Vai al contenuto principale

← Sallys Lehrjahre

Creato il 26/06/2026, 17:09 · Aggiornato il 26/06/2026, 18:08

Capitolo 10: Westbahn direzione Linz

@bloodymary79bloodymary79
GeneraleCompleta

Avvertenze (opera)

  • Contenuto sessuale esplicito
  • Copertina AI
Scarica EPUB (capitolo)

Tocca un passaggio (o un’immagine) per aprire il filo commenti a fianco. I link nel testo restano cliccabili.

Il capotreno della Westbahn fischiò sul binario di Salisburgo proprio mentre Sally e Sven balzavano a bordo, con il fiato corto e i volti scavati dal terrore. Il treno ad alta velocità scivolò fuori dalla stazione, puntando dritto verso est, verso Linz. Fuori dal finestrino, il paesaggio austriaco scorreva via come una striscia sfocata di verde e cemento, ma nella carrozza il silenzio tra i due ragazzi era pesante, interrotto solo dal ronzio elettrico del motore.

Sally fissava le proprie mani intrecciate, trepidante. L'ansia che aveva provato la sera prima per il tempo che stringeva si era trasformata in un vuoto pneumatico. Aveva lo stomaco serrato.

Sven le si sedette di fronte, passandosi una mano sul viso stanco. Cautamente, cercò il suo sguardo per rompere quella morsa di ghiaccio.

«Dobbiamo farci forza, Sally», disse in inglese, la voce insolitamente profonda. «Jörgen ha la testa dura. È un combattente, anche se fa di tutto per nasconderlo sotto l'aria da sbruffone».

Sally sollevò gli occhi color verde salvia.

«Ho paura, Sven. Se penso a come ci siamo lasciati... alla mia gelosia stupida di ieri sera... mi sento morire».

Sven accennò un sorriso triste, guardando fuori.

«La gelosia è normale quando ci si tiene. Ma Jörgen non stava correndo dietro a nessuna, credimi. Era solo terrorizzato da quello che prova per te. Vedi, lui ha sempre avuto un rapporto tragico con gli affetti. Tutta colpa di sua madre».

«Sua madre?», domandò Sally, aggrappandosi a quel briciolo di distrazione.

«Sì. Fa la giornalista musicale, una di quelle sempre in viaggio, con la borsa pronta e la testa da un'altra parte. Quando Jörgen aveva solo sei anni, lei ha impacchettato le sue cose ed è volata negli Stati Uniti per seguire la scena rock e i grandi festival. Lo ha letteralmente piantato in Svezia. Jörgen è cresciuto senza una carezza materna, convinto che chiunque ti ami sia destinato a darti un calcio e sparire oltreoceano».

A quelle parole, Sally avvertì una fitta improvvisa, un riflesso condizionato che le strinse la gola. Abbassò lo sguardo sui finestrino, dove le gocce di pioggia rigavano il vetro in diagonale. Il racconto di Sven aveva scoperchiato una scatola che lei cercava di tenere sigillata a doppia mandata: poteva capire la rabbia di Jörgen, l'amarezza di quel vuoto. Lei, di suo padre non sapeva assolutamente nulla. Non sapeva che lavoro facesse adesso, che faccia avesse, se vivesse ancora in Italia o se fosse scappato dall'altra parte del mondo. Non sapeva nemmeno se fosse ancora vivo. Era un'ombra senza lineamenti, un fantasma che se ne era andato lasciando dietro di sé solo un silenzio bianco e pesante che né lei né sua madre avevano mai avuto il coraggio di rompere. Guardando Sven, Sally si rese conto di quanto la parola "padre" o "madre", per lei e per Jörgen, avesse lo stesso sapore di un'assenza, declinata però in due modi tragicamente diversi. Entrambi avevano evitato con cura di legarsi: lui con le sue storielle superficiali, lei non lasciandosi mai andare. Stesso dolore, espressione diversa

Sven non si accorse di quel momento di smarrimento e continuò, la voce che tornava a farsi calda: «Per fortuna Jörgen aveva suo padre. Era un uomo straordinario, un liutaio eccezionale, forse il migliore di tutta la Svezia. Jörgen è letteralmente cresciuto dentro il suo laboratorio, respirando l'odore del legno d'acero, della pece e della vernice. Suo padre aveva studiato il mestiere in Italia, a Cremona. Amava quel Paese alla follia. Ha passato anni lì a imparare i segreti dei grandi maestri ed è tornato in Svezia parlando un Italiano perfetto. Ha voluto trasmettere questa passione anche a suo figlio... ecco perché Jörgen parla così bene la tua lingua, Sally, non solo per i tre anni a Bologna. Quel biondone mastica l'Italiano fin da bambino perché per lui è la lingua dei violini, la lingua di suo padre».

Sally ascoltava quel racconto sentendo il cuore rimpicciolirsi. Immaginò Jörgen da bambino, con i capelli biondi scompigliati, seduto su uno sgabello a guardare le mani del padre che curvavano il legno di un violino. Capì, finalmente, da dove venisse tutta quella musica che Jörgen esprimeva quando stringeva l'archetto. Ma capì anche il motivo delle sue fughe, del suo rifiuto di legarsi, della sua paura di pronunciare la parola "noi".

«Vedrai che se la caverà», concluse Sven, allungando una mano per stringere quella di Sally. «Noi svedesi abbiamo la pellaccia dura». Per la prima volta da quando erano partiti, si scambiarono un sorriso fragile, un patto di speranza stretto mentre il treno frenava sui binari della stazione di Linz.

Solo alle sera del secondo giorno a Linz Sally iniziò a realizzare tutto quello che era successo negli ultimi due giorni. Era arrivata in città in fretta e furia con Sven, precipitandosi al reparto di terapia intensiva senza nemmeno pensare a dove avrebbero dormito quella notte, con l'unico, disperato pensiero fisso di vedere Jörgen.

C'era stato un momento di forte tensione all'ingresso: aveva dovuto letteralmente litigare in un tedesco spezzato con l’infermiera di turno, che si ostinava a non volerli far entrare. Il regolamento parlava chiaro: l'accesso era consentito solo ai parenti stretti. Ma la madre di Jörgen si trovava ancora negli Stati Uniti e, a causa dei voli, non sarebbe potuta arrivare prima di due giorni. Con le lacrime agli occhi e la voce ferma, Sally aveva dichiarato di essere la sua ragazza, e indicando Sven aveva aggiunto che lui era il suo migliore amico. Solo allora l'infermiera aveva ceduto, concedendo il permesso di assisterlo, almeno fino all’arrivo dei familiari.

Quando però Sally aveva varcato la soglia della stanza e lo aveva su quel letto d'ospedale, lo shock fu totale: Jörgen era immobile, pallido, privato di tutta la sua prorompente vitalità. Un tubo flessibile in gola lo aiutava a respirare e intorno a lui fischiavano altri macchinari di cui lei ignorava del tutto la funzione. Sally sentì una fitta all’altezza del petto talmente forte, un dolore così fisico e violento, da doversi piegare in due, col fiato spezzato.

Si avvicinò al letto con le gambe di piombo. Gli prese la mano, che era calda ma spaventosamente inerte. «Jörgen... sono Sally...», sussurrò in Italiano, la voce ridotta a un filo.

«Non so se tu possa sentirmi o meno, ma sono qua. Sono di fianco a te. Non me ne vado».

Sentì due lacrime calde scorrerle rapide sulle guance, rigandole il viso. Subito dopo, sentì le mani grandi di Sven appoggiarsi sulle sue spalle, stringendole con delicatezza per aiutarla ad alzarsi in piedi e ad uscire dal reparto prima che crollasse del tutto.

«Ho paura, Sven...», mormorò Sally non appena furono nel corridoio asettico.

«Jörgen è forte... sono sicuro che si riprenderà», rispose lui.

Sally aveva annuito, ma guardando oltre la facciata coraggiosa dell'amico, scorse in fondo ai suoi occhi verdi una punta di puro terrore, forse ancora più profonda della sua. Sven conosceva Jörgen da una vita; vederlo ridotto così era un colpo al cuore anche per lui.

«Forse è meglio che vai in albergo a riposarti un po', Sally», propose Sven con dolcezza. «Ho già prenotato una camera qui vicino... vai, ti prego».

«Io resto qua con lui, vai pure tu», rispose lei, irremovibile. Sven aveva annuito e, dopo aver lanciato un’ultima, dolorosa occhiata alla porta chiusa della stanza del suo amico, si era allontanato in silenzio lungo il corridoio.

Non sapeva dove fosse e nemmeno cosa stesse succedendo in quel momento. Jörgen sentiva una nebbia fitta, densa e calda, che lo avvolgeva completamente, trasportandolo in un mondo sospeso di cui non conosceva il nome. Quella nebbia lo cullava, dolcemente, come una madre fa con un bambino che non vuole saperne di dormire. Da qualche parte, molto lontano, gli era parso di sentire delle voci, ma parlavano una lingua confusa, che non era la sua...

Da quel momento in poi, la sua coscienza aveva preso ad andare e venire senza preavviso, e lui ci stava quasi facendo l’abitudine. Si era accorto presto di non potersi muovere, né tanto meno di poter parlare, come se il suo corpo si rifiutasse categoricamente di eseguire gli ordini che il cervello gli impartiva. Forse era diventato solo mente. Solo puro pensiero.

In quel limbo, era libero di vagare avanti e indietro nel tempo, ripescando frammenti della sua memoria: rivide i vecchi cartoni animati della Warner Bros che avevano accompagnato la sua infanzia a Stoccolma, il sapore delle merendine al cioccolato che mangiava da piccolo, e poi... vide suo padre. Ma suo padre non era morto? Eppure era lì, nitido davanti a lui, chinato sul bancone di lavoro, alle prese con la curvatura del fondo di un violino. Sentì persino il profumo del legno. Poi vide se stesso suonare, ancora bambino, con le dita corte che faticavano a trovare la posizione sulle corde.

All’improvviso, però, un brusco scossone lo scaraventò nel presente. Sentì le voci di due ragazzi. Due voci che credeva di conoscere perfettamente, ma che la nebbia gli impediva di identificare con chiarezza. Una ragazza e un ragazzo... dicevano cose strane, frammentate, ma nella sua mente rimbombò una sola parola.

Mamma.

No... un brivido di freddo lo attraversò. No, non lasciatemi con lei... vi prego, non lasciatemi... Il panico crebbe nel suo petto immobile. Poi, improvvisamente, sentì qualcosa di caldo. Una mano leggera, morbida, che si posava sul suo viso. Sentire? Allora il suo corpo era ancora attaccato alla mente? Non lasciatemi con lei... Sally...

Il giorno successivo, Sally e Sven erano seduti nella sala d’aspetto del reparto, logorati dalle ore di veglia, aspettando che la madre di Jörgen arrivasse dall'aeroporto.

Sven, per ingannare il tempo, le aveva accennato a bassa voce che Jörgen non vedeva sua madre dal funerale del padre, avvenuto qualche anno prima.

Improvvisamente, l'aria nella sala d'aspetto si tese, diventando d'un tratto glaciale. Sally alzò lo sguardo e vide entrare una donna bellissima: era alta, algida, con una folta chioma di capelli biondi identici a quelli di Jörgen, vestita con un cappotto rosso elegante che spiccava in modo quasi offensivo in quell'ambiente sterile. La donna si avvicinò a grandi passi, disse qualcosa a Sven in svedese con un tono rapido e tagliente, e poi girò gli occhi azzurri e severi verso l'italiana.

«Tu sei una delle sue amiche, vero?», chiese in un Inglese perfetto, asciutto, privo di qualsiasi calore materno. Sally si alzò in piedi, sentendosi d'un tratto piccolissima ed estremamente goffa nei suoi vestiti stropicciati dal viaggio. «Ecco... piacere, sono Sally».

«Sì, ok. Adesso potete andare, ci penso io a lui», tagliò corto la donna, senza nemmeno guardarla in faccia.

Sally rimase letteralmente impietrita, immobile come una statua di sale, mentre la madre di Jörgen superava la sbarra del reparto e si dirigeva a passi decisi verso la stanza del figlio, lasciandosi chiudere la porta alle spalle. Un senso di costernazione profonda e di gelo la invase. Quella donna emanava una distanza siderale; non sembrava una madre accorsa al capezzale del figlio in fin di vita, ma un'estranea venuta a reclamare un possesso. La durezza del suo sguardo fece capire a Sally, in un colpo solo, tutta la solitudine in cui Jörgen era cresciuto.

«Sally, tutto ok?», chiese Sven, avvicinandosi e posandole una mano sul braccio.

«Io...», cominciò lei, ma la voce le morì in gola.

E poi scoppiò a piangere. Un pianto dirotto, irrefrenabile, che le scosse le spalle. Forse piangeva per Jörgen, per il dolore che doveva aver provato nella vita; forse piangeva per se stessa, colpita da quel muro di ghiaccio; forse perché si era resa conto, con una fiammata di dolorosa lucidità, di quanto poco conoscesse davvero quel ragazzo svedese, e che forse, a causa del tempo dell'Erasmus che scadeva, non lo avrebbe conosciuto mai più. Piangeva per tutte quelle cose che si accavallavano nella sua testa e che non riusciva ancora a dire ad alta voce, nemmeno a se stessa.

«Vieni, andiamo a bere un caffè alla macchinetta, così ci calmiamo un po' e possiamo parlare», le disse Sven con infinita pazienza.

«Ok... grazie Sven... sei veramente...».

«Ssssh, non dire niente», la interruppe lui con un mezzo sorriso.

Il ragazzo le passò una mano tra i capelli corti e appena tinti di biondo, stringendola a sé in un abbraccio fraterno, aspettando in silenzio che quel temporale di lacrime si calmasse.

Seduti sulle seggioline di plastica davanti al distributore automatico, Sven rigirava il bicchierino di plastica tra le dita.

«Come ti dicevo in treno, il padre di Jörgen era un famoso liutaio, il migliore di tutta la Svezia... ed ecco perché Jörgen è un violinista tanto bravo. È cresciuto letteralmente in mezzo ai violini e alla musica d'autore».

«E tu l'hai conosciuto?», chiese Sally, asciugandosi gli occhi con un fazzoletto.

«Sì, era davvero una persona fantastica, umile e piena di calore. Mentre sua madre... beh, non so cosa dirti. Non l'ho mai conosciuta di persona prima di oggi, ma Jörgen non ne ha mai parlato molto bene. Anzi, non ne parlava proprio».

«Non so nemmeno io... ma mi ha dato una sensazione di gelo incredibile quando mi ha guardata», sussurrò Sally, stringendosi nelle spalle.

«Jörgen diceva sempre di non aver mai visto lo sguardo dolce di sua madre, fin da bambino. Se ne era andata in America che lui era piccolissimo e, quando l'ha rivista al funerale del padre, hanno avuto un litigio furioso».

«Come mai?».

«Pare che lei volesse portarlo a vivere in America con sé, fare la parte della madre redenta. Ma lui si rifiutò categoricamente. Le urlò in faccia che la patria del violino e della musica era l'Europa, e che non avrebbe mai lasciato la casa e l'officina di suo padre per seguire i suoi comodi».

«Immagino che lei non l'abbia presa bene».

«Appunto. Da allora non si sono più sentiti».

«Forse adesso lei si sente in colpa... forse quel vestito rosso e quell'aria dura sono solo uno scudo», rifletté Sally, provando a cercare un briciolo di umanità in quella donna.

Sven alzò le spalle, dubbioso.

«Può darsi. Ma adesso non ci resta che tornare a Salisburgo, Sally. Qui non possiamo fare più nulla finché c'è lei. Se ti va, puoi fermarti nella mia stanza per un paio di notti... prometto di essere un vero gentiluomo, l'amico serio di Jörgen!».

Sally lo guardò e, per la prima volta da quando erano partiti per quella folle corsa verso Linz, un piccolo sorriso genuino le illuminò il viso.

«Grazie, Sven. Sei davvero il migliore... l'amico serio, d'accordo».

«Vedrai che se la caverà, bionda», ribadì Sven, dandole un colpetto affettuoso sulla spalla. «Noi svedesi siamo duri a morire. E Jörgen ha ancora troppi concerti da suonare. E troppe spiegazioni da darti».

Commenti

I commenti sui singoli passaggi si aprono dal fumetto accanto al testo; qui sotto trovi solo i commenti al capitolo intero.

Caricamento…