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Creato il 01/07/2026, 07:16 · Aggiornato il 01/07/2026, 07:33

Capitolo 1: Il ritorno

@bloodymary79bloodymary79
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Il dolore non era una fitta, ma una pressione sorda, un cerchio di ferro che le stringeva le tempie schiacciandole i pensieri. Sally sollevò la testa dal legno duro della scrivania con un gemito soffocato. Per diversi secondi il mondo rimase un’inquadratura fuori fuoco: le coste sbiadite dei faldoni, la geometrica e opprimente bianchezza delle bozze di stampa impilate, l'odore aspro della carta e dell'inchiostro che le riempiva le narici. Si era addormentata lì, di nuovo, con la guancia premuta contro un saggio aperto.

Si passò una mano tra i capelli biondi, spettinati dal sonno, e un sorriso involontario le tese le labbra, sciogliendo un po' della tensione accumulata sul collo. Non c'erano stati superalcolici la sera prima, nessuna sbronza da festeggiamento selvaggio. Quella che le pulsava dietro gli occhi era la classica, familiare emicrania da decompressione, la scure che si abbatteva sulla sua testa ogni volta che l'adrenalina calava di colpo. Ma stavolta il sapore di quel dolore era diverso: sapeva di traguardo: i verbali erano tutti firmati, lo schermo del computer era finalmente nero, le lezioni del semestre concluse. Quella sedia, quella stanza, quel titolo di ricercatrice universitaria a Bologna non erano più un'ambizione da inseguire col fiato corto, ma una solida, bellissima e inattaccabile realtà. La sua realtà.

Ci era voluta una quantità di energia che, a guardarsi indietro, quasi la spaventava. Ricordava ancora il peso fisico del faldone della sua Magisterarbeit consegnata a Colonia nel mezzo di un Erasmus in cui tutto aveva nella testa tranne che il suo futuro, all’Institut für Deutsche Sprache und Literatur I, la sensazione di onnipotenza intellettuale con cui era sbarcata in Italia nel 2003, convinta che quel pezzo di carta firmato in Germania le avrebbe aperto ogni porta. E poi lo shock. L'impatto con la burocrazia cieca degli anni della transizione al "3+2", i corridoi ministeriali, i funzionari che scuotevano la testa davanti alle sue tesine di stampo accademico tedesco. Per lo Stato italiano il suo prezioso Magister valeva appena una laurea triennale. Aveva dovuto ingoiare l'orgoglio, sedersi di nuovo ai tavolini bassi delle biblioteche e, prima di poter discutere una tesi specialistica in Letteratura Tedesca Contemporanea, si era trovata a dover preparare da zero esami istituzionali: Letteratura Italiana dalle origini, Storia Contemporanea, Geografia.

Era stata un'ascesi faticosa durata quasi due anni, un periodo di stanze in affitto troppo fredde, conti fatti al centesimo sulla calcolatrice, cene a base di zuppe pronte e traduzioni notturne per pagare l'affitto. Ma mentre i muscoli del collo protestavano per i troppi anni passati a rincorrere i libri, Sally sentiva un profondo, viscerale orgoglio. Ce l'aveva fatta. Il dipartimento l'aveva notata, l'aveva voluta come ricercatrice.

I colleghi senior, i professori ordinari con la cravatta dritta e lo sguardo paternalista, spesso le lanciavano la solita battuta durante le pause caffè: «Eh, Dottoressa, adesso però ci vuole un fidanzato, una bella casa grande, bisogna sistemarsi come fanno tutti, no?». Lei rispondeva sempre nello stesso modo: un leggero scrollare di spalle e un sorriso enigmatico, trattenuto appena sugli angoli della bocca. Non capivano. Non potevano capire quanto fosse per lei un lusso, quanto fosse delizioso il sapore della sua solitudine conquistata a caro prezzo. La libertà assoluta di passare il venerdì sera a sviscerare l'utopia del linguaggio in Ingeborg Bachmann, di correggere le bozze dei suoi articoli fino alle tre del mattino ascoltando un disco al minimo volume, senza dover mediare, senza dover spiegare, senza dover rendere conto di un solo millimetro del proprio spazio a nessuno. La sua vita era un meccanismo pulito, focalizzato, indipendente. Un tempio che si era costruita da sola.

Sentendo il bisogno fisico di lavarsi di dosso l'aria stagnante dello studio, si alzò, si infilò un maglioncino di cotone leggero e uscì. Voleva solo respirare.

Bologna l'accolse con la sua solita, densa aria umida, quel respiro pesante della pianura che le si appiccicava alla pelle. Cominciò a camminare senza una meta precisa, lasciandosi cullare dal ritmo dei suoi passi sul selciato. Le vie del centro erano un groviglio ingarbugliato di sensi unici, un dedalo di mattoni rossi e portici infiniti che si inseguivano a perdita d'occhio. Sorrise tra sé, pensando al paradosso: quella città così apparentemente caotica, medievale e labirintica, in certe giornate di luce pulita le restituiva la stessa identica sensazione di sicurezza e precisione geometrica che aveva provato tra i blocchi di cemento e vetro dell'università in Germania. Sotto i portici si sentiva protetta, contenuta.

Si fermò al tavolino esterno di un caffè in zona universitaria. Il brusio dei cucchiaini contro le tazzine di ceramica, il fumo delle prime sigarette accese, le chiacchiere ad alto volume degli studenti che discutevano di esami e appunti creavano un muro di suono rassicurante. Sally estrasse il cellulare dalla tasca e lo posò sul ripiano di legno vissuto del tavolo.

Rimanendo a fissare lo schermo spento, sentì lo stomaco contrarsi in una morsa improvvisa. Il pensiero volò dritto alla telefonata del giorno prima. Al modo in cui quel display si era illuminato, mostrando una sequenza di cifre che il suo cervello, con un riflesso condizionato spaventoso, aveva rifiutato di riconoscere prima ancora che la ragione potesse intervenire. Sette anni. Sette anni di polvere, di chilometri, di libri letti e scritti, di una nuova identità costruita strato dopo strato per sigillare quel passato. E poi, un semplice squillo aveva fatto saltare la serratura.

Chiuse gli occhi, lasciando che il rumore del bar sfumasse in un ronzio lontano. Nella mente, la sua stessa voce di ventiquattr'ore prima risuonò nitida, distaccata, quasi metallica nel tentativo di mantenere la maschera professionale.

«Pronto... chiamo per le lezioni di inglese... è lei che ha messo l'annuncio in bacheca?»

La voce dall'altro capo del filo era ruvida, leggermente esitante. Sally, con la matita d'ordinanza tra le dita e lo sguardo sui programmi del corso, aveva risposto con il suo tono da docente, quello scudo perfetto che usava per tenere a distanza il mondo degli studenti. «Sì, certo, dica pure».

«Ecco... io in realtà non sono uno studente, sono un restauratore. Solo che adesso ho preso una collaborazione importante qui a Bologna per il recupero di alcuni affreschi in un palazzo storico e, visto che per lavoro dovrò viaggiare e interfacciarmi con committenti stranieri, vorrei sbloccare il mio inglese prima di partire. Ho trovato il suo numero su un foglietto volante».

«Certo, non c'è problema, faccio spesso conversazione e lettorato per i professionisti», aveva spiegato lei. La sua mente stava già calcolando le ore libere, incastrando quel potenziale cliente tra un seminario e l'altro, con la freddezza di un contabile. «Di solito ricevo nel mio studio o, se preferisce un ambiente più informale, possiamo vederci in un caffè tranquillo in centro per vedere insieme i dettagli. Dica lei quando è comodo».

«Per me va benissimo lunedì alle 18.30, se per lei non è tardi… lei è la professoressa?»

Quando Sally pronunciò il suo nome il tempo parve fermarsi nel respiro sospeso del restauratore al telefono. Sally ricordava il freddo improvviso che le era salito lungo la schiena, mentre dall'altro capo della linea era caduto un silenzio d'androne, un vuoto d'aria così pesante e denso da sembrare quasi solido, capace di schiacciare le onde radio. Se nei primi secondi della conversazione un'eco fluttuante, un'impercettibile sfumatura nel timbro di quella voce aveva fatto raddrizzare le antenne del suo inconscio, in quel millisecondo di silenzio assoluto l'altro aveva capito. Aveva unito i puntini.

«Non ci posso credere... Sally? Sei davvero tu?»

Il ricordo di quella domanda le fece mancare il fiato anche lì, seduta al tavolino del bar. Ieri, con la cornetta premuta contro l'orecchio e la tazza di caffè rimasta sospesa a mezz'aria, aveva sentito il cuore tirare un calcio pazzesco contro le costole. Un battito sordo, isolato, che aveva propagato un'onda d'urto dentro tutto il petto. Un'eco che arrivava da un'altra vita.

«Teo...?»

La sua stessa voce le era parsa quella di una sconosciuta, più sottile, priva di tutta l'autorità accademica di cui si faceva vanto.

Sì, era Teo. Sally riaprì gli occhi, fissando i cerchi scuri lasciati dalle tazzine sul legno del tavolo. Il libro dei ricordi, quel volume pesante che era convinta di aver catalogato con cura, rilegato in brossura e riposto sullo scaffale più alto e irraggiungibile della sua memoria, si era spalancato da solo. L'inchiostro era ancora fresco, l'odore di quello che erano stati era colato fuori dalle pagine senza chiederle il permesso, ignorando gli anni, i chilometri, i concorsi vinti e le notti passate a studiare. La nuova Sally — la ricercatrice fiera, stimata, che controllava ogni dettaglio della propria esistenza — si scoprì improvvisamente nuda, con le mani che le tremavano leggermente mentre stringeva il telefono. Non sapeva ancora come avrebbe fatto, alle sei e mezza di quel pomeriggio, a guardare in faccia quel fantasma. O forse, a guardare in faccia la ragazza che era stata sette anni prima.

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