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PUNTATA 7: LA PREDA (parte1)
INT. CENTRO OPERATIVO MOBILE SI - EST. QUESTURA DI PIACENZA - NOTTE
L’esterno era un furgone nero, anonimo, di quelli usati per le telecomunicazioni, parcheggiato in una zona d’ombra.
L’interno era un centro di comando criogenico. Rack di server ronzavano sommessamente. L’aria odorava di ozono e caffè bruciato.
L’Analista, un uomo sulla quarantina in una giacca scura su misura, fissava un triplice monitor. Non stava guardando un bersaglio. Stava guardando un profilo psicologico. Di fronte a lui, Alex, vent’anni, calibrava il sensore ottico del suo fucile d’assalto con la precisione di un orologiaio.
Sullo schermo principale appariva il dossier “Asset Alfa”.
«Soggetto: Sarah Rossi.» L’Analista lesse ad alta voce. «Sedici anni. Liceo Classico. Media dell’otto. Capitano della squadra di pallavolo.»
Alex alzò lo sguardo, un lampo di scetticismo nei suoi occhi verdi. «È una copertura. Un guscio.»
«Ascolta,» continuò l’Analista facendo scorrere il file. «Quattro istituti diversi in tre anni. Liceo di Parma, ‘incidente in palestra, crollo inspiegabile di un’attrezzatura’. Istituto privato a Piacenza, ‘aggressione, due studenti senior ricoverati per shock nervoso’. I rapporti della DIGOS la dipingono come una normale adolescente problematica.»
L’Analista ingrandì una foto sgranata, presa da una telecamera di sicurezza fuori da una fabbrica. «Ma i nostri sensori dicono che questo… “incidente”… ha la stessa firma energetica di quello che ha polverizzato l’Arconte Gangrel, Ferro.»
Alex smise di lavorare. La fredda realtà della missione lo colpì. «Quindi è lei. Davvero.»
«Lei,» confermò l’Analista. «Una ragazzina di sedici anni che gioca a pallavolo è in grado, da sola, di sconfiggere un Arconte. Un’anomalia di livello dieci. Una cosa mai vista prima.»
Sullo schermo, accanto alla foto del liceo di Sarah, comparve un’altra nota, quasi vuota.
Padre: Marco Rossi.
Madre: Sconosciuta. (poss. link a ‘HELENA*’, Asset Primus, arrivata da Londra. Alta priorità).
Un allarme rosso, silenzioso, iniziò a lampeggiare. “SEGNALE ANOMALO CONFERMATO - OSPEDALE CIVILE PIACENZA”.
L’Analista non sorrise. «Si è appena palesata. La preda è in trappola.»
Si voltò verso Alex. «Prepara la squadra “Scalpel”. Tre veicoli, assetto di contenimento. Siamo in movimento. E Alex…»
Alex alzò il mento.
«Questa non è un’operazione militare. È una dissezione psicologica. Tu sei il bisturi. Sei addestrato per questo, hai solo quattro anni più di lei. Usa il suo profilo. Usa la sua vita “normale” contro di lei.»
«Ricevuto,» disse Alex. «Cattura viva.»
L’ingresso del Pronto Soccorso era nel caos.
Sarah era una furia. Stava facendo il diavolo a quattro, cercando di sfondare le porte a vetri dell’area “Codice Rosso”. Era coperta del sangue di Elisa, ma la sua forza era innaturale.
Due agenti della DIGOS, avvertiti dalla SI di “contenere un soggetto instabile”, la stavano bloccando a fatica.
«Signorina Rossi, si calmi!» gridò uno. «Conosciamo la sua situazione, i suoi… trascorsi. Non peggiori le cose!»
«Non capite!» urlò Sarah, la voce rotta dal panico e dalla rabbia. «Sta morendo in un modo che non potete capire! Il suo sangue… non…»
Le porte principali dell’ospedale si aprirono scorrendo, inghiottendo il rumore. Il caos si congelò.
Tre SUV neri, identici e senza contrassegni, avevano bloccato le entrate e le uscite del Pronto Soccorso.
L’ingresso fu un’operazione chirurgica.
Sei uomini in equipaggiamento tattico nero opaco, senza insegne, entrarono in formazione a “Diamante Stretto”. Si muovevano come un’unica ombra.
Alex era in testa, fucile d’assalto HK416 tenuto in “high-ready”, il puntatore laser verde che danzava sul pavimento davanti a lui. Il suo dito era dritto, parallelo al grilletto. Non era lì per sparare. Era lì per dominare.
L’Analista era subito dietro di lui, protetto.
Gli altri quattro operatori della squadra “Scalpel” si divisero istantaneamente, seguendo un protocollo provato centinaia di volte.
L’Operatore 1 (Tecnico) tirò fuori un dispositivo delle dimensioni di un laptop. Un ronzio acuto e quasi impercettibile riempì l’aria. Tutti i cellulari nella sala d’attesa morirono all’istante. L’operatore attivò un jammer a banda larga. Nessuna chiamata, nessun segnale. Iniziò a interfacciarsi con il sistema di sicurezza dell’ospedale dal suo tablet corazzato, isolando l’ala.
Gli Operatori 2 e 3 (Contenimento) ignorarono Sarah. Si mossero verso i pochi civili e infermieri presenti. Le loro armi erano puntate verso il basso. Non urlavano. Parlavano con voce ferma, autorevole. «Signori, per la vostra sicurezza, seguiteci. In silenzio. Adesso.» Stavano creando una “bolla sterile” attorno al bersaglio.
L’Operatore 4 (Medico “Miller”) restò un passo indietro, la sua borsa da campo “FIRSTLIGHT” – più simile a una valigetta tecnologica che a una borsa medica – pronta all’uso.
Il puntatore laser di Alex si posò sul centro della massa del bersaglio.
E Alex congelò.
L’Asset Alfa. La Cacciatrice che aveva ucciso un Arconte.
Era a terra, in ginocchio. Era coperta di sangue, ma sotto lo sporco e il panico c’era il volto descritto nel file. Anzi, il file non le rendeva giustizia. Era una ragazzina bionda, con due occhi azzurri enormi e terrorizzati, un viso ovale da modella. Dimostrava esattamente i sedici anni che aveva. Era bellissima.
Tutta l’adrenalina di Alex, tutta la sua preparazione tattica per combattere un demone, svanì in un istante. Il suo addestramento vacillò.
Come poteva… questa… essere la cosa che stavano cercando?
Sarah non lo guardò nemmeno. Aveva visto solo la borsa medica avanzata dell’Operatore 4.
«Vi prego…» sussurrò, crollando su sé stessa, la forza che l’abbandonava. «Aiutatela. Vi prego, sta morendo. Non è normale… il suo sangue…»
Alex era ancora immobile, interdetto.
L’Analista, un passo dietro di lui, notò l’esitazione del suo miglior operatore. Vide la ragazza in ginocchio, che non combatteva, ma supplicava. Capì in un decimo di secondo. Tutta la loro preparazione aggressiva era inutile. Missione cambiata.
«Miller,» ordinò l’Analista, la voce calma.
Il Medico da campo della SI non esitò. Superò Alex, entrò nella sala Codice Rosso, spingendo via un’infermiera interdetta. «Assumo io la procedura. Uscite.»
Passarono tre minuti di silenzio glaciale. Sarah tremava a terra. Alex non le toglieva gli occhi di dosso, ma aveva abbassato il fucile in “low-ready”.
Miller uscì, sfilandosi i guanti insanguinati.
«Allora?» chiese l’Analista.
«Shock ipovolemico massiccio,» disse Miller, tono professionale. «Agente contaminante sconosciuto nel flusso sanguigno. Aggressivo. L’ho stabilizzata con un coagulante sperimentale K-Delta, ma i suoi organi stanno cedendo. Non reggerà un’ora. Ci serve il laboratorio mobile. Non sopravviverà qui.»
Era lo scacco matto.
L’Analista guardò Sarah. «Hai sentito. La tua amica Elisa morirà in meno di un’ora se resta qui.»
Sarah alzò lo sguardo, gli occhi pieni di terrore. «Cosa… cosa volete?»
«Sappiamo tutto di te, Sarah,» disse l’Analista, freddo. «Sappiamo della pallavolo. Delle quattro scuole. Sappiamo cosa sei. Ora vogliamo sapere come sei diventata così.»
«Io… non…» balbettò.
«Portaci da Helena,» disse l’Analista.
Sarah si strinse le braccia al petto, terrorizzata, confusa. Stava andando in shock.
L’Analista si voltò verso Alex. «È tua. Esegui.»
Questo era l’ordine. Alex era addestrato per questo. Era la sua specialità.
Fece un passo avanti. Ci fu un sibilo pneumatico mentre sganciava le chiusure dell’elmetto balistico. Se lo sfilò.
Sotto l’elmetto non c’era solo un soldato. C’era un ragazzo di vent’anni, bello in modo quasi offensivo. Capelli scuri tagliati alla perfezione, zigomi alti, occhi verdi e penetranti. Era stato addestrato per essere l’arma psicologica perfetta contro soggetti giovani.
Alex slacciò il fucile e lo lasciò a tracolla. Si inginocchiò lentamente, mettendosi al livello di Sarah.
Il suo lavoro era manipolarla. Ma mentre la guardava – così vicina, così bella, così disperata – sentì quella stessa vacillazione di prima. Il suo addestramento gli diceva cosa dire, ma una parte di lui, una parte che non osava rivelare nemmeno a sé stesso, era sinceramente attratta da lei. E questo, ironicamente, avrebbe reso la sua recita ancora più convincente.
«Mi chiamo Alex,» disse. La sua voce era bassa, ferma, completamente diversa da quella fredda dell’Analista. Era la voce di un complice.
Sarah lo fissò, sorpresa dal suo viso, dalla sua età, dal suo tono.
«Ho visto cosa hai fatto nel parcheggio. So cosa sei capace di fare. E so che ora sei terrorizzata. Non per te. Per lei.»
Indicò la porta della sala trauma.
«La tua amica sta morendo,» continuò Alex. «E noi siamo letteralmente gli unici su questo pianeta che possono salvarla. Il suo sangue è… infetto. Noi abbiamo l’antidoto.» Mente con la sicurezza di un professionista.
Si avvicinò ancora un po’, un gesto confidenziale. «Il mio capo ha bisogno di una garanzia. Ha bisogno di sapere che non sei una minaccia. Che tua madre non è una minaccia.»
«Portaci da Helena,» ripeté la voce fredda dell’Analista da dietro.
Alex ignorò il suo capo. Tenne gli occhi fissi su quelli azzurri di Sarah.
«Aiutaci a trovare tua madre, Sarah,» sussurrò, come se fosse un segreto tra loro due. «E io ti giuro che salverò la tua amica.»
Sarah era in trappola. Guardò l’Analista, il fantasma che sapeva tutto di lei. Poi guardò Alex, il ragazzo che le stava offrendo un patto impossibile con occhi che sembravano sinceri.
Chiuse gli occhi. Un ultimo singhiozzo. Era una stupida, una traditrice, ma non aveva scelta.
Annuì, sconfitta.
La sala d’attesa era diventata una base operativa sterile.
Le porte del Codice Rosso si aprirono. L’operatore medico, Miller, uscì spingendo una barella da campo high-tech. Elisa era stata trasferita, ora collegata a un monitor portatile e a una sacca di K-Delta. Era stabile, ma pallida come la morte.
La squadra “Scalpel” aveva formato un perimetro sciolto. Due operatori controllavano le uscite, le armi abbassate ma pronte. Alex si era rialzato, il suo volto di nuovo una maschera professionale, anche se i suoi occhi non lasciavano Sarah.
Sarah era ancora seduta sulla panca, ma la disperazione era svanita, sostituita da una calma glaciale.
L’Analista si mise di fronte a lei, a distanza di sicurezza. Si sistemò gli occhiali. L’interrogatorio era iniziato.
«Parliamo di tua madre,» disse, la voce piatta. «Helena. L’asterisco sul nostro file. È lei la fonte, vero? È lei che ti ha trasformata in questo.»
Sarah non rispose subito. Il suo cervello stava lavorando a velocità doppia.
L’addestramento. Ricordò la voce di sua madre, fredda e precisa durante le loro sessioni nel magazzino. “Sei un’arma. Le armi non parlano. Le armi non hanno opinioni, né informazioni. Se mai ti prenderanno, tu non sai nulla. Tu sei solo la spada.”
Stava funzionando. Erano spaventati, ma erano qui per Helena, non per lei. Poteva usarlo. Stava per scaricare tutto il problema su sua madre. E sapeva, con assoluta certezza, che sua madre li avrebbe fatti a pezzi.
Sarah alzò lentamente la testa.
Il suo sguardo cambiò.
Non era più la ragazzina terrorizzata. Era la Cacciatrice. Gli occhi azzurri diventarono due schegge di ghiaccio. Emulò lo sguardo che aveva visto fare a sua madre centinaia di volte: uno sguardo di assoluta superiorità, di noia letale.
Inclinò leggermente la testa, squadrando l’operatore più vicino, poi Alex, poi di nuovo l’Analista.
«Prima di dirvi qualsiasi cosa,» disse, la sua voce bassa e controllata, priva di ogni tremolio, «mi dovete dare la garanzia che la mia amica sarà salvata. Una garanzia assoluta. Senza quella, non dirò una parola.»
L’Analista stava per replicare, ma Sarah continuò, un sorriso sottile che le piegava un angolo della bocca.
«E se pensate di prendervi le informazioni con la forza…» Il suo sguardo si posò di nuovo su Alex, indugiando per un secondo, «…a guardarvi bene, mi sembrate un po’ leggerini.»
Il silenzio divenne pesante. L’operatore vicino alla porta spostò impercettibilmente il peso, la sua mano che si stringeva sull’impugnatura. Alex non si mosse, ma i suoi occhi si strinsero. La ragazza che aveva cercato di consolare era sparita, sostituita da un predatore alfa. Era atterrito e, in un modo perverso, ancora più affascinato.
Solo l’Analista rimase impassibile. Era addestrato per questo. Il soggetto stava testando i confini della gabbia.
«La tua minaccia è notata, Asset,» disse l’Analista. «Ma non sei nella posizione di negoziare. Sei nella posizione di obbedire.»
«Siete sicuri?» chiese Sarah, divertita. «Siete sicuri di potermi contenere… qui dentro?»
L’Analista la fissò per un lungo secondo. Poi, con un gesto calmo, indicò fuori dalla vetrata principale.
Proprio in quel momento, il furgone nero del Centro Operativo Mobile stava accostando in retromarcia all’ingresso del Pronto Soccorso. Le porte posteriori si aprirono, rivelando non sedili, ma un’unità medica da campo completamente attrezzata.
«Quella è la tua garanzia,» disse l’Analista. «È un’unità di terapia intensiva mobile. Stiamo già caricando la tua amica. Vivrà. Finché tu coopererai.»
Sarah osservò Miller e un altro operatore che spingevano la barella di Elisa verso il furgone. La sua garanzia era sicura. Il suo bluff aveva funzionato.
Tornò a guardare l’Analista, l’intensità del suo sguardo che svaniva, tornando a una neutralità studiata.
«Va bene,» disse. «Vi dirò quello che so.»
Si alzò in piedi. La squadra si irrigidì, ma Alex alzò una mano.
«Mia madre,» disse Sarah, scegliendo le parole con cura, «vi sta aspettando. Io non so nulla dei suoi piani. Non so nulla di Arconti, di Principi o di qualsiasi altra cosa. Io sono solo la sua spada. Se avete domande, dovete farle a lei.»
E buona fortuna, pensò, con una punta di trionfo amaro. Stava portando l’esercito dritto da sua madre.
L’Analista la studiò. Una spada. Un’affermazione ridicola, ma che combaciava con il loro profilo di un’anomalia potente ma controllata da una minaccia superiore. Helena.
«Molto bene,» disse l’Analista. «Allora andiamo a conoscere tua madre.»
Si rivolse ad Alex. «Prepara l’Assetto per il trasporto. Veicolo due. Tu stai con lei.»
I tre veicoli neri della SI — Scalpel-1, il Furgone Operativo e Scalpel-2 — sfrecciavano silenziosi verso la vecchia ferrovia, un convoglio fantasma nell’oscurità industriale.
Nel frattempo, l’imboscata era pronta.