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PUNTATA 8: L'INCUDINE E IL MARTELLO
L'odore era la cosa peggiore. Un misto tossico di ozono, gomma bruciata e la cenere gessosa di tre vampiri polverizzati.
Alex era ancora in piedi, ma non per sua volontà. Era congelato. Il suo addestramento SI, i suoi protocolli, i suoi anni di condizionamento... tutto si era sciolto di fronte a quello che aveva visto. "Asset Alfa". Avevano catalogato un uragano come se fosse un debole fronte di pioggia. L'aveva vista muoversi. Aveva visto il Sigillo d'argento trasformare un assassino d'élite in polvere fine.
Il furgone SI era un mattatoio. I suoi compagni, l'Analista, Miller... erano morti.
Poi, in mezzo a quel silenzio innaturale, rotto solo dal crepitio di un cavo elettrico scoperto e dal bip-bip-bip debole ma costante del monitor K-Delta di Elisa, la Cacciatrice si era voltata verso di lui.
La furia glaciale era svanita. I suoi occhi erano di nuovo azzurri.
«...aiutami a tirarla fuori di qui.»
Alex aprì la bocca. Non uscì alcun suono. Il suo fucile d'assalto high-tech pesava come un blocco di piombo.
Non ebbe il tempo di rispondere.
Non ci fu un rumore di vetri rotti o metallo strappato. Ci fu solo un improvviso collasso della luce. Le ombre all'interno del furgone, quelle che i fari del SUV in fiamme all'esterno non riuscivano a penetrare, si approfondirono. E poi si mossero.
Due figure. Non erano entrate. Erano apparse. Oscurazione .
Erano i Banu Haqim superstiti. Erano tornati per finire il lavoro.
L'azione fu più veloce di un battito di ciglia. Usarono Celerità.
Per Alex, fu un'esplosione di violenza. Il mondo divenne un tunnel. Uno degli assassini gli fu addosso. Non era grande come l'Arconte che Sarah aveva distrutto, ma era denso come l'acciaio e veloce come un proiettile. L'aria sapeva di polvere antica e spezie secche. Le sue mani non cercarono di ucciderlo. Non erano artigliate. Erano una morsa. Afferrarono il suo fucile d'assalto, l'arma che minacciava il fuoco. L'addestramento CQC di Alex scattò in automatico: torsione del busto, leva sul calcio, tentativo di rompere la presa.
Fu come cercare di torcere un palo di cemento armato. La forza del vampiro era assoluta, progettata per spezzare ossa e acciaio. Alex sentì il metallo dell'arma piegarsi sotto la presa e un dolore acuto attraversargli la spalla mentre l'assassino iniziava a strappargli via il fucile con una forza che gli avrebbe disarticolato l'articolazione.
Ma Sarah non stava guardando Alex.
Il secondo Banu Haqim l'aveva ignorata.
Era una mossa tattica brillante, nata dalla disperazione. Aveva visto i suoi fratelli morire. Sapeva di non poter battere la Cacciatrice. Ma poteva completare la missione di Malaspina.
Con un sibilo, si lanciò dritto sulla barella.
Non puntò a Elisa. Puntò alla tecnologia che la teneva in vita. Gli artigli neri scattarono, non verso la gola della strega, ma verso la sacca del coagulante K-Delta e i sottili tubi che entravano nel suo braccio. Se li avesse strappati, Elisa sarebbe morta in dieci secondi, dissanguata dalla magia che l'aveva colpita.
Sarah vide tutto. Il dilemma impossibile.
Alex, che stava per perdere l'arma e, subito dopo, la vita.
Elisa, che stava per essere giustiziata.
KRA-KOOM.
Un suono dall'esterno. Un suono che non apparteneva alla battaglia.
Non era un'esplosione. Era un impatto. Come se un meteorite di granito avesse colpito un container.
Tutti—persino i Banu Haqim nel mezzo del loro attacco—esitarono per una frazione di secondo.
Alex, con la coda dell'occhio, vide attraverso il parabrezza scheggiato del furgone. Un altro degli assassini di Malaspina, uno di quelli che erano rimasti fuori a coprire la ritirata, fu afferrato e sollevato in aria. Non da un uomo. Da un incubo di pietra e ali coriacee. Una Garguglia .
Poi una seconda. E una terza. Piombarono dal cielo nebbioso, atterrando con la pesantezza di statue cadute, e iniziarono a fare a pezzi i vampiri della Camarilla. L'inferno aveva appena aperto una nuova ala.
Nascosto nell'ombra di un vicolo, a cinquanta metri di distanza, il Reggente Tremere Kaelen, Ottava Generazione, osservò le sue creazioni iniziare la "pulizia". I suoi occhi brillarono. Lì. Nel furgone.
Quella distrazione fu tutto ciò di cui Sarah aveva bisogno.
Il Banu Haqim che minacciava Alex non la vide nemmeno arrivare.
Quello che minacciava Elisa riuscì a sentire solo un sussurro.
Sarah non scelse. Prese entrambi.
Il tempo sembrò rallentare, piegandosi alla sua volontà.
Lasciò andare Alex al suo destino.
Con un movimento che era pura Celerità, attraversò il furgone. Il Sigillo della Sibilla era già nella sua mano, una lama di argento sacro che brillava di luce propria.
Il Banu Haqim su Elisa sentì il pericolo. Si voltò, cercando di usare i suoi artigli per parare.
Il Sigillo lo toccò sul petto.
Non ci fu resistenza. La lama affondò nell'armatura tattica e nella carne non-morta come se fossero acqua.
FSSSSSH.
L'assassino non urlò. Emise solo un sibilo, mentre i suoi occhi si sbarravano per lo shock. Iniziò a diventare cenere dal punto d'impatto, la magia sacra che cancellava la sua esistenza.
Sarah non si fermò a guardare. Si era già girata.
Il secondo Banu Haqim era riuscito a strappare il fucile dalle mani di Alex e lo stava sollevando per usarlo come una clava.
Alex era a terra, la spalla lussata, impotente.
Sarah non usò il pugnale. Era troppo lontana e troppo veloce.
Colpì.
Un pugno a palmo aperto, caricato con tutta la forza innaturale della sua discendenza.
Lo colpì al centro del petto.
Il vampiro non volò via. Semplicemente esplose.
La sua cassa toracica implose con il suono di legno marcio calpestato. Il colpo lo scagliò all'indietro così violentemente che sfondò la porta posteriore del furgone, che era già danneggiata, e atterrò in strada in un groviglio di arti spezzati, già in preda alla Morte Ultima.
Silenzio.
Un altro bip-bip-bip dal monitor di Elisa.
Sarah era in piedi al centro del caos, respirando appena. Si abbassò e raccolse il fucile d'assalto SI da terra. Lo tese ad Alex, che la guardava dal pavimento, pallido come un fantasma.
«Te l'ho chiesto,» disse Sarah, la sua voce piatta. «Aiutami a tirarla fuori di qui.»
Alex guardò la sua mano tesa. Poi guardò fuori.
La battaglia infuriava. I Banu Haqim di Malaspina contro le Garguglie dei Tremere. Un massacro di mostri.
Erano salvi.
Ed erano intrappolati. Esattamente al centro.
L'aria nel Covo era gelida. Non era più lo spazio asettico e potente della Sacerdotessa Primus; era diventato un mausoleo. Le sfere di luce magica che di solito fluttuavano vicino al soffitto, proiettando ombre nette sul cerchio d'argento, erano spente. Sostituite da un'unica, fioca lampada da tavolo che gettava un alone malato su una sedia da campo.
Dama Helena era seduta lì, avvolta in una pesante coperta di cachemire. Non era un gesto di comfort; era una necessità.
Recuperare il suo glamour non era come truccarsi. Era un atto di volontà pura, un'operazione di alta magia che consisteva nel riallineare la sua essenza fisica alla sua aura di potere. Ma dopo lo scontro mortale con la Strega , le sue riserve erano quasi a secco. Stava cercando di attingere a un pozzo vuoto, e lo sforzo la stava consumando.
La sua pelle, solitamente impeccabile, aveva la consistenza tesa e pallida della pergamena .
Arthur Finch era in piedi davanti a lei. L'avvocato, solitamente un monolite di calma britannica, era pallido. Il suo completo di Savile Row era stropicciato, la cravatta allentata. Teneva in mano un tablet criptato, ma i suoi occhi erano fissi sulla donna fragile che sembrava l'ombra della Dama che conosceva.
«...è un mattatoio,» stava dicendo Finch, la sua voce bassa e tesa, mentre la raccoglieva su tutto quello che era successo a sua figlia e alla sua accolita. «La mia squadra di copertura ha confermato. Non sono solo i Banu Haqim di Malaspina. Ci sono... cose in cielo. Garguglie. Questo significa che Vienna è scesa in campo. Stanno combattendo per strada. E i miei contatti nella SI... non rispondono più.»
Helena annuì, un movimento quasi impercettibile. Sapeva benissimo cosa stava succedendo fuori. Le vibrazioni del conflitto—la Vitae versata, la magia Tremere, l'anomalia sacra che era sua figlia—erano come chiodi piantati nel suo cervello. Avrebbe fatto la stessa cosa, se avesse avuto tutti i suoi contatti. Ma le bruciava, fisicamente, il fatto di non avere più il pieno controllo del Conclave d'Argento. Era sola.
«Un'ultima cosa,» aggiunse Finch, esitando. «C'è... qualcos'altro. I rapporti sono confusi. Un terzo incomodo. Grande. Non identificato. Si muove attraverso la battaglia. È quello che ha scatenato l'Oracolo, ne sono certo.»
Ora doveva agire. In tutta la sua vita, aveva visto crisi ben peggiori di questa.
Sollevò lo sguardo. I suoi occhi, sebbene infossati in un viso segnato dalla stanchezza, erano ancora due schegge di ghiaccio blu.
La sua voce era un sussurro secco, che costringeva Finch a chinarsi per sentirla.
«Scatena... tutto.»
Finch si bloccò. «Dama?»
«Tutti i tuoi contatti,» sibilò Helena, la voce che parlava a fatica. «Quelli della polizia che abbiamo comprato. I vigili del fuoco. Le ambulanze private. Persino la stampa locale. Voglio un cordone di sicurezza mortale intorno a quella zona. Caos. Luci. Sirene. Inonda l'area.»
Finch la guardò stupefatto. Sentiva il casino che c'era fuori. Gli sembrava assurdo quello che la Dama stava dicendo.
«Dama Helena, con rispetto... è un suicidio. Mandare i mortali lì dentro? Contro... quello? Non possiamo estrarle in mezzo a una guerra tra tre fazioni di mostri!»
L'avvocato si fermò, vedendo l'espressione della donna. Probabilmente è ancora sotto choc, pensò lui, il panico che gli saliva in gola. Lo scontro precedente con la Strega l'ha spezzata.
«Elisa è in fin di vita,» continuò Helena, la sua poca voce che si incrinava per la fatica, ma acquisendo un filo d'acciaio. «E Sarah sta venendo qui. Conosco mia figlia. Troverà il modo.»
«Ma come...?»
Helena usò l'ultima briciola della sua energia non per la magia, ma per la sua voce.
«Il tuo compito non è estrarle. È coprire la loro fuga. Devono solo arrivare al Covo. Devono solo arrivare da me.»
Sollevò un dito tremante, puntandolo verso di lui.
«Non... ribattere... i miei ordini, Arthur.»
Il sussurro ebbe la forza di uno schiaffo.
«Ora. Va'.»
Finch strinse la mascella, il suo conflitto interno visibile nella tensione dei suoi muscoli. Era un uomo d'azione, un risolutore. L'idea di scatenare un caos mortale e poi nascondersi gli repugnava, ma l'ordine era stato dato. Raddrizzò la giacca.
«Come desidera, Dama. Avvio il protocollo di disturbo.» Fece un passo verso l'uscita principale del Covo, quella che portava ai vicoli e al massacro.
«No.»
Il sussurro di Helena lo bloccò.
Si voltò. Lei stava frugando nella tasca del suo trench, appeso rozzamente allo schienale della sedia. Ne estrasse un piccolo mazzo di chiavi. Gliele lanciò.
Finch le afferrò al volo, confuso. Riconobbe la chiave di casa.
«Non devi andare in strada, Arthur,» disse lei, la voce affaticata. «Devi andare al piano di sopra.»
Lui la fissò, incredulo. «Di sopra? Dama, la battaglia è là fuori.»
«E la vulnerabilità è là dentro,» replicò lei, tagliente. «Mentre fai quello che ti ho detto, mentre scateni l'inferno con le tue chiamate... il tuo posto è su. Nell'appartamento.»
I suoi occhi di ghiaccio si indurirono. «C'è un uomo. Sta dormendo sul divano.»
Mio padre, realizzò Sarah da qualche parte nel suo cervello, Papà. È ancora a casa. [Riferimento: Marco]
«La tua missione,» continuò Helena, «è proteggerlo. A tutti i costi. Qualunque cosa accada, qualunque cosa tu senta, lui non si deve svegliare. E nulla deve raggiungerlo.»
Finch comprese. Non doveva proteggere un uomo. Doveva proteggere l'unica leva che chiunque potesse usare contro Sarah. L'unica cosa che avrebbe potuto spezzarla.
Annuì, questa volta senza esitazione. La riluttanza svanì, sostituita dalla fredda logica del dovere.
«Sì, mia Dama.»
Si voltò e si diresse verso la scala a chiocciola che portava all'erboristeria soprastante, e da lì, all'appartamento.
Helena rimase sola.
Per un lungo momento, il silenzio nel Covo fu rotto solo dal suo respiro affannoso e, in lontananza, dall'eco attutito di un ruggito bestiale.
La Sacerdotessa Primus era sparita. Sulla sedia sedeva solo una donna anziana, debole e disperata.
Lentamente, allungò una mano tremante verso il cassetto della scrivania che usava per i rituali. Lo aprì.
All'interno, su un panno di velluto nero, c'era un talismano. Non era un artefatto di grande potere. Era un disco di ossidiana levigata, inciso con il sigillo minore del Conclave, freddo al tatto. Un semplice accumulatore.
Lo prese. Pesava quasi nulla, ma per lei era come sollevare un macigno.
Sapeva perfettamente che non sarebbe stato nemmeno lontanamente in grado di aiutarla. Non avrebbe recuperato neanche il dieci percento del suo potere personale. Era troppo prosciugata.
Ma qualcosa doveva pur fare.
(Sì, secondo le regole arcane, questo è un atto disperato ma logico.)
Helena non cercava di ricaricare se stessa. Il suo corpo era un canale rotto. Ma l'Anello... l'Anello era solo dormiente.
Il talismano era un sacrificio. Una batteria da cui attingere.
Se avesse potuto forzare l'energia immagazzinata nell'ossidiana per riaccendere l'ametista del suo Anello...
Non lei, non sarebbe stata lei a riprendere potere. Ma l'Anello sì.
Forse, con l'Anello di nuovo vivo, anche solo per un minuto, avrebbe potuto lottare.
Strinse l'ossidiana nel pugno sinistro e fissò l'Anello spento sulla sua mano destra.
Chiuse gli occhi.
Il prezzo per forzare quel trasferimento l'avrebbe quasi uccisa. Ma Sarah stava arrivando.
E sua figlia non poteva trovarla così.
Iniziò a sussurrare l'antica formula per lo scioglimento dei sigilli.