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L'aria nei sotterranei della Biblioteca Ambrosiana non profumava di pergamena antica. Odorava di polvere secca, ozono e della nota metallica di sangue stantio. Era il cuore del potere della Piramide Tremere a Milano.
Magister Valerius, Reggente della Cappella, era in piedi davanti alla sua scrivania di mogano. Non indossava vesti rituali, ma un impeccabile completo Brioni. Somigliava più a un amministratore delegato che a un mago, e i suoi occhi freddi erano quelli di un contabile che ha appena trovato un ammanco.
In quel momento, Valerius era profondamente a disagio.
Sulla scrivania giacevano due rapporti, arrivati quasi simultaneamente.
Il primo era il rapporto ufficiale, su carta pregiata con la ceralacca personale del Principe Giangaleazzo. Come Primogenito Tremere di Milano, Valerius riceveva queste comunicazioni formali. La prosa era classicamente Ventrue: fredda, precisa, passivo-aggressiva.
Il Dominio satellite di Voghera è dichiarato instabile. L'Arconte Gangrel, Ferro, è stato distrutto da un'anomalia locale. Si sospetta una significativa violazione della Masquerade. L'autorità del Principe Malaspina è, al momento, compromessa.
Valerius lo lesse con un impercettibile sbuffo. Politica. Rumore di fondo.
A terrorizzarlo era il secondo rapporto. Non era su carta. Era un vassoio di marmo nero al centro della stanza, dove il sangue rituale di un agente sacrificato a Voghera ribolliva lentamente. Era il rapporto esoterico.
E le immagini che mostrava erano un incubo strategico.
Valerius poteva gestire un Principe Ventrue irritato. Ma il sangue gli mostrava tre elementi che superavano di gran lunga il suo livello di competenza:
* Magia Rituale: La firma arcana di una strega del Consiglio d'Argento (Elisa) che operava impunemente. Una violazione diretta del Patto di Silenzio.
* Un Artefatto: Il lampo accecante del Sigillo della Sibilla (l'arma di Sarah), un manufatto di potere Arcano che non doveva esistere in mano a un'agente sul campo.
* L'Impossibile: E poi, riflessa in uno specchio, il volto di Dama Helena. La Sacerdotessa Primus del Consiglio d'Argento. La testa del loro nemico mortale. Lì. A Voghera. A pochi chilometri dalla sua stessa Cappella.
L'ambizione che definiva Magister Valerius si spense, sostituita da un gelido calcolo di sopravvivenza. Questa non era un'opportunità per guadagnare Prestigio. Era un casus belli. Era una crisi di livello "Fine dei Giochi" per la Piramide.
Se avesse agito da solo e avesse fallito, Vienna lo avrebbe purgato. Se, per miracolo, fosse riuscito a catturare Helena... Vienna lo avrebbe purgato comunque, per aver osato gestire una risorsa di tale portata senza autorizzazione.
Fece l'unica mossa Tremere possibile: obbedienza e scarico di responsabilità.
Non chiamò i suoi accoliti. Non attivò i suoi Ghoul.
Con un gesto secco e preciso, Valerius tracciò un glifo nell'aria. Il sangue nel vassoio si congelò, catturando l'immagine di Helena come una fotografia polaroide tridimensionale. Stava inviando un dispaccio rituale, un messaggio di Taumaturgia del Sangue di altissimo livello, bypassando l'intera gerarchia intermedia.
Stava chiamando Vienna.
INTERNO. CAPPELLA PRIMARIA (VIENNA) - CUORE DELLA NOTTE
Questo non era l'ufficio manageriale di Valerius. Questa era una cattedrale della conoscenza. Il sancta sanctorum della Piramide Tremere.
Un luogo senza finestre, illuminato da una luce magica pallida che sembrava risucchiare il calore e i colori. Mappe stellari dimenticate coprivano le pareti. Il silenzio era così pesante da essere oppressivo.
Qui, Lord Etrius, uno dei Maestri di Vienna, attendeva.
Era un vampiro di Quinta Generazione. La sua pelle era pergamena tesa su ossa antiche. Era così vecchio che non sedeva più; era fuso con un trono che sembrava un costrutto di ossa, cavi e tubi di rame, attraverso cui scorreva sangue controllato. Era meno un uomo e più un computer arcano.
Il rapporto di Valerius si materializzò davanti a lui: un globo di sangue sospeso a mezz'aria, che proiettava le immagini di Voghera.
Un Archivista Tremere (un giovane di appena cinquecento anni) stava immobile nell'ombra, incapace di nascondere il tremito delle sue mani.
Archivista: "Mio Lord Etrius. Il rapporto del Reggente di Milano. La Sacerdotessa Primus... è vulnerabile. Si trova nel Dominio di Giangaleazzo. È... un'opportunità per acquisire..."
Etrius alzò una mano scheletrica di due centimetri. L'Archivista si zittì all'istante, come se la sua gola fosse stata riempita di cotone.
Gli occhi morti di Etrius non stavano guardando Helena.
Stavano guardando l'immagine della Cacciatrice, Sarah, nell'istante in cui aveva polverizzato l'Arconte Gangrel. Etrius stava usando Auspex (Auspex) a un livello inimmaginabile. Non vedeva una ragazza. Vedeva la sua anima. Vedeva il suo sangue.
Etrius (la sua voce era un fruscio di carta secca): "Il Reggente è un idiota. È distratto dal vecchio trofeo. Non vede la vera minaccia."
Archivista: "Mio Lord?"
Etrius fece un gesto quasi impercettibile. L'immagine di Helena svanì. Rimase solo quella di Sarah, ingrandita, la sua aura vitale e l'energia del Sigillo fuse in un unico, accecante bagliore.
Etrius: "Il legame di sangue è confermato. È la progenie della Sibilla."
L'Archivista trattenne un sibilo. "La divinazione. Non... non è possibile. È solo una leggenda del Sabbat, un frammento..."
Etrius: "La Fiamma Pallida che spazzerà la Progenie di Caino dalla terra d'Italia." Recitò le parole non come una profezia, ma come se stesse leggendo una formula chimica. "Una divinazione che i nostri agenti a Milano hanno sempre archiviato come 'irrilevante'. Fino ad ora."
L'intrigo era chiaro. Sarah non era più un "problema locale". Non era una "violazione della Masquerade".
Era una profezia che camminava.
Per la Camarilla, era un fastidio. Ma per i Tremere, la cui stessa Praxis si basava sul controllo assoluto della magia del sangue e sulla stabilità gerarchica, lei era un'arma biologica apocalittica fuori controllo. E, peggio di tutto, era legata alla loro più grande nemica.
La reazione di Etrius non fu paura. Fu necessità. L'impulso scientifico di contenere e vivisezionare un miracolo pericoloso prima che potesse esplodere.
Etrius: "Il Reggente Valerius ha fallito nel comprendere la situazione. La sua Cappella a Milano sarà tenuta all'oscuro. Questa non è un'operazione politica. È un'operazione di contenimento."
Si voltò lentamente verso l'Archivista. I suoi occhi antichi brillarono di una luce rossa, fredda e calcolatrice.
Etrius: "Attivi la Task Force Ombra. Autorizzazione: Sibilla Decapitata. Voglio la madre come leva. Ma l'obiettivo primario... è l'acquisizione della Fiamma."
L'Archivista fu scosso da un brivido. "Mio Lord... la Task Force? Le Garguglie? In territorio Ventrue? Il Principe Giangaleazzo scatenerà una guerra di sangue contro di noi. È una violazione palese della sua Praxis!"
Etrius (gelido): "Il Principe Giangaleazzo sarà informato dopo che avremo messo in sicurezza l'anomalia. La sopravvivenza della Piramide ha la precedenza sulla fragile pace di un Principe. Prepara la squadra. Voglio che la Cacciatrice sia nei nostri laboratori prima della prossima luna nuova."
L'Archivista si inchinò profondamente, svanendo nelle ombre per eseguire l'ordine.
Lord Etrius rimase immobile, fuso con il suo trono. I suoi occhi non si chiusero. Continuò a fissare l'immagine sospesa di Sarah, la Fiamma Pallida, la sua mente antica già al lavoro, a pianificare la vivisezione.
APPARTAMENTO SOPRA L'ERBORISTERIA - POMERIGGIO
L'appartamento che Dama Helena aveva requisito non era ancora una casa. Era una base operativa. Pulito in modo sterile, i mobili nuovi ancora rigidi, l'aria immobile.
Helena era in piedi davanti a un grande specchio d'argento appoggiato alla parete della camera da letto. Non era uno specchio normale; la sua superficie era opaca, lattiginosa, come nebbia intrappolata.
Stava parlando allo specchio. La sua voce non era quella di "Elena", la madre affettuosa. Era la voce bassa, tagliente e autoritaria della Sacerdotessa Primus.
"...non mi interessa la sua arroganza, Adepto Corvus. Assicurati che il rapporto di Vienna arrivi a Lord Valerius in modo 'accidentale'. Voglio che sia lui a proporre al Conclave di ignorare la minaccia a Voghera. Deve essere una sua idea..."
Dallo specchio, una voce maschile distorta, come se parlasse attraverso l'acqua, rispose. Non si distinguevano le parole, solo il tono di rispettoso terrore.
"...proprio così," continuò Helena, "Lascia che i Tremere facciano il primo passo. Lascia che si espongano. Valerius penserà di usarli per ripulire il mio 'pasticcio'. Invece, starà affilando la mia..."
TOC TOC. Un colpo leggero sulla porta della camera da letto.
L'istante esatto in cui le nocche di Marco colpirono il legno, Helena tacque.
Il suo viso perse ogni traccia di fredda strategia. Il collegamento con lo specchio si interruppe. La nebbia tornò immobile.
"Elena? Tesoro?" La voce di Marco era calda, piena di un'allegria che suonava stonata in quella stanza.
"Sì, Marco? Entra pure," rispose lei, voltandosi.
Marco aprì la porta, tenendo in mano due tazze di caffè. E si bloccò sulla soglia.
Helena era ancora in vestaglia. Un capo di seta color avorio, corto, che le lasciava scoperte le gambe. Era scalza sul parquet freddo.
Era una donna bellissima, sulla trentina, palesemente la versione adulta di Sarah: stessi capelli biondi, ma più curati; stessi occhi azzurri, ma con una profondità antica; stesso viso ovale, ma segnato da un'autorità che Sarah ancora non possedeva. La vestaglia era allacciata morbidamente in vita, accentuando un fisico prosperoso, le gambe lunghe e affusolate.
Marco arrossì violentemente. Era passato tanto tempo dall'ultima volta che l'aveva vista così... intima. Distolse lo sguardo per un attimo, imbarazzato.
"Oh... scusa," balbettò lui. "Io... ti ho portato il caffè. Ma... si è fatto tardi. Non dovevi... ehm... andare a prendere Sarah a scuola? Avevi detto che volevi farle una sorpresa."
Helena non fece un plissé. Non si coprì. Non mostrò alcun imbarazzo. Sorrise, e la Sacerdotessa Primus svanì, sostituita all'istante dalla "Elena" affettuosa che lui conosceva.
"Hai ragione! Guarda che ore sono," disse lei, con una finta nota di costernazione. Si avvicinò, prese la tazza dalle sue mani, sfiorandogli deliberatamente le dita. "Stavo solo pianificando l'inventario per il negozio. Grazie per avermelo ricordato."
Gli diede un bacio leggero sulla guancia. Marco era ancora palesemente agitato.
"Vado io," disse Helena, radiosa. "Voglio passare un po' di tempo con mia figlia. Dammi solo cinque minuti per prepararmi."
"C-certo," disse Marco, ritraendosi goffamente. "Io... ti aspetto di là."
Uscì, chiudendo la porta un po' troppo in fretta.
Helena appoggiò la tazza sul comò. Non bevve. Si voltò verso l'armadio a muro.
Mentre lo apriva, la sua espressione cambiò di nuovo. Il sorriso materno svanì, ma non fu sostituito dalla fredda Primus. C'era qualcos'altro. Una sorta di... valutazione. Di preparazione.
Le sue mani scorsero sui vestiti appesi con precisione millimetrica. Proprio come Sarah, Helena era ossessionata dalla moda, ma in modo diametralmente opposto. Per Sarah, felpe e jeans erano un'armatura per nascondersi. Per Helena, erano un'uniforme per proiettare potere.
Scelse un paio di pantaloni palazzo color crema, una camicetta di seta color petrolio e un trench di cachemire color cammello.
Mentre le sue dita sfioravano la seta della camicetta, per un singolo, fugace istante, la sua mente scivolò via.
Non era a Voghera. Erano passati secoli.
Era a Firenze, nel 1430.
Non era una Sacerdotessa. Era Elena, la figlia di una sarta della bottega di Via de' Tornabuoni.
Poteva ancora sentire l'odore della lana grezza, il dolore delle dita punte dagli spilli e la consistenza ruvida delle mani di sua madre. Ricordava l'invidia e l'ammirazione che provava guardando le nobildonne—le Strozzi, le Pazzi—entrare nella bottega, il fruscio dei loro broccati che suonava come potere.
Aveva imparato lì, in quella bottega polverosa, che un vestito non era solo un vestito. Era uno scudo. Era uno status. Era il modo in cui dicevi al mondo chi eri, prima ancora di aprire bocca.
Il ricordo svanì, rapido com'era venuto, nel momento in cui il Consiglio d'Argento l'aveva "risvegliata" e portata via da quella vita.
Helena si infilò la camicetta. Il tessuto era liscio e freddo contro la sua pelle.
Si guardò allo specchio—quello normale, questa volta. Allacciò un orologio d'oro al polso. Infilò un paio di occhiali da sole firmati.
La figlia della sarta era scomparsa.
La Sacerdotessa Primus era nascosta.
Tutto ciò che rimaneva era "Elena". Una madre elegante, impeccabile, che andava a prendere la figlia a scuola.
Prese le chiavi dell'auto. Era ora di iniziare l'addestramento.
INTERNO. CORRIDOIO DEL LICEO - ORE 13:10
L'ultima campana suonò, un urlo liberatorio che scatenò il caos. I corridoi del liceo si riempirono all'istante di studenti.
Al centro di un gruppo vicino agli armadietti c'era Sarah.
Non indossava una felpa informe per nascondersi. Indossava un semplice ma elegantissimo vestitino blu a maniche corte, un capo che urlava "Londra" e che sua madre le aveva "casualmente" lasciato sul letto quella mattina.
La trasformazione era sottile, ma totale. Non era più "quella strana". Dopo la vittoria al derby, era diventata "l'asso" della squadra. E con i nuovi vestiti, era diventata "quella bella".
Giulia e le altre compagne di pallavolo le chiacchieravano intorno, parlando della festa di sabato.
Poco più in là, un gruppo di ragazzi del quinto anno la fissava apertamente. Matteo, l'ex "re" del liceo che lei aveva umiliato, era tra loro. Il suo sguardo non era più di sfida, ma di un confuso e irritato interesse. Stavano palesemente decidendo chi dovesse "provarci" per primo.
Sarah annuiva alle amiche, ma si sentiva un'impostore. Il vestito era comodo, ma le sembrava una costrizione, un'uniforme. Stava recitando la parte della "ragazza normale" e, con sua grande irritazione, le riusciva fin troppo bene.
"Ehi, Sà," disse Giulia, "allora stasera vieni al pub? Festeggiamo la vittoria?"
Prima che Sarah potesse rispondere, una voce diversa, più bassa e urgente, si fece largo.
"Sarah."
Sofia, con il suo solito zaino sovraccarico e gli occhiali spessi, si era fatta largo nel cerchio delle "popolari". Sembrava un programmatore a una sfilata di moda. Le ragazze della pallavolo la guardarono con malcelato fastidio.
"Dobbiamo... ripassare," disse Sofia a bassa voce, caricando la parola di un significato che solo loro due capivano. "Ti accompagno a casa. Dobbiamo parlare del... progetto."
Sarah stava per cogliere al volo la scusa, sollevata all'idea di fuggire...
ESTERNO. USCITA DEL LICEO - CONTINUA
Il gruppo uscì nel piazzale della scuola. L'aria era frizzante.
Il piazzale era un caos di motorini che si accendevano, catene di biciclette che sbattevano e grandi gruppi di ragazzi che si avviavano a piedi verso il centro.
Non c'era nemmeno un genitore.
A Voghera, al liceo, i genitori non venivano a prenderti. Era una regola non scritta. Era infantile.
Tranne oggi.
Parcheggiata in doppia fila, bloccando un motorino, c'era un'elegante berlina nera a nolo, che stonava completamente con le Panda scassate e i Booster elaborati.
Appoggiata alla portiera, come se fosse la cosa più normale del mondo, c'era Dama Helena.
Indossava il trench di cachemire e gli occhiali da sole firmati. Impeccabile.
Il brusio degli studenti si spense. Tutti si fermarono.
Decine di ragazzi si voltarono a guardare. Non stavano solo guardando la donna bellissima. Stavano guardando il genitore.
Giulia si bloccò accanto a Sarah. "Ma... è tua madre? Che ci fa qui? Non siamo alle medie."
L'umiliazione colpì Sarah come uno schiaffo. Sentì le guance avvamparle.
Helena la vide. Si tolse lentamente gli occhiali da sole e sorrise. Un sorriso luminoso, pubblico, materno, che tagliava la distanza.
"Sarah, tesoro! Salta su. Abbiamo un impegno!"
La sua voce vellutata si sentì distintamente nel piazzale silenzioso.
Sarah rimase paralizzata. Voleva sprofondare.
Matteo e il suo gruppo erano a bocca aperta, fissando non più Sarah, ma la sua incredibile madre. Sofia, accanto a lei, capì subito la situazione e sembrò mortificata per conto dell'amica.
"Devo andare," borbottò Sarah, la voce strozzata.
Ignorando le facce sbalordite delle compagne, fu costretta a fare la "camminata della vergogna", attraversando il piazzale sotto gli occhi di tutta la scuola.
Aprì la portiera della berlina di lusso e si buttò dentro, sprofondando nel sedile di pelle come se volesse scomparire.
INTERNO. AUTO DI HELENA - POCO DOPO
La portiera si chiuse con un tonfo sordo.
Helena mise in moto, si immise nel traffico con calma regale, sotto gli sguardi di tutti. Per i primi due isolati, non disse nulla.
Non appena svoltarono sulla strada principale, lontane da occhi indiscreti, il sorriso materno svanì. Clic.
"Perché sei venuta?" sibilò Sarah, ancora rossa per l'umiliazione. "Nessuno viene preso a scuola. Nessuno."
"Appunto," disse Helena, gli occhi fissi sulla strada. "Era il modo più efficiente per parlarti dove non puoi scappare. E dove né tuo padre né l'Adepta Elisa possono sentirci."
Sarah si irrigidì. "Parlare di cosa?"
"Dell'allenamento."
"Quale allenamento? Ho gli allenamenti di pallavolo..."
Helena la interruppe, la sua voce piatta e fredda. "Il rapporto da Vienna è arrivato stanotte."
Sarah si zittì.
"Hanno autorizzato l'Operazione: Sibilla Decapitata," continuò Helena, come se stesse leggendo una lista della spesa. "Stanno inviando una Task Force Ombra. Non gli sgherri di Valerius a Milano. Specialisti. Rispondono solo a Vienna."
"Li affronterò," disse Sarah, la sua mano che andava istintivamente alla borsa dove, nascosto, c'era il Sigillo.
"No," disse Helena, secca. "Non così. I Tremere non sono Malaspina. Non sono Ferro. Sono scienziati. Sanno cosa sei. E sanno cosa sono io."
Svoltò bruscamente in una via laterale, parcheggiando sotto un albero. Si voltò verso Sarah.
"Manderanno le Garguglie. Costrutti di pietra e magia del sangue. La tua forza bruta è inutile. Il tuo Sigillo non li 'polverizzerà' facilmente. Sono progettati per fermare gente come te."
Fece una pausa, lasciando che le parole penetrassero.
"E manderanno un Taumaturgo specializzato in Contro-Magia. Il suo unico scopo sarà silenziare Elisa. E manderanno un Anziano per neutralizzare me."
Sarah la fissò, la sua spavalderia che si incrinava. "Quindi? Che facciamo? Scappiamo?"
"Noi non scappiamo," disse Helena, con una punta di disprezzo. "Noi ci prepariamo. La tua forza fisica non basta. La magia di Elisa da sola non basta. Siete separate. E separati, vi faranno a pezzi in dieci minuti."
"Quindi?" ripeté Sarah, la voce più bassa.
"Quindi, stasera. Dalle dieci a mezzanotte. Ogni notte. Nel Covo. Tu ed Elisa imparerete a combattere insieme. In combinata."
Gli occhi di Helena diventarono gelidi.
"E io sarò la vostra avversaria. Il vostro addestramento consiste nel riuscire a colpirmi. Se non potete superare le mie difese, non sopravviverete cinque minuti contro la Task Force Ombra."
Helena riaccese il motore e si immise nel traffico.
"Bel vestito, comunque," disse, tornando a guardare la strada. "Ti dona."
Sarah sprofondò nel sedile di pelle. Era stata pubblicamente umiliata e arruolata a forza nello stesso pomeriggio. Era un soldato in un campo di addestramento da cui non poteva fuggire, gestito dal generale più spietato che avesse mai conosciuto.
La berlina nera si fermò con un sibilo di freni davanti al nuovo palazzo. Il motore si spense.
Il silenzio nell'abitacolo divenne improvvisamente pesante. Helena era già mentalmente al passo successivo, pronta a scendere e iniziare la pianificazione.
Sarah, invece, era immobile. Stava recitando.
Ricordò le parole di sua madre al bar: "Recito. Qualcosa che dovresti imparare a fare meglio. Sembri un'adolescente col mal di pancia."
Okay, mamma. Guardami recitare.
Si voltò verso Helena, non con rabbia, ma con un'esitazione studiata. Assunse l'espressione di una figlia che sta per chiedere un permesso difficile.
"Mamma."
La sua voce era bassa, controllata, ma con una finta nota di delusione.
Helena si fermò, la mano sulla maniglia della portiera. Si voltò, i suoi occhi azzurri già impazienti. "Cosa c'è?"
"Io... stasera," mormorò Sarah, interpretando la parte dell'adolescente imbarazzata. "Stasera non posso. Ho... ho un impegno."
L'impazienza di Helena divenne un'impercettibile linea di fastidio. "Un 'impegno'?"
"Sì," disse Sarah, guardandosi le mani. "Un appuntamento. Con un ragazzo. Andrea, della 3A."
Fece una pausa, aggiungendo il dettaglio chiave per testare la maschera "Elena".
"Mi ha chiesto di andare a sentire papà che suona al 'Posto'. È... una cosa normale. Pensavo che saresti stata contenta."
Questa era la mossa. Non una ribellione, ma un appello alla "normalità" che Helena stessa aveva finto di volerle dare. Stava mettendo la "madre" contro la "Sacerdotessa".
Ci fu un istante di silenzio assoluto.
Sarah la osservò, cercando la minima crepa. Un addolcimento dello sguardo, un sospiro materno, un qualsiasi cenno che "Elena" potesse vincere.
Il test fallì all'istante.
Helena non rise. Non si arrabbiò. Semplicemente, la spense.
"No."
Una sola parola. Fredda, piatta, definitiva. La Sacerdotessa Primus non aveva nemmeno dovuto lottare con la maschera della madre; l'aveva semplicemente vaporizzata.
"Ma perché?" Sarah spinse ancora un po' la recita, fingendo frustrazione. "È solo un'uscita! C'è anche papà! Sarei al sicuro! Hai detto tu che dovevo farmi una vita!"
"Ho detto che devi avere una copertura," la corresse Helena, la sua voce che scendeva a un sibilo gelido. "E tu stai confondendo le due cose."
Si voltò completamente verso di lei, l'energia nella piccola auto che diventava opprimente.
"Pensi che i Tremere non sappiano già di tuo padre? Pensi che non stiano monitorando ogni sua mossa, ogni persona con cui parla, ogni locale in cui suona?"
Sarah smise di recitare. Il suo sguardo si indurì.
"Questo 'Andrea' non è un ragazzo," continuò Helena, spietata. "È un'infiltrazione. È un buco nella nostra sicurezza. È una leva che i Tremere useranno per arrivare a te, e te per arrivare a me."
Si sporse verso di lei, il suo sguardo implacabile.
"Nel momento in cui la Task Force capisse che t'importa di lui, smetterebbe di essere un 'ragazzo carino' e diventerebbe un ostaggio. O un burattino con la mente controllata. O un cadavere da lasciarti sulla porta per vedere come reagisci."
Sarah la fissò, la sua finta delusione sparita, sostituita da una fredda valutazione. Test confermato. Non c'era nessuna madre lì. Solo il suo carceriere.
"Quindi mettiamolo in chiaro," concluse Helena. "La tua 'vita normale' è finita. È un palcoscenico. E tu non esci dal copione."
Aprì la portiera, il fruscio del cachemire che rompeva la tensione.
"Chiama questo Andrea. Digli che sei malata. Non mi interessa. Nessun ragazzo, Sarah. Per un bel po' di tempo."
Helena scese dall'auto, alta e impeccabile. "Scendi. Dobbiamo preparare il Covo."
Sarah rimase sola nell'abitacolo. Non c'era tristezza per il ragazzo, che aveva quasi dimenticato. C'era solo la rabbia sorda di chi ha sbattuto contro le sbarre della gabbia e le ha trovate solide come l'acciaio.
Prese il telefono. Aprì la chat con Andrea.
Lesse il suo ultimo messaggio: "Allora a stasera? :)"
Con un movimento secco, spense il telefono e lo gettò nella borsa. Non gli avrebbe risposto.
Aprì la portiera, sbattendola con forza.
La Sacerdotessa voleva un soldato? Avrebbe avuto un soldato. Ma sarebbe stato il suo soldato, non quello di sua madre.
Sarah rimase seduta nella berlina di lusso, il motore ormai spento. Il silenzio era rotto solo dal rumore sordo dei suoi pollici che picchiavano sullo schermo del cellulare. Stava cancellando con rabbia la chat con Andrea, i suoi movimenti rigidi e furiosi.
Fuori, Dama Helena non la aspettò.
Si avviò con passo fluido verso il portone principale del palazzo. Il trench di cachemire ondeggiava a ogni passo.
Mentre camminava, un impercettibile sorriso le piegò l'angolo della bocca. Un sorriso soddisfatto, quasi orgoglioso.
Il test della figlia era stato goffo, ovvio, disperato. Un fallimento totale.
Ma non importava.
Finalmente, la Cacciatrice aveva smesso di reagire solo con i muscoli e la rabbia.
Finalmente, aveva cominciato a recitare.