Tocca un passaggio (o un’immagine) per aprire il filo commenti a fianco. I link nel testo restano cliccabili.
Nel frattempo, l’imboscata era pronta.
Malaspina non stava affatto rischiando. Le sue informazioni, per quanto imprecise, dipingevano un quadro allarmante: l’anomalia che aveva polverizzato l’Arconte Ferro (Sarah) era ora costantemente accompagnata da un’altra strega (Elisa), un’agente del Concilio d’Argento. Per il Principe, questa era un’infestazione, una doppia violazione del suo Dominio che richiedeva una soluzione definitiva. Un “lavoro sicuro”.
Non aveva mandato tre assassini. Aveva mandato il suo Castigatore (Scourge), un vampiro Nosferatu spietato e antico, a capo di un’intera squadra di epurazione.
Dodici Ghouls pesantemente armati, veterani di conflitti mediorientali, equipaggiati con mitragliatrici leggere e quattro lanciagranate RPG-7 per neutralizzare qualsiasi veicolo, blindato o meno.
A guidare l’attacco, il vero pugno d’acciaio: otto Banu Haqim (Assamiti), assassini d’élite della Camarilla, ingaggiati tramite vecchi debiti di sangue. Erano maestri di velocità e omicidio silenzioso.
Erano appostati dentro e sopra il magazzino, pronti a radere al suolo il Covo e a non lasciare nulla se non cenere.
Il Castigatore, appollaiato sul tetto, osservò la strada attraverso un visore termico. La sua informatrice gli aveva detto di aspettarsi la Lancia Delta della ragazza.
Invece, vide tre sagome scure e identiche avanzare in perfetta formazione tattica.
Aggrottò la fronte. Non era quello che si aspettava. Ma non importava. Gli ordini erano di eliminare qualsiasi cosa fosse diretta a quel magazzino.
«Tutti i lanciatori,» sibilò nella sua radio. «Obiettivi uno e tre. Al mio segnale.»
«Siamo a 200 metri,» disse l’Analista, gli occhi fissi sulla mappa tattile.
Alex stava osservando Sarah. Sarah fissava Elisa.
«Scalpel-1,» disse l’Analista, notando qualcosa. «Rilevo molteplici segnali termici, tetto a ore dodici. E a terra. Multipli…»
Non finì la frase.
L’inferno si scatenò.
WHUMP-THOOM. WHUMP-THOOM.
Quattro razzi RPG esplosero quasi simultaneamente. Due colpirono il SUV di testa, Scalpel-1, trasformandolo in una palla di fuoco che si ribaltò su sé stessa. Gli altri due colpirono il SUV di coda, Scalpel-2, facendolo sbandare e schiantare contro un pilone di cemento.
Il convoglio fu annientato in meno di tre secondi.
Il Furgone Operativo inchiodò, intrappolato tra i due rottami in fiamme. L’impatto fu così violento che Sarah fu scagliata dalla panca, la fascetta di plastica che si spezzò. Miller, il medico, fu gettato contro la barella di Elisa, proteggendola col suo corpo.
«CONTATTO! CONTATTO!» urlò Alex, afferrando il suo HK416. «SIAMO IN UN’IMBOSCATA! TUTTI GIÙ!»
Attraverso il parabrezza, vide la squadra d’assalto.
Prima che gli operatori superstiti potessero reagire, la seconda ondata colpì.
I dodici Ghouls aprirono il fuoco con le mitragliatrici, un muro di proiettili che crivellò le lamiere dei SUV in fiamme, finendo gli agenti all’interno. L’aria fu lacerata dal fuoco automatico e dalle urla strozzate alla radio.
E poi, gli otto Banu Haqim si mossero.
Ignorarono i SUV in fiamme. Il loro obiettivo era il furgone centrale.
Non correvano. Fluivano. Si mossero come fumo nero, troppo veloci per essere seguiti a occhio nudo, ombre letali che attraversavano il fuoco incrociato senza essere colpite.
«Ci stanno caricando!» urlò Alex, guardando attraverso il parabrezza blindato. Le figure nere si avvicinavano a una velocità impossibile. «Analista, apri il portello! Protocollo OMEGA!»
L’Analista estrasse la pistola. «Assetto compromesso! Sterilizzazione…»
KRA-BOOM!
Uno dei Banu Haqim non usò la porta. Sfondò il parabrezza blindato con un calcio, atterrando dentro il furgone in una pioggia di vetro e metallo.
Contemporaneamente, altri due atterrarono sul tetto, e le loro unghie affilate come rasoi iniziarono a squarciare l’acciaio come se fosse cartone. Un altro strappò via la porta laterale.
Il convoglio della Seconda Inquisizione, preparato per una strega e la sua apprendista, aveva trovato un plotone d’esecuzione di vampiri d’élite. Ed era appena stato cancellato.
Il tempo si dilatò.
Per Alex, il mondo collassò in un inferno di suoni distorti.
Il KRA-BOOM! del parabrezza che implodeva. L’urlo strozzato dell’Analista, non di dolore ma di pura sorpresa, un istante prima che il vampiro Banu Haqim atterrato nel van gli artigliasse la gola, recidendola di netto. Il sangue scuro schizzò contro i monitor tattici, che iniziarono a emettere un segnale di allarme acuto e inutile.
Contemporaneamente, il suono lacerante dell’acciaio che si apriva sopra di loro. Il tetto del furgone si stava squarciando come una lattina, le unghie affilate come rasoi di altri due assassini che creavano un’apertura per piovere su di loro.
E poi, il silenzio. Il silenzio della radio.
Scalpel-1 era un rottame in fiamme. Scalpel-2 non rispondeva. Il suo team, i sei operatori che conosceva da cinque anni, i migliori che la Seconda Inquisizione potesse schierare, erano stati annientati in meno di centoventi secondi.
Alex vide tutti gli anni di addestramento, tutta la sua presunzione di essere in grado di fronteggiare quegli esseri, tutta la sua fiducia nella tecnologia, nel K-Delta, nei proiettili incendiari… tutto andava in fumo, letteralmente, come i furgoni là davanti.
L’assassino Banu Haqim si raddrizzò nell’abitacolo. Ignorò l’Analista morto. Ignorò Miller, il medico, che giaceva con il collo spezzato, caduto nel tentativo di proteggere Elisa.
L’assassino guardò Alex.
Alex alzò il suo HK416, ma sapeva che era inutile. Era troppo vicino, troppo veloce. Stava per morire.
E in quel frammento di secondo prima della morte, il suo cervello addestrato produsse un pensiero piccolo, sciocco, e profondamente umano.
Guardò Sarah.
Era rannicchiata vicino alla barella di Elisa, scagliata lì dall’impatto. Per un istante, vide di nuovo la ragazzina dell’ospedale. E pensò che, se fossero sopravvissuti, avrebbe voluto invitarla a bere una birra. Solo una. Una cosa stupida, normale.
Poi la vide muoversi.
E quel pensiero morì, sostituito da un terrore che non aveva mai provato.
Sarah si alzò. Non con il panico di una vittima. Si alzò con la calma letale di un esecutore.
Il suo viso era una maschera di ghiaccio. Gli occhi azzurri non erano più quelli di una liceale; erano antichi, freddi e pieni di una furia bianca.
Alex la vide chiudere la mano destra, vuota.
E poi non lo era più.
Apparve. Dal nulla, afferrata dall’aria stessa, un’arma che il suo addestramento non poteva catalogare.
Era un pugnale, ma sembrava fatto di luce lunare solidificata. Una lama di circa trenta centimetri, che non rifletteva la luce rossa delle fiamme esterne, ma brillava di una propria, pallida luce argentea.
E fischiava.
Un sibilo acuto, quasi impercettibile, come vapore che fugge da una crepa. Un suono che faceva vibrare i denti.
Alex ne aveva viste di cose strane negli ultimi cinque anni. Ma quella… quella cosa era fuori dall’ordinario.
Il Banu Haqim nell’abitacolo vide l’arma e, per la prima volta, i suoi occhi neri mostrarono qualcosa di simile all’esitazione. Si lanciò verso Sarah, le sue mani ad artiglio pronte a farla a pezzi.
E poi, Sarah si mosse.
Per Alex, fu come se avesse saltato un fotogramma. Un momento era lì, l’istante dopo era attraverso il vampiro.
Per Sarah, fu la calma assoluta.
Il mondo rallentò. La rabbia per l’imboscata, la paura per Elisa, il tradimento della sua stessa trappola fallita… tutto si fuse in un unico punto di fuoco bianco. Sentì il potere scorrere dal suo centro, lungo il braccio, fino al Sigillo di Famiglia che cantava nella sua mano.
L’assassino era veloce. Ma lei era inevitabile.
Non lo pugnalò. Non lo colpì.
Mentre lui le piombava addosso, lei semplicemente allungò la mano che teneva il pugnale, con un movimento quasi annoiato, e premette la punta della lama contro il petto dell’assassino.
Morte a tocco.
Il Banu Haqim si bloccò a mezz’aria.
Il suo slancio si spense. Rimase immobile, gli artigli a un centimetro dal viso di Sarah.
Un suono crepitante, come acqua su metallo rovente, riempì il furgone.
Il vampiro guardò in basso. La luce argentea del pugnale si stava diffondendo sul suo corpo come un fulmine globulare, le sue vene che brillavano di luce bianca da sotto la pelle.
Aprì la bocca per urlare.
KRRR-ASSHHH!
In quell’istante, i due assassini sul tetto sfondarono la lamiera. Le loro teste e le loro braccia artigliate irruppero nel vano, piombando dall’alto.
Sarah non alzò nemmeno lo sguardo.
Strinse l’impugnatura del Sigillo. MORITE.
Dal punto di vista di Alex, accadde qualcosa di impossibile.
La figura di Sarah, che era ferma davanti al primo vampiro, svanì. Non si mosse. Non fu veloce. Semplicemente, non c’era più.
L’unica cosa che i suoi occhi addestrati riuscirono a registrare fu un effetto ottico, un’illusione: due archi di pura luce argentea, il sibilo del pugnale che diventava un urlo lacerante.
Il primo arco di luce (ZIIING!) saettò verso l’alto e a sinistra, tranciando di netto la testa e il braccio del primo aggressore.
Il secondo arco di luce (ZIIING!) saettò verso destra, facendo lo stesso con il secondo.
Poi, Sarah ricomparve. Era esattamente dov’era un millisecondo prima, la mano ancora premuta sul petto del primo vampiro, come se non si fosse mai mossa.
Le due teste mozzate e le braccia tranciate, ancora sospese per un istante, non caddero. Non sanguinarono.
Si dissolsero. Divennero cenere grigia e fine, che piovve silenziosamente all’interno del veicolo.
Davanti a lei, il primo vampiro, ora solo un guscio carbonizzato illuminato d’argento, crollò in ginocchio. E poi, come un castello di sabbia asciutta, si dissolse in un mucchio di polvere identica.
Il silenzio piombò nel furgone, rotto solo dal crepitio delle fiamme all’esterno e dal sibilo morente del pugnale.
Alex stava respirando affannosamente. Non riusciva a muoversi. L’Analista era morto. Miller era morto. Tutta la sua squadra era morta.
E lui era intrappolato in una scatola di metallo con la cosa che li aveva appena salvati.
Sarah non lo guardò. Si voltò lentamente.
La porta laterale del furgone, strappata via dai cardini durante l’attacco, era ora una cornice spalancata sull’inferno.
Oltre il fumo e le fiamme, altri quattro Banu Haqim si stavano avvicinando, i Ghouls che fornivano fuoco di copertura alle loro spalle.
Sarah era ferma davanti all’apertura squarciata del furgone.
Il sibilo del pugnale argenteo era l’unico suono che Alex riusciva a sentire, oltre al proprio respiro affannoso e al crepitio delle fiamme all’esterno.
Oltre il fumo, i cinque Banu Haqim superstiti e i Ghouls armati si stavano riorganizzando, scioccati da ciò che era appena accaduto, ma pronti a finire il lavoro.
Alex era ancora paralizzato, il suo HK416 inutile tra le mani. Il suo mondo era crollato. L’Analista era morto. Miller era morto. Tutta la sua squadra era stata annientata. E lui era intrappolato in una scatola di metallo con la cosa che li aveva appena salvati, una ragazzina di sedici anni che si era mossa più veloce della luce e aveva trasformato tre assassini d’élite in polvere.
Era atterrito.
Ma Sarah, come se non avesse fatto nulla, si fermò.
Non uscì a combattere.
Con una calma surreale, ignorando completamente l’inferno all’esterno e l’uomo armato e terrorizzato alle sue spalle, il pugnale svanì dalla sua mano. Semplicemente, si dissolse.
Si voltò.
Con la tranquillità di chi controlla una lista della spesa, si diresse verso la barella di Elisa.
Alex sussultò, ma non osò muoversi.
Sarah si chinò sull’amica. Le sue dita controllarono delicatamente i tubi, si assicurarono che la sacca del coagulante K-Delta fosse ancora collegata, che il monitor portatile, seppur crepato, emettesse ancora un debole segnale.
Soddisfatta che Elisa fosse, per il momento, ancora viva, le sistemò una ciocca di capelli sulla fronte.
Poi, si raddrizzò.
Si girò verso Alex.
Sul suo viso non c’era traccia della furia glaciale di prima. Non c’era traccia del combattimento. Il suo sguardo era chiaro, i suoi occhi azzurri. Sembrava una ragazza che parla con un compagno di scuola nel corridoio, tra un’ora e l’altra.
Il contrasto tra il suo tono di voce e l’orrore che li circondava – i corpi dei suoi colleghi, il furgone in fiamme, i vampiri che si avvicinavano – spezzò qualcosa nella mente di Alex.
«Beh, Alex…» disse, con una normalità quasi fastidiosa, come se lui fosse que
llo strano. «Cosa fai lì impalato?»
Inclinò la testa verso la barella.
«Mi aiuti a portarla fuori di qua?»