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Creato il 19/05/2026, 18:39 · Aggiornato il 19/05/2026, 18:39

Capitolo 1: Capitolo 1 Benvenuta a Voghera

@bergadavideDavide
MaturoIn corso

Avvertenze (opera)

  • Copertina AI
  • Sangue
  • Violenza
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Sarah L’ammazza Vampiri

Puntata 1: Benvenuta a Voghera

La nebbia di settembre si aggrappava ai vetri della vecchia Lancia Delta di suo padre. Per Sarah, era identica alla nebbia di Pavia, che era identica a quella di Cremona. Cambiava solo il cartello stradale.

"Voghera," annunciò suo padre, Marco, con un ottimismo così palesemente falso da far male. "Carina, no? Tranquilla. La gente dice che è... tranquilla."

Sarah affondò di più nel sedile. "Tranquilla" era la parola in codice di suo padre per "noiosa". Ed era esattamente il motivo per cui l'aveva trascinata lì.

"Tranquilla," mormorò lei, "finché non mi espellono anche da qui."

Marco strinse il volante. Il suo profilo stanco era illuminato solo dal verde del cruscotto. "Sarah, ne abbiamo parlato. Niente più scatti. Niente più 'problemi di gestione della rabbia'. Il preside di Pavia ha detto che sei stata fortunata a non essere denunciata. Attaccare un insegnante..."

"Quel professore era un verme," tagliò corto Sarah.

E puzzava di morte, pensò, ma non lo disse. Non poteva.

Il "verme" era stato il professore di storia. Sarah lo aveva visto trascinare uno studente del primo anno in uno sgabuzzino. Lei era intervenuta. Il professore si era rivelato molto più forte di quanto sembrasse, con occhi che brillavano di un rosso innaturale. Sarah si era rotta due dita, ma lui si era rotto un braccio, tre costole e il setto nasale.

Era stato il quarto incidente in sei anni, da quando i suoi "scatti" erano iniziati all'età di dieci anni.

Ora erano a Voghera. L'ennesimo nuovo inizio.

Il loro nuovo appartamento era sopra un negozio di telefonia sfitto vicino alla stazione. Odorava di vernice fresca e vecchia polvere. Marco iniziò subito a disimballare la sua collezione di chitarre, l'unica cosa che trattava con vera riverenza.

"Tua madre ha chiamato mentre eravamo in viaggio," disse Marco, cercando di non guardarla. "È... molto impegnata con quel suo 'aggiornamento' a Londra. Ha detto che ti chiama stasera, come sempre."

Sarah annuì. Sapeva che sua madre avrebbe chiamato. Lo faceva ogni sera.

E sapeva, a un livello che non poteva spiegare, che sua madre non era a un "aggiornamento". E che il professore di Pavia non era solo un "verme". E che lei non aveva "problemi di gestione della rabbia".

Aveva un problema di mostri.

"Vado a prendere un po' d'aria," disse Sarah, afferrando il suo giubbotto di jeans.

"Sarah, è buio. Non conosci la città..."

"Ho bisogno di respirare, papà."

Uscì prima che lui potesse protestare oltre. L'aria era umida e sapeva di gasolio e foglie bagnate. Il ronzio. Era lì, sotto la sua pelle. Quella sensazione che aveva imparato a riconoscere. Il prurito che le diceva che qualcosa di sbagliato era vicino.

Si strinse nel giubbotto, le mani in tasca. Una stringeva le chiavi. L'altra, un coltello a serramanico che sua madre le aveva regalato anni prima, dicendole che era "un cimelio di famiglia".

Ferro, Sceriffo del Dominio di Voghera, odiava i Sangue Debole.

Erano un insulto. Erano la prova vivente che il sangue si stava diluendo, che i vampiri stavano diventando deboli. Erano sciatti, affamati e, peggio di tutto, rumorosi. Violavano la Masquerade per una mezza pinta di sangue rubato da un cassonetto.

Il Principe Malaspina era stato chiaro: Voghera doveva essere un dominio pulito. Nessun Sangue Debole. Nessuna eccezione.

"In ginocchio, feccia," ringhiò Bracco, il suo luogotenente.

Il vampiro magro, forse vent'anni all'aspetto, tremava in un vicolo cieco dietro la stazione. Puzzava di paura e sangue scaduto.

"Vi prego," pigolò il ragazzo, Leo. "Ho solo... avevo fame. Non mi ha visto nessuno."

"Ti ho visto io," disse Ferro. La sua voce era un raschiare di ghiaia. Era appoggiato al muro, braccia conserte, un'ombra massiccia nella nebbia. Era un Gangrel, e la sua pazienza per la politica cittadina era sottile. Il suo lavoro era far rispettare le regole. "E ti ha visto Bracco. Hai cacciato nel nostro territorio senza permesso. E sei una fogna."

"Sceriffo, dammi l'onore," disse Bracco, un Brujah esaltato che amava il suo lavoro. Estrasse un coltello da combattimento. "Pulizia."

Ferro annuì. "Veloce. Non sporcare."

Bracco afferrò Leo per i capelli, pronto a tagliargli la gola.

Fu allora che la ragazza uscì dalla nebbia.

Non camminò. Apparve, un'ombra più scura nel grigio.

"Ehi!" gridò Sarah.

Bracco, il luogotenente Brujah, si fermò con il coltello a mezz'aria. Si voltò, un sorriso crudele che gli increspava le labbra mentre i suoi occhi percorrevano la figura. Era un cliché da film dell'orrore fatto e finito: gambe lunghe fasciate da calze di nylon sotto una gonna troppo corta, una canottiera bianca aderente sotto un giubbotto di jeans sformato. Un fiume di capelli biondi le incorniciava due occhi azzurri fin troppo seri.

"Guarda, capo," disse Bracco a Ferro, senza distogliere lo sguardo da Sarah. "Lo spuntino di mezzanotte."

Sarah inclinò la testa. "Veramente punto più al dessert. Voi ragazzi sembrate l'antipasto andato a male."

"Bracco," ringhiò Ferro. "Uccidi il topo e andiamo. Niente giochi."

"Ma questo è un gioco facile," sibilò Bracco. Decise di usare il metodo più pulito. Focalizzò la sua volontà, il Sangue che pompava il potere della Presenza attraverso i suoi occhi.

"Vieni qui," ordinò. La sua voce era un sussurro ipnotico che avrebbe dovuto paralizzare un mortale.

Sarah sbatté le palpebre. Una volta.

"Mh? Scusa, non sento bene," disse, mettendo una mano all'orecchio. "Devi avere un problema di... presenza scenica. Riprova, magari con più sentimento."

Il sorriso di Bracco vacillò. Riprova. "Ho detto. Vieni. Qui."

"Niente," rispose Sarah, scuotendo la testa con finta delusione. "Sai, per essere un predatore notturno, sei davvero poco affascinante. È la pelle morta? Secondo me è la pelle morta."

Questo fece infuriare Bracco. Basta giochi. Se la mente non funzionava, lo avrebbe fatto la forza bruta.

In un battito di ciglia, attivò la sua Velocità.

Per un occhio umano, sarebbe semplicemente sparito da un punto e riapparso in un altro.

Ma Sarah non era umana. Non del tutto.

Vide il "difetto" nel mondo, una sfocatura innaturale. E il suo corpo reagì prima ancora che il suo cervello potesse elaborare l'informazione.

Bracco le fu addosso, puntando a spezzarle il collo.

Sarah si abbassò, ruotò sul tallone e piantò un pugno d'acciaio nello stomaco del vampiro.

CRACK.

Bracco fu sollevato da terra e scaraventato all'indietro. Si schiantò contro il muro opposto del vicolo, lasciando un'ammaccatura a forma di vampiro sui mattoni.

Sarah si massaggiò le nocche. "Wow. Veloce a prenderle, devo dartene atto. Dovresti iscriverti al club 'Prendi-un-pugno-in-faccia-alla-velocità-della-luce'."

Ferro, per la prima volta quella sera, si staccò dal muro. Era scioccato.

"Come...?" tossì Bracco. Il colpo era stato caricato di Potenza, ma quella della ragazza... era più forte. La Frenesia, la rabbia cieca del suo clan, prese il sopravvento.

"TU!" urlò Bracco, caricando di nuovo, questa volta come un toro.

"Oh, bene," disse Sarah, vedendo il suo sguardo folle. "Adesso si arrabbia. Qualcuno ha saltato il sonnellino?"

Mentre lui caricava, lei vide il tondino di ferro arrugginito che spuntava dal blocco di cemento. Lo afferrò e, con uno strappo che fece urlare i suoi muscoli, lo liberò dalla sua prigione di pietra.

Bracco le fu addosso.

Sarah non indietreggiò. Tenne il tondino con due mani, come una lancia corta. Si abbassò e prese la mira.

Il vampiro si impalò da solo.

Ci fu un suono orribile, un misto tra uno squarcio e un sfrigolio.

Bracco si bloccò. Guardò in basso, verso il metro di ferro arrugginito che gli spuntava dalla schiena. Guardò Sarah, i suoi occhi pieni non più di furia, ma di incredulità assoluta.

"Sei un tipo... penetrante," sussurrò Sarah.

Bracco aprì la bocca. E divenne cenere.

Sarah tossì, sventolando la polvere secca davanti al viso. "E... non spolverava neanche. Che maleducato."

Il silenzio calò nel vicolo.

Sarah si voltò verso l'ultima ombra.

Ferro era immobile. La sua faccia era una maschera di furia gelida. Bracco era polvere.

"Okay, uno è andato," disse Sarah, scuotendo la cenere dal suo giubbotto di jeans. "Chi è il prossimo a volere un posto in prima fila nel club 'Fatto-di-polvere'?"

Ferro non rispose. Era un vampiro Anziano. Aveva visto cadere imperi e nascere repubbliche. Bracco era un idiota arrogante che si affidava alla Velocità e alla Potenza come un bambino con un martello. Questa ragazza era immune alla Presenza e fisicamente superiore a un Brujah.

Ferro non avrebbe commesso lo stesso errore. Non avrebbe giocato.

Voleva chiudere la faccenda.

Non disse nulla. Invece, Ferro... si sciolse.

Non corse. Non svanì in un lampo. Semplicemente, smise di essere solido. La sua figura si appiattì, trasformandosi in una pozza d'ombra strisciante che si fuse istantaneamente con l'oscurità del vicolo.

Sarah sgranò gli occhi. "Ehilà? Sparito? È il trucco della festa? Ti sei sciolto come un ghiacciolo al sole?"

Si guardò intorno, i sensi da Cacciatrice tesi al massimo. Non c'era niente. Solo lei, il ragazzo rannicchiato, e il vento che ululava tra i palazzi.

"Tipico degli uomini," borbottò, "scappare appena le cose si fanno serie."

"Non sono scappato."

La voce di Ferro provenne da sopra di lei.

Sarah alzò lo sguardo. Ferro era aggrappato alla parete del palazzo a quattro metri d'altezza, le dita conficcate direttamente nel mattone, come un gargoyle.

"Sto solo scegliendo l'angolazione," ringhiò.

E si lasciò cadere.

Sarah fece un balzo all'indietro. Ferro atterrò esattamente dove lei si trovava un secondo prima, l'impatto fu così pesante che le piastrelle di porfido del selciato si incrinarono sotto i suoi stivali.

Non le diede il tempo di respirare. Attivò la sua vera forma.

Le sue mani si allungarono, la pelle si indurì, le unghie si ispessirono fino a diventare artigli neri e ricurvi, affilati come ossidiana. La Proteide gli deformò il viso, allungandogli la mascella in un muso bestiale.

"Oh, carino!" esclamò Sarah, indietreggiando di un passo. "Hai fatto la manicure. Da chi vai? Freddy Krueger?"

Ferro ruggì e attaccò.

Non era la Velocità innaturale del Brujah. Era la velocità implacabile di un predatore alfa. Un lupo che insegue un cervo.

Sarah si abbassò e lo colpì con un pugno al volto. Tutta la sua forza da Cacciatrice era dietro quel colpo.

Sentì il suo naso rompersi.

Ma Ferro non indietreggiò. A malapena sbatté le palpebre.

La sua disciplina di Robustezza, affinata in secoli di combattimenti, assorbì il colpo come un muro di cemento assorbe un sasso.

Sarah si scosse la mano, le nocche improvvisamente doloranti. "Ahia! Okay, nota per me: il tizio-lupo è del tipo 'duro-e-puro'. La mia povera mano!"

Ferro approfittò di quell'attimo di sorpresa.

Rispose. Un fendente con gli artigli.

Sarah cercò di schivare, ma era troppo vicino. Il colpo era devastante. Gli artigli le squarciarono il giubbotto di jeans e la canottiera, scavando quattro solchi profondi nel muscolo del suo braccio.

Gridò per il dolore. "Ahi! Questo giubbotto era vintage! Lo sai quanto è difficile trovare un Levi's del '90 in buone condizioni? Sei un mostro!"

Ferro la ignorò. Colpì di nuovo, mirando alla gola.

Sarah si gettò di lato, rotolando sulla spalla ferita. Gli artigli colpirono il muro, spruzzando schegge di mattone.

Non posso batterlo in resistenza, capì Sarah. È troppo vecchio. Troppo duro.

Ferro le fu addosso, questa volta con entrambe le mani artigliate, pronto a sventrarla. Stava per chiudere la faccenda.

Mentre lui ritraeva gli artigli per il colpo di grazia, lei usò il dolore per spingersi dentro la sua guardia. Era una mossa suicida.

O almeno così sembrò a Ferro.

Con la mano libera, Sarah estrasse dalla tasca posteriore il coltello "cimelio di famiglia".

E lo conficcò fino all'elsa nel fianco del vampiro.

Ferro ruggì.

Ma non fu un ruggito di rabbia. Fu un urlo di pura agonia.

La sua Robustezza non servì a nulla. La disciplina poteva indurire la sua carne morta contro i danni fisici, ma non poteva fare nulla contro quello.

La lama benedetta sfrigolò contro la sua carne non morta, cauterizzando la ferita con un fuoco sacro. Un fumo pallido e acido iniziò a salire.

"Che c'è?" chiese Sarah, ansimando, il viso a pochi centimetri dal suo. "Non ti piace? È un cimelio di famiglia. Mamma dice sempre di usarlo solo nelle occasioni speciali. E tu sei un'occasione speciale, vero?"

Ferro, in preda al panico per quel dolore sacro che non sentiva da secoli, afferrò istintivamente l'elsa del coltello per strapparselo di dosso.

SSSSZZZZ!

Nel momento in cui le sue dita artigliate toccarono l'argento inciso dell'impugnatura, la sua mano prese fuoco.

Urlò di nuovo, un suono acuto e terribile, e lasciò cadere il coltello, che cadde sul selciato sfrigolando. La sua mano destra era ora un moncherino fumante, la carne non morta sciolta fino all'osso dalle fiamme sacre.

Ferro indietreggiò barcollando, stringendosi il fianco che bruciava e la mano distrutta. Era ferito, mutilato.

Alzò lo sguardo su Sarah. L'odio nei suoi occhi era assoluto, ma era stato eclissato da qualcosa che un vampiro della sua età non provava quasi mai: la paura.

"Tu..." sibilò, non più un ruggito, ma un rantolo.

"Sì, io," rispose Sarah, tenendosi il braccio ferito. "Ora sparisci, prima che ti pianti l'altro tacco dove non batte il sole."

Ferro non aveva bisogno di sentirselo dire due volte. Non era un idiota. Era un sopravvissuto.

Si sciolse di nuovo. Un'ombra ferita, umiliata e terrorizzata, che si dissolveva nella nebbia per tornare dal suo Principe.

Mentre l'ombra ferita di Ferro si dissolveva nel grigio, il coltello benedetto cadde sul selciato con un clack metallico, sfrigolando ancora a contatto con le pietre umide.

Sarah lo raccolse, ansimando. L'argento inciso dell'impugnatura era caldo, ma per lei era un calore familiare, confortante. Lo pulì metodicamente sull'unica parte intatta del suo giubbotto di jeans e se lo rimise in tasca, il tutto mentre si stringeva il braccio squarciato da cui colava sangue rosso vivo.

Il silenzio durò un secondo.

"Sei... sei pazza? Sei completamente, totalmente pazza!"

Il ragazzo, Leo, non era più rannicchiato. Era scattato in piedi, pallido come la cenere di Bracco ai piedi di Sarah, e gesticolava selvaggiamente verso di lei. La paura si era trasformata in panico isterico.

"Zitto," disse Sarah, stringendo i denti per il dolore. "Sto cercando di capire se mi servono dei punti."

"Zitto? Zitto?" Leo le si avvicinò, quasi tirandola per il braccio sano. "Tu non capisci! Quello... quello non era un vampiro qualunque! Tu hai appena... hai appena sciolto la mano a Ferro!"

Sarah lo guardò, infastidita dal suo tono stridulo. "Okay? E Ferro sarebbe? Il capo-animatore del club dei mostri?"

Leo la fissò con occhi sbarrati, incredulo di fronte a quell'ignoranza. "Ferro è lo Sceriffo! È il boia personale del Principe Malaspina! È quello che dà la caccia a tutti! È un Gangrel Anziano! La gente dice che era qui prima delle guerre, che ha combattuto i lupi mannari sull'Appennino! E tu... tu l'hai bruciato."

Fece un passo indietro, guardandola ora con un nuovo tipo di terrore. Non era più solo spaventato per lei; era spaventato da lei.

"Ma tu chi sei?" la sua voce era un sussurro stridulo. "Come hai fatto? Non sei una di noi, non puzzi di Sangue. Ma non sei umana. Nessun umano può muoversi in quel modo. Hai polverizzato Bracco in meno di un minuto. Bracco! Era un Brujah, veloce come il diavolo! E poi Ferro... ti ha colpita con gli artigli, ti ha quasi spezzata con la sua forza, e sei ancora in piedi!"

Leo si prese la testa tra le mani, iniziando a iperventilare (o l'equivalente per un Sangue Debole). "Come diavolo fai ad essere ancora viva?”

Sarah si girò verso di lui. Il dolore al braccio era acuto, ma la sua espressione era quella di una che ha appena finito un compito noioso, tipo un'ora di matematica.

Si passò una mano tra i capelli biondi per rimetterli a posto, cercando di ignorare il sangue che le colava lungo le dita. Poi iniziò a spazzolare energicamente la cenere di Bracco dal suo giubbotto di jeans.

"Ugh, che schifo," borbottò. "Questa roba non se ne va."

Leo la fissava, allibito. "Ma... ma tu... come...?"

Sarah alzò finalmente lo sguardo su di lui, con un sospiro esasperato. "Senti, storia lunga. Diciamo solo che sono circa sei anni che ho a che fare con queste... 'strane persone'. Sai, quelle pallide, con un alito decisamente pesante e una seria avversione alle creme solari."

Diede un altro strattone al giubbotto, guardando lo squarcio degli artigli di Ferro.

"E adesso," continuò, la voce improvvisamente carica di vera preoccupazione, "non ho davvero tempo di sentire tutta la storia politica di Voghera. Mi sono trasferita tipo... tre ore fa? E mio padre mi ammazza. Davvero, mi ammazza appena vede che ho ridotto il suo giubbotto preferito in questo stato."

Indicò lo squarcio. "Questo era il suo giubbotto del tour dell'89. Ci teneva più che alla sua Fender."

Sarah si strinse nelle spalle, fece una smorfia per il dolore al braccio e si avviò zoppicando leggermente fuori dal vicolo. "Quindi, sì. Bella chiacchierata. Ci si vede.”

Leo rimase impietrito. La sua mente (annebbiata dalla fame di tre giorni) non riusciva a elaborare la scena. Quella... ragazza... aveva polverizzato un Brujah e mutilato Ferro, e ora si lamentava di un giubbotto rovinato? Forse non si era nemmeno accorta che lui era uno di loro...

La lasciò andare di qualche passo, il suono dei suoi stivali che si allontanavano sul selciato era l'unica cosa reale. Poi, un crampo allo stomaco lo riportò alla realtà. La fame.

La sacca di sangue.

Si voltò di scatto verso il punto in cui Bracco gliel'aveva strappata di mano.

Non c'era più.

Un'ombra lo coprì. Sarah non se n'era andata. Si era fermata e lo stava sovrastando, tenendo la sacca di sangue tra due dita, come se fosse un topo morto.

Lo guardò dall'alto in basso, i suoi occhi azzurri ora privi di qualsiasi ironia, freddi come il ghiaccio.

"Chi credi di prendere in giro, bello?"

Leo si bloccò, colto in flagrante.

Sarah fece un passo verso di lui, studiandolo. Non c'era la furia che aveva riservato agli altri due. Solo un esame attento.

"E adesso cosa ne facciamo di te?" chiese, più a se stessa che a lui. "Sei uno di loro. Ma..." lo squadrò di nuovo, "non sei come loro. Sei giovane. E, francamente, fai un po' pena."

Leo deglutì a vuoto, incapace di staccare gli occhi dalla sacca di sangue.

Sarah seguì il suo sguardo. "Hai fame." Non era una domanda.

Gli lanciò la sacca. Leo la afferrò al volo con un goffo scatto, stringendola al petto.

"Ascolta," disse Sarah, rinfoderando (metaforicamente) gli artigli. "Hai due opzioni. Opzione uno: finisci come il tuo amico 'Polverino' lì." Indicò la cenere con un cenno del capo. "Opzione due: fai qualcosa per me."

Leo alzò lo sguardo, confuso. "Cosa?"

"Ho appena ucciso uno dei loro e ferito gravemente l'altro. Quel 'Malaspina' mi darà la caccia." Sarah si toccò il braccio ferito. "Ho bisogno di sapere cosa succede nel vostro club di succhiasangue. Chi sono, dove sono, cosa vogliono. Sarai i miei occhi e le mie orecchie."

Lo fissò, l'acciaio che tornava nella sua voce.

"Una spia. In cambio, non ti polverizzo. Ti lascio questa," indicò la sacca di sangue, "e la tua patetica non-vita."

Fece un sorriso tirato, privo di allegria. "Un favore per un favore. Non è così che funziona nella vostra…’società’ come la chiamate Masquerede?”

Leo la fissò, stringendo la sacca di plasma al petto.

Favori? Camarilla?

Onestamente, non sapeva molto di queste cose. Era un vampiro da... sette giorni? Sette giorni passati a nascondersi, a morire di fame e a cercare di capire perché il sole gli bruciava la pelle. Aveva sentito parlare di un "Principe", di "regole", ma il concetto di "patto di favori" gli suonava come qualcosa uscito da un film di mafia.

Però capiva una cosa: quella ragazza era una bomba atomica. E lui era l'unico ad averla vista esplodere e a essere rimasto in piedi.

Un brivido diverso dalla paura lo attraversò. Era ambizione.

Certo, lei era forte. Ma aveva sedici anni. Era ingenua, si lamentava di un giubbotto. Cosa pensava di fare? Sgominare da sola un'aristocrazia che—secondo le voci che aveva sentito—comandava Voghera da seicento anni?

Lei era un'arma. E le armi hanno bisogno di qualcuno che le impugni.

Lui non sapeva molto, ma conosceva le persone giuste, altri disperati come lui che si nascondevano nelle ombre. Se avesse potuto usare il potere di questa Cacciatrice per farsi notare... per eliminare quelli che davano la caccia a lui...

Sarebbe potuto passare da "topo" a "giocatore".

Leo nascose il lampo nei suoi occhi dietro uno sguardo di paura e gratitudine. Si alzò in piedi, cercando di non barcollare per la fame. Si asciugò il palmo sudato sui jeans sporchi e tese la mano.

"Accetto," disse, la voce che tremava quanto bastava. "Sarò i tuoi occhi, Sarah."

Lei gli strinse la mano. Una stretta solida, calda. Letale.

Sì, sarò i tuoi occhi, pensò Leo, sentendo il freddo della sacca di sangue contro il suo petto. E tu sarai la mia spada. E quando avrò finito, Malaspina mi ringrazierà per avertela consegnata.

Lontano da lì, in una villa padronale sulle colline dell'Oltrepò, Don Nicolò Malaspina stava ammirando il panorama nebbioso della "sua" città. Il suo completo di Savile Row era impeccabile. La sua ambizione per Milano era quasi tangibile, un sapore metallico sulla lingua.

Il suo sogno, tuttavia, non era semplice. Era bloccato da un lato dalla burocrazia del Principato di Milano, e dall'altro dalla sua vicina e rivale: Lady Eleonora Vistarini, la Dama Toreador di Casteggio. Lei controllava il "salotto buono" dell'Oltrepò, e ogni suo sospiro ironico all'Elysium di Milano bastava a far sembrare Malaspina un provinciale gretto e incapace. Lui offriva ordine; lei offriva cultura. E nella Camarilla, la cultura spesso pesava più dell'ordine.

La porta della biblioteca si aprì senza bussare. Un'infrazione capitale.

Malaspina si voltò, gli occhi gelidi, pronto a punire l'insolenza con una sentenza di morte.

Ferro entrò barcollando. Non lo Sceriffo. La bestia. Ma ora era solo un vampiro ferito, una mano premuta sul fianco da cui colava sangue scuro e denso sul prezioso tappeto persiano. Teneva l'altro braccio nascosto dietro la schiena, avvolto in un pezzo di stoffa strappato.

Malaspina lo guardò con disgusto. "Ferro," disse, il tono gelido come marmo. "Il tuo Primogenito Gangrel ti ha 'scartato' per venire a riferire? Speravo in una ragione valida per giustificare questa entrata... e questo disastro sulla mia tappezzeria."

L'umiliazione bruciava Ferro più della ferita. Essere stato costretto dal suo Anziano a mostrare questa debolezza al Principe Ventrue era peggio della morte.

"Bracco è polvere," ringhiò il Gangrel. La sua voce era un rantolo.

Malaspina alzò un sopracciglio finemente curato. "Una ragazza mortale? Ha distrutto un Brujah nel pieno della sua Furia e ha ferito te? Non essere ridicolo, Ferro. Dimmi chi devo punire per questo attacco."

Ferro alzò lo sguardo. I suoi occhi non erano più umani; erano fessure ambrate di pura furia bestiale, ma sotto c'era qualcos'altro. Paura.

"Non era una semplice mortale," sibilò. Fece un passo avanti, uscendo dall'ombra.

Lentamente, svolse la stoffa dal braccio destro.

Non c'era una mano.

C'era solo un moncherino nero e fumante all'altezza del polso, la carne non morta sciolta e cauterizzata da un calore sacro. Il puzzo di carne bruciata riempì la stanza.

"Era forte. Immune alla Presenza. Veloce," continuò Ferro, la voce rotta dall'orrore. "Aveva... un'arma. Argento benedetto. L'ho toccata. Ha... bruciato la mia mano. L'ha sciolta via."

Sollevò il moncherino come prova inconfutabile.

"Era... la Cacciatrice."

Il silenzio nella stanza divenne assoluto, pesante come una lastra di tomba.

Il sogno di Don Nicolò di una facile ascesa a Milano non si stava solo incrinando.

Stava diventando cenere, proprio come Bracco.

Una Cacciatrice. Qui. Nel suo dominio. La notizia sarebbe corsa più veloce di un Nosferatu. Poteva già vederla, Lady Eleonora, nel prossimo Elysium, sorseggiare il suo solito calice e ridere con gli Anziani di Milano. Sapete, quel povero Malaspina? Non riesce nemmeno a tenere pulita la sua sonnolenta Voghera. Ha una bambina mortale che gli mutila lo Sceriffo.

Non era solo un problema di sicurezza. Era un imbarazzo politico. Un disastro.

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