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Puntata 8: Mai fidarsi di una cacciatrice.
La fabbrica di conserve tremò sotto il ruggito di Ferro. Era un suono che non apparteneva a un uomo, ma a un'epoca dimenticata, un'eco di predatori alfa che un tempo dominavano la terra.
Sarah non indietreggiò. Il suo sorriso feroce si allargò.
"Oh, bene," disse, la sua voce che echeggiava chiaramente nel vasto spazio. "Vedo che hai tirato fuori l'abito da sera. Ti sta d'incanto. Molto... bestiale. È della nuova collezione Gangrel Autunno/Inferno?"
La Furia negli occhi di Ferro bruciò più intensamente. Le parole erano rumore, ma il tono era un insulto che la sua Bestia capiva fin troppo bene.
Il mostro scattò.
Non fu un attacco umano. Fu un'esplosione di Potenza (Potence) e Proteide (Protean). Ferro coprì i quindici metri che li separavano in un singolo balzo, la sua massa scimmiesca che si muoveva con una Celerità (Celerity) innaturale. L'artiglio rituale d'argento nero calò come una ghigliottina, mirando a dividerla in due.
Sarah si mosse.
Non era veloce come lui, non in linea retta. Ma i suoi sei anni sul filo del rasoio le avevano dato qualcosa che lui, nella sua rabbia, aveva dimenticato: la precisione.
Si abbassò sotto il fendente, sentendo l'aria sibilare dove si trovava un istante prima. L'artiglio d'argento si schiantò sul pavimento di cemento, mandando in aria schegge di pietra.
Mentre era abbassata, Sarah colpì. Un pugno diretto, caricato con tutta la sua forza da Cacciatrice, mirato al plesso solare del mostro.
THUD.
Fu come colpire un muro di pneumatici. La sua mano quasi rimbalzò sulla pelle coriacea e grigia. La Robustezza (Fortitude) dell'Anziano Gangrel, amplificata dalla Forma della Bestia, assorbì l'impatto quasi senza battere ciglio.
Ferro grugnì, più per fastidio che per dolore, e contrattaccò con la sua mano artigliata.
Sarah rotolò via, evitando per un soffio che gli artigli lunghi trenta centimetri la sventrassero. Si rialzò in piedi a distanza, massaggiandosi le nocche.
"Wow," ansimò, con finto stupore. "Complimenti. Quella pelle è più spessa della tua testa. E credimi, è un record."
"MORTALE!" ruggì Ferro, e questa volta non si limitò a caricare.
Afferrò un vecchio nastro trasportatore arrugginito—una tonnellata di acciaio—e lo sollevò sopra la testa con una dimostrazione terrificante di Potenza (Potence). Lo scagliò contro di lei.
Sarah scattò di lato, l'enorme pezzo di macchinario che si schiantava dove si trovava lei, sollevando una nuvola di polvere e ruggine. Ma era una finta.
Attraverso la polvere, Ferro era già su di lei.
Questa volta non mirò con gli artigli. Colpì con il pugno chiuso della sua mano-mostro, un colpo da martello pneumatico. Sarah alzò le braccia in una parata incrociata.
CRACK.
Il suono delle sue ossa—l'ulna e il radio del suo avambraccio sinistro—che si spezzavano fu udibile persino sopra il ringhio di Ferro.
Il dolore fu accecante, una fiamma bianca che le esplose nel cervello. L'impatto la scagliò all'indietro di dieci metri, facendola schiantare contro un vecchio tino di cottura. Cadde a terra in un mucchio scomposto, il braccio sinistro che pendeva con un'angolazione innaturale.
Ferro avanzò lentamente, assaporando il momento. La sua vendetta era vicina.
"Non sei... così veloce... ora," ansimò il mostro, la sua voce un gorgoglio roco che filtrava attraverso le zanne da cinghiale.
Sarah sputò sangue e un frammento di dente. Si rimise faticosamente in piedi, usando il tino come appoggio, il braccio rotto premuto contro il petto.
"No, hai ragione," tossì, un rivolo di sangue che le colava dall'angolo della bocca. "Ma... devo dire... per uno che puzza di cane bagnato... colpisci come una signorina."
La Furia di Ferro raggiunse il culmine. Dimenticò il piano. Dimenticò Malaspina. Dimenticò la Masquerade. Voleva solo sentirla urlare.
Caricò di nuovo. Sarah cercò di schivare, ma il braccio rotto la rendeva goffa.
Ferro la afferrò.
La sua mano sinistra, quella con gli artigli d'ossidiana, si chiuse sulla sua spalla sana, sollevandola di peso da terra. La sbatté contro il tino di metallo, il suono che rimbombò come un gong.
"BASTA PARLARE!" ruggì.
Sarah sentì le punte di quegli artigli perforare il suo giubbotto e affondare nella sua carne, ancorandola al metallo. Era in trappola.
"Ti ho... quasi preso..." ansimò lei, il dolore che le rendeva la voce sottile.
"Ti ho presa!" gridò Ferro, trionfante. Sollevò l'altro braccio, l'artiglio d'argento nero, pronto per il colpo di grazia. "Hai preso la mia mano. Io prendo la tua vita!"
Era vicino. Troppo vicino. Puzzava di terra vecchia e sangue marcio. Sarah, appesa, lo guardò dritto negli occhi rossi. Il suo volto era una maschera di dolore, ma i suoi occhi... i suoi occhi ridevano ancora.
"Hai ragione tu, Ferro..." sussurrò. "Sono solo una mortale. Debole. Patetica."
Ferro esitò, godendosi la sua sottomissione.
"E tu..." continuò lei, "...sei così stupido."
Con la mano destra, quella libera, quella che Ferro aveva ignorato, Sarah si mosse. Non verso di lui, ma dietro la sua schiena, verso la fodera.
"...non bisogna mai fidarsi dei mortali."
SHIIING.
Il Sigillo della Sibilla era nella sua mano.
"Soprattutto se sono cacciatori."
Prima che Ferro potesse elaborare il tradimento—lei aveva detto niente mani!—Sarah colpì.
Non mirò al cuore. Non mirò alla testa. Mirò alla gola.
Con tutta la forza che le rimaneva, spinse la lama benedetta in profondità nel collo taurino del mostro, recidendo la spessa pelle coriacea, i muscoli potenziati dalla Potenza e la spina dorsale.
GURGLE.
Il ruggito di Ferro si trasformò in uno spruzzo di sangue nero e cenere.
I suoi occhi rossi si sbarrarono per lo shock. La lama sacra stava bruciando la sua essenza dall'interno. Allentò la presa sulla spalla di Sarah, gli artigli che si ritraevano.
Sarah cadde ai suoi piedi, atterrando malamente sul braccio rotto. Gridò di dolore, ma rotolò immediatamente, rimettendosi in ginocchio.
Ferro la guardò, incredulo. Si portò entrambe le mani mostruose alla gola, cercando di estrarre il coltello fumante, ma era troppo tardi. La sua Robustezza (Fortitude) non poteva nulla contro il potere sacro.
Era paralizzato, la sua Forma della Bestia che vacillava.
Sarah si rialzò, tenendo il braccio spezzato. Zoppicò verso di lui, recuperando il Sigillo della Sibilla dalla sua gola con uno strattone disgustoso.
Il mostro cadde in ginocchio, guardandola.
"Ah, e Ferro..." disse Sarah, ansimando, alzando il coltello insanguinato.
"...non avevo mai detto che non l'avrei usato."
Con un ultimo, feroce urlo di rabbia e dolore, Sarah fece un passo avanti e calò la lama benedetta con un fendente orizzontale netto.
Il Sigillo della Sibilla, creato per questo, tagliò la testa della Bestia dal suo collo mostruoso.
Non ci fu rumore.
Per un secondo, il corpo decapitato di Ferro rimase in ginocchio. Poi, un vento improvviso sembrò attraversare la fabbrica.
WHOOSH.
L'orrore primordiale, il Gangrel Anziano, l'ex Sceriffo... tutto si dissolse.
Il corpo, la testa, gli artigli... tutto divenne polvere finissima, che si posò in un mucchio informe sul pavimento sporco della fabbrica di conserve.
Silenzio.
Sarah rimase lì, sola, nel vasto capannone, illuminata solo dalla malata luce al neon. Tremava per lo shock e la perdita di sangue. Il suo braccio sinistro era un disastro. Gli artigli di Ferro le avevano lasciato quattro squarci profondi sulla spalla e sul petto.
Ma era viva.
Guardò il mucchio di cenere.
"Gioco finito, Wolverine," mormorò, prima di crollare a terra, priva di sensi.
All'esterno, nell'ombra fetida di un vicolo che costeggiava la fabbrica di conserve, due figure non si muovevano. Erano rannicchiate sotto un pesante mantello di tela cerata che sembrava inghiottire la luce.
Per Luca e Sofia, il mondo era un inferno ovattato.
Avevano sentito. Oh, avevano sentito.
Prima, il frastuono innaturale della battaglia di Elisa: suoni che non appartenevano alla fisica, sibili di potere arcano e l'agghiacciante, musicale scricchiolio del ghiaccio in piena estate. Poi, un silenzio così profondo da far male alle orecchie.
Poco dopo, era iniziato il secondo atto.
Questa volta era stato primordiale. Ruggiti che facevano vibrare le otturazioni, lo schianto di tonnellate di metallo e, infine, un urlo lacerante di rabbia e dolore che si era concluso con uno spaventoso gargle.
Poi, di nuovo, il silenzio.
Sofia guardò l'orologio. Il display digitale segnava le 03:17. L'ultimo suono era stato venti minuti prima. Venti minuti esatti.
"Ora," sussurrò Luca, la sua voce rauca.
Si scrollarono di dosso il mantello. La Trama (Weave) di Elisa, intessuta nel tessuto, si dissolse come fumo, lasciandoli esposti e gelati. Per il Protocollo (Protocol), dovevano aspettare il silenzio. Per la Masquerade, quel silenzio significava che il sipario era calato e che gli spazzini (cleaners) potevano entrare.
La porta laterale della fabbrica era accostata.
Entrarono, armati solo di una torcia e di borse mediche. L'aria era pesante. Odorava di ozono, di ruggine e di qualcosa di antico e secco, come la polvere di un sarcofago.
"Elisa..." mormorò Sofia, puntando la torcia.
La trovarono per prima. Era seduta contro un pilastro di cemento, pallida come un cadavere. Era cosciente, a malapena. Il suo respiro era superficiale. E conficcata nel suo fianco, appena sopra l'anca, c'era una rosa.
Non era una rosa normale. Era un costrutto di ombra e spine nere, grande come un pugno, che sembrava pulsare debolmente, assorbendo la luce della torcia. Non sanguinava. La Magia (Magic) corrotta stava bevendo direttamente dalla sua essenza.
Elisa alzò lo sguardo. I suoi occhi non mostrarono sollievo, solo un cenno di approvazione. Avevano seguito gli ordini.
"Sarah..." riuscì a sussurrare, indicando con un cenno del capo le profondità della fabbrica.
Luca si mosse, stringendo la torcia. Trovò prima il risultato della battaglia. Un'enorme, grottesca pila di cenere finissima, già smossa dalla corrente d'aria che entrava dalla porta. La Morte Ultima (Final Death) di un Fratello.
E a pochi metri da essa, c'era Sarah.
Era rannicchiata su un fianco in una pozza scura che si allargava lentamente. Il suo braccio sinistro era piegato in un modo che le ossa umane non dovrebbero mai piegarsi. Il suo petto e la sua spalla erano un disastro di carne lacerata, quattro squarci paralleli che sembravano scavati da un aratro. Era priva di sensi, il suo respiro un rantolo umido e superficiale.
Non ci furono parole. Non ci furono grida di panico. I due Mortali (Mortals) erano stati addestrati.
Luca si sfilò la giacca, coprendo con delicatezza le ferite di Sarah prima di infilarle le mani sotto le ginocchia e la schiena. Con un grugnito trattenuto, la sollevò. Sarah era un peso morto, la testa che le ciondolava all'indietro.
Sofia, nel frattempo, era accanto a Elisa. La strega strinse i denti, un sibilo di dolore sfuggì dalle sue labbra quando Sofia le passò un braccio attorno alla vita, facendo leva sulla sua spalla sana. La rosa nera vibrò, infastidita.
Iniziarono l'estrazione.
Due mortali. Uno che trasportava una Cacciatrice mezza morta. L'altra che sorreggeva una Strega menomata.
Si mossero come fantasmi attraverso il Dominio (Domain) addormentato. Non usarono le strade principali, ma i vicoli, le scorciatoie attraverso i parchi bui, restando nell'ombra che i Fratelli chiamavano casa.
Nessuno parlò.
Il silenzio era rotto solo dal trascinare dei piedi di Elisa, dal respiro pesante di Luca sotto il peso di Sarah, e dal lontano, occasionale passaggio di un'auto. Era una processione funebre per i vivi.
Raggiunsero l'erboristeria abbandonata quando il cielo a est cominciava ad assumere un livido colore grigio-blu.
La porta fu aperta. Luca entrò per primo, adagiando Sarah sul vecchio lettino da campo che fungeva da letto. Sofia aiutò Elisa a sedersi contro il muro, la strega che quasi svenne per il dolore ma si costrinse a rimanere cosciente.
La porta si chiuse con un tonfo sordo. Luca girò la mandata. Sofia abbassò la serranda di metallo dall'interno, sigillandoli.
Nel Covo, il silenzio divenne assoluto.
Era l'odore del sangue e della magia fallita a riempire l'aria.
Luca si raddrizzò, guardando le due donne spezzate. Sofia si appoggiò al muro, esausta, le mani sporche del sangue di Elisa. Si guardarono.
Il silenzio si era rotto solo quando furono al sicuro. Ma ora che lo erano, nessuno sapeva cosa dire.
La porta era chiusa. La serranda abbassata. Il Covo era sigillato, ma il puzzo di sangue e la stanchezza non potevano essere tenuti fuori.
Luca stava cercando di fermare l'emorragia dalla spalla di Sarah, ma il sangue della Cacciatrice sembrava non volere la sua carità mortale. Sofia stava tamponando la fronte sudata di Elisa, che ansimava contro il muro, gli occhi chiusi, la mano stretta convulsamente attorno alla rosa d'ombra conficcata nel suo fianco.
Poi, l'aria vibrò.
Fu un attimo. La polvere sui vecchi scaffali si sollevò e danzò in controluce, come attratta da una statica innaturale. L'odore di ferro e sudore fu cancellato, soppiantato da un profumo pesante, quasi soffocante, di incenso e lavanda secca.
Luca e Sofia alzarono lo sguardo di scatto.
Non era venuta dalla porta. Era semplicemente lì.
Una figura immobile si stagliava al centro della stanza. Era avvolta in un pesante mantello da viaggio, nero come il petrolio all'esterno, ma foderato di un viola profondo, quasi vescovile. Un cappuccio calato le copriva il volto, lasciando in ombra tutto tranne il mento e la bocca.
Luca e Sofia rimasero paralizzati. Entrambi ebbero lo stesso pensiero: È una versione più anziana di Sarah. Più dura. Più fredda.
La figura non disse nulla. Guardò i due mortali. Poi, lentamente, sollevò una mano guantata. Si portò un singolo dito alle labbra, carnose e colorate di un nero opaco.
Era un ordine di silenzio.
Al dito, sopra il guanto, portava un anello che non era un gioiello, ma un'armatura. Copriva l'intera lunghezza del dito indice, un costrutto d'argento brunito che culminava in un'enorme ametista grezza. La pietra viola non brillava; vibrava, emettendo un sussurro acuto, quasi un fischio, che penetrava nel cervello.
Elisa aprì gli occhi, sgranandoli per il terrore e il riconoscimento. "Dama..." sussurrò, cercando di raddrizzarsi.
La figura incappucciata voltò la testa verso di lei. Non parlò, ma il sibilo dell'anello si intensificò per un secondo. Un chiaro ammonimento. Silenzio.
"Dama Helena" si mosse. Non camminò; scivolò sul pavimento sporco senza sollevare polvere.
Ignorò i mortali. Ignorò Sarah. Andò dritta da Elisa.
Si inginocchiò. Senza una parola, esaminò la rosa d'ombra conficcata nel fianco della strega. La rosa nera pulsò, come se riconoscesse un potere rivale.
Helena non fu delicata. Afferrò la rosa d'ombra alla base.
Elisa trattenne un urlo, inarcando la schiena. Il fischio dell'ametista divenne un sibilo penetrante. Helena strinse il pugno. La rosa non fu estratta; implose. Si dissolse in fumo nero e oleoso che sfrigolò contro l'anello della Dama.
Helena immerse l'indice corazzato nella ferita aperta. Elisa tremò violentemente, ma non emise suono. Quando Helena ritrasse il dito, la ferita era cauterizzata, chiusa da una cicatrice viola e lucida.
Poi, si voltò verso Sarah.
La Cacciatrice era ancora svenuta sul lettino, un disastro di ossa rotte e carne lacerata. Helena la osservò con un'espressione che, anche nell'ombra del cappuccio, sembrava puro fastidio.
Appoggiò la mano dell'anello sul petto squarciato di Sarah. Il fischio si placò, diventando un ronzio profondo.
Si raddrizzò e guardò Elisa, che ora respirava regolarmente, sebbene fosse pallida come la morte. Con un cenno imperioso del capo, Helena indicò la stanza sul retro dell'erboristeria.
Poi si allontanò, sparendo nel buio del magazzino.
Elisa si alzò, vacillante, e la seguì. Obbediente. Terrorizzata.
La porta si chiuse, lasciando Luca e Sofia soli con la Cacciatrice incosciente.
Rimasero immobili per un minuto. Poi, iniziarono a sentirle.
Voci.
Non riuscivano a distinguere le parole, solo il tono. La voce di Dama Helena era bassa, controllata, ma tagliente come l'ossidiana. Ogni parola era una staffilata. Era un rimprovero. Un'interrogazione. Un giudizio.
Le urla, stranamente, erano di Elisa. Erano grida soffocate di frustrazione, di giustificazione, forse anche di dolore, immediatamente zittite dalla voce gelida della Dama.
Mentre ascoltavano, inchiodati dalla paura, Luca guardò Sarah. E soffocò un conato.
Stava guarendo.
Non era una guarigione normale. Era una guarigione sbagliata. Sotto i loro occhi, la pelle lacerata del petto si stava ricucendo, i bordi della carne che si cercavano e si fondevano come cera calda. Sentirono un POP umido e poi un CRACK sordo, e videro il braccio sinistro di Sarah raddrizzarsi da solo, le ossa che tornavano in allineamento sotto la pelle.
In dieci minuti, le ferite peggiori erano solo linee rosse e gonfie. Il colore tornò sulle sue guance. Ma rimase incosciente, persa in un sonno innaturale.
Dopo quindici minuti esatti, le voci sul retro tacquero.
La porta del magazzino si aprì.
Sulla soglia apparve solo Elisa. Era sola. La Dama Helena era sparita, così come l'odore di incenso.
Elisa era affranta. Il sollievo della guarigione era sparito, sostituito da un'umiliazione profonda, una stanchezza che non era solo fisica. Si appoggiò allo stipite della porta, lo sguardo perso nel vuoto.
Guardò i due ragazzi e la Cacciatrice addormentata.
"Scusate…scusate ragazzi per stasera," sussurrò Elisa, e nella sua voce c'era il terrore di chi ha appena capito di aver fatto giocare dei bambini in un nido di vipere.
Elisa rimase appoggiata allo stipite della porta, lo sguardo perso nel vuoto dove Dama Helena era svanita. Il silenzio nel Covo era tornato, ma ora era un silenzio pesante, carico di vergogna.
Si voltò verso Luca e Sofia.
Erano rannicchiati vicino al bancone, pallidi, gli occhi sgranati, terrorizzati almeno quanto lei. Erano solo ragazzi, e li aveva trascinati in un Affare (Business) di cui non comprendevano le regole, un Gioco (Game) dove i pezzi venivano mangiati senza preavviso.
Elisa cercò di sorridere per confortarli, ma quello che ne uscì fu solo una smorfia stanca e tirata.
Venticinque anni. Venticinque anni di addestramento nell'Ordine, studiando la Trama (Weave), imparando i Protocolli (Protocols), preparandosi a combattere mostri e Maghi (Magi) rivali. E tutto era culminato in quello. Un rimprovero come una scolara, umiliata nel suo stesso rifugio da un potere che non poteva nemmeno iniziare a contrastare. La Dama non l'aveva punita per aver combattuto; l'aveva punita per essere stata così stupida da aver bisogno di aiuto.
Ma doveva mandarlo giù. Per loro. Per Sarah.
"Siete stati bravi," disse, la sua voce piatta, esausta. "Avete seguito gli ordini. Avete fatto tutto giusto."
Si raddrizzò, allontanandosi dallo stipite, costringendosi a guardarli negli occhi.
"Per stasera... è finita." Fece un respiro profondo. "Potete tornare a casa. Anzi," aggiunse, con un filo di urgenza, "dovete. Andate. Dormite. Cercate di non... pensare. A domani."
Luca aprì la bocca, forse per protestare, per dire che volevano restare, ma lo sguardo di Elisa lo bloccò. Non era una richiesta.
Lentamente, Elisa piegò la vita in un inchino formale. Un gesto di rispetto profondo, quasi feudale.
"Vi ringrazio," sussurrò al pavimento sporco.
Luca e Sofia si scambiarono un'occhiata smarrita. Senza dire una parola, raccolsero le loro giacche, evitarono lo sguardo di Elisa e sgattaiolarono fuori dalla porta, sbloccandola e richiudendola con un clic sommesso.
Elisa rimase sola, nell'odore di lavanda sbiadita e sangue. Guardò la figura di Sarah sul lettino, che respirava profondamente, guarendo, ignara di tutto.
"Sola," mormorò Elisa. E per la prima volta da quando era iniziata quella follia, si sentì veramente, pericolosamente sola.
Sola.
Elisa si avvicinò lentamente al lettino. Guardava quella ragazza che respirava profondamente, il suo corpo che si ricuciva da solo grazie a un potere che non era né magico né mortale.
Stasera, da sola, aveva abbattuto un Anziano della Camarilla. Un mostro vecchio di secoli, trasformato in Forma della Bestia (Beast Form), e lei lo aveva distrutto.
Elisa l'ammirava. Profondamente.
Sarah aveva solo sedici anni. Un terzo della sua età biologica.
La Magia, la manteneva giovane, certo. Le dava l'aspetto di una donna nel fiore degli anni, ma quella era solo cosmesi arcana. Non la rendeva più furba. Non la rendeva più astuta.
E quella sera, lo aveva capito sulla sua pelle.
Mentre lei era stata ingannata, messa all'angolo e quasi distrutta da Almerinda, Sarah aveva affrontato la Furia pura e l'aveva decapitata.
Le narrazioni della Camarilla raccontavano di Ferro, che in epoche passate si faceva chiamare l'Arconte. Si raccontava che da solo distruggesse interi villaggi, che non bastassero squadre intere di Templari per affrontarlo.
E quella ragazzina... quella ragazzina di sedici anni, armata solo di un coltello, lo aveva ucciso.
Chi era veramente quella ragazza? Chi era veramente la Fiamma Pallida?
E lei stessa... lei, Elisa, aveva affrontato Lady Almerinda ed era sopravvissuta. Aveva affrontato una Toreador nata più di seicento anni fa, una creatrice di imperi culturali, ed era sopravvissuta. Certo, era merito dell'addestramento della Dama.
E in quel momento, guardando la Cacciatrice ferita, Elisa capì la freddezza di Dama Helena. Capì la sua furia. Non era solo rabbia per un piano fallito; era la rabbia gelida di un potere antico che vedeva la sua arma più preziosa quasi distrutta.
Elisa, per la prima volta, si sentì vicina alla sua Dama, non come adepta, ma come custode di qualcosa di inestimabile e terribile.
Ma allo stesso tempo ora, dopo aver assaggiato il gelo di Dama Helena, dopo aver subito quell'umiliazione fredda e tagliente... ora Elisa capiva.
Capiva tutta la frustrazione di Sarah. Capiva la rabbia che la divorava. Capiva cosa significasse essere la figlia di Dama Helena.
Capiva cosa si provava a vivere sotto quell'ombra opprimente, sapendo che non importa la vittoria, non importa il sacrificio... non sarebbe mai stato abbastanza.
FINE PRIMA SERIE
VILLA MALASPINA - STUDIO DEL PRINCIPE - NOTTE
L'aria era immobile.
Don Nicolò Malaspina era in piedi davanti al suo camino spento. Di fronte a lui, seduti in un rigido semicerchio, c'erano i suoi "alleati" e rivali: Dama Almerinda, pallida e tesa; l'Avvocato Finch, che si sistemava nervosamente gli occhiali; e i pochi Primogeniti rimasti a Voghera.
La cenere dell'Anziano Ferro era stata spazzata via, ma la sua eco aveva raggiunto Milano. Stavano aspettando la reazione.
"...la Cacciatrice è stata ferita. Il Consiglio si è esposto. Ora abbiamo il vantaggio. Dobbiamo solo..."
La voce di Malaspina fu interrotta.
Non da un suono. Ma da un'assenza di suono.
Le luci elettriche nello studio tremarono. La fiamma delle candele sulla scrivania si abbassò, la luce divenne fioca, come risucchiata via.
L'angolo più lontano della stanza, dove la libreria incontrava il muro, smise di essere un'ombra. Divenne oscurità. Un buco nero e solido, un pezzo di abisso che si contorceva.
Almerinda si alzò di scatto, mostrando le zanne per istinto.
Dall'oscurità emerse un uomo.
Non era un guerriero. Era pallido, vestito con un impeccabile abito nero che sembrava tessuto di notte liquida. I suoi occhi erano completamente neri, privi di iride o sclera. Era il MAGISTER.
Si mosse senza camminare, scivolando sul pavimento di marmo. Si fermò al centro della stanza. I Ghoul di Malaspina erano rannicchiati contro il muro, le mani sulle orecchie, paralizzati da un terrore silenzioso.
La sua voce fu un sussurro che riempì la stanza. "Don Nicolò Malaspina. Principe di Voghera."
Malaspina si raddrizzò. Cercò di proiettare la sua Presenza da Ventrue, ma fu come gettare un sasso in un oceano. Il Magister non se ne accorse nemmeno.
"Non sei stato annunciato," disse Malaspina, la voce tesa. "Né invitato. Parla, prima che ti dichiari ostile."
Il Magister inclinò la testa, quasi divertito.
"Io sono l'Araldo dell'Abisso. Porto il saluto del Principe Giangaleazzo di Milano."
Il nome calò come una lastra di tomba. Persino Almerinda raddrizzò la schiena.
"Il Principe esprime il suo... disappunto."
Malaspina strinse i pugni. "Ho gestito una crisi. La minaccia è quasi contenuta."
"Tu sei la crisi, Don Nicolò," replicò il Magister, tagliente. "Voghera è una crepa nel muro della Masquerade. Streghe e Cacciatrici la attraversano come se fosse un bordello aperto. Il Principe non tollera le crepe."
"Manderò un rapporto formale a Milano. Ora, lascia il mio Dominio."
"Milano non è interessata ai tuoi rapporti." Il Magister sembrò sorridere, anche se la sua bocca non si mosse. "Il Principe Giangaleazzo crede nella gestione diretta. Non invia 'Auditori' per guardare. Invia 'Precettori' per agire."
Dall'ombra ai piedi del Magister, un sottile tentacolo di oscurità pura si allungò. St Strisciò sul tappeto persiano, salì sulla scrivania di Malaspina e depositò un oggetto con un leggero clack.
È un piccolo specchio da mano, d'argento annerito e ossidiana.
"Il Principe ama i doni. Questo è per te. Un ricordo della sua... attenzione. Rimarrà qui. Sarà l'occhio e l'orecchio di Milano nel tuo Dominio."
Malaspina fissò lo specchio. Sentiva il potere che irradiava: era freddo, antico e affamato. Era una prigione.
"Risolvi il tuo problema, Don Nicolò," continuò il Magister. "Ripara la crepa. O il Principe manderà qualcuno a sigillarla. Insieme a tutto ciò che contiene."
Il Magister sorrise. Fu uno spettacolo orribile.
"Buona caccia."
Lentamente, indietreggiò nell'angolo da cui era venuto. L'oscurità lo inghiottì. Le luci della stanza tornarono a brillare, violente, quasi accecanti.
Il Magister era sparito.
Tutti gli occhi erano su Malaspina. Non era più un Principe nel suo studio. Era un sorvegliato speciale.
Guardò lo specchio nero sulla sua scrivania. Sulla sua superficie, per un istante, credette di vedere un riflesso che non era il suo: gli occhi neri e inquisitori di Giangaleazzo che lo fissavano dall'abisso di Milano.
CAMERA DEL CONCLAVE - LONDRA - NOTTE
Sotto Bloomsbury, molto più in profondità del santuario privato di Lady Helena, si trovava la Camera del Conclave.
Era un anfiteatro scavato nella roccia viva, illuminato da una fredda luce argentea che emanava dai sigilli incisi nel pavimento di pietra. Al centro, disposte in un cerchio perfetto, c'erano dodici alte sedie di pietra runica.
Undici di queste sedie erano occupate.
Gli Arcani Maggiori del Consiglio d'Argento erano riuniti. Erano uomini e donne così antichi che l'aria intorno a loro vibrava di potere controllato. Indossavano vesti accademiche che andavano oltre la moda, ognuna ricamata con i simboli della loro Disciplina Arcana.
La dodicesima sedia, la più alta, quella incisa con il simbolo della Sibilla Nera, era vuota.
Non perché la sua occupante fosse assente, ma perché era in piedi al centro del cerchio, nello spazio riservato agli imputati.
Lady Helena, la Sacerdotessa Primus, era lì. Indossava un semplice abito grigio, spoglio di ogni insegna di potere. Il suo viso era una maschera di ghiaccio, ma per la prima volta in tre generazioni, era lei a essere guardata dall'alto in basso.
Il Magister dell'Ordine di Hermes, Lord Valerius, il custode del Patto, la fissava dal suo seggio.
"Il Conclave per la Transizione è convocato," disse Valerius, la sua voce che risuonava nella pietra. "Siamo qui per deliberare sulla successione della Sibilla, come richiesto, dato che il tuo regno ha superato di un secolo il mandato."
Fece una pausa, i suoi occhi chiari che trafiggevano Helena.
"Eppure, mentre questo Conclave era in corso, tu hai abbandonato il tuo seggio. Hai agito unilateralmente."
"Ho agito per proteggere il Patto," replicò Helena, la sua voce calma, vellutata, ma tagliente come un bisturi d'ossidiana.
"Hai protetto il Patto?" intervenne la Matriarca delle Voci, una donna avvolta in veli scuri. "O hai protetto la tua arma? Hai inviato tua figlia, la Fiamma Pallida [Sarah], in un'operazione non autorizzata. E quando la tua arma si è danneggiata, hai infranto ogni protocollo."
La Matriarca si alzò, puntando un dito ossuto verso Helena.
"Tu sei andata a Voghera. Personalmente. Hai usato la Magia della Fonte per guarirla. Un'azione che non intraprendi nemmeno per gli Arcani qui presenti. Hai agito non come Primus, ma come madre."
L'accusa, "madre", fu pronunciata come se fosse un'eresia.
"La mia arma è vitale per la guerra a venire," disse Helena, senza scomporsi. "L'incidente di Voghera ha confermato la debolezza della Camarilla e l'ingerenza di poteri più oscuri [riferendosi a Giangaleazzo]. Il Sigillo della Sibilla doveva essere recuperato e il suo portatore reso di nuovo operativo."
"Operativo," rise sommessamente un altro Arcano, un uomo cieco. "Parli di lei come di un coltello. Ma corri a soccorrerla come se fosse un neonato. Per trecento anni, Sacerdotessa, la tua freddezza è stata la nostra più grande forza. Ci hai guidato attraverso due guerre con i Fratelli perché tu eri... l'Equilibrio. Ma ora temiamo che questo 'rapporto di sangue', che tu stessa hai creato, abbia indebolito il tuo giudizio."
Lady Helena sollevò lo sguardo, incontrando gli occhi di ognuno di loro.
"Il mio giudizio è più chiaro che mai. La Cacciatrice è l'unica arma in grado di affrontare ciò che sta arrivando da Milano. Il mio intervento era necessario."
"Necessario?" ribatté Lord Valerius. "O impulsivo? Hai mostrato la tua mano, Helena. Hai rivelato ai Fratelli che la Cacciatrice non è un'agente casuale, ma una pedina di vitale importanza per noi. L'hai resa un bersaglio primario."
Si alzò in piedi, la sua autorità che eguagliava la sua.
"Questo Conclave è stato convocato per eleggere un nuovo Primus. Le tue azioni hanno solo reso questa transizione più urgente. Hai dimostrato di non poter più essere obiettiva. Hai anteposto il sangue al dovere."
Helena rimase immobile nel cerchio, sola. Non si difese oltre.
Valerius si rivolse agli altri dieci Arcani.
"Delibereremo. Hai abbandonato il tuo posto durante un Conclave e hai ammesso di aver agito per motivi personali. Fino a quando non avremo emesso un giudizio e scelto un successore, sei sollevata dal tuo incarico di Primus."
Fece un cenno.
"Lady Helena. Attenderai la nostra decisione. Come un'Adepta minore."
Per la prima volta, un impercettibile lampo di furia pura attraversò gli occhi azzurri di Helena. Era stata messa all'angolo. Proprio mentre la vera guerra stava per iniziare, il suo stesso Consiglio l'aveva appena disarmata.
[SCENA TERMINA]