio. Voleva guardarsi, capire se e quanto fosse cambiata, prima che lo facessero gli occhi di Teo.
Rimase a fissare il proprio riflesso per diversi minuti, studiando ogni minimo dettaglio con una lentezza quasi ossessiva. Il viso era rimasto pressappoco lo stesso, ma la transizione dei vent'anni si era portata via le ultime morbidezze dell'adolescenza: adesso gli zigomi risultavano un po' più in evidenza, regalandole un'aria più affilata, matura, un'espressione fiera che un tempo non le apparteneva. Passò le dita tra i capelli, accarezzando le ciocche scalate. I capelli erano cresciuti dopo il suo rientro dalla Germania, ma erano molto più corti rispetto ai tempi delle grigliate da Marco, e aveva mantenuto quel biondo miele luminoso, caldo, che aveva scelto a Salisburgo e che le illuminava lo sguardo.
Fece un passo indietro per osservare il corpo. Anche lì, la metamorfosi era evidente: rispetto alla ragazza fragile, un po' spigolosa e perennemente indifesa di un tempo, ora la sua silhouette esprimeva una forma molto più femminile, consapevole della propria presenza nello spazio. Certo, faceva ancora molto sport, ma i fianchi avevano preso una linea più morbida. Le braccia si erano modellate, svelando muscoli tonici grazie alle ore passate a nuotare e alle sessioni di kickboxing in palestra — discipline che l'avevano letteralmente salvata, aiutandola a scaricare le tensioni e la rabbia nei momenti più duri del suo rientro in Italia. Raddrizzò le spalle, accorgendosi con un mezzo sorriso che sembrava persino cresciuta di un paio di centimetri; la postura dritta dell'orgoglio accademico l'aveva slanciata.
Il vero dilemma, però, era sul letto, dove aveva riversato metà del suo guardaroba: come ci si veste per incontrare un fantasma che ha i contorni della tua giovinezza?
Sally indugiò davanti ai vestiti per un tempo che le parve infinito, prendendo e scartando maglie e pantaloni con un'esitazione che non le apparteneva più. La tentazione di indossare una delle sue vecchie magliette sformate dei gruppi rock, ripescata dal fondo del cassetto, fu forte: era un modo per dirgli «Vedi? Sono sempre io». Ma lo studio, il rigore di Colonia e il ruolo protetto che si era faticosamente costruita in Università come ricercatrice le avevano conferito un'altra identità: non poteva presentarsi come la ragazzina di sette anni prima. Alla fine scelse una camicia dal taglio pulito, ma decise di lasciare i primi bottoni aperti, abbinandola ai jeans scuri e ai suoi amati anfibi Dr. Martens. Quando li allacciò, stringendo i lacci con nodi decisi, si impose di farlo con cura, rigorosamente fino all'ultimo occhiello: era il suo compromesso tra la serietà che la facoltà le richiedeva e l'anima rock che non avrebbe mai svenduto. Quella disciplina formale, quel sapersi vestire "da adulta" per essere presa sul serio, l'aveva imparata a caro prezzo già in Germania.
Mentre dava un ultimo tocco al colletto, pensò che gli anni erano passati per tutti: Elena adesso viveva a Milano e lavorava in una casa di moda, era diventata bellissima e affascinante, ma continuava a vivere nel suo splendido mondo d'artista. Aveva mantenuto intatto il suo senso dell'umorismo pungente, ma le numerose notti passate in bianco a disegnare le avevano procurato due piccole pieghe agli angoli degli occhi. Pieghe di cui Elena andava particolarmente orgogliosa, perché nate dall'impegno e dall'anima che metteva in tutto ciò che faceva. Marco era andato a vivere negli Stati Uniti.
Gli altri membri della vecchia compagnia, invece, non li vedeva da quell'ultima, tristissima volta in cui il passato era crollato addosso a tutti loro, interrompendo bruscamente la sua prima vita all'estero.
Il ricordo si spalancò all'improvviso nella mente di Sally, nitido e doloroso, riportandola a qualche anno prima, a Colonia.
In quel pomeriggio di primavera, Sally stava dormicchiando sul divano dei suoi zii. Aveva appena dato il suo terzo esame universitario ed era riuscita a prendere un bell'1 — il massimo dei voti nel sistema tedesco. Sentiva di meritare un po' di riposo ed era estremamente soddisfatta della sua vita in quel periodo: stava facendo esattamente quello che aveva sempre voluto. Nel giro di pochi mesi aveva perfezionato il suo tedesco a una velocità incredibile, riuscendo finalmente a tenere il passo con i compagni madrelingua.
Proprio mentre stava per abbandonarsi al sonno, il trillo improvviso del telefono fisso in corridoio l'aveva risvegliata. Essendo sola in casa, si era dovuta alzare di corsa per rispondere.
«Hallo?»
«Sally... sono Elena».
«Ciao! Che bello sentirti! Come mai questa telefonata inattesa?», aveva risposto Sally, ancora mezza addormentata. «Se vuoi notizie di Christoph...»
«No...», l'aveva interrotta Elena, e la sua voce era insolitamente grave, priva della solita ironia. «È morto il padre di Marco».
Sally aveva sentito il cuore sprofondare di colpo. Conosceva il padre di Marco da una vita: era un uomo ancora molto giovane, attivo, solare. Non riusciva a capacitarsi di quelle parole.
«Come... cosa è successo?»
«Un incidente stradale. Pare abbia avuto un colpo di sonno e sia finito fuori strada. La macchina ha preso fuoco».
Non poteva essere vero. Sally si disse che doveva trattarsi per forza di un brutto sogno, di un incubo dal quale svegliarsi il prima possibile. Ma la voce di Elena era fin troppo reale.
«Ci sei ancora? Il funerale è dopodomani...»
«Butto qualcosa in valigia e corro in stazione», aveva risposto, interrompendo i pensieri. «Prendo il primo treno per l'Italia».
Quando due giorni dopo era arrivata al funerale, sull'Appennino, un senso di pesantezza indicibile le aveva schiacciato il petto. Non aveva ancora incrociato Marco, che probabilmente non sapeva nemmeno del suo rientro improvviso. Immaginando il viso sempre allegro del suo amico, Sally aveva sentito una fitta acuta: sapeva che quel dramma avrebbe messo per sempre un velo di tristezza indelebile in quegli occhietti castani. Non era giusto.
Lei ed Elena erano entrate in chiesa a cerimonia già iniziata, sedendosi nei banchi in fondo, sia per non farsi notare sia per avere una via di fuga: nessuna delle due era in grado di sopportare emotivamente l'intero peso di quella situazione.
Pian piano, la chiesa si era riempita e anche gli altri ragazzi della compagnia erano arrivati. Teo e Jo si erano seduti proprio nel banco di fianco al loro. Sally ricordava ancora lo sguardo che lui le aveva lanciato: un'occhiata interrogativa, stupita, durata solo una frazione di secondo. Non si aspettavano minimamente di vederla lì, tornata apposta dalla Germania.
La cerimonia era stata lenta e straziante. Avevano intravisto Marco in prima fila, seduto immobile di fianco alla madre e al fratellino; sembrava una statua di sale. Quando finalmente la folla era uscita sul sagrato, Marco lasciò indietro i parenti e si diresse verso di loro. Aveva disperatamente bisogno dei suoi amici in quel momento. Lo videro arrivare con gli occhi asciutti, lo sguardo sbarrato di chi ha un dolore troppo grande dentro per riuscire anche solo a sfogarlo con il pianto.
«Sally... sei venuta anche tu... grazie», era riuscito a sussurrare.
Lei lo aveva abbracciato con tutta la forza e l'affetto che si prova per un fratello. Sentendosi stringere, Marco era finalmente crollato, sciogliendosi in un pianto dirotto e liberatorio. Lo avevano stretto tutti insieme, in un cerchio protettivo, aspettando in silenzio che le sue lacrime si placassero.
Più tardi, mentre gli altri entravano nel cimitero per la sepoltura, Sally si era seduta su un muretto di pietra all'esterno. Non era voluta entrare: sentiva che se avesse visto la bara scendere sotto terra sarebbe scoppiata a piangere, e voleva farsi forza per non mostrarsi debole davanti a Marco.
Teo la raggiunse poco dopo, sedendosi sul muretto a pochi centimetri da lei.
«Non mi aspettavo di vederti qui», aveva esordito, guardando dritto davanti a sé.
«Marco per me è come un fratello», aveva risposto lei, tenendo la voce ferma. «Non potevo rimanere lassù in Germania e fregarmene».
«Già...». Un silenzio teso si era disteso tra loro, prima che lui riprendesse la parola. «Tutto bene là a Colonia?»
«Non c'è male. Gli studi proseguono alla grande e anche il lavoro. Mi trovo bene... e mio cugino mi ha presentato tutti i suoi amici».
«Capisco. Io mi sono iscritto a restauro», aveva detto Teo, e il tono era improvvisamente mutato. «Probabilmente dovrò trasferirmi a Caserta, perché la scuola di Piacenza verrà chiusa».
Così ci allontaneremo sempre di più, avevano pensato entrambi.
Ma la vecchia Sally, seppur ferita, quel giorno non aveva ceduto. Aveva riaperto gli occhi, fissando Teo con una calma che aveva stupito lei per prima, respirando a fondo l'aria fresca dell'Appennino.
«Sono felice per te, Teo», gli aveva detto con un sorriso tirato ma fermo. «Spero che tu possa vivere un'esperienza bella e intensa così come la sto vivendo io lassù».
Teo era rimasto di sasso, colpito da quel distacco. Sally sapeva di aver messo un pizzico di veleno lucido in quelle parole, ma era troppo tardi per ritirarlo. Quello era stato il loro ultimo, vero confronto.
Il presente la scosse di colpo.
Un suono acuto, improvviso, rimbombò nel silenzio del soggiorno. Il campanello dell'appartamento di Bologna stava suonando.
Era lui. Matteo era di sotto.
Sally fece un profondo respiro, si guardò un'ultima volta allo specchio, regalando al proprio riflesso un cenno d'intesa. Era il momento di scacciare i fantasmi. La nuova Sally era finalmente pronta ad aprire quella porta.
«Teo! Finalmente ci si rivede!»
Sally lo abbracciò di slancio, lasciandosi andare a quel contatto con una morbidezza che stupì lei per prima. Era strano, quasi paradossale: sette anni senza incrociare lo sguardo di Matteo, eppure il suo corpo si ricordava perfettamente la forma di quello che stava stringendo: la sua altezza, la misura delle spalle e l’incavo in cui aveva tante volte appoggiato la testa. Mentre lo teneva stretto, si accorse che, nonostante una scossa familiare le salisse lungo la schiena, qualcosa era irrimediabilmente cambiato. Non faceva più male, anche se quel contatto le procurava ancora un'emozione profonda che non sapeva, o forse non voleva, identificare. Si staccò da lui e lo squadrò da capo a piedi. Era appena un po' più alto, aveva tagliato i capelli corti e indossava un paio di jeans scuri e una semplice maglietta nera a maniche lunghe. Il viso era più adulto, segnato da una maturità che gli donava molto, ma era sempre lui.
Notò subito le sue mani: le dita erano sporche di una leggera traccia di gesso bianco sotto le unghie, il segno inequivocabile del suo lavoro sui cantieri di restauro in centro.
«Ehm... dove ci mettiamo per la lezione?», chiese lui, guardandosi intorno un po' in imbarazzo.
«Scusami! Vieni, ti preparo un tè, seguimi», rispose Sally, trattenendo a stento l'emozione.
Teo la seguì nel soggiorno dell'appartamento, lasciando vagare lo sguardo sui soffitti alti e sulle pile di saggi letterari. «Bella questa casa... vivi qui da sola?»
«Sì. Ormai da quando ho vinto l'assegno di ricerca in università», spiegò lei con una punta d'orgoglio, riempiendo il bollitore. «È il mio regno. Libri, silenzio e caffè a qualunque ora del giorno e della notte».
Teo accennò un sorriso, colpito dalla sicurezza che emanava ogni suo gesto. «Quindi sei diventata una ricercatrice seria... e sei felice?»
«Molto. Ho faticato tanto per prendermi questo spazio, ma ne è valsa la pena». Sally si voltò verso di lui, appoggiandosi al bancone della cucina. «Senti, ti faccio una proposta. Visto che c'è un sole bellissimo, perché non saltiamo la lezione formale per oggi? Prendiamo le biciclette, andiamo a farci un giro per il centro e ci prendiamo un frappè. Ci raccontiamo un po' della nostra vita davanti a qualcosa di fresco, che ne dici?»
Teo illuminò il viso con lo stesso sorriso di un tempo. «Ottima idea».
Pedalarono affiancati lungo i viali, per poi infilarsi sotto i portici larghi di via Saragozza. Bologna li avvolgeva con il suo rumore di catene di biciclette, i chiacchiericci degli studenti e il profumo di glicine che scendeva dai muri dei giardini privati. Inizialmente c'era una strana timidezza tra loro, come se fossero spaventati da quei sette anni di lacune da colmare. C'era stato un tempo in cui erano un libro aperto; ora sembravano due estranei che, allo stesso tempo, si conoscevano fin troppo bene.
Si fermarono in una vecchia gelateria artigianale, presero due frappè alla fragola e si sedettero su una panchina di pietra all'ombra di un grande albero.
Sally gli raccontò della sua vita all'università, della sua ricerca sulla Bachmann e di come Colonia prima e Salisburgo poi l'avessero cambiata.
Poi, guardando il bicchiere che stringeva tra le mani, si fece seria. «E poi... ti devo chiedere scusa, Teo».
«Di cosa?», chiese lui, voltandosi a guardarla.
«Per come ti ho trattato l'ultima volta che ci siamo visti, fuori dal cimitero. Ti ho risposto con un'acidità gratuita».
Teo rimase in silenzio per qualche istante, lo sguardo perso sui portici di fronte.
«Eri sconvolta per via di Marco, Sally. E ti sentivi particolarmente esposta, fragile... la mia vicinanza in quel momento ti faceva paura».
Sally lo guardò, colpita.
«Ssssh, ti ho capita allora e ti capisco anche adesso», continuò lui con dolcezza. «So cosa stavi provando».
Era incredibile. Nonostante gli anni, la distanza e le vite rivoluzionate, Teo riusciva ancora a leggerle l'anima al volo, esattamente come allora. Ma stavolta non faceva male; era solo una bellissima, consolante certezza.
«E tu, invece?», chiese Sally, studiando il suo profilo. «Raccontami di questo restauro. Ti sei trasferito a Bologna per questo?»
«Sì», spiegò Teo, gli occhi che si animavano di una luce entusiasta. «Ho vinto una collaborazione annuale con un laboratorio importante qui in centro. Stiamo ripulendo gli affreschi cinquecenteschi del soffitto di un palazzo nobiliare vicino a Piazza Maggiore. È un lavoro pazzesco, Sally. Passi le ore su un ponteggio a millimetri dal colore, a riportare alla luce dettagli che erano rimasti sepolti sotto secoli di polvere e fumo».
Fece una pausa, guardandosi le mani. «Ed ecco perché mi serve l'inglese. Il laboratorio ha contatti con musei internazionali e collezionisti stranieri che vogliono acquistare le nostre perizie. Devo sbloccarmi assolutamente, altrimenti nei meeting rimango muto come un pesce».
Sally rise di cuore, immaginandolo arrampicato sui ponteggi a litigare con i termini tecnici in una lingua che conosceva poco.
«Prometto che ti farò diventare un perfetto restauratore bilingue»
«Sarei felice se fossi tu a farlo», rispose Teo.
Rimasero a parlare per un'altra ora, ridendo dei vecchi aneddoti della compagnia, accorgendosi che potevano essere amici.
«Adesso devo scappare in cantiere, il capo mi aspetta per una riunione», disse Teo, controllando l'orologio. Si alzò dalla panchina, afferrando il manubrio della bicicletta. «Ci vediamo lunedì prossimo per la prima vera lezione seria di inglese?»
«Ci puoi contare. Porta un quaderno», scherzò lei.
Teo le sorrise, un sorriso caldo e riconoscente, le diede un bacio affettuoso sulla guancia e salì in sella, allontanandosi lungo il viale alberato. Sally lo guardò sparire tra le biciclette di Bologna e si toccò la pelle dove lui l’aveva baciata un attimo prima, domandandosi a che gioco stesse giocando il destino riportando quegli occhi meravigliosi lungo la sua strada.