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Sven stava filmando la festa con la sua nuova telecamera digitale, divertendosi come un bambino con un giocattolo nuovo. Saltava da un gruppo all'altro nel salotto di casa sua, ridendo dietro all'obiettivo.
«Sven, cosa diavolo stai filmando?», lo rimbrottò Peter, il suo coinquilino, agitando una bottiglia di birra a mezz'aria.
«Ovvio, tutti quanti!», rispose lui senza abbassare l'inquadratura.
«Certo, come no. Quello che entra, quello che esce, l'altro che si gratta le palle... Che grande opera d'arte».
«Tu non capisci l'arte, Peter... comunque adesso sto filmando qualcosa di veramente artistico, una prospettiva magnifica».
Peter seguì la linea invisibile dell'obiettivo e vide che era puntato dritto sul sedere di Sally. Peter, che aveva imparato un po' di Italiano alle superiori, si sentì in dovere di avvisarla: «Sally, ti si vede l'elastico del perizoma!», urlò in Italiano, trattenendo una risata ubriaca.
«Sei uno scemo, Sven!», sbottò lei, portandosi istintivamente la mano dietro la schiena per tirarsi su i jeans, sentendo le guance andare a fuoco.
Era rientrata da Colonia quella stessa mattina, con ancora addosso l'odore del Reno e i doppi sensi di Elena che le risuonavano in testa. Ma l'impatto con la realtà di Salisburgo era stato una doccia fredda: aveva scoperto che Jörgen era già partito per Vienna. Poteva almeno mandarle un messaggio, un misero straccio di saluto prima di salire su quel mini van. Invece niente. Il vuoto sul display del telefono le aveva scavato un buco nello stomaco. A quanto pare, pensò con una fitta acida che somigliava maledettamente alla gelosia, la lontananza lo aveva già portato a correre dietro a qualche sedere femminile nella capitale.
Si immaginava le bionde austriache, eleganti, sofisticate, capaci di muoversi in quel mondo della musica classica da cui lei si sentiva irrimediabilmente esclusa. In teoria non avrebbe dovuto importarle niente. Erano d'accordo, no? Patti chiari dall'inizio, quella sera a Flachau aveva ammesso candidamente che le donne gli piacevano e che non era un tipo fedele e lei non era nemmeno la sua fidanzata. Ma la teoria, di fronte al vuoto, crollava miseramente, le scocciava. E anche molto. Le faceva male ammettere che, mentre lei lo cercava con lo sguardo in mezzo alla stanza pur sapendo che era via, lui probabilmente l'aveva già archiviata come la parentesi primaverile di una studentessa italiana.
Si voltò verso l'unico punto di riferimento rimasto.
«Sven, mi versi da bere?», chiese in Inglese, con la voce più dura del previsto. Sven abbassò la telecamera, studiandola con lo sguardo serio.
«Stai bevendo troppo, e troppo in fretta, Sally».
«Fa lo stesso», tagliò corto lei, allungando il bicchiere.
Sven aggrottò le sopracciglia, contrariato, ma le versò l’ennesimo bicchiere di vino rosso. Poi, appoggiando la bottiglia sul tavolo, le fece un cenno con la testa.
«Vieni fuori con me. Vado a fumare una sigaretta, così prendi una boccata d'aria fresca».
Sally lo seguì in giardino, grata di fuggire dai rumori e dalle risate della festa. L'aria della notte di Salisburgo la investì, pungente. Guardò Sven mentre accendeva la sigaretta; non ci aveva mai fatto caso, ma anche l'amico di Jörgen era davvero un bel ragazzo, con quegli occhi verde scuro così espressivi e i capelli castani perennemente scompigliati. Avrebbe voluto chiedergli di Jörgen, implorarlo di dirle se avesse notizie, ma nonostante l’alcol avesse allentato i freni inibitori, l'orgoglio faceva ancora da barriera. Fu Sven a rompere gli indugi, espirando una scia di fumo grigio.
«Avrà quasi finito il concerto a quest'ora».
Sally finse indifferenza, fissando le punte delle scarpe.
«Embé?».
«Mah... non l'ho ancora sentito», continuò Sven, guardando il cielo nero. «Di solito mi manda almeno un messaggio per dirmi com'è andata la prima parte. Tu l'hai sentito?»
«Figurati», rispose lei con un sorriso amaro.
Sally appoggiò la schiena allo stipite della porta sul retro, lasciando che il mondo continuasse a girare intorno a lei a una velocità pericolosamente alta. La testa le pesava, sentiva il tempo scivolarle tra le dita come sabbia. Mancava pochissimo alla fine del suo Erasmus, la tesi sulla Bachmann era già stata consegnata e il ritorno a Colonia si avvicinava a grandi passi. Il tempo con Jörgen stava finendo e faceva un male cane, una fitta sorda che si irradiava ovunque. Sapeva fin dall'inizio che con lui sarebbe stata una bolla temporanea, se lo era ripetuta come un mantra per proteggersi ogni volta che passavano tempo insieme, dentro e fuori dalla camera da letto, ma rendersi conto che la fine era vicina la faceva sentire nuda, vulnerabile. Sola. Lo sapeva fin dal primo giorno, eppure la consapevolezza non rendeva quel distacco imminente meno doloroso.
«Non devi pensare male di lui, Sally», disse Sven, interrompendo il filo dei suoi pensieri. La sua voce in Inglese era dolce, priva della solita ironia. «Jörgen è un pasticcione. È un bellissimo ragazzo, lo sai, e per questo ha sempre avuto tantissime ragazze ai suoi piedi. È abituato a prenderle e lasciarle andare senza pensarci. Ma è sempre stato un disastro, un vero analfabeta emotivo, a trattare con quelle che gli interessano davvero, forse anche a causa della sua storia familiare. Diventa un bambino, si spaventa e scappa prima che le cose si facciano serie».
Sally cercava di concentrarsi sulle sue parole, ma il senso di distacco dalla realtà stava diventando insostenibile. Le voci intorno sembravano ovattate, i fumi dell'alcol stavano presentando il conto tutto in una volta insieme all'ansia. «Sven...», sussurrò, con il cervello che saltava dall'Italiano all'Inglese senza chiederle il permesso, «Sto per vomitare».
L’amico, pur non capendo le parole, capì dal colore verdognolo che stava prendendo il suo viso e reagì all'istante. Buttò via la sigaretta, la afferrò per le spalle conducendola verso la parte più nascosta del giardino e le sorresse la testa con delicatezza, mentre Sally si liberava dello stomaco e si dava mentalmente della stupida. Erano anni che non le succedeva, forse dai tempi delle prime feste al liceo; aveva davvero esagerato, cercando di affogare nel vino rosso un dolore che non si poteva cancellare.
Quando si tirò su, tremante e con le lacrime agli occhi per lo sforzo, Sven le pulì il viso con un fazzoletto.
«Ti preparo il divano in camera mia, così puoi dormire qui. Non mi sembra proprio il caso che tu torni a casa da sola in questo stato». Sally sorrise debolmente, troppo grata e troppo esausta per opporsi. Si lasciò andare completamente tra le braccia di Sven, che la sollevò senza fatica, la portò dentro fino alla sua stanza e la adagiò sul divano, coprendola con una morbida coperta di pile. Prima di scivolare nel sonno, Sally pensò che quel calore era l'unica cosa reale rimasta in una notte di pezzi infranti.
La mattina dopo, una luce grigia filtrava dalle tende. Sally aprì gli occhi, stringendo i denti per la fitta alla testa che la accolse al primo movimento.
«Come sta la bella addormentata?», chiese Sven, entrando nella stanza con due tazze fumanti. «Mmmmh...», mugugnò lei, tirandosi su a fatica e stringendosi la coperta intorno alle spalle.
«Ciao, Sven... bene. Un po' impastata, ma bene...».
«Ti ho preparato il caffè. Nero e forte, ne hai bisogno»
«Grazie... sei un angelo», disse, prendendo la tazza tra le mani calde. «Intanto chiamo un taxi, ho assolutamente bisogno di andare a casa a farmi una doccia e a cambiarmi».
Sven sorrise, sedendosi sulla sedia della scrivania.
«Fai con calma».
Era stato strano, ma in fondo piacevole, avere una presenza così delicata a riempire il silenzio della sua stanza per una notte.
Sally rientrò nel suo appartamento che la testa le girava ancora un po'. Sentiva il corpo pesante, come se tutti i suoi movimenti fossero stati rallentati ed eseguiti sott'acqua. Aveva bisogno di resettare tutto: la gelosia, la tesi, la nostalgia anticipata. Entrò in bagno e lasciò che l'acqua calda della doccia le lavasse via di dosso l'odore di alcol, di fumo e quella sensazione di abbandono che la attanagliava.
Fece appena in tempo a uscire dalla cabina doccia, stringendosi nell'accappatoio con i capelli ancora bagnati, quando sentì il telefono squillare sul comodino. Sul display comparve il nome di Sven.
Rispose subito, con uno strano presentimento che le strinse la gola.
«Sven? Sono a casa, tutto bene...».
«Sally», la interruppe lui. La sua voce in inglese era completamente diversa. Non era il tono amichevole della sera prima, e nemmeno quello rilassato della mattina. Era spezzata, tesa, carica di un'angoscia vitrea che le fece saltare un battito.
«Sally, ascoltami».
«È successo qualcosa?», chiese lei in Italiano, dimenticandosi la lingua, con il cuore che aveva preso a batterle furiosamente contro le costole.
«Ho appena acceso il telegiornale...», disse Sven, e Sally sentì chiaramente il rumore del suo respiro corto dall'altro capo del filo. «Il van dei violinisti... quello su cui viaggiava Jörgen per andare a Vienna. Ha fatto un brutto incidente in autostrada, vicino a Linz. C'è stato un maxitamponamento ed è uscito fuori strada, ribaltandosi». Sally sentì il sangue defluire dal viso. Le ginocchia le cedettero e si lasciò cadere sul bordo del letto, stringendo il telefono così forte che le nocche le diventarono bianche.
«Jörgen...», riuscì solo a sussurrare.
«Ho telefonato all'ospedale di Linz», continuò Sven, la voce che tremava visibilmente. «Jörgen è là. È in rianimazione. Mi hanno detto solo questo, non vogliono dare altre informazioni al telefono perché non sono un familiare».
La nebbia che Sally aveva in testa a causa del dopo-sbronza si dissolse in un millesimo di secondo, sostituita da un terrore puro, lucido e glaciale. La gelosia, l'orgoglio, le paure sul tempo che passava... tutto svanì, ridotto a niente di fronte a quella parola: rianimazione.
«Io vado là», disse Sally, la voce ferma, mossa da un istinto primordiale che non ammetteva repliche.
«Ci vediamo tra mezz'ora in stazione», rispose Sven, senza un attimo di esitazione. «Prendiamo il primo treno utile per Vienna che ferma a Linz. Muoviti, Sally».