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«Affare fatto,» gracchiò Alex, rimettendosi in piedi e afferrando il fucile.
La sua spalla gridava, ma lo shock stava svanendo, sostituito da un'adrenalina fredda e professionale. Ignorò il dolore e si voltò verso la barella, il suo cervello da tecnico SI che riprendeva il controllo.
«Okay, non muoverla,» disse, più a se stesso che a Sarah. «Protocollo K-Delta. L'ho messa io in sedazione profonda.»
Le sue dita corsero su un piccolo pannello di controllo attaccato al telaio della barella. Il display era crepato, ma funzionante.
«Il K-Delta ha stabilizzato l'emorragia magica,» spiegò, mentre digitava una sequenza di comandi. «Ha isolato la ferita e la tua... amica... ha fatto il resto. Il sistema la stava tenendo in un coma indotto per massimizzare la rigenerazione. È come...» cercò la parola, «...riavviare un server in modalità provvisoria.»
Digitò il comando finale. Si sentì un sibilo morbido, mentre il flusso di sedativi si interrompeva.
«La sto tirando fuori,» disse.
Gli occhi di Elisa sbatterono le palpebre. Una volta. Due.
Un lamento strozzato le uscì dalle labbra.
«Sa... Sarah?» sussurrò, la sua voce impastata.
«Sono qui,» rispose Sarah, la sua voce piatta che tradiva un sollievo quasi impercettibile.
Elisa cercò di sollevarsi sui gomiti, ma Alex le mise una mano ferma sulla spalla.
«Piano,» le disse, la sua voce ora calma e autorevole. «Ascoltami. Sei stata colpita gravemente. Il coagulante K-Delta e la tua stessa energia hanno chiuso la ferita. È sigillata. Ma il tuo sistema è in shock.»
Indicò la sacca medica e il piccolo monitor.
«Questa macchina,» disse Alex, guardando prima Elisa e poi Sarah per assicurarsi che capissero entrambe, «in questo momento è il tuo sistema circolatorio. Ti sta ossigenando il sangue e lo sta filtrando dalla contaminazione residua. Non posso staccarti. Se lo faccio, collassi in trenta secondi.»
Elisa annuì, troppo debole per discutere.
«Bene,» disse Sarah.
Si voltò verso l'apertura squarciata del furgone. Fuori, la battaglia infuriava. Una Garguglia usò un Banu Haqim come un ariete per sfondare la vetrina di un negozio.
«Io faccio strada,» disse Sarah.
Afferrò il Sigillo della Sibilla, che brillò di luce propria.
«Tu,» disse ad Alex, «spingi la barella.»
Alex afferrò le maniglie della barella, assicurandosi che le ruote non fossero bloccate. Sarah si mise davanti a loro, uno scudo biondo di sedici anni contro un incubo.
Si incamminarono fuori dal furgone, nell'epicentro del caos.
E mentre muovevano i primi passi sull'asfalto coperto di detriti, un nuovo suono si unì alla sinfonia della battaglia.
Prima uno, poi tre, poi una dozzina.
Sirene.
Da ogni direzione. L'ululato crescente della polizia, i clacson profondi dei vigili del fuoco, persino il wop-wop-wop distante di un elicottero.
Finch aveva eseguito l'ordine. Stava arrivando di tutto.
Né i Banu Haqim, né le Garguglie, né il Reggente Tremere che li osservava da lontano potevano ignorarlo. I mortali stavano arrivando.
SCENA B: IL COVO (INTERNO NOTTE)
Helena strinse l'ossidiana nel pugno. Il trasferimento fu un dolore acuto, bianco, come se le stessero strappando l'anima attraverso i pori. Il talismano si riscaldò, divenne rovente, e poi si frantumò in polvere fine.
Ma sull'altra mano, l'ametista brillò.
Un singolo, basso rintocco di campana risuonò nell'aria. Il potere dell'Anello non era pieno, era una parvenza, un'eco. Ma era vivo. E iniziò a cantare.
Guariscimi, pensò Helena, un comando disperato inviato all'artefatto.
L'Anello obbedì.
Non attinse alle riserve prosciugate di Helena. Attinse al potere immagazzinato nel Covo stesso, ai sigilli nelle pareti, all'energia latente del cerchio d'argento.
Un vapore freddo e viola si sollevò dall'Anello e le avvolse il braccio, risalendo fino al viso.
Avvenne all'istante.
Un fumo nero e denso, come fuliggine, sembrò sollevarsi dalla sua pelle, evaporando nell'aria. Era l'odore della stanchezza, della vecchiaia, della magia corrotta della Strega.
Mentre il fumo si dissolveva, la sua pelle si tese. Le rughe sottili svanirono. I suoi muscoli, prima addolciti dalla stanchezza mortale, si rassodarono sotto il cachemire. Il glamour tornò a splendere.
Si alzò in piedi. Non era più una donna anziana sulla sedia. Era di nuovo la Sacerdotessa Primus, alta, impeccabile, terrificante.
Si guardò la mano, ora ferma.
Sapeva che era un'illusione. Un trucco a tempo. Quarantacinque minuti, forse. Poi sarebbe crollata di nuovo, e il prezzo sarebbe stato ancora più alto. Ma quarantacinque minuti erano sufficienti.
In quel momento, anche lei sentì le sirene. Lontane, ma in avvicinamento rapido.
Il piano di Finch era scattato.
Un sogghigno freddo, il primo in giorni, le piegò le labbra rosse.
«Il rispetto per la Masquerade,» mormorò al Covo vuoto, «farà fermare tutti gli attacchi.»
I Tremere non potevano farsi vedere. Malaspina non poteva permettersi testimoni. Non potevano distruggere la Masquerade davanti ai mortali.
Li aveva appena messi in scacco.
Non c'era tempo per la strategia. C'era solo l'avanzata.
«Vado avanti io,» ringhiò Sarah. «Tu spingi.»
«Ricevuto,» ansimò Alex.
Il caos che infuriava intorno a loro era un inferno dantesco re-mixato da un DJ folle. Era il KRAK sordo della pietra delle Garguglie che incontrava gli artigli d'acciaio dei Banu Haqim, il sibilo della Celerità vampirica che tagliava l'aria e il ruggito bestiale dei costrutti Tremere.
Sarah era la prua d'acciaio di un rompighiaccio. Alex spingeva la barella di Elisa, cercando di mantenere le ruote stabili sull'asfalto coperto di detriti.
Quattro figure nere si staccarono dalla battaglia principale. I Banu Haqim superstiti. Avevano capito. Non potevano vincere contro le Garguglie e non potevano prendere la Cacciatrice, ma potevano finire la loro missione originale: la strega.
Si lanciarono verso la barella.
«Alex, fermo!» urlò Sarah.
Si mise tra loro.
Fu un massacro.
Sarah non stava più combattendo, stava cancellando. Il Sigillo della Sibilla era un nastro d'argento liquido nella sua mano.
Schivò un affondo, il suo pugno caricato di Potenza colpì il primo vampiro al petto, sfondando la cassa toracica. Un lampo del Sigillo polverizzò il braccio del secondo. Si abbassò sotto un calcio volante, ruotò e decapitò il terzo con un fendente ascendente.
Era una danza mortale, la "Fiamma Pallida" al culmine della sua furia. Era così concentrata sui tre davanti a sé che non vide il quarto, che le stava girando alle spalle.
E non vide la minaccia dall'alto.
Una delle Garguglie, impegnata a fare a pezzi un altro Assassino, notò il bagliore sacro del Sigillo. Lasciò cadere la sua preda mutilata. Il suo padrone, il Reggente Kaelen, voleva l'arma e la ragazza.
Spiegò le ali coriacee e si lanciò in picchiata, un missile di granito senziente, dritto sulla schiena di Sarah.
Elisa, sdraiata sulla barella, fu l'unica a vederlo. I suoi occhi, ancora annebbiati dal coma indotto, si sbarrarono.
«SARAH!» urlò, la sua voce rauca. «DALL'ALTO!»
Sarah si voltò, ma era troppo tardi. Stava ancora finendo il quarto vampiro, spingendo il Sigillo nel suo cuore. La Garguglia era a tre metri, gli artigli di pietra estesi, pronta a schiacciarla.
Alex non pensò. Reagì.
Lasciò andare la barella e, con un ruggito straziato dalla sua spalla ferita, si lanciò.
Non cercò di combattere la creatura. Si schiantò contro Sarah.
L'impatto fu brutale. Alex colpì Sarah con tutto il suo peso, spingendo sia lei che la barella di Elisa fuori dalla traiettoria della Garguglia.
Un istante dopo, il punto in cui si trovavano fu occupato da duecento chili di pietra e furia magica.
La Garguglia mancò il bersaglio, ma il suo slancio la portò a colpire Alex con un colpo d'ala.
Fu come essere colpiti da un treno merci.
L'ala di pietra scagliò Alex in aria per due metri buoni. Volò all'indietro, roteando senza controllo, e atterrò con uno schianto orribile sull'asfalto, un groviglio di arti spezzati e armatura tattica. Rimase immobile.
Ci fu un secondo di silenzio assoluto.
Sarah, caduta a terra, alzò lo sguardo. Vide Alex.
Vide la Garguglia che si girava, pronta a colpire di nuovo.
Il quarto Banu Haqim, che stava ancora cercando di estrarre il Sigillo dal suo petto, emise un gemito.
Sarah glielo strappò di mano. Il vampiro divenne cenere.
La Cacciatrice si alzò. La sua rabbia non era più fredda. Era bianca.
«Tu,» sibilò alla Garguglia.
Ma prima che potesse attaccare, il suono che fino a quel momento era stato un sottofondo divenne assordante.
WOOO-WOOO-WOOO...
Le sirene. Non erano più distanti. Erano all'angolo della strada.
Luci rosse e blu iniziarono a lambire i palazzi, tagliando la nebbia.
Il diversivo di Finch era arrivato. I mortali erano lì.
Il Protocollo Masquerade era scattato.
Dall'ombra di un portone, il Reggente Kaelen sibilò un singolo ordine in una lingua morta.
La Garguglia, ringhiando per la frustrazione, guardò Sarah, poi le luci. Con un battito d'ali che sollevò polvere e detriti, si lanciò verticalmente nel cielo, scomparendo nella nebbia sopra i tetti.
I Banu Haqim sopravvissuti non ebbero bisogno di un ordine. Semplicemente, svanirono. Scesero nei tombini, si dissolsero nelle ombre dei vicoli, sparirono come se non fossero mai esistiti.
In tre secondi, la strada fu vuota.
Rimasero solo loro tre, il furgone SI in fiamme e i corpi dei colleghi di Alex.
Sarah corse verso il soldato. Era disteso in una posizione innaturale.
«Alex!»
Lui gemette, cercando di mettersi seduto. «Sto... sto bene...»
«Stai zitto,» disse lei. Lo afferrò e lo tirò su, mettendogli un braccio sulle spalle, sopportando il suo peso. Il dolore sul suo viso era palese, ma lui la guardava con occhi sgranati.
Lei lo guardò dritto in faccia. Il sudore le imperlava la fronte, il sangue non suo le macchiava la giacca.
E poi sorrise.
Non era il suo solito ghigno tagliente. Era un sorriso vero, ampio, quasi abbagliante. Un sorriso che scioccò Alex più della Garguglia.
«Grazie,» disse Sarah.
Il dolore alla spalla e probabilmente a tre costole svanì. Il soldato dolorante si sentì completamente sciolto. Riuscì solo ad annuire, stordito.
«Andiamo,» disse Sarah, tornando seria. Trascinò Alex fino alla barella.
«Tu spingi con la mano buona. Io vi copro le spalle.»
Insieme, mentre le prime auto della polizia svoltavano l'angolo, corsero verso l'ombra del vicolo che portava al Covo.
La porta del Covo si aprì con uno schianto.
Sarah irruppe, sorreggendo Alex. Dietro, pallida come un cencio, Elisa entrò spingendo la barella K-Delta che la teneva in vita.
Si fermarono sulla soglia, congelati.
L'aria era carica di ozono e potere. Le sei lampade magiche fluttuavano a mezz'aria, inondando il cerchio d'argento di una luce spietata e quasi chirurgica.
Ma la donna al centro del cerchio non era la Dama Helena che Alex si aspettava.
L'uomo della SI aveva visto mostri quella notte: vampiri d'élite, garguglie di pietra vivente, e una ragazza di sedici anni che li polverizzava. Ma questo era diverso.
Quella non era la donna impeccabile che aveva visto nei file.
Era un'antica megera.
Il glamour era sparito. Sotto la luce bianca, la pelle di Helena era pergamena tesa sulle ossa. Rughe sottili, come una ragnatela, le coprivano il viso. Era avvizzita, terrificante, i suoi occhi due schegge di ghiaccio blu incastonate in un teschio.
Ma prima che Alex potesse elaborare, Sarah lasciò andare il suo braccio—facendolo quasi cadere—e scattò in avanti.
«Mio padre.» La sua voce era un ringhio.
Helena la fissò, impassibile. La sua voce, senza l'amplificazione dell'Anello, era un sussurro secco e cartaceo.
«Al piano di sopra. Sta dormendo. Finch è con lui. Ignaro.»
Sarah si fermò, la rabbia che si sgonfiava, sostituita da un sollievo che la fece barcollare.
«Porta l'Inquisitore nell'armeria,» ordinò la vecchia. «Kit medico sulla sinistra. Non toccare nient'altro.»
Indicò Elisa. «Tu. Qui. Ora.»
Mentre Sarah trascinava via un Alex completamente sbalordito ("Hai visto la sua... era..."), Elisa spinse la barella cigolante nel cerchio d'argento, fermandosi di fronte alla sua Matrona.
L'aria crepitò. Helena si avvicinò, l'odore di polvere e magia antica che la circondava.
«Allora,» sibilò Helena. «I fatti. Sono quasi a secco. L'Anello è dormiente. Ho forse l'energia per un singolo atto. E tu stai morendo. Quella macchina sta solo prolungando l'agonia. La maledizione Banu Haqim ti sta divorando.»
Si sporse in avanti, il suo viso da incubo a pochi centimetri da quello di Elisa.
«Ecco il patto. Io uso il mio ultimo brandello di potere, l'ultima scintilla, per spezzare quella maledizione. Curerò te. E tu, non appena la tua energia tornerà, la userai per rendermi di nuovo presentabile.»
Elisa la guardò, tremando. Guardò la donna avvizzita, poi la macchina che la teneva in vita.
«Dama...» sussurrò Elisa, la voce rotta dalla fatica. «Non funzionerà. Se usa l'ultimo potere per me, non le resterà nulla. E io...» guardò la sacca del K-Delta, «...impiegherò ore per recuperare abbastanza energia da tessere un glamour per lei. È uno spreco.»
«È un ordine,» replicò seccamente Helena.
«No... aspetti,» disse Elisa, gli occhi che si accendevano di una luce febbrile. «Sto... sto studiando una cosa. Una teoria. È rischiosa.»
Helena la fissò. «Parla.»
«La maledizione,» disse Elisa, indicando i tubi. «È... energia. È Tass. È veleno, sì, ma è potere grezzo. Questa macchina...» accarezzò il monitor K-Delta, «...la sta già filtrando. La sta isolando. E se... e se invece di distruggerla... la convertissimo?»
Helena si raddrizzò di colpo. Il suo sguardo da megera divenne affilato come ossidiana.
«È una pazzia,» continuò Elisa in fretta, «ma la teoria è questa: usiamo il mio corpo e la macchina come un alambicco. Invece di annullare la maledizione, usiamo la sua stessa energia caotica... e la trasferiamo. La incanaliamo in lei. O nell'Anello. Usiamo il veleno come carburante.»
Helena rimase in silenzio per un lungo momento. Le luci magiche ronzavano sopra di loro.
Poi, un sorriso lento e truce le tirò la pelle sottile sulle labbra.
«Corpus Scindere,» mormorò. «La Raffinazione del Dolore. È una vecchia eresia del Conclave.»
Fissò Elisa con un nuovo rispetto.
«È rischioso. Potresti morire tu. Potrei morire io, avvelenata. O potremmo finire entrambe come... qualcosa di peggio.»
«Ma può funzionare?» chiese Elisa.
«Oh, sì,» sussurrò Helena. «Si può fare.»
Si risedette sulla sua sedia, sembrando improvvisamente una regina sul suo trono d'ossa.
«Farà male. Farà un male che non puoi nemmeno immaginare, Elisa.»
Il suo sorriso si allargò, mostrando i denti.
«Ma è il giusto prezzo.»
Helena tese la sua mano avvizzita e la posò sulla spalla di Elisa. Elisa, con la sua mano libera, afferrò il polso di Helena.
«Prepara la macchina,» ordinò Helena. «Inverti il filtro. Non espellere. Offri.»
Elisa chiuse gli occhi e iniziò a sussurrare le parole per rimodellare il suo corpo. Helena chiuse i suoi, concentrandosi sull'Anello dormiente.
Un istante dopo, Elisa urlò.
Fu un suono straziante che fece correre Sarah e Alex fuori dall'armeria.
Si bloccarono sulla porta, assistendo a uno spettacolo terribile.
Un'energia nera e oleosa veniva risucchiata dai tubi della macchina K-Delta, ma invece di finire nella sacca di scarico, veniva attirata verso Helena. La luce nera entrava in lei, facendola tremare violentemente.
Elisa era in preda agli spasmi, il suo corpo che si inarcava sulla barella, mentre la maledizione veniva strappata via dalle sue cellule.
Ma stava funzionando.
Il colore roseo tornò sulle guance di Elisa.
E Helena... Helena stava cambiando.
La pelle avvizzita si tese. Le rughe si ritirarono. I capelli ripresero colore e lucentezza. Il glamour non stava tornando: la sua vera forma si stava ricaricando.
Con un ultimo sibilo, l'energia nera fu assorbita completamente dall'Anello, che brillò di un viola accecante.
Il silenzio calò.
Elisa ansimava, esausta ma viva. La ferita era chiusa.
Helena si alzò in piedi.
Non era la Dama di quarant'anni. Non era la megera. Era qualcosa nel mezzo: una donna di potere senza età, i suoi occhi che brillavano di energia recuperata. Il suo viso era di nuovo impeccabile.
Guardò Sarah e Alex sulla soglia, poi guardò Elisa.
«Ben fatto, accolita,» disse, la sua voce di nuovo piena e risonante.
Si sistemò il vestito.
«Ora. Abbiamo una guerra da finire.»