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Creato il 19/05/2026, 19:30 · Aggiornato il 19/05/2026, 19:30

Capitolo 8: Puntata 7: La Camarilla non Esita Mai

@bergadavideDavide
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Puntata 7: La Camarilla non Esita Mai

Qualche ora prima alla Villa Malaspina.

Il silenzio nello studio di Don Nicolò Malaspina era spesso, carico di fumo di sigaro (uno dei suoi pochi vizi mortali rimasti). Di fronte a lui, seduta con una grazia innaturale su una poltrona Luigi XVI, c'era Dama Almerinda.

Non erano più rivali che si scambiavano frecciate velate. Erano due predatori alfa costretti a condividere lo stesso territorio minacciato.

"Ferro è in posizione," disse Malaspina, aspirando lentamente dal sigaro. "L'Arpia ha confermato che la Cacciatrice ha abboccato all'esca. È impulsiva. E arrogante. Si dirige verso la fabbrica. Da sola."

Almerinda lo guardò, i suoi occhi antichi che non tradivano alcuna emozione. "E tu pensi che il tuo cane mutilato possa fermarla? Dopo quello che ha fatto al Midian?"

"Ferro non deve fermarla," replicò Malaspina, con un sorriso sottile. "Deve solo impegnarla. E morire, preferibilmente in modo spettacolare. Sarà la giusta punizione per la sua incompetenza."

Si sporse in avanti, il suo tono che diventava confidenziale. "Ma la Cacciatrice non è il mio unico problema. E nemmeno il tuo."

"La strega," disse Almerinda, la sua voce un sussurro gelido.

"Esatto," confermò Malaspina. "L'adepta del Consiglio d'Argento. Colei che ha osato usare la magia nel tuo Elysium. Colei che ha distrutto i tuoi Figli."

Malaspina sapeva quali corde toccare. La perdita dei suoi Childer Toreador (la band) era una ferita fresca e bruciante per Almerinda.

"Ho scommesso sulla psicologia, Dama," continuò il Principe. "Quella strega, Elisa, si sente responsabile per la Cacciatrice. È la sua 'guardiana'. Non la lascerà andare da sola in una trappola palese. La seguirà."

"E cosa proponi, Nicolò?" chiese Almerinda, ora interessata. "Che io mi sporchi le mani con la magia plebea di quella ragazzina?"

"Propongo vendetta," disse Malaspina, con gli occhi che brillavano. "E ordine. Mentre Ferro tiene occupata la Cacciatrice in un combattimento puramente fisico - uno spettacolo che ho intenzione di godermi - tu intercetterai la strega. Separatamente."

Si alzò, camminando verso il mappamondo antico nell'angolo. "La fabbrica è un labirinto. Perfetto per un'imboscata. Lei arriverà cercando la sua protetta. E troverà te."

Fece girare lentamente il globo. "Non devi distruggerla. Anzi, sarebbe controproducente. Attirerebbe l'attenzione del Consiglio d'Argento. Ma devi neutralizzarla. Umiliarla. Dimostrarle che il Patto di Silenzio esiste per una ragione. E che violarlo nel mio Dominio... nel nostro Dominio... ha delle conseguenze."

Si voltò verso di lei. "Avrai la tua vendetta per i tuoi Figli. E io avrò la Cacciatrice isolata, pronta per essere eliminata da Ferro o, in caso di suo fallimento, catturata."

Almerinda considerò l'offerta. Era elegante. Era crudele. Era perfettamente Toreador. Le permetteva di vendicarsi senza scatenare una guerra aperta con le streghe.

"Accetto," disse Almerinda, alzandosi con grazia. "Ma sappi, Nicolò, che questa 'collaborazione' è temporanea. E se il tuo cane fallisce di nuovo... sarò io a reclamare la testa della Cacciatrice. Come risarcimento per il mio Elysium profanato."

Malaspina sorrise. "Non mi aspetterei niente di meno, Dama."

Malaspina, nella sua arroganza, credeva di aver previsto tutto. Non sapeva quanto si sbagliava. La Camarilla non esita mai, ma a volte... i suoi stessi membri lo fanno. E Ferro non aveva nessuna intenzione di morire per il suo Principe.

Mentre Malaspina pianificava la sua vendetta nella luce artificiale della sua villa, l'Oracolo sedeva nell'oscurità assoluta della sua cripta. L'aria era ferma, carica dei sussurri di secoli.

Davanti a lui, inginocchiato sul pavimento polveroso, c'era Leo, il Sangue Debole. Non tremava più di paura, ma di una sorta di eccitazione nervosa. In una settimana sotto la "protezione" dell'Oracolo, aveva mangiato meglio di quanto avesse mai fatto nella sua breve non-vita.

La voce dell'Oracolo risuonò nella mente di Leo, non più fredda, ma quasi... divertita.

«Il Principe Ventrue si crede un tessitore,» sibilò la voce. «Ma le sue trame sono grossolane. Prevedibili.»

Leo rimase in silenzio. Aveva imparato a non interrompere.

«Sta usando la sua Arpia Nosferatu, 'Il Professore', per far trapelare un'informazione. Un 'nido' nella vecchia fabbrica di conserve. Pensa di attirare la Fiamma Pallida in una trappola.»

L'Oracolo rise, un suono secco che echeggiò nella cripta. «Ma 'Il Professore'... quel piccolo ratto... dimentica chi gli ha insegnato a strisciare nell'ombra. Dimentica chi conosce ogni tunnel sotto questa città.»

L'Oracolo si "sporse" nell'oscurità. Leo sentì un freddo antico avvolgerlo.

«Malaspina crede di usare te come esca, topolino. Non sa che l'esca l'ho messa io. E il topo sei tu.»

Leo deglutì a vuoto. "Cosa... cosa devo fare, Signore?"

«Andrai alla fabbrica,» ordinò l'Oracolo. «Prima che arrivi lei. Ti nasconderai. E quando sentirai i suoi passi... farai rumore. Lascerai che ti trovi. Sembrerai spaventato. Chiederai il suo aiuto.»

"Ma... Ferro sarà lì," balbettò Leo. "Il Principe lo manderà. Mi ucciderà!"

«Il cane mutilato del Principe seguirà gli ordini. Ma non è stupido come il suo padrone. Ha i suoi piani. E tu, topolino, non sei la sua preda.»

L'Oracolo fece una pausa, come se stesse ascoltando qualcosa che solo lui poteva sentire.

«Ci saranno... fuochi d'artificio, stanotte. La Fiamma Pallida (Sarah). Il Cane Spezzato (Ferro). L'Ombra d'Argento (Elisa). E la Rosa Appassita (Almerinda). Convergeranno tutti sulla tua piccola esca.»

La voce dell'Oracolo divenne quasi sognante. «Voglio vederli danzare. Voglio vedere se la Profezia si avvera. Voglio assaggiare la paura nell'aria.»

"Ma io?" chiese Leo, terrorizzato. "Cosa succederà a me?"

«Tu sei il mio topo,» rispose l'Oracolo, tornando gelido. «E io non abbandono i miei topi. Non finché mi servono.»

Dall'oscurità, una mano scheletrica emerse, porgendo a Leo due oggetti.

«Prendi questo,» disse l'Oracolo, indicando un panno scuro, piegato e stranamente pesante, come se fosse intessuto di piombo. «È tessuto con fili d'ombra e silenzio. Isola dalla magia sacra. Non toccare la Fiamma Pallida a mani nude, o brucerai come il Gangrel.»

Poi indicò il secondo oggetto: un piccolo sigillo di ossidiana, freddo al tatto, inciso con un simbolo a spirale. «E questo. Tienilo nascosto. Quando la Fiamma cadrà... quando il coltello sarà a terra...»

L'Oracolo si interruppe, un sorriso invisibile nella sua voce mentale. «Afferralo. Usa il panno. E corri.»

"Correre? Dove?" chiese Leo.

«All'uscita nord della fabbrica. Quella vicino al fiume. I miei figli ti aspetteranno lì, fuori dalla vista del Principe.» L'Oracolo fece cenno ai due Nosferatu silenziosi che erano ancora nell'ombra. «Quando sarai quasi all'uscita, schiaccia questo sigillo. Emetterà un impulso che solo loro sentiranno. Ti troveranno. Consegna loro il panno... e ciò che contiene... e sarai al sicuro. Sarai ricompensato.»

Leo fissò i due oggetti nella sua mano. Il panno per il coltello. Il sigillo per la fuga.

«E il coltello?» chiese, gli occhi che brillavano di avidità.

L'Oracolo rise di nuovo, un suono lungo e strisciante. «Il coltello? Oh, no, topolino. Il coltello non è formaggio per te. Quello... quello è il mio vero premio.»

«Ora vai,» concluse l'Oracolo. «E recita la tua parte. Fai cadere la Fiamma.»

Il rumore fu assordante. Un cancello di metallo che si contorceva, seguito dallo schianto di una porta d'acciaio divelta dai cardini.

Nascosta nell'ombra più profonda di un ufficio polveroso, Dama Almerinda arricciò il naso. Indossava un abito da sera color prugna, del tutto inadatto al luogo, ma perfetto per lei.

Rumorosa, pensò la Toreador Anziana. Così volgare. Come tutti i giovani.

Aveva sentito la Cacciatrice arrivare. Aveva percepito la sua rabbia grezza, la sua forza innaturale. E ora, percepiva qualcos'altro.

Un'energia più sottile, più controllata, ma altrettanto estranea, che si avvicinava furtivamente dall'ingresso secondario. La strega.

Cosa da topi, pensò Almerinda con disprezzo, ritirandosi ancora di più nell'oscurità. Strisciare nell'ombra. Lascerò che il cane di Malaspina si occupi della bestia. Io mi prenderò la maga.

Elisa Renzi entrò nel corridoio buio, muovendosi con cautela. Teneva una mano alzata, un debole globo di luce argentea che fluttuava sul suo palmo, illuminando appena le pareti scrostate. Stava cercando Sarah, seguendo l'eco della sua rabbia.

"Sarah?" sussurrò. "Sarah, dove sei? È una trappola!"

"Ma certo che lo è, cara."

La voce provenne da ogni angolo del corridoio contemporaneamente. Era una voce musicale, antica, carica di un potere che fece vibrare l'aria. La Presenza di un Anziano.

Elisa si bloccò, alzando la luce. Riconobbe quella voce. L'aveva sentita nei racconti sussurrati del Consiglio d'Argento.

"Dama Almerinda," disse Elisa, cercando di mantenere la voce ferma. "La Rosa Appassita di Voghera. La traditrice del Patto."

Una figura emerse dall'ombra più vicina, muovendosi con una Celerità fluida che sembrava sfidare la gravità. Almerinda si fermò a cinque metri da lei, perfettamente illuminata dal globo magico. Il suo sorriso era bellissimo e crudele.

"Traditrice? Che parola forte," disse Almerinda. "Io preferisco... conoscitrice. Ho assaggiato piaceri che voi, piccole serve della luna, potete solo sognare. Compreso il sangue delle vostre Cacciatrici."

"Lasciami passare," ordinò Elisa, alzando la mano libera, pronta a lanciare un incantesimo. "Non sono qui per te."

Almerinda rise, un suono cristallino. "Oh, ma io sono qui per te, piccola strega. Hai osato profanare il mio Elysium. Hai distrutto i miei Figli. E hai usato la tua magia plebea in mia presenza. Imperdonabile."

La Presenza di Almerinda si intensificò. Non era un attacco mentale diretto; era un'ondata emotiva. Un misto soffocante di Timore reverenziale per la sua antichità e Desiderio per la sua bellezza innaturale. Elisa si sentì improvvisamente piccola, insignificante, la sua volontà che vacillava.

NO! si impose Elisa. Strinse i denti e il globo di luce argentea pulsò, respingendo l'ondata emotiva. "Non funzionerà con me, vampira!"

Gridò una parola in latino. Un cerchio di fuoco argenteo esplose sul pavimento intorno a lei, una barriera protettiva.

Almerinda la guardò con divertito disprezzo. "Fuoco? Che primitivo. Così... rumoroso."

Si mosse. Non corse. Fluì. La sua Celerità era tale che sembrò teletrasportarsi attraverso il cerchio di fuoco, le fiamme magiche che si ritraevano dalla sua figura come se avessero paura di bruciare qualcosa di troppo prezioso.

Apparve dietro Elisa.

Elisa reagì d'istinto, lanciando all'indietro una raffica di vento tagliente. Almerinda la schivò con un movimento quasi annoiato, come se stesse scostando una tenda.

"Sei veloce," ammise Almerinda, la sua voce ora un sussurro nell'orecchio di Elisa. "Ma sei così... distratta."

Usò di nuovo la Presenza, ma in modo diverso. Non Timore, non Desiderio. Passione. Inondò la mente di Elisa con l'eco della rabbia di Sarah, amplificata mille volte. Le fece sentire la furia della Cacciatrice, il suo dolore, la sua paura.

Elisa barcollò, sopraffatta da quell'empatia forzata. Gridò, portandosi le mani alle tempie.

Almerinda sorrise. "Vedi? Ti preoccupi per lei. Che debolezza mortale."

Con una velocità fulminea, colpì. Non con artigli, non con zanne. Usò il taglio della mano, potenziato dalla Celerità, mirando al collo di Elisa.

Elisa, ancora stordita, riuscì a deviare il colpo all'ultimo istante. Il fendente la colpì sulla spalla, non tagliando, ma l'impatto fu abbastanza forte da farle perdere l'equilibrio e sbattere contro il muro. Il globo di luce si spense.

Il corridoio piombò nel buio quasi totale.

Adesso! pensò Elisa.

Le tornarono in mente le parole di Lady Elena durante un addestramento a Londra, anni prima: "Contro gli Anziani, bambina, a volte l'astuzia vale più della forza. Quando non puoi vincere... fingi. C'è una magia per questo. Semplice. Veloce. Ma devi essere convincente."

Mentre Almerinda si compiaceva nell'ombra, Elisa, con un ultimo barlume di concentrazione, sussurrò una singola parola elfica – Lanta (Cadere) – e incanalò una minuscola scintilla di magia non verso la vampira, ma verso se stessa. Non un attacco, ma un sonno indotto.

"Hai talento, piccola strega," sussurrò la voce di Almerinda da qualche parte nell'oscurità. "Ma ti manca... l'esperienza. E la crudeltà."

Elisa sentì un dolore acuto alla tempia – Almerinda l'aveva colpita di striscio, un colpo non letale ma sufficiente a rendere credibile lo svenimento – e si lasciò cadere a terra, inerte. L'incantesimo fece il resto, spegnendo la sua aura magica, facendola apparire completamente priva di sensi.

Almerinda si erse sopra il corpo "svenuto" di Elisa. Annusò l'aria. Nessuna traccia di magia attiva. Solo l'odore della polvere e del sangue mortale (dalla ferita alla tempia).

Patetica, pensò.

Si lisciò l'abito. Non l'aveva uccisa. Ucciderla avrebbe significato guerra. Ma l'aveva neutralizzata. E si era divertita.

Sentì in lontananza il primo urlo dei Neonati di Ferro che attaccavano Sarah.

Bene, pensò Almerinda, voltando le spalle al corpo inerte di Elisa e dirigendosi con calma verso l'uscita del corridoio, ansiosa di godersi lo spettacolo principale. Che il cane di Malaspina fallisca miseramente.

Nell'oscurità, dietro di lei, Elisa rimase immobile. Ma i suoi occhi erano aperti. Stava aspettando.

Il momento giusto.

Sentì in lontananza il primo urlo dei Neonati di Ferro che attaccavano Sarah.

Bene, pensò Almerinda. Si voltò, dirigendosi con calma verso l'uscita del corridoio, ansiosa di godersi lo spettacolo principale. Che il cane di Malaspina fallisca miseramente.

Aveva fatto qualche metro quando Elisa, alle sue spalle, aprì gli occhi.

L'incantesimo era stato programmato per durare solo pochi secondi. Si rialzò in un lampo, silenziosa come un'ombra. Le sue mani brillarono di nuovo, questa volta non di luce, ma di un'energia crepitante e argentea. Stava preparando il suo incantesimo più potente, un Dardo della Sibilla, capace di perforare le difese di un Anziano.

Non ebbe nemmeno il tempo di mirare.

Almerinda si fermò. Non si voltò. Inclinò appena la testa. I suoi sensi potenziati da secoli di Auspex avevano percepito il picco di energia magica alle sue spalle.

"Ingenua bambina," sussurrò Almerinda, la sua voce che ora echeggiava da un punto imprecisato nell'oscurità davanti a Elisa.

Con una velocità disumana, Almerinda svanì. Non corse. Semplicemente, non era più lì. (Una combinazione magistrale di Celerità e Oscurazione).

Il Dardo della Sibilla di Elisa colpì il muro vuoto dove Almerinda si trovava un istante prima, esplodendo in una pioggia di scintille argentee.

"Pensavi davvero di ingannarmi?" La voce di Almerinda proveniva ora dalle ombre vicino all'uscita del corridoio.

Prima che Elisa potesse voltarsi o reagire, sentì un sibilo nell'aria e un dolore acuto e bruciante al fianco.

Guardò in basso. Conficcata nella sua carne, sotto le costole, c'era una rosa. Una singola, perfetta rosa nera, le cui spine erano innaturalmente lunghe e acuminate, ricoperte da una linfa scura e viscosa.

La ferita non sanguinava molto, ma bruciava di un freddo innaturale, un veleno che attaccava non solo il corpo, ma anche la sua energia magica.

"Ci rivedremo," disse la voce di Almerinda, ora carica di divertimento crudele. "Quando sarai cresciuta."

E poi, svanì veramente, lasciando Elisa sola nel corridoio buio.

Elisa si portò una mano al fianco, cercando di estrarre la rosa avvelenata. Le sue dita tremavano. La vista le si annebbiò. Crollò in ginocchio, poi a terra, gravemente ferita e fuori combattimento.

Mentre Sarah faceva il suo ingresso trionfante, in una angolo buio della fabbrica di conserve, Leo era incatenato a un vecchio macchinario arrugginito, in un angolo buio della fabbrica. Le catene erano pesanti, spesse, roba da cantiere navale. Lo Sceriffo Ferro le aveva strette personalmente, con un ghigno crudele, prima di lasciarlo lì come un'esca legata.

"Aspetta qui, topolino," gli aveva ringhiato. "La tua amica Cacciatrice verrà a cercarti."

Ma Leo sapeva che non era un'esca per Sarah. Era un'esca per Ferro. E per tutti gli altri. Era il pezzo di formaggio al centro della trappola dell'Oracolo.

La Fame era un dolore sordo e costante. Erano passati giorni dall'ultima sacca di sangue. L'Oracolo gli aveva promesso un Dominio, ma prima doveva recitare la sua parte. E la sua parte era avere paura. Non era difficile.

Sentì il rumore. Un cancello che si contorceva. Una porta che si schiantava.

È arrivata.

Il cuore morto di Leo iniziò a battere un ritmo frenetico e inutile nel suo petto. Nascosto nella tasca logora dei suoi jeans, strinse il piccolo sigillo di ossidiana che l'Oracolo gli aveva dato. Era freddo, liscio, stranamente confortante.

"Fai rumore," gli aveva detto l'Oracolo nella sua mente. "Lascia che ti trovi."

Leo esitò. Ogni istinto di sopravvivenza gli urlava di restare immobile, di sparire. Ma la promessa dell'Oracolo... un Dominio...

Con mano tremante, urtò deliberatamente una lastra di metallo appoggiata al muro. Il CLANG echeggiò nel silenzio spettrale della fabbrica.

Sentì i passi di Sarah avvicinarsi. Veloci. Decisi.

Poi la voce di Ferro, dall'alto. E il ringhio.

Era il segnale.

Leo tirò fuori il sigillo dalla tasca. La sua mano tremava così forte che quasi gli sfuggì. L'ossidiana sembrava viscida sotto il suo sudore freddo.

Concentrati, si disse. Schiaccialo. Loro ti troveranno.

In lontananza, sentì l'inizio del combattimento. Urla. Ringhi animaleschi. Il suono inconfondibile di un corpo che diventa cenere. Uno.

La mano di Leo tremava ancora di più. La fame lo rendeva debole, goffo. Cercò di stringere il sigillo tra pollice e indice, ma le sue dita erano intorpidite dal freddo e dalla paura.

Dai. Dai!

Un altro urlo. Un tonfo. Il suono di zanne che affondavano nella carne. Sentì Sarah gridare di dolore.

Due. Forse tre? Stava succedendo troppo in fretta.

Il sigillo gli scivolò dalle dita sudate. Cadde a terra con un piccolo tic.

No!

Leo si gettò in avanti quanto le catene glielo permettevano, cercando freneticamente il piccolo pezzo di ossidiana sul pavimento sporco. Lo vide. Luccicava debolmente alla luce filtrante.

Lo afferrò. Ma ora le sue mani erano coperte di polvere e grasso. Era ancora più scivoloso.

Sentì un CLANG metallico echeggiare nella fabbrica. Diverso. Più acuto.

Il coltello! L'Oracolo aveva detto: "Quando la Fiamma cadrà..." Era il momento!

Con un ultimo, disperato sforzo di volontà, Leo strinse il sigillo nel pugno. Ignorò il tremore. Ignorò la fame. Pensò al Dominio. Pensò alla sicurezza. Pensò a non essere più un topo.

CRACK.

L'ossidiana si frantumò nel suo pugno. Non ci fu luce, non ci fu suono. Ma sentì un'onda d'urto gelida risalirgli lungo il braccio.

Le pesanti catene ai suoi polsi e alle sue caviglie non si aprirono.

Si disintegrarono. Si sbriciolarono in una polvere metallica fine e grigia, che cadde silenziosamente a terra.

Leo era libero.

Rimase immobile per un secondo, incredulo. Poi sentì il rumore di passi pesanti che atterravano sul pavimento al centro della fabbrica. Sentì la voce di Ferro, carica di trionfo.

Era ora di andare a prendere il formaggio.

E di sparire prima che il gatto si accorgesse che il topo era scappato.

Sarah avanzava a testa alta, era come amava chiaro lei, “Il Gioco della Cacciatrice”. Si guardò intorno, la vecchia fabbrica di conserve puzzava.

Non era solo l'odore stantio di pomodori marci e ruggine, un bouquet che Sarah stava iniziando ad associare all'arredamento standard dei cattivi. C'era qualcos'altro sotto. L'odore acre e metallico della Fame disperata, così diverso dalla fame controllata dei predatori più vecchi. E sotto ancora, appena percettibile tra i macchinari silenziosi, l'odore muschiato e terroso di qualcosa di più antico. Qualcosa che aspettava. Odore di Gangrel. Odore di Ferro.

Sarah avanzò nella vasta sala di lavorazione principale, un cimitero d'acciaio. Non aveva strappato il cancello per arroganza. L'aveva fatto per mandare un messaggio: So che siete qui. E non ho paura.

I suoi sensi erano spalancati. Sentiva il battito cardiaco accelerato di Leo, l'esca, incatenato in fondo alla sala sotto una singola lampada al neon. Puzzava di paura e sudore freddo. Povero stupido, pensò Sarah. Pensa di essere al centro della trappola. È solo il formaggio.

E sentiva loro. Quattro presenze. Deboli. Tremanti. Il loro potere era grezzo, caotico, come un motore che non si accende. Neonati. Appena trasformati, probabilmente affamati da giorni. Poteva sentire la Bestia che si contorceva nei loro petti, una fame così disperata da renderli quasi ciechi. Poteva sentire il legame, il filo invisibile che li collegava al loro Sire.

E il Sire era lì. Sulle passerelle metalliche sopra la sua testa, nascosto nell'ombra più fitta. Ferro. Il suo odio era un nodo freddo nell'aria, paziente. E il suo piano era così ovvio da essere quasi un insulto.

Sacrifica i cuccioli. Indebolisci la preda. Colpisci alle spalle.

Sei anni. Aveva solo sei anni di "esperienza". Ma erano stati sei anni vissuti sul filo del rasoio. Aveva imparato a leggere l'intenzione in un battito di ciglia troppo lento, nel modo in cui un vampiro spostava il peso prima di attaccare. Il suo istinto non era magico; era sopravvivenza distillata. Sei anni per lei erano come cinquecento per uno di loro.

Ferro pensava che lei fosse una ragazzina impulsiva, accecata dalla rabbia per sua madre. Pensava che l'avrebbe logorata. Pensava che l'avrebbe sorpresa.

Pensa di nuovo, 'Wolverine'.

"Sarah!" gridò Leo, alzando la testa. "No! È una trapp...!"

"Lo so," disse Sarah, ad alta voce. Si fermò al centro della sala, esponendosi deliberatamente.

Lasciò cadere lo zaino. Estrasse il Sigillo della Sibilla dalla fodera sulla schiena. La lama brillò, fredda e pulita. Un sorriso feroce le piegò le labbra. Aveva smesso di pensare. Era ora di cacciare.

"Venite a prendermi," mormorò.

Come previsto, un ringhio bestiale squarciò il silenzio.

Le quattro ombre si lanciarono nel vuoto, proiettili affamati che puntavano al coltello.

Sarah non arretrò. Piegò le ginocchia.

Il tempo sembrò rallentare. Vedeva le loro traiettorie, la fame disperata nei loro occhi, la goffaggine dei loro movimenti. Non erano soldati. Erano vittime.

Uno. Si lanciò basso. Sarah fece perno su un piede, lo schivò e usò il suo slancio per afferrarlo per la collottola. Lo sbatté contro un nastro trasportatore arrugginito. CRACK. Polvere.

Due. Cercò di saltarle sulla schiena. Sarah si abbassò, lo intercettò a mezz'aria afferrandolo per una gamba e lo usò come una clava, schiantandolo contro un vecchio macchinario per l'inscatolamento. CRUNCH. Polvere.

Tre e Quattro. Esitarono. Errore.

Il coltello brillò. Sarah non lo lanciò. Era troppo prezioso.

Scattò in avanti. Un fendente orizzontale. Il terzo Neonato si divise in due all'altezza della vita. WHOOSH. Polvere.

Una piroetta all'indietro. Un affondo preciso. Il quarto Neonato la guardò con occhi sbarrati mentre la lama benedetta gli trapassava il cuore. POP. Polvere.

Silenzio.

Quattro mucchietti di cenere si posarono lentamente sul pavimento. Tutto in meno di tre secondi.

Sarah rimase al centro della fabbrica, immobile. Si pulì un po' di polvere inesistente dalla spalla. Poi alzò lentamente lo sguardo verso le travi, verso l'ombra dove Ferro si nascondeva.

Nell'angolo buio, Leo tremava così forte da far vibrare le catene che lo legavano al macchinario. Aveva visto. Aveva visto tutto.

La Cacciatrice. Non era la ragazza spaventata ma forte del vicolo. Quella era una maschera. Questa... questa era un uragano. Aveva smembrato quattro Fratelli (anche se Neonati) con una freddezza, una velocità e una grazia terrificanti. Era come guardare una ballerina con lame al posto delle mani.

Il coltello. Era caduto nel tombino. A pochi metri da lui. Il piano dell'Oracolo era semplice: aspettare, afferrarlo, correre.

Ma ora... ora capiva. Non poteva avvicinarsi a quel tombino. Non con lei lì. L'Oracolo aveva promesso protezione, un Dominio... ma l'Oracolo non aveva visto quello che Leo aveva appena visto. Lei l'avrebbe polverizzato prima ancora che potesse toccare il panno d'ombra.

La paura vinse sull'ambizione. Al diavolo il coltello. Al diavolo l'Oracolo. Al diavolo tutto. Voleva solo vivere.

Con mano tremante, tirò fuori il frammento di sigillo di ossidiana dalla tasca. Lo strinse nel pugno, chiudendo gli occhi, pregando che funzionasse. CRACK. Le catene si sbriciolarono in polvere grigia.

Mentre Sarah continuava a fissare le travi, Leo scivolò via nell'ombra più profonda, muovendosi come il topo che era, verso un'uscita secondaria che solo lui conosceva.

Sarah percepì il movimento nell'angolo. Il cuore dell'esca aveva accelerato, poi si era allontanato. Sta scappando, pensò, con un misto di disprezzo e indifferenza. Che scappi. Non è il mio problema.

Fece un sorriso sprezzante verso le travi. "Patetico. Davvero. Mi aspettavo di più dal tizio che si credeva Wolverine."

Poi, con un gesto lento e deliberato, fece scivolare il Sigillo della Sibilla (che aveva recuperato dopo aver polverizzato l'ultimo Neonato) nella fodera sulla sua schiena. CLICK.

"Ma sai cosa?" continuò. "Sono stufa dei giochetti. Sono stufa delle trappole. E sono stufa di sentire l'odore di cane bagnato."

Si mise in posizione di combattimento. Mani nude.

"Scendi giù, Ferro," disse, a voce bassa ma udibile in tutto il capannone. "Finiamila. Io e te. Niente più trucchi. Niente più cuccioli. Vediamo se sei bravo a combattere quanto sei bravo a nasconderti."

Ci fu un momento di silenzio assoluto. Poi, dalle travi, si sentì il suono disgustoso di ossa che si spezzavano e si riformavano rapidamente. Un suono umido, innaturale, di carne che si strappava e si ricomponeva.

Ferro atterrò sul pavimento con un tonfo pesante. Ma non era più Ferro.

La sua figura era più grossa, più curva, quasi scimmiesca. La pelle era diventata spessa e coriacea, di un grigio terroso. Gli artigli della mano sinistra erano ora lunghi quasi trenta centimetri, ricurvi come falci d'ossidiana. L'artiglio rituale d'argento nero che sostituiva la sua mano destra sembrava ora un'estensione naturale e mostruosa del suo braccio. Il suo volto era stato completamente stravolto: la mascella si era allungata in un muso irto di zanne che erano diventate vere e proprie zanne sporgenti, simili a quelle di un cinghiale. Gli occhi erano fessure rosse incandescenti che bruciavano di pura Furia. Non era un lupo mannaro. Era un orrore primordiale. La Forma della Bestia, la manifestazione fisica del potere selvaggio di un Gangrel Anziano spinto oltre il limite.

Il mostro sollevò la testa e ruggì. Un suono primordiale, gutturale, che fece tremare le lamiere arrugginite della fabbrica.

Sarah sorrise. Finalmente. Un vero combattimento.

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