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Creato il 08/07/2026, 10:40 · Aggiornato il 08/07/2026, 10:44

Capitolo 14: Puntata 5 2^ Stagione - la strega di Voghera

@bergadavideDavide
MaturoIn corso

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PUNTATA 5: LA STREGA DI VOGHERA

APPARTAMENTO ROSSI (NUOVO) - SERA

L'appartamento sopra l'erboristeria era quasi sterile. Profumava ancora di vernice fresca e dei mobili nuovi, impeccabili e costosi, scelti da Helena.

Ma l'ordine era rotto.

Ovunque, sul letto, sulla sedia, appoggiate al muro, c'erano le borse e i pacchetti dell'outlet. Sacchetti di carta rigida, scatole di scarpe, loghi di lusso. La stanza di Sarah era un'esplosione felice di normalità.

Era appena uscita dalla doccia. Avvolta in un asciugamano, si fermò in mezzo alla stanza, guardando quel caos. Ieri. Ieri era stato... bello. Per qualche ora, era stato tutto reale. Suo padre che faceva battute stupide, cercando di indovinare i prezzi. Sua madre che, per la prima volta da quando la conosceva, non era la Sacerdotessa Primus. Era solo "Elena", che sorseggiava un caffè con un sorriso rilassato, quasi divertito, mentre lo guardava fare il buffone. Per la prima volta, erano stati una famiglia.

Con un peso sordo allo stomaco, Sarah capì che quella era probabilmente la notte più importante della sua vita fino a quel momento.

Si avvicinò alla finestra. Guardò le luci di Voghera. La gente passeggiava, ignara. Completamente al sicuro nella loro meravigliosa ignoranza. Per tutta la vita, Sarah non aveva mai avuto nulla da perdere. Ma qui, guardando i resti di una giornata perfetta sparsi sul pavimento, capì che non era più vero. Per la prima volta, aveva qualcosa da proteggere. Aveva Elisa, Luca, Sofia. Aveva le amiche della squadra di pallavolo, sentiva un senso di appartenenza che non aveva mai provato prima. Aveva la fragile, ritrovata felicità di suo padre. Aveva il ricordo di ieri.

Stava combattendo per proteggere la loro umanità.

Si voltò verso lo specchio a figura intera. L'asciugamano che le avvolgeva i capelli si sciolse e cadde sulle sue spalle.

Si bloccò.

Si guardò. E per la prima volta, non vide la sua faccia.

Vide il viso di Dama Helena.

Stessi occhi, stessa forma del viso, stessa bocca. Non le assomigliava. Era una sua copia identica.

Un brivido le corse lungo la schiena. Ripensò alla voce di sua madre, fredda e orgogliosa, mentre le passava la borsa firmata: "Sei la mia erede. Devi sembrare tale."

Scosse la testa, scacciando il pensiero. Iniziò a vestirsi. La "copertura".

Niente jeans strappati. Prese i pantaloni neri sartoriali e la camicia di seta color petrolio dai sacchetti. Impeccabile.

Infine, prese il giubbotto di pelle. Pesante, l'odore di lusso quasi soffocante. Non l'aveva scelto lei, e nemmeno suo padre. L'aveva scelto sua madre.

Sarah ripensò a quel pomeriggio. Mentre lei e Marco erano crollati sul divano, Helena si era chiusa nel Covo con il giubbotto. Per ore.

Conosceva sua madre: non era stato un semplice lavoro di sartoria. Helena aveva usato i suoi "fili magici", intessendo nella fodera di seta una "sacca segreta". Un piccolo spazio extradimensionale, invisibile e impalpabile per chiunque altro.

Mentre si guardava allo specchio, fece scivolare la mano destra lungo la fodera interna. Chiuse gli occhi. E con un lampo di volontà – solo sua – le sue dita non trovarono la cucitura. Affondarono oltre la seta, in uno spazio freddo che non esisteva. Le sue dita sfiorarono l'elsa fredda del Sigillo della Sibilla.

L'arma era lì. Celata alla perfezione. Nascosta dentro il simbolo di lusso che sua madre le aveva imposto.

TOC TOC.

La porta della sua camera si aprì con un colpo leggero.

Marco era appoggiato allo stipite. Era raggiante. Indossava la sua camicia migliore, quella di lino blu.

"Allora," disse, la voce piena di un'euforia che fece quasi male a Sarah. "Si può vedere la mia campionessa? Sei... wow. Stai benissimo, Sarah."

Lei si voltò, forzando un sorriso nervoso. "Grazie, papà. Non è un po' troppo?"

"Troppo? È perfetto!" Si avvicinò, guardando con approvazione anche il caos dei sacchetti. "Vedo che hai messo la roba nuova. Tua madre ha buon gusto, devo ammetterlo." Si fermò, tempestandola di domande. "Nervosa? Non esserlo. È lui che deve essere agitato. Come si chiama? Andrea, giusto? Mi sembra un bravo ragazzo. Ti porta a cena fuori?"

Sarah rise, un suono sottile. "Papà, calmati. È solo un'uscita."

"È la prima uscita," la corresse lui, improvvisamente serio, ma felice. "È importante. Come quando io... be', non importa," disse, notando lo sguardo di Sarah. "Ai miei tempi ero un disastro, ma un disastro di successo," scherzò, cercando di allentare la tensione. "Facevo strage di ragazze. Aspetta." Frugò nella tasca dei jeans. "Ho una cosa per te. Non è... roba firmata," disse, accennando ai sacchetti. "È solo un pensiero. Per stasera."

Le porse una piccola scatola di velluto blu, un po' lisa.

Sarah la aprì.

Dentro, c'era una spilla per capelli. D'argento brunito, a forma di una singola, elegante foglia di quercia.

Quando Sarah la toccò, sentì calore. Un calore puro, incondizionato, che sapeva di casa.

"È... bellissima, papà."

"Era di mia nonna," disse lui, impacciato. "Si dà per... be', per le cose importanti. Gira."

Sarah si voltò. Marco, con dita delicate, le raccolse una ciocca di capelli e fissò la spilla. Il metallo caldo le toccò la tempia. Un talismano benedetto dall'amore di un innocente era stato attivato.

"Perfetta," mormorò Marco, guardandola nello specchio. Il suo sguardo si addolcì, perso nei ricordi. "Mi ricordi lei, sai? Quella sera a Parigi."

Sarah annuì, conoscendo la storia.

"Vent'anni fa," disse lui, gli occhi fissi su un punto lontano. "Ero spiantato, suonavo a Pigalle. E lei era lì. Seduta da sola. Sembrava... intoccabile. Tutti avevano paura di guardarla. Io no." Rise tra sé. "Mi sono seduto. Non ho chiesto. Ho solo ordinato un altro bicchiere per lei. Ci vuole un certo fegato con donne come Helena. Donne che sembrano fatte di ghiaccio e seta."

Tornò a guardare Sarah. "La cosa strana è... guardo le foto di quel giorno. Io sono invecchiato. Lei... non un giorno. È incredibile."

Un ronzio sottile, non udibile da orecchie umane, vibrò nella testa di Sarah. Era Elisa.

È ora. Sono sotto.

Sarah si raddrizzò. Il calore della spilla sulla tempia contrastava con il gelo del Sigillo nascosto sotto la sua giacca.

"Devo andare, papà. È qui."

"D'accordo." Marco la strinse in un abbraccio forte, vero. "Divertiti, Sarah. Davvero. Te lo meriti."

Sarah uscì dalla stanza, lasciando suo padre nel calore dell'appartamento, circondato dalla loro finta, perfetta normalità. Scese le scale. Dama Helena era già nel Covo.

Aprì il portone. Elisa la aspettava nell'ombra del vicolo, il viso pallido e teso.

"Pronta?" chiese la strega.

"No," disse Sarah, sistemandosi il giubbotto di pelle. "Ma andiamo.”

VILLA MALASPINA

- CRIPTA PRIVATA -

NOTTE

Il caveau di Don Nicolò Malaspina non conteneva oro. Conteneva potere. L'aria era immobile, fredda, e odorava di pietra antica, polvere di secoli e sangue secco.

L'Anziano Ventrue era in piedi davanti a un altare di marmo nero, su cui poggiava un piatto fondo di ossidiana.

Aprì un cofanetto di piombo.

All'interno, su un cuscino di velluto logoro, c'era una mano mummificata, avvizzita, con gli artigli serrati in uno spasmo eterno.

Malaspina la fissò. Non la vedeva da secoli.

E ricordò.

Il ricordo non è sbiadito. È vivido. Viene evocato con la forza di un trauma. Era di nuovo lì, e il ricordo lo travolse.

Non era ancora il Principe. Era un giovane Anziano, arrogante e assetato di potere. E aveva paura.

Era l'unica volta, nella sua lunga, orgogliosa non-vita, che l'aveva provata.

Il cielo sopra Voghera era verde. Fiamme malate, fredde, lambivano i campi.

Lui non era solo. Erano in dieci. Una squadra da guerra inviata dal Principe di allora per reclamare quel territorio, per stabilire la Jalad (il predominio assoluto sulla contea).

Dieci vampiri, tra cui guerrieri Brujah e sentinelle Gangrel.

E al suo fianco, c'era lui. Il suo Compagno di Sangue. Colui che era stato Abbracciato nella sua stessa notte, dal loro comune Sire. Colui che ora tutti chiamavano l'Oracolo.

Allora, erano solo due predatori, due fratelli di sangue che cercavano di sopravvivere.

E contro di loro, c'era Lei.

La Strega di Voghera.

Era un mostro di pura magia primordiale, un essere assurdamente potente che trattava i Dieci vampiri come un lupo gioca con i topi.

Ricordava ancora il fuoco verde che non bruciava, ma disfaceva. Ricordava i Brujah trasformati in statue di sale urlante. Ricordava il suo stesso terrore quando il braccio con cui reggeva lo scudo era stato quasi polverizzato da un colpo di pura entropia.

E ricordava il grido.

Un grido acuto, disumano, che era stato del suo Compagno di Sangue, un attimo prima che la Strega, con un gesto annoiato, gli strappasse un occhio dalla testa.

Li stava massacrando.

Ci erano voluti entrambi. Non la forza, ma l'inganno. Il tradimento. Un rituale oscuro che avevano preparato, un patto siglato nel sangue di un innocente per vincolarla.

L'avevano sconfitta. A stento.

Fu da quelle ceneri che nacque il suo Principato. E fu da quel sangue che venne siglato il "Patto del Silenzio" tra le loro stirpi.

I trofei di quella vittoria erano stati divisi. Lui, il Ventrue, tenne la mano, come simbolo del suo controllo sul Dominio. Il suo Compagno, già perso nella sua nuova visione spezzata, nella sua follia, pretese l'occhio che lei gli aveva preso, e che ora teneva come suo.

Con un ringhio sommesso, Malaspina tornò al presente. Quella paura non l'avrebbe provata mai più. Ora, l'avrebbe usata.

Prese un bisturi d'argento e, con gesto quasi rituale, si aprì il palmo della mano sinistra. Il suo sangue, antico e quasi nero, colò nel piatto di ossidiana. La Vite di un Anziano.

Prese un taccuino rilegato in pelle umana e, intingendo una penna d'oca nel suo stesso sangue, scrisse una singola frase in latino:

Debitum meum, potentia tua.

(Un mio debito, il tuo potere).

Firmò col suo sigillo. Era una cambiale in bianco. Un favore concesso per un favore ricevuto.

Il sangue nel piatto di ossidiana iniziò a fumare, sfrigolando violentemente. L'immagine nebbiosa di un seminterrato allagato e putrido apparve.

Una voce, carica di una follia divertita e umida, gorgogliò dall'oscurità.

"Conte... Conte... Conti i tuoi debiti? Sprechi il tuo prezioso sangue."

"Basta," tagliò corto Malaspina. La sua Disciplina Autorità (Dominate) vibrava nella sua voce, anche se sapeva che era quasi inutile contro quel... Compagno. "Riscuoto l'antico favore. Il Patto."

"Un favore grande, grande," gorgogliò l'Oracolo. "Cosa vuole il Conte-Re-Spezzato? Cosa vuole il Principe senza trono?"

La rabbia divampò in Malaspina, ma la controllò. "Voglio la tua 'Bomba Atomica'," disse, indicando la mano avvizzita nel cofanetto. "Voglio lei. Voglio la Strega."

L'Oracolo tacque. L'immagine tremolò. Per un attimo, Malaspina pensò che il collegamento fosse stato interrotto. Poi, il sussurro.

"Lei dorme... Lei è polvere..."

"Svegliala," ordinò Malaspina. "Costruisci il tuo Golem. Costruiscilo con l'essenza di questo."

Con un atto di volontà, Malaspina proiettò l'essenza della mano nel rituale. Il piatto di ossidiana divenne gelido, incrinandosi.

"È nel suo nuovo nido. L'edificio dell'erboristeria. Uccidi Dama Helena."

L'Oracolo ridacchiò, un suono umido che sembrava provenire da una fogna.

"Si farà. Il favore è pagato. La bomba è armata."

"Assicurati che colpisca," disse Malaspina, chiudendo il rituale.

"Oh, colpirà," sibilò l'Oracolo, prima che l'immagine svanisse.

Malaspina rimase solo nel buio, convinto della sua imminente, strategica vittoria.

L'Oracolo Malkavian rise, un suono gutturale che fece vibrare l'acqua sporca ai suoi piedi. L'essenza della Strega, un'ombra urlante, pulsava nel suo rifugio.

"Pazzo. Conte pazzo," mormorò. "Pensa di controllare. Pensa che il Patto fosse tra noi."

L'Oracolo onorò il patto. Era obbligato. Con un gesto svogliato, scagliò l'essenza corrotta verso Voghera. Il Golem si sarebbe formato. Sarebbe stato un diversivo perfetto.

Mentre la Strega veniva scatenata, l'Oracolo si voltò verso la sua vera mossa. La sua vera ossessione.

Ignorò Malaspina. Ignorò la Strega. Ignorò Dama Helena.

Si avvicinò alla sua mappa, fatta di vene, spago e fotografie rubate.

Fissò la foto di Sarah. "FIAMMA PALLIDA".

L'Oracolo mise due dita nell'acqua putrida e fischiò. Un suono acuto, da topo.

Dalle crepe, dai tubi, emersero.

Ghoul.

Ventiquattro. Magrissimi, deformi, con arti innaturalmente lunghi e occhi bianchi e lattiginosi. Erano i suoi "raccoglitori".

L'Oracolo indicò la foto di Sarah. "Piacenza," sibilò. "Lei. La Fiamma."

I Ghoul chinarono la testa, sbavando.

"Niente morte," li fermò l'Oracolo, la sua voce improvvisamente lucida e gelida. "Niente battaglia. Un obiettivo solo. Veloce. Silenzioso."

Indicò un singolo, sottile filo di spago che pendeva sulla mappa.

"Questo," disse. "Un capello."

Non vuole ucciderla. Non vuole rapirla. Vuole un campione. Una traccia di sangue. Un capello.

"Portatemi un suo capello," sibilò l'Oracolo, l'occhio che gli era rimasto che brillava di follia profetica. "È l'unica cosa che serve. Per svegliare il Re Sotto la Collina."

I ventiquattro Ghoul si tuffarono nell'acqua putrida, scomparendo nei tunnel della città, diretti a Piacenza.

Il vero gioco era iniziato.

GALLERIA D'ARTE MODERNA RICCI ODDI - NOTTE FONDA

L'ambientazione è perfetta: un mausoleo di silenzio. Territorio neutrale.

Il museo è chiuso, buio, fatta eccezione per il centro della sala principale. Lì, un lucernario proietta un cono di luce lunare fredda sul pavimento di marmo.

Elisa è in piedi al centro di quel cono di luce. È un bersaglio perfetto.

Un metro esatto dietro di lei, appena fuori dalla luce diretta, c'è Sarah.

È immobile. La sua postura non è rilassata; è quella di una guardia del corpo, di un deterrente visibile. Il giubbotto di pelle firmato sembra un'armatura tattica in quel contesto.

Sarah osserva Elisa. Vede le sue spalle tese.

Sente l'efficacia delle settimane di addestramento infernale. Il dolore, la paura, il sangue condiviso nel Covo. Si chiede se sia lo stesso per Elisa. Si chiede se anche la strega senta quel legame strano, forgiato nella violenza, che ora le unisce.

Ora capisce il peso della sua presenza. Non è lì per nascondersi. È lì per essere vista. È la minaccia nucleare tenuta al guinzaglio, la garanzia che questo incontro rimanga solo diplomatico.

Il silenzio dura un minuto intero. L'aria è così tesa che potrebbe spezzarsi.

Elisa sta tremando, ma Sarah riconosce i segni. Sta canalizzando. Non sta preparando un attacco; sta usando la sua magia per un sigillo interno. Sta rallentando il suo battito cardiaco, impedendo alle mani di sudare, sigillando i suoi pori per non mostrare l'odore della paura.

Dama Almerinda non entra.

Semplicemente, è lì.

Si è staccata da un'ombra profonda vicino a un pilastro, perfetta nel suo abito di seta nera, bella e terrificante come un angelo caduto. Il freddo innaturale che emana fa scendere la temperatura della sala di diversi gradi.

Sarah sente il freddo come una stilettata. La sua mano destra si sposta impercettibilmente verso la fodera del giubbotto, dove riposa il Sigillo.

Almerinda la ignora. Il suo sguardo non è di odio. È di disprezzo. Lo stesso disprezzo che si riserva a un insetto fastidioso che è sopravvissuto alla disinfestazione. E quel disprezzo è tutto per Elisa.

"L'Adepta," sibilò Almerinda, la sua voce un sussurro melodioso che echeggiò nel marmo. "La tua Dama ti manda a morire una seconda volta?"

Sarah strinse il pugno.

Elisa, la sua voce piatta e controllata dal suo stesso rituale, recitò le parole di Helena.

"La mia Dama accetta la tregua. I Tremere sono il nemico comune. Noi li gestiremo. Voi dovrete gestire... la spazzatura locale."

Un riferimento non troppo velato a Malaspina e all'umiliazione del Midian.

Almerinda sorrise. Un sorriso che non arrivò agli occhi. Sa che Elisa si riferisce alla sua umiliazione.

"Il Principe Giangaleazzo sigillerà il Dominio. Nessun Fratello interferirà con la... disinfestazione del Consiglio."

Il suo sguardo, per un solo istante, guizzò su Sarah.

"Ma la Cacciatrice deve rimanere al guinzaglio. Se un altro Fratello dovesse cadere per mano sua... la tregua finirebbe."

"La Cacciatrice risponde a Dama Helena," replicò Elisa. "E Dama Helena vuole solo i maghi di Vienna. Finché i vostri topi resteranno nelle fogne, lei resterà concentrata sulla preda."

L'accordo è fatto.

Ma non è finita.

Almerinda fa un passo avanti. E poi un altro, violando lo spazio personale di Elisa.

Sarah si irrigidì. La sua mano ora stringeva l'elsa del Sigillo. Questo era il limite.

Almerinda era così vicina che Elisa poteva sentire il freddo innaturale che emanava da lei e il profumo di rosa appassita. Lo stesso veleno d'ombra che l'aveva quasi uccisa.

Il vampiro ignorò completamente Sarah. Parlò sottovoce, solo per Elisa.

"Quando i maghi saranno cenere... quando la tua Dama tornerà a Londra... io verrò a cercarti, piccola strega."

Si chinò verso il suo orecchio.

"E finirò quello che ho iniziato nella fabbrica. E questa volta, non ci sarà nessuna Cacciatrice a salvarti."

Almerinda si voltò con la fluidità di un serpente e, senza fare rumore, svanì di nuovo nelle ombre da cui era venuta. Se n'era andata.

Il freddo svanì con lei.

Sarah lasciò andare l'elsa del Sigillo, il cuore che le martellava. Non era politica. Quello era odio puro.

Elisa rimase sola nella luce della luna per un secondo, poi la sua magia di controllo cedette. Crollò contro una colonna vicina, tremando.

Ma Sarah vide il suo viso. Non era paura. Era un odio così profondo da soffocarla.

Sarah fece un passo per aiutarla, ma in quell'istante...

BZZZT.

Il suo telefono criptato vibrò nella tasca del giubbotto.

Lo estrasse. Un singolo messaggio. Mittente: LUCA.

LIVELLO ALLERTA: ROSSO. MINACCIA OSTILE MULTIPLA (24) IN ROTTA DI INTERCETTAZIONE SULLA VOSTRA POSIZIONE. OBIETTIVO: V...

Il messaggio si interruppe.

Sarah alzò di scatto la testa. Ora capiva l'importanza di essere lì. L'incontro con Almerinda non era la missione. Era l'esca.

Il rumore non era un passo.

Era un fruscio. Secco, multiplo, da ogni angolo buio della galleria. Come di ragni su cemento.

Dalle ombre che Almerinda aveva lasciato, dalle grate di ventilazione sul pavimento, dai corridoi bui.

Stavano emergendo.

Figure magre, pallide, con occhi bianchi e lattiginosi.

I ventiquattro Ghoul dell'Oracolo.

La trappola era scattata.

IL COVO (EX ERBORISTERIA) - NOTTE

Al centro del Covo, c'era un essere di intento gelido e potere antico.

Era la Sacerdotessa Primus.

Era avvolta nel suo mantello da battaglia. L'esterno era nero come un vuoto, un'ombra che divorava la poca luce del magazzino. Ma quando sollevò le braccia, l'interno si rivelò in un lampo di viola violento, il colore di un fulmine intrappolato nella seta.

Le sue labbra, che fino a un attimo prima erano naturali, ora erano nere, ma di un nero che scintillava. Erano state unte con polvere di ametista.

La sua mano destra era armata. All'indice portava un anello d'argento affilato, lungo quanto il dito stesso. Al suo cuore, una massiccia ametista viola non brillava: bruciava. Emetteva un canto sommerso, una singola, pura nota di potere che faceva vibrare i denti.

Luca e Sofia erano atterriti. Non stavano più guardando un'alleata; erano in presenza di qualcosa di incomprensibile, una divinità di guerra bella e terrificante.

L'aria nel magazzino era gelida, odorava di ozono, argento e cemento. Dama Helena era al centro dello spazio, immobile, di fronte ai suoi monitor. Luca e Sofia erano alle loro postazioni, la tensione che si tagliava col coltello.

BZZZT. BZZZT.

Il cellulare personale di Luca vibrò. Non quello criptato. Una "soffiata".

"Leggi," ordinò Helena.

Luca deglutì, gli occhi che scorrevano il testo. Il suo viso perse ogni colore.

"Dama... c'è qualcosa che si sta muovendo. Nel sottosuolo. Dice... ventiquattro. Ventiquattro 'esseri'. Non umani. Dice che 'corrono come ragni'."

L'ametista all'anulare di Helena divenne più calda, un bagliore viola appena percettibile. "Direzione?"

Luca alzò lo sguardo. "Dice... Piacenza. Stanno andando dritti verso la Galleria Ricci Oddi."

Silenzio.

Helena capì. Istantaneamente. Il doppio gioco dell'Oracolo. L'esca diplomatica. Il vero obiettivo era Sarah.

"Sofia," la voce di Helena fu piatta come il ghiaccio. "Messaggio. Criptato. A Sarah. Adesso."

"Cosa... cosa scrivo?"

"Livello di allerta: ROSSO. Minaccia ostile multipla, ventiquattro elementi, in rotta di intercettazione sulla vostra posizione (Piacenza). Obiettivo: voi. Autorizzate ad ingaggiare."

Le dita di Sofia volarono sulla tastiera.

"Mandato."

CLICK.

Nell'istante esatto in cui Sofia premette "Invio", l'aria nel Covo cambiò.

Non fu un teletrasporto. Fu un'aggregazione.

Il rituale dell'Oracolo, alimentato dal patto di Malaspina, sta usando l'essenza della Strega per costruire un Golem sul posto. È magia di evocazione di alto livello, che usa il Covo stesso come catalizzatore.

La polvere negli angoli iniziò a sollevarsi, danzando in vortici innaturali. Ragnatele secche si staccarono dalle travi. Una macchia di sangue secco sul pavimento – lasciata da un operaio – iniziò a fumare, sfrigolando. L'ametista di Helena divenne incandescente, proiettando una luce viola.

Al centro della stanza, la polvere, il sangue e le ombre si unirono. La materia si contorse, prendendo forma. Era una figura femminile, alta, avvolta in stracci che sembravano fatti di ombra e terra secca. Il costrutto si solidificò. Il suo viso era coperto da una maschera di legno marcio, ma da sotto quella maschera, Helena poteva sentire un potere antico, corrotto, e terribilmente familiare.

L'essenza della Strega di Voghera.

Helena, immediatamente entrò in modalità combattimento. Le sue priorità sono tecniche, non emotive. Divide la sua concentrazione e il suo potere in tre flussi.

Prima che il costrutto potesse muoversi, Helena agì.

Prima Azione: la Barriera (Protezione).

La sua mente non attaccò. Si estese verso l'alto, attraversando il cemento armato. Con un atto di volontà pura, eresse un sigillo di protezione impenetrabile attorno all'appartamento al piano di sopra. Marco, il Consanguineo, era al sicuro. La sua ancora di potere era protetta.

Seconda Azione: l'Arena (Occultamento).

Il suo secondo pensiero fu la Masquerade, il Velo. Allargò le braccia e il suo potere esplose verso l'esterno, sigillando il Covo. Un Sigillo di Occultamento di altissimo livello. L'effetto era doppio: all'esterno, i mortali non avrebbero né visto né sentito nulla; le loro menti sarebbero state deviate. Se qualcuno fosse entrato, la magia avrebbe cancellato la sua memoria a breve termine all'istante.

Aveva diviso il suo potere. Stava combattendo con un handicap autoimposto.

Terza Azione: l'Evacuazione.

Solo ora si rivolse alla creatura, e ai suoi assistenti.

"Sofia, Luca. Uscite. Sigillate il Covo da sopra. Ora," ordinò, senza distogliere lo sguardo dal costrutto.

"Ma Dama..." balbettò Luca.

"ORA!"

I due umani fuggirono su per le scale, chiudendo la pesante botola d'acciaio. Il suono metallico fu definitivo.

Helena rimase sola con l'intruso. L'ametista al suo dito brillava di luce viola, proiettando ombre lunghe e danzanti.

Il costrutto della Strega inclinò la testa. Una voce, come foglie secche che strisciano sul cemento, uscì dalle sue labbra Morte.

"Sorella..."

L'aria divenne immobile.

"Così Malaspina ti ha tirato fuori dalla tua tomba di fango," disse Helena, la sua voce gelida. "O almeno, ha tirato fuori quello che ne resta."

"Sorella," sibilò di nuovo la Strega, riconoscendola. "La piccola, obbediente Helena. La preferita della Primus."

"Tu hai tradito la Primus," replicò Helena, i suoi occhi che tradivano un antico dolore. "Hai tradito la Sibilla. Hai scelto il potere impersonale."

"Il potere È impersonale!" gridò la Strega. "E tu l'hai lasciato per... questo? Per i mortali? Per una figlia ibrida?"

Iniziò il duello.

Non fu uno scontro di proiettili. Fu un duello di concetti. Luce contro Oscurità. Vita contro Morte.

La magia della Strega è Entropia. La magia di Helena è Creazione.

La Strega attaccò per prima. Non lanciò nulla. Semplicemente, estese la sua volontà.

Sollevò la mano avvizzita e l'aria intorno a lei morì. I colori sbiadirono. Le travi d'acciaio sopra la sua testa iniziarono a gemere, la ruggine che vi sbocciava sopra visibilmente, corrodendo il metallo in secondi. Era un'ondata di pura necrosi.

"Tutto marcisce, sorella. Anche la tua speranza," sibilò.

Helena non si mosse. Sollevò la sua mano, quella con l'anello di ametista.

Incontrò l'onda di decadimento non con una barriera, ma con un impulso di vita.

Una luce viola, calda e vibrante, si espanse da lei. Dove la luce toccava la ruggine, il metallo veniva riparato all'istante. Dove l'aria era morta, tornava a circolare.

"La vita trova sempre un modo," replicò Helena.

La Strega scattò in avanti, più veloce di un serpente. Schiantò un pugno contro il pavimento.

Un cerchio nero di polvere si espanse da lei. Il cemento sotto i piedi di Helena non si ruppe: si disfece. Divenne sabbia, poi polvere fine, cercando di farla sprofondare.

"Sei debole!" gridò la Strega. "Siamo entrambe eredi del sangue! Ma io l'ho abbracciato! Tu l'hai diluito!"

Helena arretrò di un passo. Chiuse gli occhi per un secondo. Non cercò il Sigillo. Cercò in alto.

Attraverso il soffitto, attraverso la sua stessa barriera, percepì la presenza di Marco, addormentato e al sicuro. Il suo sangue. Il sangue della linea della Sibilla, puro, inconsapevole. Il Consanguineo.

Quell'amore, quella connessione che la Strega disprezzava, fluì in lei. Un amplificatore arcano che il Golem non poteva calcolare.

Helena aprì gli occhi.

L'ametista al suo dito brillò di una luce accecante.

"Tu hai scelto il potere," disse Dama Helena, la sua voce che ora echeggiava con una doppia tonalità, mentre il pavimento di polvere sotto i suoi piedi si ricompattava in solido cemento. "Io ho scelto per cosa usarlo."

La Strega ruggì, riconoscendo la fonte di quel potere. Era la vita pura, l'antitesi della sua magia.

Sollevò entrambe le mani. Tutta l'oscurità del Covo si raccolse in lei, strisce di pura corruzione si formarono e sferzarono l'aria come fruste nere.

"Allora muori per questo!"

Helena sollevò la sua mano. L'aura viola della Sacerdotessa Primus divampò, incontrando l'oscurità.

Lo scontro tra le due eredi della Sibilla fece tremare le fondamenta dell'edificio.

Il duello di alta magia infuriava. L'aura viola della Vita, potenziata dal Consanguineo, e l'aura nera della Morte, alimentata dall'essenza corrotta, si scontravano al centro del Covo.

La Strega ruggì. Riconobbe la fonte del potere di Helena: la connessione con la vita di Marco, al piano di sopra. Era un'ancora che lei, un essere di pura entropia, non poteva spezzare con attacchi convenzionali.

Capì che non poteva vincere una guerra di logoramento.

Doveva usare tutto.

Il costrutto si fermò.

Sollevò entrambe le mani.

Questa volta, non attaccò. Tutta l'energia del Covo iniziò a convergere su di lei. Gli stracci di ombra e legno marcio che formavano il suo corpo iniziarono a sbriciolarsi, non cadendo a terra, ma venendo assorbiti in lei.

Stava consumando se stessa.

Tutto il suo potere oscuro, tutta l'essenza che Malaspina e l'Oracolo le avevano concesso, si concentrò in un unico punto tra le sue mani artigliate.

Si formò una sfera di oscurità così densa da inghiottire la luce viola dell'ametista di Helena.

"Sei debole perché ti aggrappi alla vita!" sibilò la Strega. "Io ti darò la Morte!"

Consumando l'ultimo frammento del suo essere, scagliò il Raggio di Morte.

Un fascio nero come il vuoto, privo di luce, che sibilò attraverso il Covo, puntando dritto al cuore di Helena.

Helena vide il raggio di pura entropia arrivare.

Sapeva che le sue barriere divise non avrebbero retto. Sapeva che il suo potere canalizzato non era sufficiente.

Non usò la mano armata. Non usò l'anello.

Fece una scelta.

Sollevò la mano sinistra. La mano nuda. La mano umana.

La portò al petto, toccando il suo cuore attraverso il mantello da battaglia.

E attinse. Non al potere di Marco. Non al potere della Sibilla.

Attinse al costo.

Lanciò un Raggio di Luce.

Non viola, non arcano. Un raggio di pura luce bianca, pura Vita, che esplose dal suo petto, guidato dalla sua mano nuda.

Il raggio nero della Morte e il raggio bianco della Vita si scontrarono a metà del Covo.

Non ci fu un'esplosione. Ci fu un annullamento.

L'aria vibrò.

La luce di Helena, alimentata da un sacrificio che la Strega non poteva comprendere, consumò il raggio di morte. Lo inghiottì.

Il raggio bianco proseguì, inarrestabile, e colpì il costrutto della Strega.

La creatura non urlò. Non esplose.

Semplicemente, divenne polvere. L'essenza corrotta fu cancellata dall'esistenza.

Il silenzio calò nel Covo. Un silenzio pesante, assoluto.

Helena ansimò, un suono aspro.

La luce viola dell'ametista si spense. Il canto sommerso dell'anello tacque.

E l'aura di giovinezza... svanì.

Il velo di magia che la manteneva impeccabile, la sua "maschera" da Sacerdotessa Primus, il glamour che proiettava per il mondo... collassò.

Il suo viso cambiò.

Non era più la donna di quarant'anni. Comparve il viso della strega che è in realtà, rivelando i suoi veri, inconcepibili anni.

La sua pelle perse colore, divenne pallida e tesa come pergamena sulle ossa. Sottili rughe, come una ragnatela delicata, apparvero ai lati degli occhi e della bocca.

E le labbra.

Il rossetto nero, la polvere di ametista che le dava potere alla voce, si sfumò. Svanì come fumo, lasciando le sue labbra scoperte, pallide e avvizzite.

Si appoggiò pesantemente a una colonna, tremando, non per la battaglia, ma per la fatica profonda di aver usato la sua stessa forza vitale come arma.

Il Covo era salvo.

Ma la Sacerdotessa Primus era, per la prima volta, esposta.

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