Tocca un passaggio (o un’immagine) per aprire il filo commenti a fianco. I link nel testo restano cliccabili.
Puntata 5: Contromosse
Ore 3:45 del mattino.
La nebbia di Voghera è un sudario umido che si aggrappa alle tegole. È il tipo di silenzio che si trova solo nelle città di provincia ore prima dell'alba.
Sarah si muove in quel silenzio come un fantasma ferito.
Atterra sul tetto di casa sua, non con la grazia di un gatto, ma con un tonfo sordo, attutito dalle suole delle sue scarpe da ginnastica. È esausta. Il suo respiro è corto. L'adrenalina del combattimento al Midian è svanita, lasciando solo il dolore sordo al braccio e un'emicrania martellante causata dalla magia di Elisa.
È coperta di sporco, schegge e, peggio di tutto, l'odore. L'odore di polvere gessosa e metallo bruciato. L'odore della Morte Ultima.
Si trascina verso la sua finestra. L'aveva lasciata aperta di uno spiraglio, come sempre.
Si ferma prima di entrare. Dalla casa, dal piano di sotto, sente un suono.
È suo padre, Marco. Sta suonando la chitarra. Note basse, acustiche, una melodia lenta e confortante. È la prima volta che lo sente suonare così da quando sono arrivati a Voghera, un segno della fragile pace che Finch ha comprato per loro.
Il suono colpisce Sarah più forte di un pugno.
Lei è sul tetto, una Cacciatrice coperta della cenere dei suoi nemici. Lui è di sotto, un uomo normale che suona una canzone. È la barriera tra i suoi due mondi, ed è spessa come un vetro, ma pesante come il piombo.
Con una smorfia, Sarah fa leva sul braccio sano e scivola attraverso la finestra, atterrando sul pavimento della sua stanza.
Cade contro il muro, chiudendo gli occhi per un secondo. È al sicuro.
Ma la puzza della battaglia la segue. Si guarda le mani. Sono sporche. Si passa una mano tra i capelli e sente la polvere gessosa dei Toreador.
Devo lavarmi. Devo togliermi questo odore di dosso prima che lui si svegli.
Chiude la finestra, sigillando fuori la notte.
Ma la notte non è finita. In un'altra parte del Dominio, l'eco delle sue azioni è appena arrivato.
Villa Malaspina.
Ore 4:17 del mattino.
L'ora del silenzio più profondo, prima che il terrore dell'alba inizi a farsi sentire.
La biblioteca è un sacrario di ordine. Volumi antichi rilegati in pelle riempiono gli scaffali fino al soffitto. Non c'è un granello di polvere, tranne quella metaforica che ora aleggia sul Dominio.
Don Nicolò Malaspina è in piedi davanti a un imponente mappamondo del XVII secolo. Non lo sta guardando. Sta fissando un punto vuoto sulla parete, la sua postura è rigida come quella di un cadavere. Il suo completo di Savile Row è impeccabile. L'unico suono è il lento, deliberato tamburellare delle sue dita sul mogano della scrivania.
L'Avvocato è in piedi, a tre passi esatti alla sua sinistra, nell'ombra.
Una voce atona, come un referto legale, rompe il silenzio.
"Mio Principe. Il rapporto dal Midian è definitivo. L'edificio è sigillato. I nostri contatti nella Nera hanno iniziato la bonifica dei media mortali. La storia di copertura è... 'fuga di gas allucinogeno seguita da panico di massa'."
Malaspina non si volta. La sua voce è un sibilo controllato.
"'Allucinogeno'. Una parola inadeguata per descrivere una violazione della Sesta Tradizione di tale portata. I mortali... i testimoni..."
La voce dall'ombra continua, impassibile.
"Numerosi. Confusi. I due che la Cacciatrice ha 'protetto' sono stati ripuliti e rilasciati. I loro ricordi sono un disastro confuso di luci e urla. Ricorderanno il panico, non la causa. La Masquerade non è infranta, Principe. Ma è... lacerata. Stirata fino al punto di rottura."
Un muscolo guizza sulla mascella del Principe.
"'Non infranta'. Un tecnicismo. Uno di quelli che Lady Eleonora a Casteggio userà per brindare alla mia... gestione. E i Fratelli?"
L'Avvocato fa una pausa quasi impercettibile. È l'esitazione di chi sta per consegnare una sentenza di morte.
"Perduti. Tre. Della linea diretta di Dama Almerinda. Il suo 'Circolo dell'Estasi'. Sono... polvere. La Dama stessa si è salvata, rimanendo isolata nel suo privé. L'Elysium è stato violato e purificato."
Malaspina chiude gli occhi. Il suo sogno di unificare il nord, la sua ascesa a Milano, tutto appeso al filo di una ragazzina e di un Primogenito incompetente.
"Ha permesso che il suo nido venisse profanato. Ha anteposto la sua... vanità... alla sicurezza del mio Dominio. Ha trasformato un luogo di pace in un mattatoio."
Le porte della biblioteca si spalancano. Non bussano. È un atto di tale violazione del protocollo che persino l'Avvocato si irrigidisce.
Dama Almerinda è sulla soglia. Non fluttua. Inciampa quasi, per poi raddrizzarsi. Il suo abito da sera è ancora perfetto, ma i suoi occhi, solitamente brillanti di estro artistico, sono vuoti. È una bambola di porcellana caduta a terra, crepata e rimessa insieme in fretta. La sua Presenza è spenta.
L'Avvocato fa un passo fuori dall'ombra.
"Dama. Non siete stata annunciata. Il Principe è..."
La sua voce è roca, spezzata.
"Il Principe sa. Non sono qui per le formalità, Siniscalco. Le formalità sono morte stanotte."
Malaspina si volta. Lentamente. Il suo volto è una maschera di marmo patrizio. La scruta, e nel suo sguardo non c'è pietà. C'è solo un freddo, calcolatore disprezzo. È lo sguardo di un predatore che valuta una preda ferita.
"Dama Almerinda. Vedo che siete sopravvissuta alla... performance... che ha chiuso la vostra serata. È raro che l'artista sopravviva alla distruzione della sua intera galleria."
L'insulto è affilato come ossidiana. Colpisce Almerinda, che sussulta.
"Principe... Don Nicolò... Voi non..."
Il Principe avanza di un passo, la sua voce scende a un ringhio vellutato.
"Io non capisco? Voi avete violato la Prima Tradizione, sottomettovi a nient'altro che alla vostra stessa decadenza. Voi avete permesso che la Seconda fosse messa in ridicolo, trasformando il mio Dominio in un terreno di caccia. E voi avete mandato in frantumi la Sesta. Avete fallito come Primogenita, Dama."
La disperazione rompe la compostezza della Toreador. Trema.
"Non è stata solo lei! Pensi che io... che i miei Figli... si siano fatti massacrare da una sola Cacciatrice?"
Un sorriso gelido increspa le labbra del Ventrue.
"I fatti dicono questo. La vostra linea è stata... potata. Drasticamente. Il vostro Prestigio è ora inferiore a quello dell'ultimo Arpia di Milano."
Lei sputa le parole.
"C'era una strega!"
Il silenzio nella stanza diventa pesante. L'Avvocato solleva impercettibile un sopracciglio.
Malaspina rimane immobile.
"Spiegatevi. E usate parole precise. Non ho più tolleranza per le vostre metafore artistiche."
"Una maga. Ha usato la magia. Ha violato il Patto di Silenzio! Ha scatenato un attacco psichico, sensoriale... Ha accecato i miei Figli. Ha reso la Cacciatrice intoccabile. Ha agito in concerto con lei. E l'arma... Principe... l'arma che ha mutilato il vostro Sceriffo..."
Si avvicina alla scrivania, aggrappandovisi come un naufrago.
"L'ho vista. Dal riflesso del vetro. Non è un coltello benedetto da un prete mortale. È un Sigillo della Sibilla. È un artefatto del Consiglio d'Argento."
Malaspina impallidisce. Questo cambia tutto. "Cacciatrice" è un problema di controllo del territorio. "Consiglio d'Argento" è una dichiarazione di guerra.
"Il Consiglio... Qui."
"Non è un'infestazione, Principe. È un'invasione. Stanno usando la figlia di Lady Elena come un bisturi, e la strega come scudo. Stanno testando le vostre difese. E stanotte... le hanno trovate inesistenti."
Malaspina la fissa. Ora vede l'intero scacchiere. Vede la sua rivale Eleonora, non più ridente, ma spaventata. Vede i Giusticar Ventrue e Toreador costretti a intervenire. Vede il suo Dominio trasformarsi in una zona di guerra.
E vede la sua vittoria.
La sua voce ora è stranamente calma. Predatoria.
"Quindi venite qui. Sola. Senza linea di sangue, senza Elysium, senza Prestigio. Una Primogenita solo di nome. E mi portate... la guerra."
Dama Almerinda capisce che è il suo ultimo momento. La sua ultima scommessa.
"Vi porto la verità. Vi porto i miei occhi. Lady Eleonora vi manderà condoglianze. Io vi offro la mia sottomissione."
Dama Almerinda, la stella dei Toreador del nord, fa una cosa impensabile. Si inginocchia. Non con grazia. Con il tonfo sordo della sconfitta totale. Abbassa la testa.
"Il mio Prestigio è polvere, ma la mia conoscenza è vostra. La mia lealtà è vostra. Cancellate questo... disastro... dal mio registro. In cambio, io sono il vostro strumento. Usatemi per distruggerli."
Malaspina la osserva inginocchiata. È un'opera d'arte migliore di qualsiasi cosa lei abbia mai esposto al Midian. È l'immagine del potere Ventrue che sottomette l'arroganza Toreador. Ha perso tre soldati, ma ha guadagnato un Primogenito.
Dopo un lungo, delizioso silenzio, il Principe parla.
"Alzatevi, Dama Almerinda. La vostra... 'lealtà'... è notata. E accettata."
Si volta verso il suo Siniscalco.
"Avvocato. Scortate la Dama in un Rifugio sicuro. È... una testimone preziosa. Ha avuto una notte difficile."
Almerinda si alza, tremando. È ancora una Primogenita, ma ora è una sua prigioniera politica. Esce, scortata.
Malaspina rimane solo. Si versa un bicchiere. Non di vino. Di sangue. Tipo A+, conservato. Lo osserva controluce.
Parla al vuoto.
"Non si combatte una guerra del Consiglio con gli avvocati. Non si combatte il fuoco sacro con la diplomazia. Si combatte... con la Bestia."
Malaspina scese le scale di pietra. L'aria divenne fredda, carica dell'odore di terra bagnata e di antica disperazione. Le sue scarpe lucidate a specchio battevano un ritmo secco e controllato sulla pietra umida, un suono alieno in quel luogo di rovina.
Ferro era lì. Incatenato al muro come un animale rabbioso, un'umiliazione finale. Le catene erano pesanti, temprate nell'argento che gli scottava la carne non morta. Era rannicchiato, un'ombra di muscoli tesi. Il suo moncherino era fasciato rozzamente con uno straccio sporco.
Al suono dei passi del Principe, alzò la testa. I suoi occhi ambrati brillarono di odio puro nell'oscurità.
Una voce che era un ringhio ruppe il silenzio.
"Principe. Sei venuto a finire il lavoro? A distruggere il tuo cane zoppo?"
Malaspina si fermò a distanza di sicurezza, osservandolo come un pezzo difettoso, una proprietà danneggiata.
"Sceriffo. L'umiliazione brucia più dell'argento, non è vero? Sconfitto da una bambina. Il tuo Primogenito ti ha bandito per la tua debolezza. E io... io ho acconsentito."
Un rumore metallico e rabbioso echeggiò nella cripta. Ferro tese le catene, la sua muscolatura che si gonfiava contro i legami d'argento.
"Lasciami andare. La troverò. Le strapperò la testa con i denti. Berrò il suo..."
"Silenzio." La parola del Principe fu tagliente come il vetro. "Sei qui perché hai fallito. Hai permesso la Morte Ultima di un Fratello sotto il tuo comando. Hai portato la tua vergogna nel mio Eliseo privato. Sei un'offesa al mio Prestigio."
Ferro abbassò la testa, un ringhio basso e sommesso che vibrava nel suo petto.
"Ma..." continuò Malaspina, e il tono cambiò, diventando analitico, "la 'bambina' ha avuto una notte impegnativa. Ha appena polverizzato l'intera linea di Dama Almerinda. E ha portato una strega alla festa."
La testa del Gangrel scattò all'insù.
Il Principe si avvicinò. Dalla tasca del suo impeccabile completo, estrasse una pesante chiave di ferro.
"Il Dominio è sotto attacco. L'Avvocato... è troppo legato alle regole. I Nosferatu sono troppo codardi. I Toreador sono polvere. Mi serve una bestia. Mi serve qualcuno che non abbia più Prestigio da perdere, ma tutto da guadagnare in vendetta."
Il rumore della chiave che girava nella toppa fu assordante. Malaspina aprì le catene. Il metallo pesante cadde sulla pietra con un tonfo sordo.
Ferro crollò in ginocchio, massaggiandosi i polsi rovinati e bruciati dall'argento. Alzò lo sguardo, gli occhi pieni di una furia bestiale che aspettava solo uno scopo.
"Cosa... vuoi?"
"Voglio che le dai la caccia. Non come Sceriffo. Uno Sceriffo ha una giurisdizione, ha delle regole. Tu... non hai più niente. E questo ti rende perfetto. Voglio che tu sia il mio risolutore." Un sorriso sottile, il primo della notte, increspò le labbra del Principe.
"Non ci sono regole, Ferro. C'è solo un obiettivo. La Masquerade deve essere protetta, ovviamente. Non farti vedere dai mortali. Oltre a questo..."
Fece una pausa, lasciando che le parole penetrassero.
"...non mi interessa come la elimini. Non mi interessa come elimini la strega che la protegge."
Ferro si alzò lentamente in piedi. Era una forza della natura liberata. Guardò il suo moncherino fasciato, poi fissò il Principe.
"Voglio la sua testa."
"Voglio il suo silenzio." Lo corresse freddamente Malaspina. "E voglio il suo coltello. È un artefatto nemico. Portameli, Ferro. Purifica il mio Dominio da questa infestazione."
Il Principe si voltò per andarsene, poi si fermò sulla soglia, la sua figura una silhouette contro la luce fioca del corridoio.
"Fallo... e il tuo titolo di Sceriffo potrebbe non essere perso per sempre."
Era una bugia, ed entrambi lo sapevano. Ma era la bugia di cui Ferro aveva bisogno.
L'ex Sceriffo non rispose. Inspirò profondamente l'aria umida della cantina, assaporando l'odore della terra. Poi, invece di camminare, scattò. Fu un'ombra indistinta di furia liberata, un rumore di artigli sulla pietra mentre si lanciava su per le scale e spariva nella notte.
Non più uno Sceriffo. Un boia.
Il giorno dopo, nell’aula computer della scuola,.il giorno dopo la strage al Midian.
Tarda mattinata, ora di "buco".
L'aula computer puzza di plastica calda e polvere. La maggior parte dei PC sono vecchi, lenti, con i loghi sbiaditi. In un angolo, al riparo da sguardi indiscreti, siede SOFIA. Non sta usando i computer della scuola; ha il suo laptop, sottile e potente, aperto davanti a sé.
Ha le cuffiette, ma non sta ascoltando musica. Sta filtrando un audio.
Accanto a lei, non seduto ma in piedi, c'è LUCA. Non riesce a stare fermo. Si passa nervosamente una mano tra i capelli.
"Non ha senso," sbotta Luca, parlando a bassa voce. "Semplicemente non ha senso. 'Fuga di gas'? 'Rissa tra bande'? Ma quali bande? Eravamo lì, Sofi. Non c'erano bande."
Sofia non alza lo sguardo dallo schermo. Sta fissando una timeline di un software di video editing.
"Lo so, Luca. Stai zitto un secondo. Sto cercando di pulire l'audio."
"Pulire l'audio? Ma hai sentito cosa ho detto?" Luca si china verso di lei, la voce che è un sibilo disperato. "Te lo giuro. Sarah l'ha sollevato. Ha sollevato Matteo. Matteo pesa ottanta chili di muscoli, e lei l'ha tirato su con un braccio solo, come se fosse... come se fosse un sacco di patate. L'ho visto."
"L'adrenalina fa cose strane," mormora Sofia, ancora concentrata.
"Non era adrenalina," insiste Luca. "Era... sbagliato. E poi le luci. E quel... suono. Tu l'hai sentito?"
Sofia si toglie una cuffietta. Lo guarda per la prima volta. I suoi occhi sono seri, intelligenti e molto, molto spaventati.
"Sì. L'ho sentito. Ed è per questo che sto guardando questo."
Fa doppio clic su un file video.
"È il video di Giulia. Quello che ha girato prima che... be', prima di tutto. Lo ha caricato sul cloud della classe prima che il panico la facesse svenire. È l'unico che abbiamo."
Preme play. Il video è quasi inutilizzabile. Mostra la pista da ballo, poi la band sul palco. Dopo pochi secondi, l'immagine si deforma. Linee di distorsione, come quelle di una vecchia VHS danneggiata, riempiono lo schermo. L'audio diventa un sibilo acuto, quasi doloroso.
"Vedi?" dice Sofia. "Interferenza elettromagnetica. Massiccia. Ma non da un cellulare. Sembra... un impulso. Come se qualcuno avesse acceso un magnete gigante."
"La strega," pensa Sarah (che non è lì).
"La magia di Elisa," pensa il Master.
"Ma non è questo il punto," continua Sofia. Si morde il labbro. "Ho passato l'ultima ora a pulire i fotogrammi corrotti. Ho trovato un secondo. Un secondo e mezzo, prima che l'impulso friggesse la telecamera di Giulia."
Trascina il cursore su un punto preciso della timeline.
"Okay. Guarda. Qui."
L'immagine è sfocata, piena di rumore digitale. Mostra il palco. C'è il chitarrista, quello con gli occhiali da sole e il cappotto di pelle.
"Ci sei?" chiede Sofia.
"Sì, lo vedo. Il tipo strano," dice Luca.
"Okay. Ora guarda. Avanzo di tre fotogrammi."
Clic. Clic. Clic.
L'immagine è quasi la stessa. Ma il chitarrista non c'è più.
Luca si avvicina allo schermo. "Cosa... dov'è andato? È... si è spostato?"
"No," dice Sofia. "Guarda qui, nell'aria dove stava lui." Ingrandisce l'immagine. È un caos di pixel, ma si distingue qualcosa. Una nuvola indistinta.
"...Polvere?" sussurra Luca.
"Polvere," conferma Sofia. "Si sta ancora posando. Come... cenere. E ora," la sua voce trema appena, "guarda questo."
Trascina l'inquadratura leggermente a destra.
C'è una figura in piedi tra la "polvere" e il punto in cui Matteo è a terra (fuori campo).
È sfocata. Ma è inconfondibile.
È Sarah.
E nella sua mano, qualcosa brilla di un bianco innaturale che distorce i pixel intorno a sé. Un coltello.
Un brivido freddo percorre la schiena di Luca.
"Mio Dio. È... è stata lei? Ha... lo ha polverizzato?"
"Non credo," dice Sofia, e la sua voce è stranamente analitica. Sta cercando di applicare la logica all'impossibile. "Guarda la sua posizione. È difensiva. Sta guardando gli altri della band, non il punto vuuto. I 'teppisti' non li abbiamo mai visti. Abbiamo visto loro. I musicisti. Stavano venendo verso Matteo. E lei si è messa in mezzo."
Luca si siede pesantemente sulla sedia accanto a lei. La sua agitazione è svanita, sostituita da uno shock gelido.
"Quindi... cosa sono? E cos'è lei?"
Sofia chiude il laptop con uno scatto secco. Il silenzio dell'aula computer sembra improvvisamente assordante.
"Non lo so," dice. "So solo che la storia della 'fuga di gas' è una stronzata. E so che Sarah Rossi non è la causa del casino. È il centro."
Luca la guarda. "E ora? Che facciamo? Chiamiamo la polizia? I miei?"
Sofia scuote la testa. Un sorriso amaro le increspa le labbra.
"E gli diciamo cosa? 'Salve, agente. C'è una nostra compagna che fa esplodere la gente in polvere con un coltello magico?' Ci spediscono dritti in neuropsichiatria."
Si alza, mettendo il laptop nello zaino.
"No. C'è solo un modo per scoprirlo."
"Quale?"
"Le parliamo."
Luca impallidisce. "Tu sei fuori di testa. Hai visto cosa ha fatto! Ha steso Matteo a scuola e ha... polverizzato quel tipo!"
Sofia si infila lo zaino in spalla. È terrorizzata, ma anche... eccitata. È il mistero più grande che abbia mai trovato.
"E tu hai visto che ha salvato Matteo. Lo ha salvato da... qualunque cosa fosse quella. Io voglio sapere la verità, Luca. Tu no?"
Luca deglutisce. È la decisione peggiore della sua vita.
"Sì," sussurra. "Sì, la voglio."
"Bene," dice Sofia, già diretta verso la porta. "Troviamola. Ora."
La doccia ha lavato via la polvere e il sangue secco, ma non l'odore di cenere, che sembra essersi impresso nella sua memoria.
Sarah è seduta alla scrivania. Davanti a lei c'è un libro aperto di versioni di greco. Fissa una frase sul congiuntivo potenziale da dieci minuti, ma non vede le parole. Vede solo il lampo del suo coltello e la polvere che si deposita.
È esausta. Il suo corpo è un unico grande livido. È isolata, arrabbiata, e per la prima volta da quando è arrivata, ha paura.
Dall'altra stanza, la melodia morbida della chitarra acustica di suo padre si insinua sotto la porta. Marco è più sereno, grazie a Finch. Quella normalità la fa sentire ancora più aliena.
Un ronzio sordo sulla scrivania.
Il suo cellulare.
Vibra contro il legno.
Sarah guarda lo schermo.
NUMERO: SCONOSCIUTO.
Un nodo le stringe lo stomaco. Sa chi è.
Lascia che vibri ancora due volte. Poi, con un respiro profondo, risponde e se lo porta all'orecchio.
"Sì."
Dall'altra parte del mondo, il silenzio. Non un silenzio vuoto, ma un silenzio pesante, carico di elettricità. Poi, una voce.
Non è la voce di sua madre.
È la voce della Sacerdotessa Primus. Fredda, precisa e assolutamente furiosa.
"Hai violato l'Elysium. Hai distrutto tre Fratelli della linea di Toreador. Hai dichiarato guerra aperta alla Dama di Casteggio. Hai usato magia sacra davanti a mortali. E hai rifiutato l'aiuto della mia adepta."
La voce si fermò, aspettando.
"Spiegati."
Sarah chiuse gli occhi. Sentì il sangue affluirle al viso. Dalla stanza accanto, suo padre sbagliò un accordo, rise piano tra sé e ricominciò.
Lei si voltò verso il muro, allontanandosi dalla porta, e quando parlò, la sua voce fu un sibilo basso, controllato, ma più letale di un'esplosione.
"Spiegarmi?"
Si alzò di scatto, stringendo il telefono così forte che la plastica scricchiolò. Iniziò a camminare avanti e indietro nella piccola stanza, come un animale in gabbia.
"TU mi hai mentito. Mi hai mandato qui dicendomi che era 'controllo di routine'. Non mi hai detto che era un 'nodo oscuro'. Non mi hai detto che il Principe locale era un Ventrue che cercava di consolidare il potere. Non mi hai detto che mi avresti lasciato combattere un Anziano da sola!"
La sua voce si incrinò per la rabbia repressa.
"E ora... ora... tu mi fai la ramanzina perché ho vinto? Perché sono sopravvissuta a una trappola che tu hai lasciato scattare?"
Ci fu un altro secondo di silenzio gelido dall'altra parte.
"Vincere?" La voce della Sacerdotessa Primus era incredula, intrisa di un disprezzo così profondo da bruciare attraverso il telefono. "Tu chiami quello vincere? Hai acceso un faro nel buio, ragazzina. Hai preso una situazione politica delicata e l'hai colpita con un martello."
"L'ho risolta con un martello!" sibilò Sarah, fermandosi davanti alla finestra, fissando il suo riflesso pallido. "O dovevo lasciare che mi prosciugassero? Dovevo farmi uccidere per 'non disturbare' la politica di Malaspina? È questo che volevi?"
"Quello che volevo era controllo!" La voce di Elena tuonò, per la prima volta incrinata dalla rabbia. "Quello che volevo era che tu usassi l'adepta che ti ho mandato. Elisa è addestrata alla diplomazia, all'infiltrazione. Avrebbe potuto negoziare..."
Sarah scoppiò in una risata secca, amara, che morì subito.
"Negoziare? Stavano per uccidere due mortali in un Elysium! Stavano per nutrirsi in pubblico! Non c'era niente da negoziare! E la tua 'adepta' mi ha quasi fatta ammazzare! Ha interferito, mi ha accecato, mi ha bloccato!"
"Ha seguito i suoi ordini! Che erano di contenerti! Se tu avessi obbedito..."
"Se avessi obbedito, sarei polvere." La logica di Sarah era una lama affilata. "Sono viva perché non ho ascoltato né te né lei. Sono viva perché ho fatto quello per cui mi hai addestrata, anche se mi hai mentito sul motivo per cui ero qui."
Si appoggiò con la fronte al vetro freddo della finestra.
"Allora, dimmi, madre... la prossima volta devo morire per rispettare il protocollo?"
Il silenzio dall'altra parte del mondo fu lungo, pesante. Sarah si aspettava un'altra sfuriata, un ordine, una minaccia.
Invece, la voce che tornò era cambiata. La Sacerdotessa Primus era sparita. Era rimasta la madre. E la sua voce era stanca, quasi sconfitta.
"Sì."
La parola, così semplice, colpì Sarah più di qualsiasi rabbia.
"Sì, ti ho mentito. Ti ho mentito sul motivo per cui eri lì. Per proteggerlo."
Sarah si staccò dal vetro, confusa. "Proteggere chi? Me? Io non..."
"No. Per proteggere Marco."
Un brivido freddo, più gelido di quello dei vampiri, le corse lungo la schiena. Si voltò, incredula.
"Bugiarda. Sai che posso proteggerlo. L'ho sempre protetto."
"Tu puoi proteggerlo da zanne e artigli, Sarah." La voce di Elena era ora intrisa di una stanchezza antica, la stanchezza di chi combatte guerre che sua figlia non può nemmeno vedere. "Non puoi proteggerlo da un modulo di sfratto. Non puoi proteggerlo da un congelamento del conto. Non puoi proteggerlo da un arresto per tasse non pagate che loro hanno inventato."
Sarah rimase immobile. Il telefono premuto contro l'orecchio. La musica di suo padre, dall'altra stanza, suonava improvvisamente fragile.
"È così che combattono, Sarah. È così che i Ventrue vincono. Il Principe ti stava già soffocando tramite tuo padre prima ancora che tu mettessi piede in quel liceo. Arthur Finch non era lì per controllare te. Era lì per salvare lui. L'unico modo per proteggere Marco è tenerlo fuori, ignaro."
Il mondo di Sarah si inclinò. L'uomo elegante che le aveva pagato il caffè, l'uomo che aveva gestito il preside. Non era il suo carceriere. Era lo scudo di suo padre. E lei non se n'era mai accorta. Era stata così accecata dalla sua guerra da non vedere la vera battaglia.
Rimase in silenzio. Colpita e affondata.
La voce dall'altra parte tornò fredda, strategica. Il Master aveva ripreso il controllo dello scacchiere.
"Non puoi lavorare da sola. Hai fatto troppo rumore. Hai fatto terra bruciata. Ora Malaspina e Almerinda faranno fronte comune. Stanno già dando la caccia al tuo Sangue Debole. Leo."
Sarah deglutì, la gola secca. "Leo..."
"Lo useranno per trovarti. Lo tortureranno finché non gli dirà tutto quello che sa. Tu devi trovarlo prima."
"E come?" La domanda di Sarah non era più una sfida. Era una supplica. "Chiedendo in giro? 'Ehi, avete visto un vampiro terrorizzato'?"
"Usando Elisa."
"No." La risposta fu istintiva, rabbiosa.
"Non devi piacerti." La voce di Elena era spietata. "Ma lei ha accesso ai miei specchi. Lei ha accesso ai registri dell'Ordine. Lei è la tua ricerca. Tu sei il braccio. Inizia a lavorare con lei, Sarah, o la prossima volta che ti troverai di fronte a un Anziano... non ci sarà nessun salvataggio magico."
Click.
Il suono della linea interrotta fu assoluto.
Sarah rimase immobile al centro della sua stanza, il telefono ancora premuto contro l'orecchio, ascoltando il silenzio.
Era furiosa. Ed era, per la prima volta, completamente incastrata.
Notte fonda.
L'insegna dell'erboristeria "La Radice Antica" era spenta. La strada era deserta. Sarah spinse la porta. Un campanello trillò, un suono fastidiosamente normale che morì subito nell'aria pesante.
Dentro, l'aria era immobile. Sapeva di salvia secca, canfora, polvere millenaria e, sotto tutto, l'odore metallico dell'ozono. Il residuo della magia di Elisa.
La strega era dietro il bancone. Non stava riordinando. Era china su un libro enorme, rilegato in pelle scura che sembrava antica quanto la città. La luce di una singola lampada da tavolo, con una fioca lampadina verde, illuminava pagine piene di diagrammi astrusi e scritte fitte.
Elisa non alzò subito lo sguardo.
Sarah rimase sulla porta, il freddo della notte che la seguiva all'interno. La sua rabbia, nata dalla telefonata, era ancora una palla di ghiaccio nello stomaco.
"Okay."
La sua voce era piatta, priva di emozioni. Esausta.
Elisa alzò lentamente la testa. I suoi occhi erano scuri, indecifrabili. Nessun saluto. Nessuna scusa.
Sarah fece un passo avanti, lasciando che la porta si chiudesse alle sue spalle.
"Niente chiacchiere. Mia madre dice che devi trovarmi Leo. Il Sangue Debole."
Un angolo della bocca di Elisa si sollevò in un mezzo sorriso.
"Tua madre... dice. Credevo non prendessi ordini."
"Prendo questo," tagliò corto Sarah. "Lui è là fuori. Malaspina e la Toreador lo stanno cercando. Tu hai gli 'specchi'. Trovalo."
Elisa la fissò per un lungo momento.
"Gli specchi non sono Google, Cacciatrice. Richiedono tempo. Un focus. Un prezzo."
"Trovalo e basta."
Elisa stava per replicare, la sua risposta tagliente già pronta.
TOC TOC TOC.
Un colpo alla porta.
In un istante, l'atmosfera nella bottega cambiò. La stanchezza di Sarah svanì, sostituita da un'allerta vibrante. Si mise di lato, fuori dalla linea di tiro della porta, la mano destra che scivolava istintivamente sotto la giacca, verso l'elsa del coltello.
Elisa, dal canto suo, non si mosse. Chiuse semplicemente il pesante libro con un tonfo sordo. L'odore di ozono nella stanza si intensificò leggermente.
Non era un bussare potente. Era irregolare. Esitante. Un colpo... nervoso. Umano.
Si scambiarono un'occhiata. Un'occhiata che diceva: Tu aspetti un vampiro? No, e tu?
TOC TOC... TOC.
Di nuovo. Più debole, questa volta.
Sarah si mosse verso la porta. Guardò Elisa. La strega annuì, una mano immersa in un barattolo di polvere grigia sul bancone. Pronta.
Sarah afferrò la maniglia e spalancò la porta.
Sulla soglia c'erano due ragazzi del liceo.
Erano Luca e Sofia. Sotto la luce gialla del portico, sembravano ridicolmente giovani e fuori posto. Erano zuppi di nebbia e pallidi di terrore, ma non scapparono.
Luca deglutì visibilmente, guardando oltre Sarah, verso la strana ragazza dark circondata di libri antichi, e poi di nuovo a Sarah.
"Senti... Sarah... noi..." balbettò. "Noi... noi eravamo al Midian. Ieri sera."
Sarah si irrigidì. La sua mano strinse l'impugnatura del coltello.
"Non so di cosa parliate."
"Sì, che lo sai."
La voce di Sofia era ferma, anche se tremava. Fece un passo avanti, superando Luca. Teneva un tablet stretto al petto come uno scudo.
"Sappiamo che non era una rissa. O una 'fuga di gas'. Sappiamo di Matteo... e... abbiamo visto cosa hai fatto."
Luca riprese fiato, il coraggio che tornava.
"Ti abbiamo vista. C'era... c'era polvere. Il musicista... quello con gli occhiali... è sparito. Era solo... polvere."
Sofia sollevò il tablet. Lo schermo si accese, mostrando un software di video editing fermo su un singolo fotogramma.
"Ho filtrato il video di Giulia," disse Sofia, la sua voce rapida, analitica. "È quasi tutto corrotto. Un'interferenza magnetica pazzesca." Lanciò un'occhiata sospettosa a Elisa. "Ma ho trovato un secondo. Un secondo e mezzo."
Mostrò l'immagine a Sarah.
Era lei. Sfocata, ma inconfondibile. In piedi, con il coltello in mano. E il coltello brillava di una luce bianca innaturale che distorceva i pixel intorno a sé.
"La luce," sussurrò Sofia, indicando lo schermo. "La polvere. E questo."
Alzò lo sguardo dal tablet al viso impassibile di Sarah.
"Stai combattendo," disse Sofia, "qualcosa. Qualcosa che non capiamo. E... e pensiamo che tu abbia bisogno di aiuto."
Il silenzio nella bottega divenne assoluto. Si sentiva solo il ronzio di un vecchio neon sul retro e il respiro tremante di Luca.
Sarah non disse nulla. Abbassò lentamente lo sguardo dal tablet ai due ragazzi terrorizzati ma determinati sulla sua soglia.
Non erano combattenti. Erano ricercatori. Ed erano gli unici ad aver capito.
Lentamente, Sarah si voltò e guardò Elisa.
Elisa la stava già fissando. L'espressione della strega era analitica. Non c'era sorpresa, solo calcolo.
Sarah capì. Non era un caso.
Si passò la mano sana sul viso, esausta. Era la giornata peggiore di sempre.
Con un sospiro che sembrava provenire dal profondo della sua anima, si spostò di lato, tenendo la porta aperta.
"Okay."
Luca e Sofia si guardarono, sorpresi di essere ancora vivi.
"Entrate," disse Sarah.
Fecero un passo incerto, superando la soglia ed entrando nel covo della strega.
Sarah chiuse la porta alle loro spalle. Il suono del catenaccio che scattava fu sordo e definitivo.
I due ragazzi si guardarono intorno, spaventati dai barattoli pieni di erbe essiccate, dagli odori opprimenti e dai libri rilegati in pelle.
Sarah si appoggiò alla porta, la sua ombra che li sovrastava.
"Ma se raccontate a qualcuno una sola parola di quello che vedrete, o sentirete, qui dentro..."
Li guardò, uno per uno, e per la prima volta videro la Cacciatrice. Fredda, pericolosa, e assolutamente seria.
"...vi uccido io stessa. E lo farò in un modo molto, molto ordinato."
Luca e Sofia rimasero pietrificati. Quella non era una minaccia da liceale. Era una promessa.
Fu Elisa a rompere la tensione. La sua voce era calma, quasi annoiata, mentre si spolverava della polvere grigia dalle dita.
"Non essere così melodrammatica, Cacciatrice."
Tutti gli sguardi si voltarono verso di lei.
"Non vi ucciderà." La strega guardò i due ragazzi con fredda curiosità. "Siete qui perché dovevate essere qui. Siete stati... guidati."
Sarah si raddrizzò di scatto, staccandosi dalla porta. La sua stanchezza fu sostituita da una rabbia gelida. Si voltò lentamente verso Elisa.
"Tu."
"Non io," la corresse Elisa, indicando vagamente il soffitto. "Lei. La Sacerdotessa Primus. La tua... mamma."
Luca e Sofia si scambiarono un'occhiata confusa. "Mamma?"
"Ha pensato che la sua Cacciatrice solitaria fosse un po' troppo... rumorosa. Troppo concentrata sul 'colpire le cose'." continuò Elisa, ignorandoli. "Ha pensato che avessi bisogno di un'ancora. Occhi e orecchie nel mondo mortale che lei non può raggiungere e che tu sei troppo orgogliosa per vedere."
L'umiliazione e la rabbia divamparono sul volto di Sarah. Un'altra manipolazione. Un altro piano di sua madre. Persino i suoi "alleati" mortali non erano una sua scelta. Erano un altro ordine mascherato.
"Tu dille..." sibilò Sarah, facendo un passo minaccioso verso Elisa, "Dille che la odio."
Elisa sostenne il suo sguardo senza battere ciglio.
"Dillo a lei. Ma prima di farlo, rifletti. Ti ha appena salvato la vita, di nuovo. Ti ha dato degli scudi umani per proteggere tuo padre. E ora, ti ha dato una squadra di ricerca."
Il suo sguardo si spostò sui due ragazzi terrorizzati.
"Siete i suoi nuovi migliori amici, a quanto pare. Voi cercate. Lei combatte."
Tornò a guardare Sarah. Un sorriso sottile, quasi crudele.
"Hai una squadra, Cacciatrice. Ti piaccia o no. Ora, usala."
Sarah rimase immobile, intrappolata tra la strega che la compativa e i due mortali che la fissavano come se fosse un alieno armato. La sua rabbia era un fuoco bianco, ma sotto di esso... c'era la fredda e terribile logica.
Sua madre aveva ragione.
Di nuovo.
E lei lo odiava.
Spostò lo sguardo da Elisa a Sofia.
Fissò il tablet.
"Filtri video, hai detto." Non era una domanda.
Sofia annuì, nervosamente.
"E tu," disse a Luca, "sei amico di Matteo. Sai cosa dicono i 'popolari'."
Luca annuì, confuso.
Sarah fece un lungo, profondo respiro, mandando giù la rabbia e l'orgoglio.
Si avvicinò al tavolo, spostando di lato un teschio di corvo.
"Okay. Ci serve una mappa del sottosuolo di Voghera. E voglio sapere tutto quello che riuscite a trovare su un Sangue Debole di nome Leo."