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← Sarah l'ammazzavampiri

Creato il 19/05/2026, 19:25 · Aggiornato il 19/05/2026, 19:25

Capitolo 4: Puntata 4 - Gerarchie

@bergadavideDavide
MaturoIn corso

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  • Copertina AI
  • Sangue
  • Violenza
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Puntata 4 - Gerarchie

L'ultima campanella del giorno suonò, un suono stridulo che sapeva di liberazione.

Per Sarah, era stata una giornata interminabile. Dalla sua "spinta" nel corridoio durante la ricreazione, l'atmosfera intorno a lei era cambiata. Non era più solo "la nuova". Era "quella che ha steso Matteo".

Mentre riponeva svogliatamente i libri nella borsa, sentì gli occhi di tutti puntati addosso. I sussurri che l'avevano seguita per ore ora erano palesi. La 3B era in fermento.

Notò che il banco di Matteo era rimasto vuoto per le ultime due ore.

"Ha saltato greco," sussurrò una ragazza dietro di lei a un'amica. "Ha detto che doveva andare all'allenamento di calcio."

Giusto, pensò Sarah, chiudendo la zip dello zaino. È andato a prendere a calci un pallone per sfogare il suo ego ferito. Meglio il pallone di me.

Si mise lo zaino su una spalla (quella sana), ignorando la fitta di dolore al braccio ferito, e si diresse verso l'uscita.

Come il Mar Rosso, il corridoio si aprì al suo passaggio.

"Signorina Rossi."

La voce la bloccò a dieci metri dalla porta d'uscita. Era il Preside.

Fantastico, pensò Sarah. Ed ecco l'espulsione. Record numero cinque. Almeno questa volta ho fatto fuori il re della scuola prima di andarmene.

Sospirò. "Sì, Preside?"

"Un attimo nel mio ufficio, per favore. Se non ha fretta."

L'ufficio del Preside era l'opposto di quello che si aspettava. Non era austero; era un caos accogliente di pile di libri, foto di squadre sportive e piante un po' appassite. L'uomo stesso, il professor Vitali, era rotondetto, con occhiali spessi e un'aria bonaria, quasi paterna. Sembrava più uno zio preoccupato che un boia.

"Si accomodi, Sarah," disse, indicando una sedia. "Non si preoccupi, non è nei guai. Anzi."

Sarah si sedette, confusa. "Non lo sono?"

Il Preside si tormentò le mani. "Guardi, io ho visto la scena di stamattina. Dal mio ufficio. Matteo... beh, Matteo sa essere un po' esuberante. È il nostro capitano, un bravo ragazzo, ma... insistente. L'ha messa all'angolo. Non mi è piaciuto."

Sarah rimase in silenzio. Dove vuole arrivare?

"Voghera è una piccola città," continuò il Preside. "Vogliamo che lei si senta la benvenuta. E non tolleriamo nessuna forma di... pressione. Se Matteo ha fatto delle avances, come dire, un po' troppo spinte... e lei volesse denunciare la cosa, ha tutto il mio appoggio. Non tolleriamo il bullismo."

Ci fu un secondo di silenzio assoluto mentre Sarah elaborava l'informazione.

DENUNCIARE LUI? Il suo cervello andò in cortocircuito. Ma se l'ho lanciato a due metri di distanza! Questo è assurdo. Questo posto è completamente al contrario.

Riuscì a mascherare lo shock con un'alzata di spalle.

"Oh. No, Preside, grazie. È molto gentile, ma... non è necessario. Matteo è solo... inciampato. Sì. Ha perso l'equilibrio."

"Ha perso l'equilibrio," ripeté il Preside, guardandola da sopra gli occhiali.

"E io l'ho spinto via. Forse," ammise, "un po' troppo forte. Non volevo. Davvero."

Il Preside Vitali sorrise, come se fosse la risposta che voleva sentire. "Capisco. Beh, ha una bella 'spinta', signorina Rossi. Glielo concedo."

Poi divenne serio, prendendo un fascicolo dalla scrivania. "Ma c'è un'altra cosa. Il suo curriculum. Pavia. Cremona. Piacenza. Ha cambiato... molte scuole. Spesso per 'problemi disciplinari'."

Sarah si irrigidì. Eccolo.

Lui la guardò, con occhi gentili. "Non so cosa sia successo là. E francamente, non mi interessa. Ognuno ha diritto a un nuovo inizio. Qui al Liceo di Voghera non ci basiamo sui 'sentito dire'. Lei è una nostra studentessa ora. E voglio assicurarle che, finché io sarò preside, nessuno la espellerà senza una vera ragione."

Si appoggiò allo schienale. "Cerchi solo di... incanalare quella sua 'forza' in qualcosa di costruttivo, va bene? La nostra squadra di pallavolo femminile cerca un centrale."

Sarah rimase spiazzata. Era... gentile. Genuinamente. Forse la prima autorità scolastica che non la trattava come una bomba a orologeria.

"Grazie, preside," disse, ed era sincera. "Davvero. Ci proverò."

Si sentì quasi leggera uscendo dall'ufficio. Sensazione che svanì nell'istante in cui varcò il portone della scuola.

Chiara era lì.

Appoggiata al muretto con la sua corte. Quattro ragazze, tutte vestite alla moda, tutte carine in modo studiato, e tutte visibilmente meno belle di Sarah. La stavano aspettando.

"Allora," disse Chiara, staccandosi dal muro e facendole un passo incontro. Le altre quattro si disposero a semicerchio, bloccandole la strada. Un classico accerchiamento.

"Quella che stende i ragazzi," disse Chiara, la voce bassa e velenosa.

Sarah alzò gli occhi al cielo. "Senti, Chiara, ho avuto una giornata lunga e mio padre mi aspetta. Spostati."

"Pensi di essere furba, vero?" continuò Chiara, ignorandola. "Arrivi qui, con quella tua faccia da modella e quei tuoi modi da... camionista... e pensi di poter fare quello che vuoi? Pensi di poter umiliare Matteo davanti a tutta la scuola e farla franca?"

"È inciampato," ripeté Sarah, stancamente.

"Sì, certo," intervenne una delle amichette. "L'hai quasi mandato all'ospedale!"

"Lui è andato all'allenamento, perché è un uomo," sibilò Chiara. "Ma è colpa tua. Hai rovinato tutto. Ora tutti parlano solo di te. Ma ti do un consiglio, 'Pavia'..."

Si avvicinò, cercando di usare l'intimidazione. "Stai lontana da lui. Matteo è mio. E questa scuola è mia. Hai capito?"

Sarah la guardò. Guardò le altre quattro. Non sentiva odore di zolfo, non sentiva il ronzio. Non erano vampiri. Non erano una minaccia.

Erano solo... rumore.

Fece un sospiro che era pura noia.

"Avete finito?" chiese. "Perché dovrei tornare a casa. Mio padre fa la pasta, e se si scuoce... credetemi... quella sì che è una tragedia."

Senza aspettare risposta, fece spallucce, passò con nonchalance tra due delle ragazze (che si ritrassero di scatto, come se scottasse) e si incamminò lungo il viale, lasciando Chiara e la sua corte immobili, furiose per essere state liquidate in quel modo.

La camminata da scuola a casa era di quindici minuti. Giusti.

Sarah si era tirata su il cappuccio della felpa, non per il freddo, ma per schermarsi dagli sguardi. La sua "performance" nel corridoio l'aveva resa il centro dell'attenzione, e odiava sentirsi osservata quando non era in "modalità caccia".

La strada principale di Voghera, la Via Emilia, era fiancheggiata da negozi. La sua passione segreta.

Sarah adorava la moda. Alla follia.

Mentre camminava, i suoi occhi scattavano automaticamente alle vetrine: un cappotto color cammello dal taglio perfetto, un paio di stivali cuissard in vetrina che sarebbero stati divini con i suoi fusò neri.

Ma la sua vena da Cacciatrice rovinava tutto.

Non poteva guardare un vestito senza che il suo istinto analizzasse quanto fosse restrittivo per un calcio alto. Non poteva ammirare un paio di tacchi senza calcolare quanto fossero rumorosi in un vicolo buio.

E non poteva guardare una vetrina senza usare il riflesso per controllare i tetti e gli angoli bui alle sue spalle.

È ridicolo, pensò, infastidita. Voglio solo decidere se quel trench mi ingrassa, non se è un buon nascondiglio per un Nosferatu.

Svoltò l'angolo, lasciandosi alle spalle le luci del centro ed entrando nella via del suo "palazzo insulso": un anonimo edificio anni '70 di intonaco sbiadito. Almeno erano al terzo piano, abbastanza in alto da avere una buona visuale.

Mentre infilava la chiave nel portone, sentì qualcosa.

All'inizio pensò fosse una radio. Ma mentre saliva le scale, il suono divenne più chiaro.

Era una chitarra. Una Fender Stratocaster, accordata bassa, che stava provando un riff blues lento e un po' arrugginito.

Era suo padre.

Sarah si fermò sul pianerottolo del secondo piano, sorpresa. Marco non toccava la sua chitarra "seria" da almeno un anno. Non da Piacenza, non prima dell'ultimo, disastroso "incidente". Suo padre suonava solo quando era genuinamente, profondamente felice, non quando fingeva di esserlo per lei.

La rabbia e la paranoia della giornata scolastica si sciolsero all'istante.

Aprì la porta di casa.

L'odore di sugo al basilico la investì. Marco era in cucina, davanti ai fornelli, la chitarra ancora a tracolla, e stava... canticchiando.

"Ehilà!" disse lui, vedendola. Era insolitamente, genuinamente allegro. "Tempismo perfetto, l'acqua bolle!"

"Stai suonando," disse Sarah, un mezzo sorriso che le spuntava in volto.

"Sì!" disse Marco, quasi spumeggiante. Lasciò la chitarra sul divano. "Oggi... oggi è stata una giornata incredibile! Non ci crederai mai! Ero terrorizzato, lo ammetto."

Sarah si irrigidì. "Terrorizzato? Perché?"

"Il contratto! Stamattina sono andato in Comune per registrare il cambio di residenza, e quel geometra arrogante, Rinaldi... mi ha bloccato tutto! Ha detto che c'era un 'vizio di forma' nel contratto d'affitto, che la planimetria non era aggiornata, che dovevamo andarcene entro 48 ore! Ero nel panico, Sarah, non sapevo cosa fare..."

Sarah sentì il sangue gelarsi. Malaspina. L'attacco era già iniziato.

"...E POI," continuò Marco, gesticolando con un cucchiaio di legno, "mentre stavo per chiamare l'avvocato, entra questo! Te lo immagini, Sarah? Un inglese! A Voghera! Sembrava uscito da un film, un Peaky Blinder in giacca e cravatta. Serissimo. Arthur Finch. Ha detto che era un 'revisore' del Ministero."

Finch. Il sorriso di Sarah svanì.

"Ha fatto a pezzi quel geometra arrogante!" rise Marco. "In dieci minuti! Ha tirato fuori mandati, articoli di legge... Rinaldi è diventato viola. Ha dovuto ritirare tutto. Burocrazia efficiente in Italia! Un miracolo!"

Sarah si sedette pesantemente su una sedia della cucina.

Arthur Finch. Un Osservatore.

Non era un miracolo. Era sua madre.

Si sentì invadere da due sensazioni opposte: un profondo sollievo al pensiero che suo padre fosse al sicuro, protetto da quel Ghoul. E una profonda, bruciante irritazione. Ancora. Gestita a distanza, come una bambina incapace di badare a se stessa. Sua madre non era lì, ma i suoi soldatini sì.

"Già," mormorò Sarah. "Un... miracolo."

Si sedettero a tavola. La pasta era ottima.

"Allora," disse Marco, tornando il padre premuroso. "Com'è andata oggi? La 'caduta dalle scale' fa meno male?" Chiese, indicando con la forchetta il braccio fasciato di Sarah, che lei teneva appoggiato in grembo.

"Scuola," disse Sarah, arrotolando una quantità impressionante di spaghetti sulla sua forchetta. "Solita roba. Il preside è... stranamente gentile. E la supplente di lettere è... strana."

Marco rise. "Strana? Tesoro, ascolta." Si appoggiò allo schienale, con il suo sguardo nostalgico. "Tu sei bellissima. Lo so che non te lo dico mai. Ma alla tua età, io... beh, diciamo che dovevo respingerle con un bastone. Sono sicuro che hai già tutti gli occhi addosso."

Fece un sorrisetto furbo, da chitarrista consumato. "Sono sicuro che qualche ragazzo ci ha già provato, vero?"

Sarah alzò lo sguardo. Le tornò in mente l'immagine di Matteo che volava all'indietro come un birillo e si schiantava sugli armadietti.

Riuscì a trattenere un sorriso.

"Sì," disse, portandosi la forchetta alla bocca. "Qualcuno ci ha già provato."

"E?" chiese Marco, sporgendosi in avanti, eccitato come se stesse ascoltando un pettegolezzo da backstage.

"Diciamo," masticò Sarah, "che ha... inciampato... nel mio complicato carattere."

Marco scoppiò a ridere, una risata piena, felice, che Sarah non sentiva da mesi. "BRAVA la mia ragazza! Proprio come tuo padre! Tienili sulla corda! Non farti mettere i piedi in testa da nessuno!"

Si alzò, felice, le si avvicinò e le diede un bacio amorevole sulla fronte, accarezzandole la bionda chioma. "Proprio come me."

Mentre tornava a sedersi, notò che Sarah stava guardando la sua forchetta con un'espressione confusa.

"Che c'è?" chiese lui.

"Niente, è che..." Sarah sollevò la forchetta.

I rebbi erano completamente accartocciati all'indietro. Li aveva stretti troppo forte mentre ripensava alla spinta nel corridoio.

Marco la fissò, smettendo di ridere. I suoi occhi si spostarono dalla mano di Sarah alla forchetta, e di nuovo alla sua mano.

Sarah guardò la forchetta, poi il piatto, poi lui, con la più serafica innocenza di cui era capace.

"Credo... che questa pasta sia un po' troppo al dente," disse, serissima.

Ci fu un secondo di silenzio.

Poi Marco scosse la testa, un sorriso incredulo che si allargava sul suo viso.

"Sei incredibile," disse, alzandosi per prenderne un'altra dal cassetto. "E comunque, è colpa mia. Sono forchette dell'Ikea. Robaccia."

Sarah gli sorrise, un sorriso vero, luminoso.

Quanto amava quell'uomo.

Nascose la forchetta accartocciata sotto il tovagliolo, il suo sorriso che si spegneva solo per un attimo, mentre pensava all'incontro che la aspettava.

Il suo sguardo si indurì, fissando un punto vuoto sul muro.

Era furiosa. E non era con Malaspina.

Era furiosa con sua madre, Lady Elena, per averla costretta a questa farsa. Per averla costretta a mentire all'unica persona al mondo che adorava e che stava cercando di proteggere.

Erano le nove e cinque di sera quando Sarah arrivò a Via Mazzini 12.

L'erboristeria abbandonata era l'unico edificio buio in una via di negozi ancora illuminati. L'insegna, "Antica Erboristeria della Sibilla", era quasi illeggibile.

Ironico, pensò Sarah.

Mise una mano sulla porta di legno scrostata e sentì un formicolio. Un sigillo. L'odore era di ozono e erbe secche. La porta si aprì con un cigolio.

Dentro, l'aria era immobile. Elisa Renzi era in piedi al centro della stanza, non più in "modalità prof", ma in "modalità strega". Indossava abiti scuri e pratici. L'atmosfera era formale.

"Sei in ritardo," disse Elisa, a braccia conserte.

"Traffico," rispose Sarah, entrando. "Ho dovuto spingere una Panda."

Lo sguardo di Elisa ignorò il sarcasmo e si posò immediatamente sul braccio che la sera prima era stato squarciato dagli artigli di Ferro. Sarah lo teneva lungo il fianco, muovendolo quasi normalmente, anche se con un po' di rigidità.

"Il braccio," disse Elisa, con tono autorevole. "Fammi vedere." Era il tono di un superiore che ispeziona un'arma danneggiata.

Sarah alzò gli occhi al cielo, infastidita. "Sto bene."

"Fammi vedere."

"E va bene, mamma," sbottò Sarah. Con un gesto stizzito, si tirò su la manica della felpa.

Non c'era nessuna fasciatura. Le quattro profonde lacerazioni erano sparite. Al loro posto c'erano solo sottili linee rosa, già quasi svanite.

"Per la Sibilla..." sussurrò Elisa, sbalordita. "È... quasi guarito."

Sarah si abbassò la manica con un gesto secco. "Già. Guarisco in fretta. È uno dei bonus del pacchetto 'Cacciatrice'. Ora, se hai finito con la visita medica, ho da fare."

Elisa la fissò, colpita dalla mancanza di rispetto. "Questa non è una burla, Sarah. Non sei a Londra, sotto la protezione..."

"Non sono mai stata a Londra!" scattò Sarah, la sua voce improvvisamente velenosa. "Non l'ho mai vista Londra. Quindi non dirmi come ci si sente."

Elisa si bloccò, sorpresa dalla reazione. Recuperò la sua compostezza. "Questo non cambia i fatti. Sei nella Camarilla. Hai fatto un disastro che Lady Elena sta cercando di contenere con ogni mezzo!"

"Ah, 'Lady Elena'!" scattò Sarah, il nome di sua madre fu l'errore fatale. Tutta la rabbia repressa della giornata esplose. "Certo. La 'Sacerdotessa Primus'. È così impegnata a 'contenere' che non si fa vedere da due anni? È così impegnata che l'unica cosa che sa fare è mandare i suoi agenti?"

"Porta rispetto! La tua linea di sangue..."

"Al diavolo la mia linea di sangue!" urlò Sarah, avanzando verso di lei. "E al diavolo mia madre! Lei è a Londra a giocare alla regina degli specchi, e io sono qui a mentire a mio padre! L'unica persona che conta davvero! Lei manda te per farmi da babysitter, manda un contabile inglese per pagare le bollette... manda tutti tranne se stessa!"

"Pensi che sia un gioco?" replicò Elisa, alzando la voce. "Pensi che ti abbia mandato a Voghera per caso?"

"Mi ha mandato qui perché è 'tranquilla'!"

"Ti ha mandato qui perché è sporca!" gridò Elisa. "Questa non è una punizione, è un esame! E lo stai fallendo! Lady Elena mi ha mandato qui non solo per i vampiri. Questa città è un nodo oscuro. La 'Strega di Voghera', quella della leggenda, non era una favola. Era una delle nostre. Una Sacerdotessa che ha tradito il Consiglio d'Argento secoli fa, cercando di usare il Vitae dei vampiri per ottenere l'immortalità."

Sarah la fissava, scioccata.

"Lady Elena," continuò Elisa, "crede che il Primogenito Malkavian che si nasconde qui, quello che chiamano l'Oracolo, sia connesso a lei. Che stia usando il suo potere corrotto. È per questo che hai trovato un Anziano così potente come Ferro in un Dominio così piccolo. C'è un'energia oscura qui, Sarah. E tua madre voleva che fossi tu a..."

"A pulire il casino che ha lasciato lei?" la interruppe Sarah, la voce piena di un'amarezza diversa. Si sentiva tradita. Di nuovo.

"Lei sapeva," sussurrò. "Sapeva di questo... 'nodo oscuro', e ci ha mandati qui. Senza dirmi niente. E ha mandato te a dirmelo."

Elisa cercò di avvicinarsi, la sua autorità svanita, sostituita da un tentativo di empatia. "Sarah... io sono qui per guidarti. Ho un rispetto sconfinato per tua madre..."

"Io non ho bisogno di aiuto," la interruppe Sarah, la voce di nuovo dura come l'acciaio. Si diresse verso la porta.

"Dove stai andando?!" chiese Elisa, disperata. "Abbiamo una strategia da pianificare! Dobbiamo trovare il Sangue Debole! Dobbiamo capire cosa vuole l'Oracolo!"

"Io lavoro da sola," disse Sarah, con la mano sulla maniglia.

"Non puoi!" insistette Elisa, la sua voce che si incrinava per la frustrazione. "Io sono la tua Osservatrice! Non lavoro solo per tua madre, lavoro anche per il Consiglio degli Osservatori! Posso aiutarti!"

Sarah si bloccò. Si voltò lentamente, e la sua espressione non era più solo arrabbiata. Era disgustata.

"Un... Consiglio? Un altro? Un consiglio di 'Osservatori'? E chi diavolo siete voi?"

"Siamo l'Ordine che..."

"Non mi interessa!" la zittì Sarah, esplodendo del tutto. "Avete finito? Siete a posto così? Oh, c'è qualche altra cazzo di setta segreta che vuole darmi ordini? C'è la 'Società degli Amici del Tè' che vuole dirmi come uccidere i demoni?"

Aprì la porta, e la luce dei lampioni invase la stanza buia.

"Non sei mia madre. Non sei la mia 'guardiana'. E di sicuro non sei la mia 'Osservatrice'. Siete solo un branco di segretarie che prendono ordini."

Si voltò e uscì sbattendo la porta, lasciando Elisa sola nel santuario pieno di erbe secche.

L'aria notturna era fredda e la colpì come uno schiaffo. Sarah si strinse nel giubbotto, camminando a passo svelto sul marciapiede deserto di Via Mazzini. La rabbia le bruciava in petto, più calda della ferita ormai guarita.

Consiglio d'Argento. Consiglio degli Osservatori. Primogenito Malkavian. Nodi oscuri.

Era tutto così... complicato. Un gioco schifoso giocato da persone millenarie che muovevano pedine da lontano. E lei era la pedina. Sua madre, da Londra, muoveva lei, muoveva Elisa, muoveva persino quel contabile inglese.

Ma chi si sporca le mani sono io.

Il pensiero la colpì con una chiarezza dolorosa. Chi si sporca le mani sono io. Sono io che sanguino. Sono io che mento.

Pensò a suo padre, alla sua risata felice davanti a un piatto di pasta, al suo orgoglio per la figlia che "teneva sulla corda" i ragazzi. Una bugia. Tutto era una bugia.

Chi si sporca le mani non ha una vita privata. Non può essere onesta con nessuno. Nemmeno con mio padre.

Si fermò all'angolo di una piazza vuota. Il ronzio.

Era tornato. Non forte come nel vicolo con Ferro, ma diffuso. Un prurito sulla nuca.

Non era sola.

Rallentò il passo, i suoi sensi che si accendevano. Non c'era nessuno in strada. Ma lei li sentiva.

Alzò lo sguardo.

I tetti. Le antenne televisive, i comignoli, le statue di pietra dei palazzi più vecchi. C'erano ombre nelle ombre. Molti occhi la osservavano.

Erano i ratti de "Il Professore"? Le spie di Malaspina? O quel Sangue Debole, Leo, che faceva il suo doppio gioco?

Non importava.

La rabbia che provava per Elisa e per sua madre cambiò bersaglio. Si incanalò, diventando qualcosa di freddo, affilato e pericoloso.

Volete guardarmi? pensò, fissando un gargoyle che sembrava fin troppo attento. Volete "osservarmi"? Venite giù.

Senza smettere di camminare, infilò una mano nella tasca posteriore dei suoi fusò, sotto la felpa. Le sue dita si strinsero attorno all'impugnatura d'argento del coltello benedetto.

Nel momento in cui lo toccò, il metallo divenne caldo. Non tiepido. Caldo. Sfrigolava contro la sua pelle, rispondendo alla sua rabbia e alla vicinanza di così tanti Fratelli.

Era così arrabbiata, così stufa dei giochi e delle bugie, che voleva solo che finisse.

Avrebbe voluto affrontarli tutti, lì, in quel momento.

Venite a prendervelo, pensò, stringendo il pugnale. Provateci.

Ma nessuno si mosse.

Continuò a camminare, un'esca furiosa in una trappola a cielo aperto, diretta verso l'unica cosa che le sembrava ancora reale: la musica assordante e le luci al neon del Midian.

Il "Midian" non era solo un club. Era il cuore pulsante della notte di Voghera.

La musica rock rimbombava così forte da far vibrare le ossa. Le luci stroboscopiche tagliavano il fumo e il sudore, trasformando la folla danzante in una massa di fotogrammi spezzati.

Era un terreno di caccia perfetto.

Sarah entrò, e i suoi sensi esplosero.

Il "ronzio" non era un prurito; era un ruggito. L'odore non era solo di birra e sudore. Sotto, c'era l'aroma secco e dolciastro della polvere, della rosa appassita. L'odore della non-morte.

Il posto era infestato.

Ma Sarah non aveva paura. Era arrabbiata. E il coltello in tasca le scaldava la coscia. Pensava di essere lei la cacciatrice.

Il suo sguardo scansionò il locale, identificando i suoi bersagli in meno di tre secondi.

Obiettivo 1 (La Spia): Leo. Il Sangue Debole. Rannicchiato in un angolo buio vicino all'uscita di sicurezza, cercando di sembrare casuale e fallendo miseramente. Stava seguendo gli ordini. Ma di chi?

Obbiettivo 2:Matteo. Al bar, circondato dai suoi amici, inclusa Chiara. Non stava festeggiando. Stava bevendo una birra con lo sguardo terrorizzato di chi si aspetta di essere colpito da un momento all'altro.

Sarah si mosse verso il bar, un piccolo squalo biondo in una vasca di pesci ignari.

Mentre si muoveva, nessuno notò la figura nel privé sopraelevato, schermato da un vetro oscurato.

Lì, Dama Almerinda, la Primogenita Toreador di Voghera, sorseggiava qualcosa di rosso rubino da un calice di cristallo. Questo club era il suo Dominio. I mortali (i "Kine") non erano solo prede; erano il suo pubblico, la sua arte curata. E questa nuova variabile era affascinante.

"Così," sussurrò al nulla, "questa è la fiamma pallida che ha spaventato l'Oracolo. Che... grezza."

Osservò Sarah avvicinarsi a Matteo.

"Sei venuta," balbettò Matteo, vedendola. Quasi rovesciò la birra.

Chiara si voltò. "Guarda chi c'è. La campionessa di wrestling. Pronta a lanciare qualcun altro?"

"Non stasera, Chiara," disse Sarah, gli occhi fissi su Matteo. "Volevo solo vedere se eri sopravvissuto alla... gravità."

"Senti, per oggi..." Matteo cercò di scusarsi, terrorizzato. "Sono stato un coglione, ok?"

"Non è carino importunare le ospiti, amico."

La musica si era fermata. Un silenzio innaturale era calato sul bar.

I tre membri della band erano scesi dal palco. Erano pallidi, bellissimi e si muovevano con una grazia fluida. Il cantante, con occhi bistrati e giacca di pelle attillata, si appoggiò al bancone, sorridendo a Matteo ma guardando Sarah.

"Lei è con noi," disse il cantante, la sua voce bassa e ipnotica.

Matteo e Chiara furono subito affascinati. L'effetto della disciplina di Presenza fu immediato. "Oh... sì, scusate," mormorò Matteo.

Sarah non fu colpita. "Non sono con nessuno," disse, la mano che scivolava verso la tasca posteriore. "E voi non siete la band."

"Oh, ma sì," rise il cantante. "Siamo La Decadenza. E tu sei la critica. Dama Almerinda ci ha chiesto di... assicurarci che tu apprezzi la nostra performance."

La trappola scattò.

Era 3 contro 1. E non erano bruti come Ferro. Erano Toreador.

Sarah estrasse il coltello. Il primo (il batterista) si mosse con una Velocità innaturale, non per attaccarla, ma per afferrare Chiara da dietro, tirandola indietro e mettendole una mano sulla bocca.

Il secondo (il bassista) afferrò Matteo per il collo, sollevandolo da terra.

"Ferma, Cacciatrice!" sibilò il cantante, il suo sorriso che si allargava. "O la bambola si rompe. E non è carino spargere sangue nell'Elysium, vero?"

Sarah si bloccò.

Elysium. Aveva sentito la parola da Elisa. Un luogo neutrale. Dove la violenza era proibita.

Capì l'errore. Loro non potevano attaccarla. Ma potevano minacciare i mortali.

Erano protetti dalle loro regole. E lei era intrappolata dalle sue. Non poteva salvare Matteo e Chiara senza iniziare un massacro, violando la Masquerade e condannandoli tutti.

Era in scacco matto.

"Vedi?" disse il cantante, avvicinandosi a lei. "Non sei una cacciatrice. Sei solo un'altra groupie rumorosa."

Fece un cenno, e il batterista che teneva Chiara lasciò andare la ragazza (che svenne) per muoversi alle spalle di Sarah, pronto a neutralizzarla.

"Io non credo."

La voce proveniva dall'ingresso. Elisa Renzi era lì. Non più la "prof". I suoi occhi brillavano di una debole luce argentea.

Il cantante la guardò, infastidito. "Una strega? Che audacia. Il Patto di Silenzio ti proibisce di..."

"Il Patto non copre i bambini che rompono le regole dell'Elysium!" gridò Elisa.

Sollevò la mano. I Toreador sono schiavi dei loro sensi. E la magia di Elisa era una bomba sensoriale.

BOOM!

Tutte le luci stroboscopiche del locale esplosero in un lampo bianco e accecante.

Dagli altoparlanti non uscì musica, ma un fischio assordante, una frequenza sonica pura che fece sanguinare le orecchie.

I tre vampiri urlarono, un suono acuto e straziante, portandosi le mani agli occhi e alle orecchie, la loro Robustezza inutile contro un attacco magico ai loro sensi ipersviluppati.

"SARAH! PRENDI IL RAGAZZO E VIA! ORA!" urlò Elisa.

Sarah non se lo fece dire due volte. Afferrò Matteo (ancora paralizzato dalla Presenza e ora svenuto per lo shock) e se lo caricò su una spalla.

Elisa recitò una parola in latino. La porta antincendio sul retro del locale si spalancò.

Nel privé, Dama Almerinda si alzò, furiosa, mentre i vetri oscurati si incrinavano per la pressione sonica.

Sarah sfondò l'uscita di sicurezza, trascinando con sé la prova vivente del pericolo che la circondava, mentre Elisa teneva a bada i predatori accecati, scatenando un inferno di fuoco e acqua dagli sprinkler.

L'onda d'urto magica di Elisa colpì i Toreador come un maglio. La luce accecante e la frequenza sonica pura furono un attacco diretto ai loro sensi ipersviluppati. I tre vampiri-musicisti crollarono a terra, urlando e contorcendosi, le mani premute sugli occhi e sulle orecchie sanguinanti.

"SARAH! PRENDI IL RAGAZZO E VIA! ORA!" urlò Elisa, ansimando per lo sforzo.

Sarah non se lo fece dire due volte. Afferrò Matteo svenuto come un sacco di patate, lo caricò su una spalla, e con l'altro braccio afferrò Chiara per la vita. Con la sua forza da Cacciatrice, sfondò l'uscita di sicurezza e li trascinò entrambi nel vicolo buio sul retro.

Li depositò a terra, dove l'aria era fresca e la musica attutita.

Un attimo dopo, Elisa la raggiunse, appoggiandosi al muro, pallida.

"Ce l'abbiamo fatta," ansimò Elisa. "Dobbiamo andarcene prima che si riprendano. O che arrivi la loro Dama."

"Giusto," disse Sarah. Si guardò le mani, poi i due ragazzi svenuti a terra. "Grazie. Per il... 'bang'."

"Prego. Ora muoviamoci," disse Elisa, tirando fuori il cellulare, "Devo cancellare i..."

"Tu muoviti," la interruppe Sarah. "Portali via tu. Io non ho ancora finito."

Elisa si bloccò. "Cosa? Sarah, sei pazza? Quelli sono Toreador in preda alla Furia! E ci sono altri mortali lì dentro! I loro amici!"

"Esatto," disse Sarah, con una calma terrificante. "Ci sono dei testimoni da salvare. E della spazzatura da buttare."

Si voltò e fece un passo verso la porta del club.

"È un Elysium!" gridò Elisa. "Non puoi! Stai violando ogni regola!"

"Loro le hanno violate prima," disse Sarah. "Hanno preso degli ostaggi." Si fermò e si voltò verso Elisa, con un sorriso gelido. "E poi, è martedì. E io non ho ancora fatto le pulizie."

Infilò la mano nella tasca posteriore dei suoi fusò ed estrasse il coltello benedetto.

Nel buio del vicolo, l'oggetto sembrò prendere vita.

Elisa, una strega addestrata dal Consiglio d'Argento, rimase a bocca aperta. Aveva sentito parlare di quegli artefatti, ma non ne aveva mai visto uno. Non era un semplice coltello "benedetto" da un prete. Quello era un Sigillo della Sibilla. L'argento inciso brillava di una luce interna, pallida e furiosa, e l'aria intorno ad esso sfrigolava. Emanava un potere così antico e puro da farle rizzare i peli sulle braccia. Era la prima volta che vedeva un oggetto così intriso di vera magia divina.

"Per la Dea..." sussurrò Elisa, ipnotizzata.

Sarah le fece l'occhiolino. "Dì alla mamma che, alla fine, i suoi regali servono a qualcosa."

Spinse la porta antincendio ed entrò di nuovo nel locale.

Elisa rimase paralizzata nel vicolo, a guardia dei due mortali svenuti. Poteva solo ascoltare.

Per un secondo, ci fu silenzio, coperto solo dal basso rimbombo della musica che ripartiva.

Poi, la musica si interruppe di colpo.

Si sentì un urlo. Non umano. Un ringhio bestiale di un vampiro in Furia.

Subito dopo, il suono di vetri in frantumi. Uno schianto metallico, come se il bancone del bar fosse stato ribaltato.

Le porte principali del Midian si spalancarono.

Gli amici di Matteo e le amiche di Chiara, e tutti gli altri mortali nel locale, si riversarono in strada urlando, in preda al panico, parlando di una "rissa" o di "quella bionda impazzita".

Poi, di nuovo silenzio. Un silenzio pesante.

La porta antincendio nel vicolo si aprì lentamente.

Sarah uscì, non ansimante, ma decisamente in disordine.

Era sporca. Sulla sua felpa c'erano schizzi scuri che non erano birra e una fine polvere grigia che le imbrattava i capelli.

Si fermò davanti a Elisa, nel silenzio irreale.

Si guardò le mani, coperte di polvere e... qualcos'altro. Iniziò metodicamente a pulirsele sui jeans.

Alzò lo sguardo verso la strega, ancora sotto shock, e sorrise.

"Accidenti," disse, spazzolandosi la polvere dalla spalla. "Abbiamo fatto un bel casino."

Si sistemò la capigliatura con un gesto stanco.

"Forse," aggiunse, "è il momento di chiamare qualcuno che faccia le pulizie sul serio. Tu ce l'hai il numero di Mr. Wolf?”

Elisa non rise. Era pallida per lo sforzo magico e guardava con orrore i due mortali svenuti ai loro piedi.

"Dobbiamo andarcene. Subito," ansimò Elisa. Afferrò Chiara per un braccio, preparandosi a trascinarla. "Non è divertente, Sarah. Non sai cosa c'era là sopra."

"Che importa? Se n'è andato," disse Sarah.

"No," replicò Elisa, la voce ridotta a un sussurro terrorizzato.

Alzò lo sguardo, non verso Sarah, ma verso il caos che si lasciavano alle spalle. I suoi occhi da strega si fissarono sull'oscurità frastagliata del privé sopraelevato, da cui la tenda di velluto era stata squarciata.

L'aria lassù sfrigolava ancora. Non della sua magia, ma di un potere antico, freddo e furioso.

Da dietro la tenda, Dama Almerinda emerse, perfettamente illesa, lisciandosi una piega inesistente dal suo abito da sera.

Non era più divertita. Era furiosa.

Non era la prima Cacciatrice che vedeva. Ne aveva affrontata un'altra "in gioventù", secoli prima, in una notte nebbiosa a Parigi. Ricordava quella lotta: la Cacciatrice di allora era stata forte, sì, ma isterica, una furia cieca armata di un semplice paletto. Almerinda l'aveva schivata, l'aveva affascinata con la Presenza e, per pura curiosità decadente, ne aveva bevuto il sangue. Ricordava ancora quel sapore: elettrico, vitale, come bere champagne mischiato a fulmini. Un'esperienza squisita, ma alla fine, era solo una mortale potenziata.

Ma questa ragazza... questa ragazza era spaventosa.

Non era una furia cieca. Era fredda. Era sprezzante.

Aveva resistito alla Presenza combinata dei suoi Childer come se fosse un fastidioso profumo.

E l'arma... Almerinda, dal suo trespolo, aveva riconosciuto l'energia. Non era un semplice coltello benedetto. Quello era un Sigillo della Sibilla, un artefatto del Consiglio d'Argento intriso di magia primordiale. Il tipo di magia che scioglieva gli immortali.

Anche lei sapeva vagamente di una strana profezia dell'Oracolo Malkavian. La "Fiamma Pallida" che avrebbe purificato il Dominio. L'aveva sempre considerata una delle sue solite sciocchezze.

Ma ora vedeva la fiamma (il coltello) e la pallida ragazza bionda che lo impugnava.

E poi, la strega. L'intervento di Elisa non era stato quello di una maga di campagna. Era stata un'operazione chirurgica, una violazione palese e arrogante del Patto di Silenzio.

Dama Almerinda si affacciò alla balconata rotta. Guardò la polvere dei suoi amati Toreador che si posava sul bancone rovesciato.

Solo lei si era salvata.

E adesso capiva. Questo non era più un imbarazzo politico per Malaspina. Questa era un'infestazione. Una guerra dichiarata da parte del Consiglio d'Argento, usando la loro Cacciatrice potenziata come un'arma di distruzione.

Il suo piccolo Jyhad personale con il Principe Ventrue era finito. Era triviale.

Ora aveva molte, moltissime informazioni utili da riferire al Conte Malaspina. Era ora di fare fronte comune.

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