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Creato il 19/05/2026, 18:42 · Aggiornato il 19/05/2026, 18:42

Capitolo 2: Puntata 2 - Il Prezzo del Prestigio

@bergadavideDavide
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  • Copertina AI
  • Sangue
  • Violenza
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Sarah L'ammazza Vampiri

Puntata 2 - Il Prezzo del Prestigio

Londra. Sotto le fondamenta di Bloomsbury, in un santuario che non conosceva la luce del sole da seicento anni, Lady Elena non era seduta. Stava in piedi, immobile, al centro di una stanza circolare.

Le pareti non erano foderate di libri, ma di venti grandi specchi d'argento vivo, ognuno opaco come nebbia prigioniera.

Lei era la Sacerdotessa Primus del Consiglio d'Argento, erede diretta della linea di sangue della Sibilla Nera, colei che aveva negoziato il Patto di Silenzio con la Camarilla secoli prima, separando per sempre la magia delle streghe dalla Masquerade dei vampiri.

Un singolo, purissimo rintocco, come di un diapason di cristallo, risuonò nella stanza.

Gli occhi di Elena si aprirono di scatto.

Si voltò verso nord-est. Uno degli specchi, lo Specchio del Patto, non era più opaco. Stava vibrando, e una singola crepa rosso sangue si stava formando sulla sua superficie.

Il coltello.

Non era solo un'arma o un localizzatore. Era un sigillo. E nell'istante in cui aveva inflitto quel danno sacro a un Fratello Anziano, aveva inviato un segnale di soccorso ad alta potenza.

Elena posò il palmo della mano sullo specchio freddo.

La sua espressione non era di preoccupazione. Era di pura, gelida furia.

Immagini caotiche inondarono la sua mente: la cenere di un Brujah, gli artigli di un Gangrel, la Robustezza di un Anziano... e poi, la visione chiara del braccio di Sarah, squarciato.

"Ha osato," sibilò Elena, non a se stessa, ma alla stanza. "Un Principe provinciale. Un Ventrue di mezza tacca. Don Nicolò Malaspina. Ha osato permettere a uno dei suoi cani da guardia di ferire mia figlia."

Non aveva bisogno di uno specchio per vedere il futuro. Conosceva la specie. Sapeva cosa sarebbe successo dopo.

"Attaccherà il mortale," disse, la sua voce che scendeva a un sussurro pericoloso. "Perché è un Ventrue. E i Ventrue sono codardi. Attaccherà Marco."

Si voltò verso uno specchio a sinistra, uno specchio chiaro che mostrava un tranquillo appartamento a Firenze. Una giovane donna dai capelli ricci stava dormendo profondamente.

Elena posò due dita sul vetro. "Elisa. Svegliati."

Dall'altra parte dello specchio, la giovane donna (Elisa Renzi) si svegliò di colpo, sedendosi sul letto senza un attimo di esitazione, come se fosse stata chiamata da un generale.

"Sacerdotessa?" mormorò, già lucida.

"Voghera," ordinò Elena. "Il Patto è stato violato. La linea della Sibilla è minacciata. Sarai lì entro l'alba. La tua copertura: professoressa di lettere e storia al liceo locale. Trasferimento d'urgenza. Monitora mia figlia. Identifica la corte. E se uno di loro la tocca di nuovo... brucia il loro nido."

"Sì, Primus." L'immagine nello specchio svanì.

Elena si voltò verso l'ultimo specchio, uno scudo rotondo di ossidiana nera come la pece. Era la sua linea diretta con l'Ordine dei Cacciatori.

"Consigliere," chiamò.

Un volto austero e severo emerse dall'oscurità. "Lady Elena. È tardi."

"Avete ignorato la Cacciatrice per sei anni, costringendomi a nasconderla," tagliò corto Elena, la sua voce che sferzava come una frusta. "Ora è nel mirino della Camarilla, nel dominio di Voghera."

L'uomo cercò di protestare. "Se l'aveste consegnata..."

"Non mi interessa!" tuonò Elena, e l'aria nella stanza vibrò. "Un Anziano ha ferito mia figlia stanotte. E ora quel Principe cercherà di colpirla dove è debole: suo padre. Il vostro fallimento nel proteggere la linea vi rende responsabili."

"Cosa volete?" chiese l'Osservatore, chiaramente messo alle strette.

"Mando mia figlia a scuola; voi tenete suo padre fuori di prigione. Mandate un Osservatore a Voghera. Immediatamente. Non un mistico, non un bibliotecario. Mandate un risolutore. Qualcuno che sappia combattere una guerra di timbri e burocrazia. Mandate Finch."

L'immagine nell'ossidiana svanì senza un saluto.

Elena rimase sola nel santuario. La crepa rossa sullo Specchio del Patto brillava ancora.

"Hai voluto giocare al Principe, Nicolò," sussurrò al silenzio. "Ora vedremo come giochi contro una Regina.”

L'alba era ancora un vago sospetto oltre le colline dell'Oltrepò, ma nella biblioteca di Don Nicolò Malaspina la notte era già finita.

Non c'era fermento. C'era un silenzio gelido, più pesante della pietra.

Malaspina non era alla finestra. Era seduto dietro la sua scrivania in mogano massiccio, perfettamente immobile. L'unica cosa che tradiva la sua rabbia era il modo in cui le sue dita pallide stringevano una penna stilografica d'epoca, così forte che una singola goccia di inchiostro nero era colata su un documento.

Sul tappeto persiano, a tre metri da lui, c'era una macchia scura. Non era più sangue; i Ghoul avevano strofinato via il Vitae di Ferro con una perizia chimica, ma avevano solo peggiorato la situazione. Ora era una chiazza scolorita, un'accusa pallida e visibile.

Di fronte alla scrivania, immobile come un gargoyle, c'era "L'Avvocato". Il Siniscalco Banu Haqim del Dominio, con indosso un abito scuro così perfetto da sembrare un'uniforme.

"È un'offesa," sibilò Malaspina, senza alzare lo sguardo dalla macchia. "Non la sua debolezza. Non la sua mutilazione. Ma la sua stupidità. Mi ha costretto a sapere. Ha portato la sua umiliazione nel mio Eliseo privato."

"Mio Principe," la voce dell'Avvocato era priva di inflessioni, "il Primogenito Gangrel ha bandito Ferro dalla sua vista. È isolato. Il Prestigio del suo Sceriffo è crollato."

Malaspina alzò di scatto la testa. I suoi occhi erano privi di vita. "Il suo Prestigio? È il mio Prestigio che ora sanguina su quel tappeto. È il mio nome che Lady Eleonora userà come barzelletta nel prossimo Eliseo di Milano. Pensa che io sia un Ventrue di provincia, un signorotto che gioca a fare il Principe. E questa... cosa... le dà ragione."

Si alzò, non con rabbia, ma con una decisione glaciale.

"Questa Cacciatrice," disse, camminando verso la finestra, "combatte con la forza. È un'arma spuntata. È un Anarchico con un battito cardiaco. E noi la tratteremo come tale."

Si voltò verso il suo Siniscalco. "L'Avvocato. Il mortale. Il padre, Marco."

L'Avvocato annuì. "Ho già allertato i nostri Ghoul nell'amministrazione. Il suo contratto d'affitto presenta un vizio di forma."

"Vizio di forma?" Malaspina rise, un suono secco e sgradevole. "No. Voi Banu Haqim siete così... letterali. Io non voglio spaventarlo. Io voglio soffocarlo."

Iniziò a camminare, contando sulle dita.

"Uno: Voglio che quel mortale sia sepolto. Legalmente. Finanziariamente. I Ghoul all'ufficio anagrafe sono il minimo. Attivi quelli in banca. Un 'controllo anti-riciclaggio' sul suo conto. Improvviso. Totale. Due: Un controllo fiscale retroattivo. Voglio sapere le tasse non pagate negli ultimi dieci anni, in tutte le città in cui ha vissuto. Tre: Voglio che la sua auto venga fermata e sequestrata per un 'difetto meccanico' che la rende un pericolo pubblico."

Si fermò davanti all'Avvocato. "Voglio che entro 48 ore non possa comprare nemmeno un pacchetto di sigarette. Una Cacciatrice costretta a fare la fila alla Caritas per sfamare suo padre è una Cacciatrice distratta. È una Cacciatrice gestibile. E non violeremo la Maschera nemmeno per un secondo."

"Sarà fatto," disse l'Avvocato.

"Ora, l'intelligence," continuò Malaspina, tornando alla scrivania. "Ho bisogno di occhi. Subito."

"I Nosferatu?"

"Ovviamente," disse Malaspina con disprezzo. "Scatena 'Il Professore' e i suoi ratti. Voglio sapere cosa mangia a colazione, chi frequenta, dove dorme, che marca di sapone usa. Voglio la sua vita mortale mappata al millimetro. Voglio sapere il nome della strega che ha benedetto quell'arma."

L'Avvocato fece per andarsene, ma Malaspina alzò una mano.

"Ma c'è di più. Il testimone. Il topo di fogna che i miei cani stavano punendo. Il Sangue Debole."

"Leo," fornì il Siniscalco. "Ordinare la sua distruzione è un attimo."

"No." Lo sguardo di Malaspina divenne affilato come un rasoio. "È questo il tuo limite, Avvocato. Tu vedi un'infrazione, io vedo un'opportunità. Ferro voleva distruggerlo, violando stupidamente la Maschera. La Cacciatrice l'ha salvato. Questo crea un legame, un debito."

Fece un sorriso sottile, il primo della notte.

"Trovate quel Sangue Debole. Portatelo qui. Vivo. E illeso. Non lo puniremo. Gli offriremo quello che la Camarilla offre ai migliori: uno scopo. Diventerà il nostro topo. E la guiderà dove vogliamo noi."

Si sedette di nuovo. La luce grigia dell'alba stava filtrando dalle tende pesanti.

"Lady Eleonora pensa che io stia giocando a dama. Questa Cacciatrice non è una pedina. È la tavola che si ribalta. E io le insegnerò... le insegnerò cosa significa violare la Prima Tradizione nel mio Dominio. La Maschera non cadrà. Non per mano mia.”

La mattina dopo all'ufficio Comune di Voghera

All’Ufficio Tecnico, il Geometra Rinaldi amava il suo ufficio.

Amava il ronzio debole delle luci al neon che non si spegnevano mai. Amava l'odore di polvere e di carta vecchia, un odore che la maggior parte dei mortali trovava deprimente, ma che per lui era l'odore del potere. Rinaldi era un Ghoul da vent'anni; il Vitae del suo Domitor, Don Nicolò Malaspina, lo rendeva più acuto, più forte e molto, molto più influente di qualsiasi altro piccolo burocrate di provincia.

Erano le 10:17 del mattino. Il suo Principe dormiva il sonno dei giusti, ma il suo lavoro continuava.

Sulla sua scrivania c'era il fascicolo "ROSSI, Marco". L'ordine era arrivato la notte prima, tramite l'Avvocato: "Soffocarlo".

Rinaldi aveva trovato il cavillo perfetto in meno di quindici minuti. Un "vizio di forma" nel contratto di locazione. La planimetria catastale allegata non era aggiornata all'ultima (e irrilevante) modifica interna del 2018. Era una sciocchezza, ma era legale.

Stava intingendo il timbro nell'"AVVISO DI SFRATTO ESECUTIVO - 48 ORE". Lo stava assaporando. Questo era il vero potere: distruggere la vita di un uomo con un pezzo di gomma e dell'inchiostro blu.

La porta dell'ufficio si aprì.

Rinaldi alzò lo sguardo, infastidito. La sua Presenza potenziata dal Sangue si irradiò automaticamente, un'aura di "vattene" che di solito faceva indietreggiare i cittadini petulanti.

"Mi scusi, l'ufficio è chiuso al pubblico il martedì," disse, con quel tono untuoso e definitivo che aveva perfezionato in due decenni.

L'uomo che entrò non solo non indietreggiò, ma sembrò non notare affatto l'aura.

Era impeccabile. Completo gessato color antracite, scarpe inglesi lucidate a specchio, una costosa valigetta di pelle. Sembrava fuori posto in quel mare di faldoni color ocra, come un falco pellegrino atterrato in un pollaio.

"Geometra Rinaldi?" chiese l'uomo. Il suo italiano era perfetto, ma le vocali erano chiuse, rigide. Britanniche.

"Sono io," disse Rinaldi, sulla difensiva. Il Vitae nelle sue vene sibilava. C'era qualcosa di... sbagliato. Quest'uomo non aveva paura.

"Arthur Finch, consulente senior della 'Regent Auditing'." L'uomo posò la valigetta sulla sedia di fronte alla scrivania. "Siamo stati incaricati dal Ministero dell'Economia e delle Finanze per un audit completo e non annunciato sulle procedure edilizie e sulle licenze di questo Comune. Con effetto immediato."

Il sangue di Rinaldi (il suo, non quello del Principe) si gelò. Un audit? Ministeriale?

"Non... non ho ricevuto nessuna notifica dalla Giunta," balbettò Rinaldi. "Deve esserci un errore."

"Nessun errore, geometra." Finch aprì la valigetta con due scatti secchi e precisi. "È per questo che si chiama 'audit a sorpresa'. Per assicurare la trasparenza."

Lo sguardo di Finch cadde sul fascicolo che Rinaldi stava ancora tenendo in mano.

"E vorrei iniziare proprio da questo," disse Finch, indicando il timbro di sfratto. "Il fascicolo 'Rossi, Marco, Via Emilia 8'. Sembra urgente."

Fu come una doccia fredda.

Il Ghoul capì. Questo non era un caso. Questo non era un audit. Questa era una contromossa.

Rinaldi cercò di recuperare il controllo. La sua mano, potenziata da una forza innaturale, strinse il fascicolo. "Questo... questo è un atto interno. Riservato. Non può vederlo."

Finch non batté ciglio. Estrasse dalla valigetta un singolo, pesante foglio di carta intestata, carico di timbri a secco e firme blu. Lo posò sul tavolo.

"Questo è un mandato ministeriale, convalidato dalla Procura, che mi autorizza a visionare qualunque fascicolo, 'interno' o meno, sospettato di 'vizio procedurale'. E io sospetto," disse Finch, scandendo l'ultima parola, "che questa procedura sia viziata."

Iniziò la guerra dei timbri. Il timbro di sfratto di Rinaldi contro il mandato ministeriale di Finch.

Rinaldi sentì il Vitae ribollire di rabbia. Avrebbe potuto spezzare il collo a quest'uomo prima che potesse dire "audit". Ma sentì anche la paura gelida del suo Domitor.

Se avesse agito, se avesse fatto del male a un funzionario ministeriale... avrebbe attirato un'attenzione mortale che andava ben oltre Voghera. Avrebbe attirato la Guardia di Finanza, forse anche l'Inquisizione stessa. Avrebbe violato la Masquerade in un modo così catastrofico che Don Malaspina lo avrebbe gettato personalmente nel sole.

Il suo potere soprannaturale era incatenato dal potere mondano di quest'uomo.

Finch lo guardò, sapendo di aver vinto. "Ora, geometra. Se lei vuole opporsi, posso far sigillare l'intero ufficio e richiedere un sequestro preventivo degli atti. È questo che vuole?"

Lentamente, con un odio che gli fece tremare la mano, il Geometra Rinaldi ritirò il timbro dello sfratto.

E spinse il fascicolo "ROSSI" attraverso la scrivania.

Finch lo prese. "Molto saggio," disse, senza trionfo. "Ora, mi porti tutti i contratti di locazione emessi negli ultimi sei mesi. E del caffè. Nero.”

Contemporaneamente nel Liceo Scientifico (La Guardiana)

Erano le 10:17 del mattino. L'aula 3B del Liceo Scientifico di Voghera puzzava di gesso e ormoni adolescenziali.

Sarah era seduta all'ultimo banco, vicino alla finestra, fingendo di prendere appunti.

Non aveva dormito. Ogni volta che chiudeva gli occhi, vedeva il modo in cui Bracco era diventato cenere o il moncherino fumante di Ferro. Il suo braccio ferito, stretto in una fasciatura sotto il giubbotto di jeans (quello non rovinato), pulsava di un dolore sordo.

"Una caduta dalle scale," aveva detto a suo padre. Lui le aveva creduto, o aveva finto di farlo, troppo terrorizzato per chiedere altro.

Sarah era stanca. Era paranoica. E, soprattutto, era scontrosa.

Il suo istinto da Cacciatrice, messo a dura prova la notte prima, era in iper-allerta. Ogni studente che si muoveva troppo velocemente, ogni professore con uno sguardo troppo intenso, le faceva stringere la mano in tasca, pronta a estrarre un coltello che non c'era (aveva lasciato quello benedetto a casa, nascosto sotto il materasso).

La professoressa di lettere, una donna anziana vicina alla pensione, stava lamentandosi del programma ministeriale quando la porta dell'aula si aprì.

Sulla soglia c'era la vicepreside, e accanto a lei una donna giovane. Troppo giovane.

Indossava jeans scuri, stivaletti e una camicia di lino colorata. Aveva lunghi capelli ricci e un'energia che sembrava quasi vibrare nell'aria stagnante della classe.

"Ragazzi, buongiorno," annunciò la vicepreside. "La professoressa Bianchi dovrà assentarsi per un periodo. Vi presento la professoressa Elisa Renzi, la vostra nuova supplente di lettere e storia."

Ci fu il solito mormorio apatico.

Elisa Renzi sorrise alla classe. Il suo sguardo scivolò sui banchi, passando sui volti annoiati, e poi si fermò.

Incontrò gli occhi di Sarah.

Non fu uno sguardo normale. Per gli altri studenti, fu un attimo. Per Sarah, fu un'eternità. Fu come se un piccolo impulso elettrico le fosse corso lungo la spina dorsale. La donna non la stava solo guardando; la stava leggendo. C'era un lampo di riconoscimento, un cenno quasi impercettibile di... valutazione.

Elisa distolse lo sguardo, sorrise di nuovo alla classe e si diresse alla cattedra.

"Bene, ragazzi," disse, la sua voce chiara e vivace. "Niente panico, non interrogo. Almeno non oggi. Stiamo parlando di... ah, l'epica. Fantastico."

Aprì il libro di testo. "Eroi, battaglie, dei che litigano. Ma sapete," disse, appoggiandosi alla cattedra e guardando di nuovo verso il fondo dell'aula, "i miei miti preferiti non sono mai quelli più rumorosi. Non Achille che urla sul campo di battaglia."

Il suo sguardo si fissò di nuovo su Sarah.

"Sono le storie dimenticate," continuò Elisa, "quelle delle eroine che combattono nell'ombra. Le Sibille che predicono il disastro, le Artemidi che cacciano di notte, le Antigoni che sfidano i re da sole, senza eserciti."

Un brivido freddo percorse il braccio sano di Sarah.

"Donne," concluse Elisa, tornando a guardare l'intera classe, "che fanno il lavoro sporco mentre gli uomini litigano per il potere. Ed è di questo che parleremo oggi."

Sarah abbassò lo sguardo sul suo quaderno vuoto. Il suo cuore batteva forte.

Quella donna sapeva.

Non sapeva come, ma ne era certa. E non era della Camarilla. L'impulso che aveva sentito era diverso... sapeva di ozono, di erbe secche. Sapeva, in modo terrificante, di sua madre.

Sarah strinse i denti. Non sapeva se quella donna fosse un'alleata inviata da Londra o un nuovo tipo di nemico. E non sapeva cosa fosse peggio.

A differenza della tetra fortezza di Malaspina, Villa Vistarini a Casteggio era un capolavoro di vetro e luce.

Nel suo giardino d'inverno, illuminata solo dalla luna piena che filtrava attraverso le vetrate, Lady Eleonora Vistarini era sdraiata su una chaise longue di seta color avorio. Un giovane Ghoul, pallido e nervoso, le stava leggendo ad alta voce, non un rapporto, ma un noioso articolo di critica d'arte mortale.

Eleonora, una Dama Toreador la cui bellezza era rimasta immutata dal tardo Rinascimento, alzò una mano ingioiellata.

"Basta, caro," sussurrò. "La tua voce sta diventando... monocorde. E c'è un odore terribile."

Si raddrizzò, annusando l'aria profumata delle sue orchidee notturne. "Un odore di... cantina umida. Di fogna."

"Perdonate l'intrusione, Dama."

La voce proveniva dall'angolo più buio del giardino, dove nemmeno la luna osava guardare. Era un raschiare di unghie sulla pietra.

Il Ghoul lettore sobbalzò. Lady Eleonora non batté ciglio.

"Professore," disse lei, rivolta all'ombra. "Spero che l'informazione per cui il mio maggiordomo ti ha pagato così generosamente valga l'offesa che rechi al mio olfatto."

Una figura indistinta si mosse. "Riguarda il vostro vicino. Il Duca di Voghera," sibilò il Nosferatu, calcando la parola "Duca" con tutto il disprezzo possibile.

Eleonora raddrizzò leggermente la schiena. "Nicolò? Cosa ha fatto ora? Ha dichiarato illegale il colore beige?"

"Ha perso un pezzo," disse il Nosferatu. "Bracco è cenere. E Ferro... lo Sceriffo... è stato mutilato. Mano destra. Bruciata via. Da un'arma sacra. Impugnata da una ragazzina mortale."

Il Ghoul lettore soffocò un gemito.

Lady Eleonora rimase immobile per un lungo momento. Un angolo delle sue labbra perfette si contrasse. Poi un altro.

Alla fine, un suono cristallino e musicale riempì la serra. Una risata. Pura, divertita.

Si alzò, lisciando la sua vestaglia di seta, e camminò verso la vetrata, guardando verso sud, verso il Dominio del suo rivale.

"Una... ragazzina?" chiese, più a se stessa che all'ombra. "Con un coltello? Oh, povero Nicolò. Si affanna tanto con i suoi modi da condottiero, con la sua Disciplina Ventrue, e poi viene umiliato da una bambina nel suo stesso vicolo."

Si voltò verso il suo maggiordomo, un Ghoul anziano e impeccabile che era apparso silenziosamente sulla soglia.

"Giovanni," disse, la sua voce di nuovo calma e controllata.

"Mia Signora?"

"Prepara il mio giglio più bello. Un Casablanca. Bianco. E il mio biglietto di condoglianze personale. Quello con il bordo nero."

"Cosa devo scrivere, Signora?"

Eleonora sorrise al suo riflesso nel vetro. "Scrivi: 'Don Nicolò, ho appreso del vostro terribile... incidente. Che tragedia. Spero che il vostro Sceriffo si rimetta presto. L'ordine è una cosa così fragile, non trova? Le mie più sentite condoglianze per la sua... difficoltà. — E.V.'"

Il Nosferatu nell'ombra ridacchiò, un suono umido.

"Bisogna sempre," concluse Lady Eleonora, "mostrare solidarietà ai propri vicini. Specialmente nelle loro... indicibili tragedie."

(Taglio scena: La Villa di Malaspina. Poco prima dell'alba.)

Don Nicolò Malaspina era ancora alla sua scrivania. L'Avvocato era ancora in piedi di fronte a lui.

Un Ghoul in livrea, terrorizzato, entrò portando un vassoio d'argento. Sul vassoio, su un cuscino di velluto, c'era un singolo, perfetto giglio bianco e un biglietto bordato di nero.

Malaspina lo prese. I suoi occhi scorsero le parole eleganti.

Non disse nulla. La sua faccia, già una maschera di rabbia controllata, divenne di marmo.

Con un gesto lento e deliberato, accartocciò il biglietto nel suo pugno. La carta spessa emise un suono secco.

L'Avvocato capì.

La guerra politica era ufficialmente dichiarata.

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