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Creato il 19/05/2026, 18:43 · Aggiornato il 19/05/2026, 18:43

Capitolo 3: Puntata 3: Anche i Topi di Fogna s'Abbuffano di Formaggio

@bergadavideDavide
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  • Sangue
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Puntata 3: "Anche i Topi di Fogna s'Abbuffano di Formaggio"

IL FRONTE DELLA MASQUERADE

I "Confini" di Voghera non erano un quartiere. Erano un cimitero di progresso.

Binari morti della ferrovia che non portavano da nessuna parte, inghiottiti dalle erbacce. Magazzini industriali abbandonati, le cui finestre rotte sembravano orbite vuote. L'aria sapeva di metallo arrugginito, gasolio stagnante e una muffa così antica da sembrare viva.

Nascosto dentro un vagone merci della Seconda Guerra Mondiale, c'era il Rifugio di Leo.

Era terrorizzato.

La Fame era un artiglio freddo che gli stringeva le viscere, ma la sua mano tremava per un motivo diverso. Non aveva paura della Cacciatrice. Lei era... gestibile. Aveva paura della sua stessa specie. Paura di quello che Malaspina avrebbe fatto per mettere a tacere l'unico testimone dell'umiliazione del suo Sceriffo.

La sacca di sangue, il premio della notte prima, era ancora chiusa. Era l'ultimo sorso di vita che gli rimaneva.

Bevi, idiota, pensò. Ma la Bestia dentro di lui, solitamente così famelica, era rannicchiata in un angolo, terrorizzata.

Un rumore.

Non un passo. Non uno scricchiolio. Uno striscio. Come tela cerata trascinata sul cemento.

Leo si bloccò, la sacca di sangue a mezz'aria.

Non c'era nessuno.

Poi, dall'ombra più profonda del vagone, un'ombra si staccò dal muro.

Non era un Ghoul. Era un Nosferatu. Magro, avvolto in un cappotto lercio, con una spalla più alta dell'altra. Il suo volto era un groviglio di pelle liscia e cicatrici, dove un naso avrebbe dovuto essere.

"Il Sangue Debole," sibilò, la voce come foglie secche. "Quello che ha visto."

Leo si lanciò verso la porta scorrevole del vagone, l'unica via d'uscita.

Un'altra figura era già lì, bloccando la luce grigia dell'alba. Questo Nosferatu era diverso, più simile a un ragno, con braccia troppo lunghe. Stava usando Oscurazione fino a un secondo prima.

"Calmati, topolino," sibilò il primo, senza muoversi. "Non siamo lo Sceriffo. Noi non sprechiamo il Vitae buono."

Il secondo annusò l'aria. "Lui non ha Vitae buono. Puzza di mortale."

"L'Oracolo vuole vederti," disse il primo, ignorando il compagno. "Sa che eri lì."

Non era un invito. Era una Convocazione. Il potere di un Anziano, anche se espresso tramite i suoi servi, era assoluto. Leo capì che rifiutare significava morire in un modo molto più lento di quanto Ferro avesse pianificato.

Annuì, tremando.

I Nosferatu non usarono le strade. Lo condussero attraverso una grata arrugginita, giù, nei Domini del loro clan: i tunnel di servizio e le fogne sotto Voghera.

Non lo portarono alla villa di Malaspina. Lo condussero in un luogo più antico, più profondo. Sotto l'Archivio Storico Comunale.

In superficie, quello era il Dominio de "Il Professore", l'Arpia Nosferatu che Malaspina usava per il suo spionaggio. Ma i due che scortavano Leo non si fermarono alle sale server e agli archivi polverosi. Sapevano che "Il Professore" era solo il custode. La vera autorità risiedeva più in basso.

Aprirono una botola di pietra che non doveva esistere, scendendo in una cripta sigillata che odorava di terra e ozono.

La stanza era un caos di epoche. Pergamene ammuffite erano impilate accanto a vecchi server IBM dismessi che ronzavano debolmente. L'aria era pesante, carica di un milione di sussurri sovrapposti, un effetto collaterale della costante disciplina di Auspex che permeava il luogo.

Al centro della stanza, seduto su una sedia che un tempo era stata un trono, c'era un vampiro avvolto in stracci di seta. Era antico, la sua pelle come pergamena tesa sulle ossa. Era cieco. Le sue orbite erano vuote, chiuse da antiche cicatrici rituali.

Questo era l'Oracolo. Il Primogenito Malkavian di Voghera. L'unico vampiro della città che Don Nicolò Malaspina temeva veramente, perché non poteva controllarlo.

Leo si fermò, paralizzato dai sussurri.

L'Oracolo non mosse le labbra. La sua voce esplose nella testa di Leo, chiara e fredda come un rintocco di campana.

«Il Sangue Debole. Quello che ha visto la Profezia compiersi.»

Leo non capì. Profezia?

L'Oracolo rise, un suono secco, come ossa spezzate. «Oh, sì. Glielo dissi, al nostro Principe Ventrue. Mesi fa. "Una fiamma pallida verrà a purificare il Dominio," gli dissi. "E il tuo Ferro sarà il primo a bruciare." Non mi ha creduto. I Ventrue credono solo ai loro libri contabili.»

L'Oracolo sapeva. Non aveva bisogno di chiedere "cosa" fosse successo.

Voleva i dettagli. Voleva la consistenza della Cacciatrice.

«Dimmi del coltello,» ordinò la voce nella testa di Leo. «Non era semplice acciaio. Descrivilo. Era... musica? Era luce? Bruciava l'aria prima ancora di colpire?»

L'Oracolo stava percependo la magia sacra, assaporandola attraverso i ricordi di Leo.

«Dimmi della sua immunità,» insistette. «La Presenza del Brujah. È svanita come fumo contro la sua mente. Vero? Non l'ha nemmeno percepita.»

Leo, terrorizzato, raccontò tutto. La forza, l'immunità, la velocità. Le battute sarcastiche. E infine, tremando, il patto.

"Mi... mi ha offerto la vita," balbettò Leo. "Per informazioni."

Un altro scoppio di risa secca nella sua mente.

«Il formaggio! Ti ha offerto il formaggio! E ora il topo più grande ti cercherà.»

L'Oracolo si "sporse" in avanti. Anche se cieco, le sue orbite vuote sembravano trafiggere Leo.

«Il Ventrue... Malaspina... ora ti cercherà. Sta già dando la caccia. Pensa di poterti usare come pedina. Pensa che tu sia il suo topo per spiare la Cacciatrice.»

Leo sentì un'ondata di freddo assoluto, la vera, terrificante età di quel vampiro.

«Ma tu sarai il mio topo,» sibilò l'Oracolo. «Il Principe vuole usarla per i suoi giochi politici, per colpire Lady Eleonora. A me non importa dei suoi patetici Debiti di Prestigio. Io voglio sapere chi l'ha mandata. Sento un'altra magia su di lei... una magia antica come la mia. Il Consiglio d'Argento.»

L'Oracolo si rilassò.

«Il Ventrue ti offrirà protezione. Ma io ti offro un Dono. Un Rifugio sicuro, qui, sotto la mia protezione. E un Dominio esclusivo. La stazione ferroviaria. Gli autobus notturni. Caccia liberamente tra i mortali addormentati, e nessuno oserà toccarti. Nemmeno lo Sceriffo mutilato.»

Questo era il vero formaggio. Non solo sopravvivenza. Era status.

«Perché?» chiese Leo, tremando.

«Perché tu sei il mio Debito di Sangue con la Cacciatrice,» disse l'Oracolo. «Lei ti ha offerto un patto. E un patto è un patto. Io lo onorerò per lei. Ora vai. E sii i miei occhi... su tutti.»

Quando Leo uscì dai tunnel e tornò alla luce grigia dei binari morti, non era più un fuggiasco.

Era una pedina armata. Il topo di fogna si era appena abbuffato di formaggio.

IL FRONTE DELLA CACCIATRICE

La campanella della ricreazione suonò, liberando la 3B con il boato di sedie di un branco in fuga.

Sarah aveva passato l'ultima ora in uno stato di tensione quasi dolorosa. La lezione della professoressa Elisa Renzi sulle "eroine dimenticate" era stata una serie di messaggi in codice fin troppo diretti. Lei sa, continuava a ripetersi. E ora, mentre la classe si svuotava, la professoressa la stava fissando.

"Sarah Rossi," disse Elisa, la sua voce chiara che sovrastava il caos. "Un attimo, per favore. Vorrei parlarti del tuo... inserimento."

Ci siamo, pensò Sarah, preparandosi allo scontro.

Ma prima che potesse fare un passo verso la cattedra, fu intercettata. Come un branco di lupi che circonda un nuovo arrivato, il "gruppo" del muretto le si era stretto attorno.

"Allora, 'la nuova'."

A parlare era stata Chiara, la regina non ufficiale della classe. Vestita impeccabilmente, con un'aria di annoiata superiorità, lo squadrò il braccio fasciato sotto la felpa leggera.

"Ti sei fatta male?" chiese, con un tono che non implicava alcuna vera preoccupazione. "Sei caduta dalle scale? Che classico."

"Sì," rispose Sarah, stringendosi nelle spalle. "Ho avuto un incontro ravvicinato con... la gravità. Abbiamo litigato. Ha vinto lei."

"Ignorala," intervenne Matteo, il ragazzo che sembrava il protagonista di una pubblicità di profumi. Le sorrise, un sorriso studiato e vincente. "Io sono Matteo. Benvenuta a Voghera. Dicono che vieni da Pavia. È vero che è noiosa come dicono?"

"Dipende," disse Sarah, i suoi sensi da Cacciatrice che urlavano per la troppa vicinanza sociale. "Se ti piace la nebbia fitta e il silenzio..."

"E perché ti sei trasferita a metà anno?" chiese un'altra ragazza. "Ti hanno bocciata?"

"No, diciamo che il mio curriculum scolastico è... 'itinerante'," rispose Sarah, cercando un varco per fuggire verso la cattedra. "Mi piace cambiare aria. Sapete, l'inquinamento."

Chiara la studiò, poi afferrò Sarah per il braccio sano, costringendola a guardarla e abbassando la voce. "Senti, 'Pavia'," sibilò, il suo tono improvvisamente affilato. "Sei una bella ragazza, si vede. Molto... americana. E Matteo ti ha già puntata."

Sarah aggrottò la fronte. "Puntata? Come un fucile?"

Chiara alzò gli occhi al cielo. "Come che gli piaci, sveglia. Lui è il più popolare della scuola, non esce con la prima che capita. Quindi vedi di non fargli perdere tempo, ok? E non montarti la testa."

Sarah la fissò per un secondo. "Grazie per il bollettino. Farò attenzione a non inciampare nel mio ego."

"Signorina Rossi," chiamò di nuovo la professoressa Elisa, questa volta con un tono più deciso. "Gli appunti. Se non è troppo distratta dal... comitato di benvenuto."

Sarah usò l'assist al volo. "Scusate, ragazzi. La burocrazia mi chiama."

Si liberò dalla stretta di Chiara e si diresse verso la cattedra, sentendosi gli occhi di tutto il gruppo puntati sulla schiena.

(La Convocazione)

L'aula si era svuotata. Elisa Renzi stava riordinando le sue carte. Il sorriso amichevole da "supplente giovane" era sparito.

Ora sembrava quello che era: una donna di trent'anni in missione. Il suo sguardo era formale, autorevole. Autero.

"Sarah Rossi," disse a bassa voce, mentre l'ultimo studente usciva. "Immagino che la lezione sia stata... illuminante."

"Dipende," rispose Sarah, sulla difensiva, fermandosi a un metro dalla cattedra. "Parla sempre di eroine che combattono mostri, 'prof'?"

Elisa alzò lo sguardo. "Solo quando ce n'è una in classe mia. Sono Elisa Renzi. Sono qui per ordine della Sacerdotessa Primus del Consiglio d'Argento."

Il sangue di Sarah si gelò. "Mia madre."

"La mia Signora," la corresse Elisa, e nel suo tono c'era una nota di riverenza assoluta. "Il mio rispetto per Lady Elena è... sconfinato. È per questo che sono qui."

Lo sguardo di Elisa si indurì. "Quello che hai fatto ieri notte è stato sconsiderato, brutale e ha messo a rischio il Patto di Silenzio che la mia Signora ha faticato tanto a mantenere. Hai mutilato uno Sceriffo Anziano. Hai fatto suonare ogni allarme tra qui e Milano."

"Scusa?" scattò Sarah, l'ironia che diventava rabbia. "Mi stavano attaccando. E stavano per uccidere un tizio. Dovevo chiedere il permesso in triplice copia?"

Elisa la fissò, e per un attimo la sua maschera formale si incrinò. Un angolo della sua bocca si sollevò. "Sei identica a lei. Stessa impulsività. Stessa... lingua lunga."

Il suo sguardo si addolcì impercettibilmente, scendendo sulla felpa che copriva la fasciatura. "Ti fa male?"

"Sto bene," mentì Sarah.

"Non stai bene," replicò Elisa, tornando seria. "E non lo sarai se continui così. Sei in un Dominio della Camarilla, non in un videogioco. Lady Elena ha attivato l'Ordine dei Cacciatori per proteggere tuo padre sul fronte mortale. Io sono qui per proteggere te su questo."

Le porse un foglietto piegato. "Non possiamo parlare qui. Questa scuola è 'pulita', per ora, ma i muri hanno orecchie. Questo è l'indirizzo di un luogo sicuro. Un'erboristeria abbandonata. È protetta da sigilli che tua madre mi ha insegnato."

Sarah prese il foglio. C'era un indirizzo: Via Mazzini 12, Interno 4.

Un'ora: Stasera. Ore 21:00.

E una singola frase in latino: «Mater tua me misit. Noli timere.» (Tua madre mi ha mandato. Non temere.)

"Lady Elena ti considera sua figlia," disse Elisa, abbassando ancora di più la voce. "Io ti considero la mia responsabilità. Non fare tardi."

Mentre Sarah si voltava per andarsene, Elisa la fermò un'ultima volta.

"E Sarah..."

"Sì?"

"Cerca di non distruggere nulla prima di cena."

"Ci proverò," rispose Sarah. "Ma sa com'è... la gravità ce l'ha con me."

Fece un piccolo, complice occhiolino alla professoressa.

DRIIIN!

La campanella della ricreazione suonò, stridente, coprendo la risposta di Elisa. Il corridoio si riempì all'istante del boato

degli studenti. Sarah si sentì afferrare per un braccio. Non con delicatezza.

"Ehi, 'Pavia', vieni un attimo,"

disse Matteo, il "capitano" della 3B. cercando di trascinarla nel corridoio affollato. La sua stretta era forte, quella

di un atleta. Ma per Sarah, era

come quella di un bambino.

Non era forte, neanche lontanamente

in grado di smuoverla se lei non avesse voluto. Per mantenere la copertura

Sarah sospirò, finse di inciampare e si lasciò trascinare. Lui la spinse (o meglio, lei si appoggiò) contro un blocco di armadietti di metallo grigio, isolandola dal flusso di studenti. Si piazzò davanti a lei, appoggiando una mano all'armadietto accanto alla sua testa. Il classico "muro" da film.

Poi la divorò con gli occhi. E a Matteo piaceva quello che vedeva.

Fusò neri che fasciavano gambe così lunghe da sembrare finte, ma che si muovevano con la potenza allenata di un'atleta. Un semplice giubbotto di jeans che, francamente, faceva fatica a contenere un seno abbondante. E poi quel viso. Occhi azzurri profondi e un viso ovale da modella, incorniciato da quei capelli biondi. Il fatto che sembrasse perennemente incazzata la rendeva solo più sexy.

Gli piaceva. La voleva. E Matteo aveva avuto ogni ragazza da che ne aveva memoria.

Si sporse in avanti, il sorriso da un milione di dollari che si allargava. Era un sorriso che si era esercitato allo specchio, quello che non aveva mai fallito.

"Allora," disse, abbassando la voce in un sussurro che, secondo lui, era irresistibile. "Non so cosa facevi a Pavia, ma qui le cose funzionano diversamente. E io sono il comitato di benvenuto."

Sarah lo ascoltò con una sufficienza che lo spiazzò. Inclinò la testa, i suoi occhi azzurri che lo studiavano non come un predatore, ma come un compito di matematica noioso.

Fantastico, pensò lei, ieri sera un vampiro millenario ha provato a strapparmi la faccia, e ora devo gestire 'Muscolo-Man' con l'alito alla mentina.

"Stasera," continuò lui, non cogliendo il segnale, "c'è la serata al Midian. Conosci? È l'unico posto decente in questa città. Suona un gruppo rock, roba forte. È il posto giusto per farsi vedere."

Si appoggiò ancora di più, invadendo il suo spazio personale. L'odore del suo costosissimo dopobarba la investì. "Tu vieni con me. Passo a prenderti alle nove."

Era un decreto, non una proposta.

"Wow," disse Sarah, con un tono piatto. "Un club. Musica. Buio. E tu. Sono... sopraffatta dall'originalità. Come ti è venuta un'idea così audace?"

Matteo rise, convinto che lei stesse flirtando. "Mi piace pensare in grande."

"Si vede," disse lei, guardando i suoi bicipiti. "Ci pensi molto, a... 'in grande'?"

Lui si appoggiò all'armadietto con l'altro braccio, intrappolandola completamente. Adesso erano petto a petto. "Vedo che hai notato. Faccio palestra."

"Davvero? Non l'avrei mai detto," replicò Sarah. Questo tizio è più denso di un Gangrel.

"Smettila di fare la difficile," disse lui, il sorriso che diventava un ghigno. "Lo so che vuoi venire. Smetti di fingere."

Fece per andarsene, ma lui era ancora lì, un muro di muscoli e gel per capelli.

"Spostati," disse lei, la pazienza che si assottigliava.

"Solo dopo che hai detto 'Sì, Matteo, sei il mio eroe e non vedo l'ora'," replicò lui, ancora sorridendo, ancora convinto di essere in controllo.

Sarah sospirò. Un sospiro profondo, stanco. Non aveva tempo per questo.

"Okay, 'eroe'," disse. E con l'unico braccio sano, usò la mano aperta e la appoggiò piatta contro il suo petto.

Voleva solo crearsi un varco.

Il problema era che la sua "spintarella" era calibrata sulla forza necessaria per spostare un vampiro Anziano, non un capitano di liceo pompato.

PUSH.

Matteo volò all'indietro come se fosse stato colpito da un gancio da K.O.

Non fu una caduta. Fu un lancio.

Perse completamente l'equilibrio, inciampò sui suoi stessi piedi e crollò a terra in un groviglio scomposto di gambe, giubbotto firmato e orgoglio ferito.

Il corridoio, già rumoroso, divenne improvvisamente, mortalmente silenzioso.

Tutti si fermarono. La musica nelle cuffiette venne messa in pausa.

Chiara, in fondo al corridoio, aveva la bocca così aperta che avrebbe potuto ingoiare un panino.

Il re del liceo era a terra.

Sarah non sembrò affatto sorpresa. Si lisciò la felpa. Fece un passo avanti, sovrastandolo mentre lui era seduto goffamente sul linoleum sporco, gli occhi sbarrati per lo shock.

Lo guardò dall'alto. E, per la prima volta quel giorno, gli fece un sorriso. Un sorriso vero, divertito, malizioso e assolutamente spietato.

"Carino il tuo tentativo," disse. "Ma hai sbagliato mira. Io non sono il tipo che si fa mettere al muro. Di solito, sono io quella che crea i muri. Con i resti dei ragazzi troppo cresciuti."

Si chinò leggermente verso di lui, che la guardava terrorizzato.

"Per stasera... ti faccio sapere. Non aspettarmi in piedi."

Si voltò e si incamminò lungo il corridoio, lasciandolo lì, tra gli sguardi sbalorditi e le prime, incontenibili risatine che iniziavano a echeggiare tra gli armadietti.

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