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Puntata 6 : La mattina ha la cenere in bocca
Le due settimane che seguirono il disastro del Midian [Puntata 5] furono una sorta di pace armata. Un silenzio innaturale, quasi assordante, era calato sul Dominio. Sarah non sentì più nulla da parte del Principe Malaspina, né un sussurro da Dama Almerinda, e nemmeno un'ombra dello Sceriffo Ferro. Persino l'altro versante, quello che le dicevano essere l'Oracolo [Puntata 3], taceva. L'unico della parte oscura che si faceva sentire era Leo (Toporagno), con le sue soffiate notturne, messaggi brevi e terrorizzati che la guidavano verso i covi da sgominare.
Per il resto, la vita di Sarah si cristallizzò in una routine logorante. Divenne un abito a doppia fodera, cucito su misura per lei: da un lato, la trama luminosa e quasi comica della sua nuova vita da liceale; dall'altro, la fodera oscura e insanguinata della Cacciatrice. Il ciclo era implacabile e si ripeteva con una precisione estenuante.
La sua giornata iniziava sempre alle 7:00, e sempre troppo presto. La sveglia del telefono era un suono stridulo che odiava. La colpiva per spegnerla, a volte con troppa forza, incrinando il display. Si tirava su a sedere nel buio, gli occhi che bruciavano. Il sonno era stato pesante, ma troppo corto, forse tre ore. La stanchezza era un veleno freddo nelle vene, un'emicrania costante che pulsava dietro gli occhi.
La notte prima, ad esempio, era tornata alle quattro. Il telefono usa-e-getta (Toporagno) era vibrato alle due. Una soffiata di Leo: un manipolo di Sangue Debole [Puntata 1, 3] in una fabbrica di conserve abbandonata oltre la tangenziale.
Sarah si era mossa in quel labirinto di metallo arrugginito e vetro rotto, l'aria viziata dall'odore di pomodori marci e muffa. Non erano un pericolo; erano patetici. Quattro di loro, goffi, disperati, rannicchiati attorno a un barile acceso. Discutevano su un sacchetto di sangue rubato, litigando come ratti. Erano spinti da una Fame così cieca da non accorgersi di lei finché non era stato troppo tardi.
Non era stato un combattimento; era stata una pulizia.
Meno di un minuto.
Il primo l'aveva afferrato da dietro, il pugnale [Puntata 1, 4] che gli trapassava il cuore prima che potesse urlare. Il secondo si era voltato, gli occhi sbarrati, e lei gli aveva lanciato il coltello, colpendolo in piena fronte. Gli altri due avevano tentato di scappare. Li aveva abbattuti prima che raggiungessero la porta. Quattro lampi d'argento, quattro mucchietti di cenere che si dissolvevano sul pavimento di cemento.
Era tornata a casa nell'aria fredda prima dell'alba, puzzando di polvere e morte, e si era infilata sotto la doccia, strofinando via la sporcizia e l'odore metallico del sangue vampirico, sperando di lavare via tutto prima che suo padre si svegliasse.
Si trascinò giù dal letto, indossò la sua maschera.
Quando scese in cucina alle 7:30, Marco era già lì, seduto al tavolo con la sua chitarra acustica, un taccuino aperto e un registratore vocale. Non aveva bisogno di lavorare; i fondi fiduciari della madre di Sarah erano più che sufficienti a mantenere la famiglia agiatamente. Ma Marco non sapeva stare senza musica. Così, l'Ordine (probabilmente tramite Finch [Puntata 5]) gli aveva procurato un "lavoretto" di facciata perfetto per lui: scriveva jingle per Radio Voghera.
Stava canticchiando un motivetto allegro. "Vieni... vieni... dal Forno Rossi! Il pane caldo che... non ti scordi!"
Alzò lo sguardo e sorrise, i suoi occhi pieni di una felicità genuina. La sua vita era tornata in carreggiata.
"Buongiorno, tesoro!" esclamò, posando la chitarra. "Dormito bene?"
Sarah prese un bicchiere di succo d'arancia dal frigo. Il sapore dolce contrastava con il gusto amaro che aveva in bocca, un sapore che sapeva di cenere.
"Una favola, papà," mentì lei, forzando un sorriso.
Bevve il succo tutto d'un fiato, appoggiandosi al bancone, mentre Marco le parlava della sua ultima creazione musicale. Lei annuiva, ma i suoi sensi erano tesi. Ascoltava il rumore del camion della spazzatura fuori, il cane del vicino che abbaiava...
DIN-DON.
Il suono del campanello la fece trasalire, un riflesso involontario.
"Oh!" disse Marco, tutto raggiante, alzandosi. "Devono essere i tuoi amici! Che bello, tesoro, che passino a prenderti. Vedi? Te l'avevo detto che qui ti saresti trovata bene!"
Sarah sentì una morsa allo stomaco. Amici. Un'altra parte della recita.
Prese lo zaino da terra, pesante di libri di scuola e, nascosto in un doppio fondo, del suo equipaggiamento.
"Sì, papà. Devo andare."
Si diresse verso la porta, con Marco che la seguiva, ancora sorridente.
"Divertiti a scuola, Sarah! Ci vediamo a pranzo!"
Sarah aprì la porta.
Davanti a lei, sul pianerottolo, c'erano Sofia e Luca. Sembravano a disagio quanto lei, due complici costretti a recitare la parte dei "compagni di scuola".
"Ciao, Sarah," disse Sofia, cercando di sorridere.
"Ehi," borbottò Luca, guardandosi le scarpe.
"Ciao ragazzi! Buona giornata!" li salutò Marco da dietro le spalle di Sarah, sventolando la mano.
Sarah uscì sul pianerottolo. La porta si chiuse alle sue spalle, e il sorriso affettuoso di suo padre svanì, inghiottito dal legno. La maschera della "figlia" lasciò il posto a quella della "studentessa".
Il tragitto verso scuola era un silenzio teso. Luca e Sofia cercavano di fare una conversazione goffa, un rituale che si ripeteva ogni mattina e che la infastidiva profondamente.
"Allora," disse Sofia, stringendo la tracolla del suo zaino pieno di tablet. "Ho sentito che oggi c'è il compito di latino. Hai ripassato le declinazioni che ti ho dato?"
"Più o meno," rispose Sarah, senza guardarla.
Arrivarono davanti all'imponente edificio del Liceo Classico. Un'altra scelta che non aveva fatto. Sua madre aveva insistito dalla sua torre d'avorio a Londra: "La formazione classica è la migliore per una Cacciatrice, Sarah. Affina la mente strategica. E il latino è la base di ogni incantesimo di interdizione."
Sarah pensava solo che fosse una noia mortale.
Eppure, per la prima volta nella sua vita, stava succedendo qualcosa di strano. Era nello stesso posto da più di un mese. Non era in fuga dopo un "incidente" [Puntata 1], non stava preparando le valigie nel cuore della notte. Per la prima volta, si stava ambientando. E questa novità, anche se odiava ammetterlo a se stessa, la rendeva quasi felice.
La scuola era diventata strana.
Dopo l'incidente in cui aveva steso Matteo [Puntata 3], la sua reputazione era esplosa. Matteo, per salvare la faccia dopo essere stato scaraventato a terra come un fantoccio, aveva iniziato a dire in giro che "ci stava provando" con lei e che lei era "una tipa tosta".
Questo aveva dato il via libera al resto dei ragazzi. Il corridoio ora era un percorso a ostacoli di tentativi goffi di chiederle di uscire.
"Ehi, Sarah... ti va un cinema sabato?"
Lei li respingeva con un sarcasmo così tagliente ("Preferirei cavarmi un occhio con un cucchiaino arrugginito") da provocare, inspiegabilmente, più ammirazione che imbarazzo.
Di conseguenza, anche le ragazze la vedevano con occhi nuovi. Era l'asso della squadra di pallavolo, era bella in un modo pericoloso e non aveva paura di nessuno. Era diventata, suo malgrado, popolare.
Solo Chiara e la sua cricca di amiche la odiavano con una passione viscerale, ma ora si tenevano a distanza. I loro attacchi non erano più frontali, ma sussurri velenosi e sguardi carichi d'odio da fondo corridoio, che Sarah ignorava con uno sbadiglio.
Questa nuova popolarità, però, portava domande.
"Ma tu e Matteo...?"
"E tuo padre? È così... giovane! E tua madre?"
Per questo, aveva la storiella pronta. Quella che Helena e l'Ordine le avevano insegnato a raccontare, una bugia pulita ed efficiente.
"Oh, i miei?" diceva, con una scrollata di spalle perfettamente studiata. "Non si sono mai sposati. Hanno convissuto per un po', ma poi si sono lasciati. Cose che capitano."
Era una bugia. La realtà, come le aveva accennato Helena una volta, era ancora più fredda: era stata una storiella veloce di due settimane, e nessuno dei due era mai davvero stato vicino l'uno all'altra.
Sarah se la cavava egregiamente in questa recita. Le uniche persone che proprio non le andavano giù erano Sofia e Luca, che le erano stati imposti non da sua madre direttamente, ma da Elisa, la sua zelante Osservatrice.
Era stata Elisa [dopo gli eventi della Puntata 5] a "reclutarli" e a spingerli verso Sarah, probabilmente per fare bella figura con Lady Helena, per dimostrare che sapeva gestire la situazione e costruire una "squadra di supporto".
Per Sarah, non cambiava nulla. Non li sopportava. Li vedeva per quello che erano: babysitter, spie imposte dalla sua carceriera locale. Erano il simbolo vivente del suo guinzaglio.
Entrando nel cortile della scuola, si staccò bruscamente da loro.
"Ci vediamo dopo," disse, senza guardarli.
Si diresse verso il suo armadietto, da sola. Poteva gestire i nemici (Chiara) e i fan (il resto della scuola), ma non sopportava le "guardie" che Elisa le aveva messo alle costole. Quella non era felicità. Era un promemoria costante che, anche nella sua nuova vita "normale", era ancora al guinzaglio.
Il pomeriggio era scandito da una rigida tabella di marcia.
Il martedì era dedicato alla "normalità forzata". Sarah era riuscita a trascinare Marco al centro commerciale "I Girasoli". Lui odiava fare shopping; lo considerava una forma di tortura lenta, fatta di luci al neon, musica pop a palla e file inutili. Ma per Sarah, quello era il paradiso terrestre. La moda, i colori, i tessuti... era l'unica forma d'arte che le interessasse davvero.
Questa volta, aveva anche la scusa perfetta.
"Papà, non posso spaccare il parquet della palestra con le scarpe da ginnastica che uso per... beh, per correre," gli aveva detto, omettendo che "correre" significava "dare la caccia ai vampiri sui tetti".
Per Marco, il fatto che sua figlia si interessasse a uno sport di squadra, la pallavolo, era una novità così positiva e inaspettata che aveva ceduto all'istante, nonostante il suo odio per i centri commerciali.
E così, per un'ora, Sarah fu felice. Genuinamente felice.
Stava ridendo con suo padre nel mezzo del "Foot Locker", con un paio di scarpe da pallavolo bianche e azzurre ultimo modello ai piedi.
"Guarda!" disse, facendo una piroetta. "Sono perfette! Aerodinamiche!"
"Costano quanto il mio nuovo jingle per la radio, Sarah," borbottò Marco, guardando il prezzo.
"Ma pensa a quanto risparmiamo se non devo più usare i tacchi come armi improprie," replicò lei, con un sorriso così smagliante che lui non poté fare a meno di ridere.
"Affare fatto, mia personalissima macchina da guerra."
Pagarono, e Sarah uscì dal negozio stringendo la scatola come un trofeo. Stava ancora ridendo, parlando con suo padre di una giacca di pelle orribile che avevano visto in vetrina, quando, svoltando l'angolo verso l'uscita, andò a sbattere contro qualcuno.
"Oh, scusi, io..."
Sarah si bloccò. Il sorriso le morì sulle labbra. L'atmosfera gelò.
Davanti a lei c'era Elisa.
"Oh, Signor Rossi! Sarah! Che piacere," disse Elisa, con un sorriso fin troppo perfetto, trasformandosi all'istante nella premurosa supplente di lettere [Puntata 5]. Era impeccabile, come sempre.
Marco, ignaro di tutto, fu affascinante. Si illuminò.
"Elisa! Finalmente ci conosciamo di persona! Sarah mi parla così tanto di lei..."
Sarah sentì il sangue raggelarsi. Cosa? Non aveva mai parlato di Elisa a suo padre, se non per lamentarsi. Era una bugia di Marco, un tentativo goffo di socialità paterna, o una sua proiezione?
"Papà, dobbiamo andare," disse Sarah, la sua voce improvvisamente piatta. Fece un passo per tirarlo via.
"Un attimo, tesoro," disse Marco, ignorando la sua presa. "Signorina Renzi, stavamo giusto andando a prendere un caffè. Vuole unirsia noi?"
Elisa sorrise, un sorriso che non raggiunse gli occhi.
"Magari un'altra volta, signor Rossi. Ho una montagna di compiti in classe da correggere."
Poi i suoi occhi incontrarono quelli di Sarah, sopra la testa di Marco. Lo sguardo della strega era un avvertimento d'acciaio, freddo e tagliente.
Controllati. Recita.
"Ma grazie per l'invito," concluse Elisa, tornando a guardare Marco. "Buon proseguimento. E Sarah... ci vediamo domani."
Si allontanò con passo elegante, sparendo tra la folla.
Marco si voltò verso Sarah, ancora sorridente. "Che persona squisita. E vedi che ti stai facendo degli amici? Anche tra i professori!"
Sarah strinse la scatola delle scarpe. Il sapore della cenere era tornato.
"Sì, papà. Andiamo a casa.”
Il mercoledì e il venerdì c'era la pallavolo. Il Preside [Puntata 4] l'aveva "caldamente invitata" a unirsi, e lei aveva accettato solo perché le dava una scusa per sfogare la sua forza sovrumana [Puntata 1, 4] in modo legale.
Prima del primo allenamento, Luca l'aveva presa da parte. Era stato esentato dall'ora di ginnastica per una finta distorsione, un trucco magico di Elisa per permettergli di fare da "osservatore" e assicurarsi che Sarah non facesse crollare la palestra. Era pallido e terrorizzato.
"Ascolta, Sarah," aveva sussurrato, lanciando occhiate nervose all'allenatrice. "Non è una rissa. Ci sono regole. Non puoi colpire la palla quattro volte di fila. Non puoi saltare dall'altra parte della rete. E devi... ruotare. Devi cambiare posizione."
Lei lo aveva guardato come se fosse pazzo. "È il gioco più stupido che abbia mai sentito."
Ma in campo, si era rivelata un fenomeno.
Una volta capite le limitazioni, le aveva usate a suo vantaggio. La sua forza, controllata, la rendeva un asso. Le sue schiacciate non erano colpi, erano proiettili. Atterravano con un tonfo sordo che faceva vibrare il parquet, e nessuna ragazza osava mettere le mani sulla traiettoria. Dopo la prima partita, la squadra la adorava. Era la loro arma segreta, "l'Asso" che le rendeva invincibili, e l'ammirazione che riceveva era una sensazione nuova, quasi piacevole.
Subito dopo l'allenamento, c'era l'altro obbligo: i compiti.
Tornava a casa, sudata e stranamente soddisfatta, solo per trovare Sofia ad aspettarla in cucina. Marco, nel frattempo, era in salotto con la sua chitarra, a provare un arpeggio per il suo jingle alla radio [Scena 1].
Non appena lui si chiudeva in soggiorno, la maschera di Sarah cadeva.
"Non siamo amiche," sibilava, aprendo il libro di latino e gettando lo zaino sul pavimento. "Dammi gli appunti."
Sofia, ferita ma determinata, le passava i compiti, insieme a foglietti nascosti con le sue ultime scoperte digitali. Sofia voleva esserle amica, disperatamente. Le piaceva, la ammirava e vedeva la solitudine dietro la sua rabbia.
Ma Sarah non ci stava. Non era abituata ad avere amici.
Nella sua vita precedente, gli "amici" erano una cosa che ti rallentava in battaglia. Erano un punto debole, un bersaglio, un'esca. Erano persone che dovevi proteggere, e questo ti faceva esitare. E l'esitazione, nel suo mondo, ti faceva uccidere.
Ma c'era un motivo più profondo, che non avrebbe mai ammesso: aveva paura. Aveva paura che se qualcuno fosse entrato troppo nella sua vita, se si fosse abituata ad averlo accanto, quando lo avesse perso—e lo avrebbe perso, prima o poi—il dolore sarebbe stato troppo forte.
Meglio essere sola. Era più pulito.
"Allora," disse Sofia, cercando di rompere il ghiaccio mentre Sarah copiava selvaggiamente la versione di latino. "La squadra dice che sei stata grande oggi..."
"Ho fatto quello che dovevo," tagliò corto Sarah, senza alzare lo sguardo dal foglio. "Ora passami i tuoi appunti sulla rete fognaria."
Sofia sospirò, sconfitta, e aprì il suo tablet.
Mentre Sarah viveva questa doppia vita, non sapeva che il silenzio dei suoi nemici era solo apparente. Il fatto che Malaspina e gli altri Anziani non si facessero vivi non significava che non stessero osservando.
In una di quelle notti, nello studio di Villa Malaspina, Don Nicolò stava assaporando un sigaro, osservando una mappa della città su cui erano segnate diverse X rosse.
Dama Almerinda, in una tesa alleanza dopo il disastro del Midian [Puntata 4/5], era in piedi davanti alla finestra, rigida come una statua di marmo.
"Sei notti. Sette Sangue Debole eliminati," disse Malaspina, con un raro sorriso. "La Cacciatrice è il mio spazzino personale. Sta pulendo il Dominio gratis."
Almerinda si voltò di scatto, i suoi occhi antichi pieni di un fuoco freddo.
"Tu la chiami 'spazzino'. Io la chiamo una mina vagante," sibilò. "Sta correndo per il tuo Dominio senza guinzaglio, massacrando chiunque ritenga 'colpevole'. Non ti rendi conto di cosa fa questo al nostro status? Ci fa sembrare deboli, incompetenti! Ogni Sangue Debole che uccide è un insulto alla nostra autorità, una prova che non controlliamo il nostro territorio."
Malaspina aspirò lentamente il fumo.
"Mia cara Dama," disse, con una calma glaciale. "Lo status è un lusso. L'efficienza è una necessità. Lasciamola fare. Lasciamo che si stanchi. Quando avrà finito di servirci, e sarà logorata dalla sua stessa furia... la ringrazieremo."
Contemporaneamente, nel buio delle fondamenta di una chiesa sconsacrata, Leo (Toporagno) faceva il suo rapporto. Tremava, rannicchiato nel buio, l'umidità che gli penetrava nelle ossa.
"È stanca, mio Signore," sussurrava al vuoto. "Ma è forte. Caccia quasi ogni notte. Fa... fa quello che le dico. Le mando i messaggi sui covi..."
Una voce disincarnata, vecchia come la polvere, rispose dall'ombra, divertita.
"Tu non le dici nulla, Toporagno," sibilò l'Oracolo [Puntata 3]. "Tu le dici quello che io permetto che tu sappia. Le tue 'dritte' arrivano a te perché io le sussurro a Malaspina, che è così felice di usarla come spazzino da non accorgersi che la mano che muove la scopa è la mia."
"Ma... perché?" balbettò Leo.
"La fiamma pallida [Puntata 4] si sta consumando per splendere," mormorò la voce. "La stiamo logorando. La stiamo abituando a una routine. La stiamo studiando. Continua a osservarla, 'Toporagno'. Il tuo formaggio [Puntata 3] è molto vicino."
E poi c'era l'altro guinzaglio.
La routine di Sarah era sigillata, ogni sera alle 21:00 precise, dalla telefonata di sua madre.
Sarah era nella sua stanza, al buio.
"Pronto."
"Rapporto," rispondeva la voce di Lady Helena [Puntata 2, 5] da Londra.
Sarah elencava le sue attività con voce monotona, come un soldato: "Copertura scolastica stabile. Popolarità in aumento. Eliminati sette Sangue Debole. Il Covo è operativo."
"Il tuo informatore?"
"Sotto controllo."
"Bene. Passo e chiudo."
Click.
Nessuna emozione. Nessuna domanda. Solo controllo.
Fu Elisa, più tardi quella stessa notte, nel Covo, a piantare il seme del dubbio. Sarah era esausta dopo due settimane di questo ritmo, stava pulendo distrattamente il suo pugnale.
"Ti fidi di Leo?" le chiese Elisa all'improvviso, guardando la mappa dei nidi ripuliti.
Sarah alzò un sopracciglio. "Certo che no. Fa il doppio gioco per Malaspina. Ha paura di me, per questo mi obbedisce."
Elisa scosse la testa, seria. "E se non fosse un doppio gioco? Se fosse un triplo gioco? Se l'Oracolo fosse il suo vero padrone?"
Sarah si fermò.
Elisa continuò, la sua voce bassa. "Sarah, i Malkavian non ti tendono un'esca, ti costruiscono una gabbia su misura. Stai attenta. È probabile che Leo non ti stia dando informazioni; ti sta studiando."
Sarah rimase immobile, il pugnale a mezz'aria.
A questo, non aveva pensato.
Ma, la routine la stava logorando.
La stanchezza fisica della caccia notturna, sommata alla fatica mentale di recitare la parte della studentessa popolare. La paranoia instillata da Elisa sul triplo gioco di Leo [Scena 4], che ora la faceva dubitare di ogni soffiata. L'irritazione per la sua stessa popolarità, che la costringeva a un'interazione sociale costante.
Era una bomba a orologeria.
Però, in fondo a quel caos, in un modo strano e terrificante, Sarah era felice.
Non era mai stata così felice da quando aveva otto anni, aggrappata a uno di quei rari, sbiaditi ricordi in cui le avevano regalato la sua prima bambola, e suo padre e sua madre vivevano raramente, ma qualche volta, sotto lo stesso tetto.
Era una felicità strana, fragile, che la spaventava quasi più dei vampiri.
Si chiedeva quale sarebbe stato il prezzo di quella strana vita che stava vivendo.
Perché sotto sotto lo sapeva. Lo sentiva nel "prurito" che non spariva mai del tutto. Sapeva che c'era qualcosa di storto. Il silenzio di Malaspina, le soffiate troppo facili di Leo... tutto puzzava.
Ma la felicità di suo padre, vederlo rinato, sentirlo strimpellare i suoi jingle per la radio, valeva quasi tutto. Il solo fatto che per qualche ora al giorno potesse sentirsi normale, giocare a pallavolo con la sua squadra [Scena 3] o girare per negozi senza doversi guardare alle spalle da vampiri... quello era il costo giusto.
Era un prezzo che era disposta a spendere.
Poi, alla fine della seconda settimana, tutto si bloccò.
Leo non le mandava più messaggi. Le sue soffiate notturne tacquero.
E, cosa ancora più strana, gli attacchi dei vampiri scomparvero. All'improvviso non c'erano più focolai di Sangue Debole da sgominare. All'improvviso non c'era più il conte Malaspina, nessun nuovo attacco burocratico. All'improvviso non c'era più l'Oracolo, nessun senso di essere osservata.
Tutto era sospeso in una bolla innaturale di silenzio, una pace così assoluta che faceva pensare che fosse la quiete prima della tempesta.