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← Sarah l'ammazzavampiri

Creato il 01/07/2026, 10:13 · Aggiornato il 01/07/2026, 10:16

Capitolo 12: 2^ serie 3^ puntata Il sacco

@bergadavideDavide
MaturoIn corso

Avvertenze (opera)

  • Copertina AI
  • Sangue
  • Violenza
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STAGIONE 2, PUNTATA 3 IL SACCO

La serranda arrugginita del vecchio magazzino di logistica vicino alla ferrovia stridette, sollevandosi non per una catena unta, ma per un gesto pigro della mano di Helena. L'insegna "VENDESI", sbiadita dalle intemperie, pendeva ancora sopra l'ingresso.

L'interno, tuttavia, non odorava di muffa e olio per motori.

L'odore era sterile: cemento pulito, ozono e una traccia di argento. Helena non aveva trovato un rifugio; ne aveva comprato uno. L'intero edificio. Il suo budget non era un ostacolo, era un'arma.

Il vasto spazio era illuminato non dai neon rotti sul soffitto, ma da sei sfere di luce magica e fredda che fluttuavano immobili a mezz'aria, proiettando ombre nette sul pavimento. Al centro, tracciato con una precisione che sapeva di ossessione, non c'era gesso, ma un cerchio perfetto di argento in polvere e sale nero dell'Himalaya. Era un'arena. Un laboratorio.

Helena era al centro, immobile. Indossava pantaloni da yoga neri e un top tecnico che aderiva al suo fisico. Sembrava una statua greca che aveva deciso di dedicarsi al fitness, una visione di calma letale.

Di fronte a lei, separate da pochi metri, c'erano le sue due armi disfunzionali.

Sarah era un fascio di rabbia repressa. Indossava la sua tenuta da pallavolo, le ginocchia che battevano ritmicamente, i pugni che si aprivano e chiudevano. L'aria stessa del magazzino le sembrava sbagliata, la magia le faceva prudere la pelle. Trovava l'intera situazione rivoltante: dover combattere, dover imparare la magia, e soprattutto, doverlo fare in squadra con Elisa.

Elisa, al contrario, era letteralmente vibrante.

Per lei, non era un castigo; era un'investitura. Indossava una veste da combattimento del Consiglio, semplice e pratica, e teneva il suo bastone di frassino con riverenza. I suoi occhi brillavano guardando i glifi del cerchio.

Si sporse verso Sarah, la voce bassa per l'eccitazione.

"Non capisci, Sarah? È la 'Sinergia della Lama e del Verbo'! L'ho letto in così tante saghe... i più grandi eroi del Consiglio combattevano così. Un guerriero come scudo e spada, e un mago come cannone e supporto!"

Il suo sguardo si spostò su Helena, pieno di soggezione. "E stiamo per farlo... contro la Sacerdotessa Primus. È l'onore più grande."

Sarah la fulminò con lo sguardo. "Sembra una convention di sfigati. Sta' zitta."

"Basta chiacchiere." La voce di Helena era piatta, senza eco, e tagliò l'entusiasmo di Elisa come un bisturi. "L'obiettivo delle prossime due ore è semplice."

Il suo sguardo le inchiodò entrambe.

"Dovete colpirmi. Una sola volta. Insieme."

Sarah non aspettò. La parola "insieme" era rumore di fondo. Per lei, c'era solo un bersaglio che le aveva rovinato la vita.

Scattò.

Fu un'esplosione di velocità, la stessa furia che aveva polverizzato Ferro. Mirò al plesso solare di Helena.

"Sola."

Helena non alzò nemmeno una mano. Un muro di forza invisibile e solido come il granito si materializzò a un metro da lei. Sarah ci si schiantò contro come se avesse colpito un camion. L'impatto le mozzò il fiato, facendola volare all'indietro sul cemento duro.

Mentre Sarah cercava ancora di rimettere aria nei polmoni, Elisa agì.

"Vincolo della Terra! Le ombre del suolo ti..."

Stava cantilenando, la sua voce che si caricava di potere, il bastone che si illuminava.

"Lenta."

Helena non si mosse. Sbatté un piede a terra.

WHOM.

Un'onda di pura contro-magia si espanse da lei, colpendo Elisa come un'onda d'urto sonora. Il rituale della strega si spense all'istante, come una candela in un uragano. Elisa crollò su un ginocchio, ansimante, il suo potere soffocato prima ancora di nascere.

Rimasero entrambe a terra, separate, sconfitte.

Helena era ancora al centro del cerchio. Non aveva un capello fuori posto.

"La Task Force Ombra non è una sola persona," disse, con freddo disprezzo. "È una squadra. La Garguglia ti avrebbe già spezzato il collo, Cacciatrice, mentre l'Anti-Mago avrebbe già pugnalato l'Adepta mentre recitava la sua poesia."

Le guardò dall'alto in basso.

"Siete separate. Siete rumorose. Siete morte."

Si sistemò il top.

"Di nuovo."

Le due ore successive furono un inferno metodico.

Ogni attacco solitario di Sarah veniva deviato, bloccato o assorbito. Ogni incantesimo di Elisa veniva annullato, deviato o le si ritorceva contro. Le poche volte che provarono a coordinarsi, il loro tempismo fu disastroso. Helena usò la carica di Sarah per bloccare la linea di tiro di Elisa; usò un incantesimo di luce di Elisa per accecare Sarah. Le mise l'una contro l'altra senza sforzo.

Allo scoccare della mezzanotte, erano due stracci sudati, coperti di lividi e umiliazione.

"Patiscenti," fu l'unica parola di Helena. "Domani. Stessa ora."

Si voltò e uscì dal magazzino, la serranda che si abbassava dietro di lei con un gemito definitivo, lasciandole sole nella luce fredda e nel silenzio.

Elisa, dolorante ma ancora stranamente euforica, si avvicinò a Sarah. "Hai visto? Ha usato la Disgiunzione di Quarto Livello! È incredibile! Se solo riusciamo a sincronizzare il tuo scatto con il mio..."

"STA' ZITTA!" La rabbia di Sarah, repressa per due ore, esplose. "STAI ZITTA E BASTA!"

Afferrò il suo borsone e corse fuori dalla porta di servizio, sbattendola così forte da far tremare i cardini.

Correva.

Non stava scappando. Stava cacciando.

La frustrazione era un acido che le bruciava la gola. L'umiliazione dell'addestramento, l'entusiasmo idiota di Elisa, lo sguardo glaciale di sua madre... doveva colpire qualcosa.

Doveva colpire qualcosa che sanguinasse.

Non stava pattugliando le strade. Stava cercando un sacco da boxe. E conosceva l'unico abbastanza debole e spaventato da non poter reagire.

Atterrò con un tonfo sordo nel vicolo dietro la stazione, lo stesso dove aveva incontrato Leo (Toporagno) la prima volta. L'odore di urina stantia e metallo arrugginito era lo stesso.

Ed eccolo lì.

Rannicchiato dietro un cassonetto, stava cercando di succhiare da una sacca di sangue rubata, probabilmente vecchia di giorni e quasi coagulata.

"Leo."

La sua voce era piatta. Mortale.

Leo sobbalzò così violentemente che rovesciò la sacca. Il sangue scuro si sparse sul cemento sporco. Si voltò, gli occhi sbarrati dal puro terrore.

"C-Cacciatrice! Giuro! Non so niente! Sono pulito! Malaspina è sparito, non c'è più nessuno, lo giuro..."

Non gli diede il tempo di finire.

Lo afferrò per il collo della giacca sudicia e lo sbatté contro il muro di mattoni. WHUMP. La sua testa colpì i mattoni.

"DOVE SONO?" ringhiò Sarah, la sua faccia a un centimetro dalla sua, l'adrenalina che le cantava nelle orecchie. "Dammi un nome. Dammi un covo. Dammi qualcosa da uccidere."

"Non c'è NIENTE!" piagnucolò Leo, il sangue che gli colava dal naso. "Te lo giuro sulla Morte Ultima! Voghera è vuota! La tua... la tua mossa alla fabbrica... li hai spaventati a morte! Giangaleazzo ha sigillato il Dominio! Non entra più nessuno!"

Fu la risposta peggiore che potesse darle.

Non c'era nessuno. Non c'erano più mostri deboli da massacrare per sfogare la sua rabbia.

La sua vecchia vita, dove poteva risolvere tutto con il suo Sigillo, era finita.

L'unica nemica che le rimaneva era quella che non poteva colpire. Quella nell'appartamento. Quella nel magazzino.

La frustrazione divenne furia cieca. Lo colpì. Un pugno secco e brutale allo stomaco.

Leo si accasciò, tossendo e sputando bile e sangue.

"Tu puzzi," sibilò Sarah, "e sei inutile."

Lo lasciò lì, rannicchiato nel suo stesso sangue e nel sangue versato.

Si allontanò, raddrizzandosi le spalle, il buio che la inghiottiva. Le sue nocche dolevano.

Ma la rabbia non era sparita. Non si era sfogata.

Si era solo raffreddata.

Aveva picchiato Leo, ma aveva capito solo una cosa: la sua vecchia vita era finita per sempre. Se voleva sopravvivere, se voleva vincere, doveva imparare il gioco di sua madre.

INTERNO. MAGAZZINO ACQUISITO - UNA SETTIMANA DOPO

Erano passati sette giorni. Sette notti di due ore ciascuna. Centottanta minuti di fallimento metodico e umiliante, ripetuti in loop.

Il risultato era zero.

Sarah ed Elisa non avevano fatto un singolo, misurabile passo avanti. Non erano nemmeno arrivate a sfiorare Helena.

La Sacerdotessa Primus era semplicemente un muro. Non era solo troppo potente; come aveva detto Sarah al bar, era troppo intelligente.

Anticipava ogni loro mossa. La "Sinergia della Lama e del Verbo" era diventata una barzelletta amara. Se Sarah scattava, Helena usava la sua stessa impetuosità per farla scontrare con un incantesimo difensivo di Elisa. Se Elisa preparava un attacco, Helena si spostava, costringendo la strega a interrompere il lancio per non colpire Sarah.

Le stava addestrando, ma le stava anche vivisezionando. Stava smontando la loro fiducia, pezzo per pezzo.

L'entusiasmo iniziale di Elisa si era spento, sostituito da una cupa e studiosa frustrazione.

La rabbia di Sarah, invece, si era esaurita, lasciando spazio a qualcosa di più freddo e pericoloso: un'accettazione rassegnata del fatto che quella donna fosse imbattibile. Lo sfogo su Leo era stato l'ultimo atto della sua vecchia vita; ora, si presentava all'addestramento con la precisione svogliata di un operaio in fabbrica.

Quella notte, all'ottavo giorno, accadde qualcosa di diverso.

Erano nel cerchio, pronte a iniziare. Ma Helena non si mise in posizione di combattimento.

"Basta così," disse.

Le sue parole rimasero sospese nella luce fredda delle sfere magiche.

Sarah ed Elisa si scambiarono un'occhiata confusa.

"L'addestramento è sospeso," continuò Helena, uscendo dal cerchio d'argento e dirigendosi verso un tavolo dove aveva appoggiato una borsa di pelle. "Il fallimento è stato... istruttivo. Avete imparato che la forza e la teoria, da sole, sono inutili. Ora, la lezione pratica."

Tirò fuori un tablet e lo fece scivolare sul tavolo verso Elisa.

"Domani sera. Piacenza. Galleria d'Arte Moderna Ricci Oddi, ore 23:00. Territorio neutrale."

Sarah si avvicinò, asciugandosi il sudore dalla fronte con l'avambraccio. "Che cos'è?"

Helena non la guardò. I suoi occhi erano fissi su Elisa, che aveva preso il tablet e stava leggendo.

Mentre leggeva, il colore scomparve dal viso di Elisa.

Non era la frustrazione dell'addestramento. Non era la paura di un nemico. Era un terrore pallido, viscerale. Le sue mani iniziarono a tremare così forte che dovette appoggiare il tablet sul tavolo.

"Dama..." sussurrò Elisa, la voce strozzata. "No. Io non... non posso. Lei... lei ha cercato di..."

"So perfettamente cosa ha cercato di fare," disse Helena, la sua voce priva di qualsiasi empatia. "Ed è per questo che ci andrai."

Sarah guardò prima Elisa, ora quasi verde, e poi sua madre. "Ci andrà dove? Che sta succ succedendo?"

Helena si voltò verso Sarah. "Il Principe Giangaleazzo ha accettato la mia offerta di tregua. Dobbiamo negoziare i termini. Vogliono che la 'Fiamma Pallida' rimanga al guinzaglio, e noi vogliamo che i Tremere vengano dichiarati Hostis (nemici) nel suo Dominio."

"Okay," disse Sarah, impaziente. "Quindi? Manderai un messaggio?"

"No," disse Helena. "Manderò un delegato. Il Principe manda il suo emissario personale. Noi mandiamo il nostro."

I suoi occhi tornarono su Elisa, che scuoteva la testa in un muto diniego.

"L'emissario di Giangaleazzo," disse Helena, scandendo le parole, "è Dama Almerinda."

Il nome colpì Sarah come un pugno nello stomaco. La Toreador. La stronza del Midian [Puntata 4], quella che aveva quasi ucciso Elisa con il veleno e che aveva guardato i suoi compagni morire.

Guardò Elisa e capì il terrore. Stava mandando l'agnello dal lupo.

"Elisa è stata convocata prima," disse Helena, rispondendo alla domanda inespressa di Sarah. "Le ho già spiegato ogni dettaglio."

Gli occhi di Elisa erano pieni di lacrime di terrore. Era completamente reticente, paralizzata dalla paura del suo carnefice.

"È un test," disse Helena, parlando a Elisa. "Giangaleazzo vuole dimostrare di avere il controllo sulla sua pedina più indisciplinata. Io dimostrerò di avere il controllo sulla mia."

Poi, Helena si voltò lentamente verso sua figlia.

Il suo sguardo era analitico, freddo.

"Tu, Cacciatrice," disse, "hai un ruolo diverso."

Sarah sentì i muscoli irrigidirsi. "Le spacco la testa?"

"No," disse Helena. "Tu non parli. Non minacci. Non estrai il Sigillo. Non ti muovi, a meno che lei non attacchi per prima."

Fece un passo verso Sarah, fissandola negli occhi.

"Tu starai nell'ombra, a cinque metri da Elisa. E le farai da guardia del corpo.”

Sarah rimase immobile. Il sudore dell'addestramento fallito le si gelò addosso.

Il silenzio nel magazzino fu rotto solo dal mormorio terrorizzato di Elisa che cercava di protestare con Helena. Ma Sarah non sentiva nulla.

Nella sua testa, il mondo si era ristretto a un singolo, bruciante pensiero.

L'umiliazione era definitiva.

Aveva passato sette giorni a farsi smontare pezzo per pezzo, solo per scoprire che non era nemmeno più l'arma principale. Era stata retrocessa.

Non era più la Fiamma Pallida. Non era la Cacciatrice.

Era diventata la guardia del corpo della streghetta.

In tutta quella storia, in tutta quella guerra imminente, non aveva nemmeno più un ruolo attivo. Era un cane da guardia. E il guinzaglio era saldamente nelle mani di sua madre.

Mentre Elisa annuiva, pallida e terrorizzata, accettando il suo ordine suicida, Sarah era ancora bloccata sul posto. La sua mente ripeteva le parole "guardia del corpo". L'umiliazione era così totale da averla svuotata persino della rabbia.

Fu in quel momento di silenzio agghiacciante che un suono stridulo ruppe la tensione.

Non era il telefono di Sarah. Non era quello di Elisa.

Era il cellulare di Helena, appoggiato sulla borsa di pelle.

Helena si voltò. Lo sguardo della Sacerdotessa Primus, che aveva appena condannato una sua adepta a un probabile terrore e la sua stessa figlia all'irrilevanza, svanì. Clic.

Sollevò il telefono e la sua faccia si addolcì. Il suo tono divenne caldo, vellutato, quasi civettuolo.

"Ah, caro! Ti stavo pensando."

Fece una pausa, ascoltando. Sarah non ebbe nemmeno bisogno di sentire l'altra voce; il modo in cui sua madre sorrideva la fece rabbrividire. Era Marco.

"Sì, certo che mi ricordo," tubò Helena. "Per quella cena... Oh, assolutamente. Ho appena finito qui con... l'inventario."

Il suo sguardo, ora quello di "Elena", scivolò su Sarah. Non c'era cattiveria, non c'era trionfo. C'era solo la disinvoltura di una donna che si preparava per un appuntamento.

"Sarò pronta tra mezz'ora. Metti in fresco quello buono. Sì, tesoro. A tra poco."

Helena chiuse la chiamata e infilò il telefono nel trench.

"L'incontro è domani. Voi due, preparatevi," disse, tornando per un istante la Sacerdotessa.

Poi sorrise, un sorriso destinato a un uomo che la aspettava a casa, e si avviò verso l'uscita del magazzino, lasciando le due ragazze nell'oscurità e nel gelo.

Per Sarah, quello fu il colpo di grazia.

Mentre lei era condannata a un addestramento fallimentare e retrocessa a cagnolino da guardia per la strega, sua madre stava andando a cena. Con suo padre.

Helena non le aveva solo rubato la vita. L'aveva sostituita.

Sarah strinse i pugni, le unghie che le penetravano nei palmi. Il dolore fisico fu l'unica cosa che la tenne ancorata, l'unica cosa che le impedì di urlare.

Helena uscì, lasciandola nel gelo del magazzino, sola con la consapevolezza di non essere più nemmeno una pedina. Era diventata il bagaglio.

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