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← Sarah l'ammazzavampiri

Creato il 03/08/2026, 14:12 · Aggiornato il 10/08/2026, 00:47

Capitolo 20: Stagione 2 Episodio 10 : Vicinanza

@bergadavideDavide
MaturoIn corso

Avvertenze (opera)

  • Copertina AI
  • Sangue
  • Violenza
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L'armeria era l'unica stanza "normale" del Covo. Odorava di olio per armi, solventi e del metallo freddo di armi che lui, anche con la sua classificazione SI, non riconosceva.

È seduto su un tavolo da lavoro, a torso nudo. La spalla che la Garguglia ha colpito è un livido gonfio e violaceo, e diverse costole protestano ad ogni respiro.

Lei è in piedi di fronte a lui, troppo vicina, cercando di disinfettare un taglio profondo sul suo fianco. Le sue dita, che pochi minuti prima avevano polverizzato vampiri, sono stranamente incerte mentre tamponano la ferita con una garza.

«Stai fermo. Non sei d'aiuto.»

«Scusa. Di solito sono io quello che fa le domande, non quello che viene ricucito dalla... beh, dal bersaglio.»

«Ero il tuo bersaglio? "Asset Alfa"?»

«Sì. E "Anomalia di Livello Dieci". Hanno omesso la parte in cui sei una stronza sarcastica.»

«Quello è il mio "profilo psicologico normale". Lo uso per mimetizzarmi.»

Lui la guarda lavorare. Le sue mani sono ferme, ma lei sta evitando i suoi occhi.

«Quindi... da quanto fai questo? A parte, sai, giocare a pallavolo.»

«Pallavolo?» Lei sbuffa una risata. «Quella è una novità. Questo? Oh, da sempre.»

«"Da sempre" che significa? Un anno? Due?»

«Dieci anni.»

Lui smette di respirare per un secondo, il dolore al fianco dimenticato. «Come... dieci anni? Ne hai sedici.»

«Esatto. Fai tu i conti, 'Bisturi'.»

AAAAAAAAARGH!

Un urlo. Questa volta è inconfondibile. Acuto, straziante, disumano. È la voce di Elisa, proveniente dalla stanza accanto.

Lui scatta, cercando di alzarsi, afferrando istintivamente un fianco.

«Che diavolo le sta facendo?!»

«La sta salvando!» Lei lo spinge di nuovo a sedere, con più forza del necessario. «È... complicato.»

«"Complicato" sembra essere la parola d'ordine della serata.»

Il silenzio cala di nuovo, pesante. Lui la fissa, cercando di elaborare.

«Tu... hai ucciso il tuo primo... coso... a dieci anni?»

«Sì.» Lei torna al suo lavoro, la sua voce improvvisamente leggera, quasi divertita. «Un coglione vanitoso in giacca di velluto. Era più preoccupato che il mio urlo gli avesse fatto rovesciare del sangue sulla giacca che del fatto che lo stavo impalando con l'attizzatoio del camino.»

Lui la fissa, a metà tra l'orrore e il fascino. «Con... un attizzatoio?»

«Non avevo ancora il coltello figo.» Lei fa spallucce, applicando una benda pulita. «Era, tipo, il mio primo giorno. Poi c'è stato l'incidente al McDonald's, ma quella è un'altra storia. Molto disordine.»

«E i tuoi? Sanno...»

«Mia madre?» La voce di lei si indurisce all'istante. «È lei che mi manda a fare queste cose. È la mia... comandante in capo da Londra.»

«E tuo... tuo padre?»

Tutta la durezza svanisce. Lei accenna un sorriso, questa volta vero, ma venato di tristezza.

«Mio padre? Oh, no. Lui non sa assolutamente niente.» «Pensa che io sia solo un'adolescente problematica che cambia scuola ogni sei mesi perché si annoia. Pensa che siamo qui perché mia madre ci ha trovato un... lavoro.»

«E lui cosa fa?»

«È un musicista. Scrive jingle per la radio locale.» Si ferma, la sua voce si addolcisce. «È l'unica persona... normale... della mia vita. L'unica cosa che non puzza di cenere o di ozono.»

Finisce la fasciatura, facendo un nodo stretto. Le sue mani si fermano sulla sua vita per un secondo in più del necessario.

«Bene. Fatto. E tu, 'Bisturi'? Qual è la tua scusa? Sei uscito dal laboratorio già con quel fucile in mano?»

Lui distoglie lo sguardo, improvvisamente a disagio. «Quasi.»

«Un affare di famiglia. Mio padre è... era... uno dei pezzi grossi dell'Ordine. Della SI.»

«Quindi sei un figlio d'arte.»

«Quindi sono stato addestrato da quando avevo quattordici anni. Niente più scuola, niente più... vita. Solo obbedienza. Solo la missione.»

Un altro suono dalla stanza accanto. Questa volta è un rombo basso, come un tuono intrappolato.

Entrambi guardano la porta, poi di nuovo l'un l'altro. Sono vicinissimi.

«Quindi,» sussurra lei, «siamo solo due mostri addestrati da genitori assenti.»

«Io non...» Lui la guarda. La Cacciatrice è sparita, è rimasta solo la ragazza. «Io non ti vedo come un mostro.»

Esita. Il suo addestramento CQC non copriva questo.

«In realtà...» La sua voce si abbassa. «Ho visto i tuoi file. E poi ti ho vista all'ospedale... e nel furgone... e... cavolo, tu mi piaci, Sarah. Davvero.»

Lei si congela. Il suo viso diventa di un rosso acceso. Tira via le mani come se si fosse scottata.

«Non... non essere stupido.»

«Non sono stupido. È solo che...»

«No!» Lei indietreggia di un passo. «Sei stupido. Sei... ferito. Non sai cosa stai dicendo.»

«So benissimo...»

«No, non lo sai!» La sua voce si incrina, rivelando la vera paura. «Guarda! Guarda cosa succede! L'unica amica che ho...» (indica la porta) «...sta urlando la sua anima là dentro perché si è presa una sventagliata di artigli al posto mio!»

Poi indica lui, con un dito tremante.

«E tu! Tu sei quasi stato schiacciato da un fottuto gargoyle per salvarmi la pelle!»

«È stato...»

«È stato un miracolo che non siate morti entrambi! È questo che succede. Le persone che mi stanno vicino... si fanno male. Muoiono. È così che funziona.»

Lei si allontana, afferrando uno straccio pulito, evitando i suoi occhi.

«Quindi... non... non dirlo più.»

Si dirige verso la porta dell'armeria, sentendo il bisogno di scappare.

«Aspetta. Dove vai?»

«A controllare se la mia amica è ancora viva. E a vedere se mia madre non si è trasformata di nuovo in una mummia.»

«Sarah...»

«Stai zitto, Alex.»

Apre la porta e esce, lasciandolo solo nell'armeria, confuso, ferito, rifiutato e consapevole di essere finito in un guaio molto più grande di quanto pensasse.

Sarah apre la porta, un rettangolo di luce più fioca si staglia sulla parete di metallo. Esce senza voltarsi.

Lui resta seduto sul tavolo da lavoro per un istante, il rifiuto di lei che brucia più del taglio sul fianco. Sente il freddo sulla pelle nuda. Con una smorfia, scivola giù dal tavolo e, ignorando l'armatura inutile sul pavimento, la segue a torso nudo, fasciato di bianco.

L'aria nella stanza principale è immobile, pesante, e odora di ozono e di qualcosa di antico, come polvere e rose secche.

Elisa è sdraiata sulla barella, ma la sua agonia è finita. Respira profondamente, addormentata. Il suo viso ha ripreso colore, la ferita sul petto è scomparsa, lasciando solo la pelle liscia. È salva.

Accanto a lei, in piedi, c'è Helena.

Non è più la megera avvizzita. Non è nemmeno la "Elena" sorridente che fingeva di fare shopping. La sua pelle è di nuovo impeccabile, tesa e luminosa, ma è una luminosità fredda, come quella della luna sul marmo. I suoi capelli sono perfetti. I suoi occhi, fissi su Elisa, brillano di un potere recuperato, oscuro e profondo. È la Sacerdotessa Primus, ricaricata e terribile.

Sarah si ferma sulla soglia, assorbendo la scena. Alex si ferma a un passo dietro di lei, un muro di muscoli feriti alle sue spalle.

Helena alza lentamente lo sguardo, prima su sua figlia, poi sull'agente della SI seminudo dietro di lei. Il suo viso non tradisce alcuna emozione.

«Sta bene.» La sua voce è un sussurro controllato. «Dormirà per un giorno. Il rituale l'ha prosciugata.»

Si liscia una piega inesistente della sua giacca.

«Abbiamo una guerra da vincere.»

Quella frase. Non è un sollievo, è un ordine di marcia.

Per Sarah, spezza l'incantesimo della notte, la paura per Elisa, la strana connessione con Alex. Tutto svanisce, sostituito da un unico, gelido pensiero.

Lei fa un passo avanti, non guardando più l'amica guarita, ma fissando sua madre.

«Helena.»

Il nome risuona come uno schiaffo nel silenzio.

«Dov'è mio padre?»

Lo sguardo di Helena rimane freddo, d'acciaio. I suoi occhi si spostano per un attimo su Alex, valutandolo, registrando la sua presenza e la sua vicinanza a sua figlia, per poi tornare su Sarah.

«È al sicuro. È al piano di sopra. Sotto scorta.»

Sarah non la lascia finire. Non le interessa il resto. "Sotto scorta" è solo un'altra parola per "prigioniero".

Si volta e cammina verso le scale che portano al piano superiore.

Le sue spalle sfiorano il petto nudo di Alex. È un contatto involontario, un attimo di calore e pelle contro pelle che li fa irrigidire entrambi. Lui la guarda passare, lei non alza nemmeno lo sguardo.

Sarah sale i gradini due a due, emergendo nell'appartamento improvvisato.

L'Avvocato Flinch è in piedi accanto alla finestra, rigido nel suo completo, e guarda fuori nella notte di Voghera.

Suo padre è lì. Dorme sul divano, rannicchiato in una posizione scomoda, la bocca leggermente aperta. Sembra piccolo, fuori posto in mezzo a quell'arsenale di magia e guerra.

Flinch si volta sentendola arrivare, la sua espressione è quella professionale, pronta a fare rapporto.

«Signorina Rossi, sua madre ha...»

Sarah non si ferma. Alza una mano, il palmo aperto, senza guardarlo. Un gesto perentorio che lo ammutolisce all'istante.

Poi, indica la porta da cui è venuta. Vattene.

Flinch, l'uomo del Consiglio d'Argento, l'osservatore, capisce l'ordine. Senza una parola, si aggiusta la giacca e scende silenziosamente le scale, lasciandola sola con lui.

Lei si ferma a pochi passi dal divano.

Lo guarda dormire. Guarda le rughe di stanchezza intorno ai suoi occhi, la sua totale, beata inconsapevolezza di tutto. L'unica cosa positiva. L'unica cosa normale. Un amore incondizionato e feroce le riempie il petto, soffocando tutto il resto: la rabbia, la paura, il ragazzo nell'armeria, la madre al piano di sotto.

Lui è l'unica cosa che conta.

Si sporge, attenta a non fare rumore, e gli sistema la coperta di lana grezza sulle spalle.

Poi, senza svegliarlo, si dirige verso il bagno. Ha bisogno di lavarsi via il sangue, la cenere e la notte.

Il silenzio dell'appartamento è rotto solo dal respiro pesante di suo padre sul divano. Sarah si allontana da lui, muovendosi come un fantasma sul pavimento di legno. Entra nella sua stanza, un'altra isola di normalità comprata da sua madre, e chiude la porta quasi senza rumore.

Nel buio, inizia a svestirsi.

Prima il giubbotto. È pesante. All'esterno, un capo di marca, costoso, scelto da Helena in quel pomeriggio di shopping che ora sembra lontano un secolo. All'interno, è un'armatura: strati di kevlar balistico e fibre intrecciate con fili d'argento.

Allunga una mano in una tasca nascosta, cucita all'interno della fodera. Le sue dita sfiorano l'impugnatura. Il Sigillo. Il pugnale è lì, al sicuro. È freddo, ma lei lo sente. Lo sente cantare. Un ronzio sommerso, acuto e sottile, quasi impercettibile, che le ricorda terribilmente il modo in cui l'anello di ametista di sua madre vibra prima di colpire.

Lascia cadere il giubbotto a terra. Si sfila la maglietta, i jeans, tutto. I vestiti sono sporchi di sangue (il suo, quello di Alex) e di cenere.

Resta nuda davanti allo specchio dell'armadio.

Si guarda. Vede i suoi occhi, la forma del suo viso, la linea dei suoi capelli. È la copia di sua madre. La somiglianza è innegabile, terrificante.

Ripensa ad Alex, a come ha confessato i suoi sentimenti e a come lei lo ha respinto con una freddezza che non sapeva di possedere. Ripensa a Elisa, e a come, nel furgone, il suo unico pensiero non era stato il dolore dell'amica, ma la "dissezione" tattica della minaccia.

Sono stronza come lei?

Il pensiero la colpisce come uno schiaffo.

No. Lei vuole essere diversa. Lei è diversa. Per Sofia, per Luca, per le ragazze della squadra di pallavolo che si preoccupano per lei. Per suo padre.

Lentamente, alza le mani ai capelli. Sfila la spilla che lui le ha regalato, l'unica cosa che è veramente sua. La appoggia sul comodino, con una cura quasi religiosa.

Poi si volta ed entra nel bagno. L'acqua della doccia inizia a scorrere, un suono violento che copre finalmente ogni altro rumore.

INT. COVO (STANZA PRINCIPALE) - POCO DOPO

Di sotto, Helena si è raddrizzata. Il potere recuperato le dona un'aura fredda e impeccabile.

Alex è ancora lì, a torso nudo, incerto, la sua armatura tattica abbandonata sul pavimento dell'armeria. Guarda Helena, poi la barella dove Elisa dorme.

Helena si rivolge a lui, la sua voce priva di calore, puramente transazionale.

«Ora è meglio che torni dai tuoi... superiori, Agente.»

Lui la fissa, sorpreso.

«Digli per bene tutto quello che è successo. Dagli il mio messaggio: la loro operazione ha fallito, hanno perso la loro squadra e hanno quasi fatto uccidere la mia risorsa più importante. Dì loro che Voghera è mia.»

Mentre Alex, cupo e umiliato, recupera la sua roba per andarsene, Flinch scende silenziosamente le scale. Si ferma a un passo rispettoso da Helena, attendendo.

Helena osserva l'agente della SI uscire dal Covo, la porta che si chiude con un tonfo sordo.

«È andato,» dice Flinch.

Helena annuisce, guardando Elisa che dorme. Il suo piano politico, messo in pausa dalla crisi, si sta rimettendo in moto.

«Non appena si sveglierà,» dice Helena, più a se stessa che a Flinch, «avremo molto da discutere. Hanno visto il mio potere, hanno visto il fallimento dell'Ordine.»

Si volta verso l'avvocato, e un sorriso lento, tagliente, le piega le labbra. Un sogghigno.

«Prepara le comunicazioni, Flinch. Avremo un lung

o colloquio con il Consiglio d'Argento. E una trattativa molto... interessante... con i Cacciatori di questo patetico Ordine.»

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