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Puntata 7 : La Caccia al Topo
L'erboristeria abbandonata non sapeva più di muffa. Ora odorava di carta vecchia, polvere di gesso, ozono (un residuo della magia protettiva di Elisa) e caffè stantio.
Era diventato il "Covo".
Erano le dieci di sera, e la Scooby Gang era al lavoro.
Elisa era seduta al centro del caos, un'isola di calma. Aveva un antico tomo rilegato in pelle aperto accanto a un tablet dell'Ordine, e stava sorseggiando un tè alla salvia, i suoi occhi che si muovevano veloci tra il latino e lo schermo.
Sofia era nell'angolo "tech", curva sulla sua postazione. Il tic-tic-tic-tic furioso della sua tastiera era l'unico suono costante nella stanza. Stava hackerando i server dell'ufficio tecnico, sovrapponendo le planimetrie della rete fognaria alle vecchie mappe catastali. Non alzava lo sguardo.
Luca era seduto sul pavimento, circondato da un semicerchio meticoloso di ritagli del "Giornale di Pavia" degli ultimi vent'anni. Stava catalogando "morti strane" e "sparizioni", cercando un pattern.
Nessuno dei due ragazzi parlava, a meno che non fosse necessario. E quando lo facevano, si rivolgevano a Elisa, non all'altra persona nella stanza.
E poi c'era Sarah.
Sarah era un topo in gabbia.
Thud.
Atterrò morbidamente dopo l'ennesimo salto sul posto, testando il braccio che era guarito in modo innaturale.
Screeech.
Il suono metallico del coltello benedetto che veniva pulito di nuovo con uno straccio.
Thud.
Iniziò a camminare avanti e indietro, lungo il perimetro di 4 metri della stanza.
Luca sussultò leggermente ogni volta che lei gli passava alle spalle. Cercò di rannicchiarsi, di occupare meno spazio.
"Sarah."
La voce di Elisa fu secca, infastidita. Non alzò nemmeno gli occhi dal libro.
"Per l'amore della Sibilla. Vuoi stare ferma? Stai consumando il pavimento. E quel rumore con il coltello mi sta facendo venire il mal di testa."
Sarah si fermò di colpo, nel mezzo della stanza, tesa come una corda di violino. Il coltello brillava sotto la luce della lampada da tavolo.
"Non posso," sbottò. "È una settimana. Una. Settimana. Esatta."
Luca e Sofia alzarono la testa all'unisono, spaventati dalla sua voce improvvisa, per poi riabbassarla subito sui loro compiti.
"È una settimana tranquilla," disse Elisa, pazientemente. "Non è una buona cosa? Niente Ferro che cerca di strapparti la faccia, niente Malaspina che cerca di far sfrattare tuo padre. È... normale."
"Tranquilla? È assordante!" Sarah riprese a camminare. "Io odio questa parte. Odio la ricerca. È come la scuola, ma puzza di erbe morte. Stiamo giocando a Cluedo, e io odio i giochi da tavolo."
"Stiamo pianificando," la corresse Elisa. "Non si caccia un Anziano come faresti con un Sangue Debole. Dobbiamo..."
"Voi state pianificando!" la interruppe Sarah. "Io sto facendo la muffa. Sono il vostro cane da attacco? Mi tenete al guinzaglio finché non c'è qualcosa da mordere?"
Frustrata, invertì il passo, ma non guardò dove metteva i piedi. Calpestò in pieno il meticoloso lavoro di Luca, scompigliando i ritagli di giornale accumulati in un'ora di lavoro.
"Ehi!" gridò Luca, più per lo spavento che per la rabbia. "Ci ho messo un sacco! Stavo seguendo una linea temporale!"
Sarah si bloccò, guardando il casino di carta ai suoi piedi.
Luca si rese conto di aver alzato la voce contro di lei. Si ritrasse immediatamente, impallidendo. "Cioè... non fa niente. Li rimetto a posto. Scusa."
"No, hai ragione," disse Sarah, la voce carica di sarcasmo. "Sono d'intralcio."
Luca, ancora terrorizzato, cercò di sdrammatizzare, ma fece l'errore di usare il sarcasmo a sua volta, senza guardarla negli occhi. "Beh, un po' sì. Stai, tipo, in mezzo ai piedi."
Fu un errore fatale.
Il cervello di Sarah, già sovraccarico di rabbia repressa, frustrazione e adrenalina inutilizzata, scattò.
"In mezzo ai piedi?" sibilò. "Io?"
In un movimento fluido e troppo veloce per essere visto, si chinò e afferrò il davanti della felpa di Luca.
"Ehi!" strillò lui.
Lo sollevò. Di peso.
Le sue scarpe da ginnastica penzolarono a dieci centimetri dal pavimento. Luca si aggrappò ai polsi di Sarah, terrorizzato, trovandosi faccia a faccia con i suoi occhi azzurri, freddi e furiosi.
"Tu," ringhiò Sarah, la sua voce bassa e pericolosa, "sei seduto sul culo a leggere giornali vecchi. Io sono quella che deve andare là fuori e farsi mordere da quegli schifosi. Io sono quella che deve mentire a suo padre ogni singola notte! Quindi vedi di non..."
"SARAH! METTILO GIÙ!"
Il grido di Elisa non fu quello di una professoressa. Fu un comando. L'aria nella stanza vibrò, carica di un potere magico che spense la rabbia di Sarah come un getto d'acqua fredda.
Sarah, sorpresa dalla sua stessa reazione, lo lasciò.
Luca cadde goffamente sul sedere, tossendo, e si trascinò all'indietro sul pavimento, lontano da lei, gli occhi sbarrati dal terrore. Sofia era congelata al suo computer, le mani a mezz'aria sulla tastiera.
Elisa si alzò di scatto, furiosa, e si mise tra Sarah e i due ragazzi.
"Sei un'idiota," sibilò Elisa. "Loro sono mortali. Loro ti stanno aiutando. Non sono i tuoi nemici. Non sono il tuo sacco da boxe!"
Sarah la guardò, poi guardò Luca (che non osava incontrarla con lo sguardo), e un'ondata di vergogna spense la sua rabbia. "Io... io non..."
"Esci," la interruppe Elisa, indicando la porta. "Sei inutile in queste condizioni. Hai bisogno di calmarti. Non sei lucida. Vai a prendere una boccata d'aria fresca. Adesso."
Sarah la fissò per un secondo, poi fissò Luca, che tremava ancora.
Senza dire una parola, afferrò il suo giubbotto di jeans ed uscì, sbattendo la porta del Covo così forte da far cadere un barattolo di erbe secche da uno scaffale.
Dopo che Sarah aveva sbattuto la porta ed era uscita, c'era stata un'ora di calma tesa. Ora era tornata, ma l'atmosfera era peggiorata.
Non camminava più. Era seduta su uno sgabello alto nell'angolo più buio, immobile, limitandosi a far roteare il coltello benedetto tra le dita. Un movimento fluido, ipnotico, pericoloso.
Luca e Sofia cercavano disperatamente di concentrarsi sui loro schermi, ma continuavano a lanciarle sguardi di sottecchi. Erano terrorizzati da lei.
Fu Luca, paradossalmente, a rompere il silenzio. Non ce la faceva più.
"Senti, Sarah..." iniziò, la voce un sussurro. "Mi... mi dispiace. Per prima. Quella cosa, 'in mezzo ai piedi'... era una battuta stupida."
Sarah non lo guardò. Il coltello continuò a roteare. Flip. Catch. Flip. Catch.
"Non fa niente," disse lei, piatta.
"No, è che..." intervenne Sofia, prendendo coraggio. Si voltò sulla sedia. "Noi... non capiamo. Tu sei..." Esitò, cercando la parola giusta. "...così forte. E così... arrabbiata. Eri spaventata? La prima volta?"
Sarah smise di far roteare il coltello.
Lo strinse.
E poi, inaspettatamente, rise. Un suono breve, secco, privo di allegria.
"Spaventata? Dipende," disse, alzando lo sguardo. "Quale 'prima volta'? La prima volta che ho dovuto spiegare a papà perché l'auto aveva un buco a forma di corno sul cofano? O la prima volta che ho dovuto disinfestare il McDonald's?"
Luca e Sofia si guardarono, allibiti. "Il... McDonald's?"
"Già. Cremona. Avevo tipo tredici anni." Sarah si strinse nelle spalle, come se parlasse del tempo. "Un nido di... non so, Brujah adolescenti, credo... pensava che il 'drive-thru' fosse un buffet 'all-you-can-eat'. Un casino. Ho dovuto usare il vassoio del McMenu come un frisbee per decapitare il capo. Non è stato bello. La salsa agrodolce è appiccicosa. Però..." Fece un piccolo sorriso. "...mi hanno regalato McMenu gratis per un mese. Quindi, 10/10, lo rifarei."
Luca la fissava a bocca aperta. "Hai... decapitato un vampiro con un vassoio?"
"Era di plastica dura," precisò Sarah, come se fosse ovvio. "Poi c'è stato il Preside a Pavia. Quello è stato peggio."
Elisa, dall'altra parte della stanza, alzò lo sguardo dal suo tomo.
"Quello sì che era viscido," continuò Sarah, con disgusto. "Continuava a seguirmi, puzzava di... vecchio... e beveva 'caffè' da una fiaschetta. Pensavo fosse solo un alcolizzato depresso. Si scopre che era un Ghoul. Ha cercato di 'reclutarmi' per il suo padrone chiudendomi in presidenza. I Ghoul sono i peggiori. Non esplodono. Fanno un casino. Sanguinano dappertutto. E devi spiegare perché il Preside è 'caduto' così forte da rompere la sua stessa scrivania. Molto, molto noioso. Un sacco di scartoffie."
Elisa impallidì visibilmente, riconoscendo la terminologia.
"Ma il primo primo?" disse Sarah, e la sua voce si fece più distante. "Quello è stato facile. Era quasi un gioco."
Tornò a far roteare il coltello, più lentamente. "Piacenza. Dieci anni. Papà era fuori per un concerto. Ero a casa con la babysitter, Anna. La sento piangere, vado a vedere. C'è questo tizio in salotto. Bellissimo, tipo modello, con una giacca di velluto blu. E un odore... dolce. Troppo dolce."
Elisa smise di respirare. Velluto. Toreador.
"Anna era immobile," continuò Sarah, "lo fissava con occhi vitrei. Lui le morde il collo. Io urlo. E sapete la prima cosa che fa? Si lamenta. Si lamenta che il mio urlo gli ha fatto rovesciare del sangue sulla giacca. Si è messo a tamponare il velluto con un fazzoletto di seta. Capite? Come se io fossi la maleducata."
"A quel punto," disse Sarah, alzando le spalle, "non era più spaventoso. Era ridicolo. È stato come giocare con un pupazzo. Un pupazzo arrogante e vanitoso che si preoccupava della sua messa in piega. E mentre si specchiava nel vetro della libreria per controllare se gli avevo rovinato i capelli... l'ho impalato con l'attizzatoio del camino. Puff."
Un silenzio assoluto riempì il Covo. Luca e Sofia erano bianchi come fantasmi.
Fu Elisa a parlare. La sua voce era strozzata.
"Sarah..." disse, alzandosi lentamente. "Un uomo in giacca di velluto... a Piacenza... dieci anni fa... che si preoccupava dei suoi vestiti..."
"Sì?" disse Sarah, infastidita. "Un coglione vanitoso. E allora?"
"E allora," disse Elisa, il suo volto ora terrorizzato, "quello... quello era il Primogenito Toreador di Piacenza. Si chiamava Aureliano. Era un Anziano. Era il padrone di quella città."
"Sì, beh," replicò Sarah, "era un Anziano molto stupido. E ora è un Anziano molto morto."
"Tu non capisci..." iniziò Elisa. "Tua madre... Lady Elena... mi ha detto solo che ti eri 'attivata'. Non mi ha detto che avevi... decapitato un Dominio! Che avevi dichiarato guerra alla Camarilla a dieci anni!"
"Non l'ha detto a te?" scattò Sarah, e tutta l'autoironia svanì di colpo, sostituita da una rabbia pura e fredda. "Non l'ha detto a me! L'ho scoperto anni dopo! Io so solo che siamo dovuti scappare! Di nuovo!"
Si alzò in piedi di scatto, facendo cadere lo sgabello con un rumore sordo.
"Ecco la mia infanzia!" urlò, e questa volta c'erano lacrime di rabbia nei suoi occhi. "Ecco i miei 'ricordi scolastici'! Il McDonald's! Il Preside Ghoul! Il Pupazzo Toreador! Dopo ognuno di questi 'incidenti'... chi pagava?"
Indicò se stessa. "Io! E mio padre! Lui non sa niente! Pensa che io sia malata! Che sia pazza! E lei... lei è lontana, a Londra, a gestire la sua 'politica', a muovere i suoi fili!"
Avanzò verso Elisa. "E ora ho questo! Un covo segreto, una babysitter magica e l'unica persona al mondo che amo, l'unica persona normale... che devo riempire di bugie ogni volta che torno a casa con la maglietta sporca di sangue o di polvere!"
In quel silenzio teso, carico di sei anni di rabbia e dolore, il portatile di Sofia emise un BIP acuto.
Tutti sussultarono.
Sofia si voltò verso lo schermo, asciugandosi una lacrima. "Uh... ragazzi? Ho... ho qualcosa. La fabbrica di conserve abbandonata."
Digitò furiosamente. "C'è 'rumore', segnalazioni di attività... ma c'è di più. Ho isolato un segnale."
Alzò lo sguardo, gli occhi sbarrati.
"È il telefono che hai dato a Leo. È stato acceso per quindici secondi, un singolo ping. Proviene da lì. Dai sotterranei. Devono tenerlo prigioniero."
Sarah si asciugò rabbiosamente una lacrima con il dorso della mano.
"Finalmente," disse, la sua voce di nuovo dura come il ferro.
Afferrò il suo giubbotto.
"Sarah, aspetta!" gridò Elisa, scattando in piedi. "È una trappola! È così palese! Hanno acceso loro quel telefono! Dopo quello che è successo al Midian, sanno che stai cercando il topo. Ti stanno invitando a entrare!"
Sarah si fermò sulla porta, la mano sulla maniglia.
"Bene," disse, senza voltarsi. "Ho proprio voglia di una trappola. Sto meglio da sola. Almeno so chi devo proteggere."
Uscì sbattendo la porta, lasciando la Scooby Gang sola, nel silenzio scioccato del Covo.
La porta sbatté con una tale violenza da far vibrare i barattoli di erbe secche sugli scaffali.
Seguì un silenzio pesante, rotto solo dal ronzio del portatile di Sofia.
Fu Luca a parlare per primo, la voce strozzata.
"È... è pazza? L'ha detto lei stessa, sa che è una trappola! Morirà là dentro!"
Sofia deglutì, cercando di mascherare il tremito. "Il ping è durato quindici secondi. Hanno lasciato una traccia digitale così ovvia che perfino io potevo trovarla in un minuto. Vogliono che lei vada. Vogliono che vada da sola e arrabbiata."
"Ha ragione," disse Elisa, con una calma glaciale che spaventò i due ragazzi più della rabbia di Sarah. "È accecata dal suo passato e dalla rabbia per sua madre. La stanno usando."
Si mosse con efficienza improvvisa, non più come una supplente di lettere, ma come un soldato. Iniziò a raccogliere oggetti dal suo borsone: una boccetta di polvere d'argento, tre piccoli quarzi legati con filo di rame e un kris malese dall'aspetto antico.
"Elisa... cosa facciamo?" chiese Sofia. "Non possiamo... non possiamo combattere quelli."
Elisa si infilò il kris nella cintura, sotto la giacca. "No, non potete." Si fermò e li guardò. "Ma io sì. Il mio compito è proteggerla, anche da se stessa. Specialmente da se stessa."
"Andiamo tutti e tre?" chiese Luca, cercando di sembrare coraggioso e fallendo miseramente. "Posso... non so, lanciare sassi?"
Elisa scosse la testa. "Assolutamente no. Questo è il loro territorio. L'errore che stanno commettendo è pensare che Sarah sia l'unica minaccia. Sottovalutano la magia."
Indicò Sofia. "Tu resti qui. Sei i nostri occhi. La fabbrica ha un vecchio impianto di sicurezza, probabilmente è ancora connesso. Prova a entrarci. Dammi una mappa dei sotterranei e tieni d'occhio ogni movimento all'esterno. Sei il nostro 'controllo missione'. Non smettere di parlare," disse, porgendole un piccolo auricolare. "Resta nella mia testa."
Sofia annuì, il terrore sostituito da una concentrazione febbrile. "Ricevuto."
Elisa si voltò verso Luca. "Tu vieni con me. Ma non entri. Conosci questa città meglio di chiunque altro. Porti la tua macchina. Trovami un ingresso secondario, un condotto di scarico, un punto cieco. E tieni il motore acceso. Quando usciamo, non ci fermeremo per nulla."
"E tu?" chiese Luca.
Elisa aprì il palmo della mano. I tre quarzi si sollevarono e iniziarono a orbitare lentamente sopra il suo palmo, brillando di una fioca luce blu.
"Sarah entrerà dalla porta principale e farà rumore," disse Elisa, la sua voce dura. "Io sarò il fantasma che entra dal muro sul retro. Loro guarderanno il martello, non vedranno arrivare lo stiletto."
Afferrò il suo giubbotto. "Andiamo. Abbiamo al massimo dieci minuti prima che lei faccia qualcosa di irreparabile.”
Poco più tardi in un mattatoio abbandonato oltre la tangenziale.
L'odore di sangue vecchio e ruggine era così denso da poterlo masticare. Ma sotto, c'era un odore nuovo. Un odore dolce e terribile. L'odore del Sangue che chiama altro Sangue.
Ferro, l'ex Sceriffo, era in piedi al centro della sala di macellazione.
Il suo moncherino destro, avvolto in bende sporche, pulsava. Un promemoria costante della sua umiliazione.
Davanti a lui, non c'erano Ghoul.
C'erano quattro figure, rannicchiate nell'ombra, che tremavano.
Erano i suoi "figli". I suoi Neonati.
Erano un insulto. Un uomo disperato preso da un ponte, una prostituta tossicodipendente, due teppistelli di strada. Li aveva Abbracciati nelle ultime due notti, in una furia cieca, violando ogni legge sacra della Camarilla. Li aveva creati all'insaputa del Principe.
Ed erano affamati.
Ferro non aveva dato loro nemmeno una goccia del suo sangue dopo l'Abbraccio. Non li aveva nutriti. Li stava affamando. La Fame li stava rendendo stupidi, bestiali, disperati. Erano armi instabili, e questo era esattamente ciò che voleva.
Uno di loro, il ragazzo del ponte, gemette, gli occhi rossi fissi su Ferro. "Padr... Padrone... ho fame..."
In un lampo, Ferro fu su di lui. La sua mano sinistra (l'unica rimasta) si chiuse sulla gola del Neonato, sollevandolo da terra.
"La Fame è un dono," sibilò Ferro, la sua voce un ringhio. "Vi rende affilati. E tra poco... mangerete."
Lasciò cadere il Neonato, che cadde a terra tossendo e piangendo sangue.
I processi mentali di Ferro erano di una chiarezza glaciale.
Malaspina, il burattino Ventrue, lo credeva un cane da attacco mutilato, desideroso di riguadagnare il suo "prestigio". Che idiota.
Il prestigio era cenere. L'onore era morto con la sua mano.
Ora c'era solo la vendetta. Una vendetta totale.
Nel momento in cui aveva creato il primo di questi disperati, aveva dichiarato guerra a Malaspina. Aveva commesso un crimine per cui il Principe sarebbe stato ritenuto responsabile.
Ora doveva solo accendere la miccia.
Il piano di Malaspina era contenere.
Il piano di Ferro era distruggere.
Avrebbe usato i suoi figli affamati come carne da cannone.
Avrebbe usato il topo (Leo) come esca per la Cacciatrice.
Avrebbe messo tutti nella stessa scatola—la fabbrica di conserve—e avrebbe dato fuoco a tutto.
Il suo calcolo era perfetto:
* Contro Sarah: O lei veniva sopraffatta dalla furia di quattro Neonati in preda alla Frenesia della fame, o lei li massacrava. In entrambi i casi, lei sarebbe stata indebolita, coperta di sangue, e lui le avrebbe dato il colpo di grazia. La sua vendetta sulla Cacciatrice sarebbe stata compiuta.
* Contro Malaspina: Questa era la parte migliore. Cosa sarebbe successo alla fabbrica? Un massacro. Quattro Neonati illegali, un Sangue Debole incatenato (Leo) e la Cacciatrice, tutti che si facevano a pezzi in un bagno di sangue.
Non importava chi vinceva. Le fiamme avrebbero coperto le prove, ma non abbastanza. I mortali sarebbero arrivati. La Masquerade sarebbe stata fatta a brandelli.
E chi sarebbe stato incolpato?
Non Ferro, che sarebbe stato "eroicamente caduto in battaglia" o semplicemente sparito.
Ma Don Nicolò Malaspina. Il Principe che non sapeva che il suo ex Sceriffo stava creando progenie illegalmente. Il Principe che non aveva saputo gestire una Cacciatrice. Il Principe che aveva permesso un massacro nel suo Dominio.
Malaspina non avrebbe perso solo il prestigio a Milano. Avrebbe perso la sua non-vita.
Ferro guardò i suoi "figli" tremanti e affamati. Erano la sua bomba.
"È ora di mangiare," ringhiò. "Preparate la fabbrica. E accendete quel maledetto telefono. La cena sta arrivando.”
I quattro Neonati erano rannicchiati contro il muro sporco di piastrelle, tremanti. La Fame li rendeva pallidi e deboli, ma era la sua presenza a terrorizzarli.
Ferro avanzò lentamente, il suono dei suoi stivali sul cemento umido era l'unico rumore. Si fermò davanti a loro, una montagna d'ombra.
"Sta arrivando una ragazza," sibilò.
Li guardò uno per uno, imprimendo il suo volto nei loro incubi.
"Non dovete ucciderla. Non dovete combatterla. Se ci provate, morirete."
Sollevò il moncherino destro, nero e cauterizzato, tenendolo bene in vista.
"Lei ha un'arma. Un coltello. È l'unica cosa che conta. È l'unica cosa che mi ha fatto questo."
La sua voce divenne un sussurro pericoloso. "Voi siete sacrificabili. Siete carne morta. Siete il mio scudo. Il vostro compito è semplice: starle addosso. Dalle braccia. Dalle gambe. Come cani rabbiosi. Non mi interessa se vi spezza. Non mi interessa se vi brucia."
Si chinò, la sua unica mano artigliata si aprì e si chiuse.
"Voi dovete solo farle cadere quel coltello. Rallentarla. Distrarla. Nel momento in cui la sua mano si aprirà e quella lama toccherà terra... il vostro compito sarà finito."
Si raddrizzò, dando loro le spalle.
"Al resto," concluse, "penso io."
Che ci provino pure. Che si facciano massacrare. Sono solo carburante per il fuoco. Non capiscono, nessuno di loro capisce. Non Malaspina, con la sua politica e il suo "prestigio". Non la Cacciatrice, con il suo "codice" e la sua rabbia. Sono tutti così prevedibili. La mia vendetta non è ucciderla. È cancellare la scacchiera. Quando lei sarà dentro, indebolita dai miei figli bastardi, disarmata, io la finirò. Poi brucerò tutto. I miei Neonati illegali, il topo, la Cacciatrice. Sarà un faro. Un massacro tale che i mortali non potranno ignorarlo. La Masquerade di Malaspina andrà in fiamme con la sua reputazione. Lui voleva che gli portassi la testa della Cacciatrice? Io gli porterò le ceneri del suo intero Dominio. Questo è ciò che ottengono quando mettono un cane da guerra in un angolo.
L'aria notturna era fredda, ma l'aria intorno alla fabbrica era immobile. L'odore di pomodori marci e ruggine era quasi soffocante.
Sarah non cercò un ingresso secondario. Non cercò di essere furtiva.
Raggiunse il pesante cancello di metallo arrugginito, chiuso da un lucchetto spesso come un pugno.
Ignorò il lucchetto.
Afferrò le sbarre del cancello e tirò.
Il metallo urlò, piegandosi sotto la sua forza innaturale. I cardini, corrosi da decenni di abbandono, si strapparono dal cemento con un suono secco, come ossa spezzate. Sarah non aprì il cancello: lo strappò dalla sua sede e lo gettò di lato, facendolo schiantare sull'asfalto con un boato che echeggiò nel distretto industriale.
Non era un'infiltrazione. Era un annuncio di guerra.
Entrò nella vasta sala di lavorazione principale.
File di rulli trasportatori morti giacevano come scheletri di serpenti d'acciaio. Enormi tini per la cottura, bui e vuoti, incombevano come idoli dimenticati.
Il suo "prurito" da Cacciatrice non era un prurito. Era un incendio.
L'aria era così densa di presenza vampirica da poterla quasi masticare.
E in fondo alla sala, vide la luce.
Una singola, malata lampada al neon appesa al soffitto sfarfallava, illuminando un piccolo palcoscenico dell'orrore.
Lì, esattamente come nel video, c'era Leo.
Era incatenato a un pilastro portante, accasciato, il volto tumefatto.
Alzò la testa al rumore del cancello. I suoi occhi si sbarrarono.
"Sarah!" gridò, la sua voce rotta dal terrore. "No! È una trapp...!"
"Lo so," disse Sarah.
Si fermò al centro della sala, perfettamente esposta.
Sapeva che Leo era l'esca. E sapeva di non essere sola.
Li sentiva.
Quattro di loro. Nascosti nell'oscurità delle passerelle sopraelevate, rannicchiati dietro i tini. Erano giovani, terrorizzati, e affamati. Poteva quasi sentire la Bestia che si contorceva nei loro petti.
E ne sentiva un quinto.
Nascosto più in profondità. Paziente. Pieno di odio. Ferro.
Lentamente, Sarah si sfilò lo zaino e lo lasciò cadere a terra con un tonfo sordo.
Poi, con un movimento fluido, estrasse il Sigillo della Sibilla dalla sua fodera sulla schiena.
La lama d'argento catturò la luce tremolante del neon, brillando di una luce fredda e pulita in mezzo a tutto quel marciume.
Un sorriso feroce, quasi gioioso, le piegò le labbra. La rabbia che la soffocava nel Covo era sparita, sostituita da una chiarezza glaciale.
Aveva smesso di pensare. Era ora di cacciare.
"Venite a prenderlo," mormorò, non a Leo, ma al buio sopra di lei.
Come se quell'invito avesse rotto un incantesimo, un ringhio bestiale squarciò il silenzio.
Dall'alto, da quattro direzioni diverse, le ombre si staccarono dal metallo. Erano i Neonati. Non attaccarono con strategia; si lanciarono nel vuoto come proiettili affamati, puntando dritti alla ragazza illuminata e al coltello che teneva in mano.
Sarah non arretrò. Piegò le ginocchia, il pugnale tenuto basso e pronto.