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Sally era partita per Köln. Il motivo del viaggio era uno di quei passaggi burocratici che sanciscono la fine di un'era: doveva consegnare le copie definitive della sua tesi di laurea, e questo, nella mente di entrambi, significava una cosa sola. Presto il suo soggiorno a Salzburg sarebbe finito per sempre.
Per Jörgen era maledettamente difficile capire cosa significasse tutto questo per lui. Era abituato a scivolare via dalle città e dalle relazioni senza voltarsi indietro, ma stavolta l'ingranaggio si era inceppato.
La sera prima della partenza erano andati a fare una passeggiata dietro i giardini di Schloss Mirabell. Si erano seduti sulla loro solita panchina di pietra, restando a guardare in silenzio lo spettacolo meraviglioso dei fiori geometrici e delle fontane, illuminati per la notte contro il profilo della fortezza di Hohensalzburg.
Jörgen teneva le mani in tasca, sentendo ancora il calore di quel volume cartaceo: le aveva appena restituito la copia della tesi che lei gli aveva prestato affinché la leggesse. Nonostante il suo tedesco non fosse proprio perfetto l'aveva letta tutta ed era convinto che fosse un lavoro eccezionale, un'analisi linguistica brillante ed accurata. Jörgen era rimasto sinceramente stupito da come fosse riuscita a fare un lavoro così buono e approfondito in così poco tempo, muovendosi tra i libri della biblioteca con una determinazione assoluta.
Si erano baciati sotto il chiaro di luna, assaporando il sapore dolce e amaro di quella notte di primavera, e avevano camminato a lungo mano nella mano sulla riva della Salzach respirando il profumo di gelsomini che riempiva l'aria del verde lungofiume ed erano tornati nello studentato, perdendosi uno nel corpo dell'altra finché non erano crollati abbracciati e nudi sotto le lenzuola umide.
Tutte cose che qualsiasi coppia fa normalmente, solo che loro due mai una volta, nemmeno per scherzo, si erano definiti come tali. Avevano scientificamente rifiutato ogni ufficializzazione del loro rapporto, come se appiccicarci sopra un’etichetta avesse potuto, in qualche misterioso modo, inquinarlo o rovinarlo. O forse, semplicemente, per non ammettere che stavano ballando sull'orlo di un precipizio.
E fra poco dovremo salutarci.
Jörgen non poteva smettere di pensarci, quel pensiero era un battito costante e fastidioso nella testa. Mentre camminava da solo verso lo studentato, i ricordi iniziarono a riavvolgersi da soli. Quando l’aveva vista per la prima volta davanti al portone, sommersa da tutte quelle valigie enormi sotto una fitta nevicata, aveva subito notato che era una bellissima ragazza. Come faceva sempre in quelle situazioni, aveva immediatamente cercato il modo di conoscerla, di attaccare bottone per vedere se, chissà, avrebbe potuto combinarci qualcosa. Le donne gli piacevano, eccome, e quella biondina magra dagli occhi di ghiaccio e di mare era decisamente un bell’esemplare! E poi era italiana, e lui aveva sempre avuto un debole per il fascino e il calore delle ragazze italiane.
L’aveva invitata fuori più di una volta, convinto di seguire il solito copione collaudato: affascinarla con i suoi modi, conoscerla superficialmente e vedere se avrebbe potuto combinarci qualcosa, per poi tornare alla sua solita vita di artista impossibile.
Ma parlando con lei, col passare dei giorni, aveva notato qualcosa di insolito in quegli occhi chiarissimi — addirittura più chiari e taglienti dei suoi, capaci di cambiare sfumatura a seconda della luce — che l’aveva colpito dritto in faccia come uno schiaffo. Avrebbe voluto immergersi in quegli occhi color del mare, eppure c’era una cosa, una dannatissima cosa a cui non sapeva dare un nome, che in qualche modo glielo impediva, che lo bloccava nonostante le mille opportunità che aveva avuto di provarci durante l'inverno. Era dovuto arrivare il terremoto di Flachau, e poi quella notte in cui se l’era trovata mezza nuda davanti alla porta, dove lei lo aveva stupito ancora una volta prendendo in mano ogni genere di iniziativa.
E ora ci dovremo salutare.
Sono uno sciocco.
Infilò le mani ancora più a fondo nelle tasche della giacca. Qualunque cosa gli si fosse mossa dentro in quei mesi, protetta dal silenzio e dalle stanze dello studentato, adesso cominciava a fare male. E molto anche. Era la prima volta che la libertà gli pesava come un macigno.
Dall'altro lato della Germania, l'impatto di Sally con la ormai famigliare Köln fu un'esplosione di colori e di energia che la travolse non appena varcò la porta degli arrivi. Ad aspettarla all’aeroporto c’era una sorpresa bellissima che non avrebbe mai potuto immaginare: Elena era venuta a trovarla, affrontando il viaggio dall'Italia, ed era andata a prenderla al terminal insieme ai suoi cugini che vivevano lì.
Non appena gli sguardi si incrociarono, Sally mollò la borsa a terra. Si lanciarono l'una contro l'altra e si abbracciarono talmente forte che per un attimo sentirono quasi schioccare le costole tra di loro, tra le risate e gli sguardi incuriositi dei passeggeri in transito che le guardavano con l'aria di algida indifferenza Mitteleuropea.
«Allora, secchiona! Mi fai vedere questa benedetta tesi?», urlò Elena staccandosi appena, gli occhi scuri che brillavano di orgoglio e curiosità.
Sally, con un sorriso che le andava da un orecchio all'altro, aprì lo zaino e le mostrò il frutto di tutti quei mesi di reclusione e fatica. C'era una sorta di orgoglio misto a una strana, dolcissima timidezza nel suo gesto, soprattutto quando l’amica, sfogliando rapidamente le prime pagine lucide di stampa, si fermò sulla pagina dei ringraziamenti ufficiali.
Elena lesse a mezza voce, rallentando sulle parole impresse sul foglio bianco:
«E un ringraziamento molto speciale va alla mia amica di sempre, Elena, che nonostante i chilometri di distanza ha saputo starmi vicina in questi anni di università più di ogni altro».
Sally la osservò da vicino. Per la prima volta da quando la conosceva, vide spuntare due piccole lacrime di commozione genuina sul viso dell'amica. Elena era una roccia, una tipa tosta che non mostrava facilmente i suoi sentimenti, neppure davanti a lei, preferendo sempre l'ironia o una battuta tagliente.
Si asciugò l'angolo dell'occhio con un gesto rapido del dito, tirando su col naso e sfoggiando subito uno dei suoi sorrisi d'ordinanza per mascherare l'emozione. Allungò una mano e le scompigliò i capelli biondi con affetto.
«Allora, bionda... andiamo a mangiarci una fetta di torta come si deve, che adesso mi racconti per filo e per segno cosa diavolo stai combinando a Salisburgo con quello svedese!».
Dopo aver mollato le valige ed essersi rinfrescate uscirono per una passeggiata, sedendosi poi in una Konditorei sul Lungo Reno. Elena diede un morso alla sua fetta di torta, scorrendo l'indice sul frontespizio della tesi.
«L'utopia del linguaggio e il silenzio nei testi di Ingeborg Bachmann», lesse ad alta voce, sollevando lo sguardo su Sally. «Alla fine l'hai chiusa così. Sei rimasta fedele alla tua Ingeborg».
Sally sorrise, stringendo la tazza di caffè tra le mani. «Non potevo fare altrimenti, Elen. Più analizzavo le sue poesie e i suoi romanzi nella biblioteca di Salisburgo, più mi sembrava che parlasse direttamente a me. La Bachmann scriveva che 'l'amore ha un compito utopico', che cerchiamo una lingua perfetta per capirci, ma finiamo sempre per ferirci o restare in silenzio. C'è una sua frase, in Malina, che mi ha perseguitata per mesi: 'È sempre il dolore che mi rende intelligente'. Mi sono accorta che usavo lo studio, la letteratura e persino quel maledetto tedesco perfetto come uno scudo. Analizzavo le ferite degli altri sulla carta per non guardare le mie».
Elena la studiò con quell'attenzione acuta che solo un'amica di vecchia data possiede.
«E lo svedese? Ha scardinato le difese della Bachmann?»
Sally arrossì, abbassando gli occhi.
«Jörgen non parla la mia stessa lingua letteraria, Ele. Lui usa la musica. Ma quando suona... sfascia tutta la mia bellissima teoria sul silenzio e sul distacco».
Dopo una bella doccia rigenerante e una bella mangiata in famiglia, Sally uscì con Elena per fare un'altra lunga passeggiata sul lungofiume, camminare insieme era sempre stato un momento di profonda comunione e riflessione per entrambe.
La primavera a Colonia aveva uno strano fascino, soprattutto in quelle camminate serali lungo il Reno, che scorreva imponente e maestoso nel pieno centro della città, riflettendo le luci dei ponti e della cattedrale. Sally guardò le nuvole cariche di pioggia che si stavano addensando sopra le loro teste e, per associazione, non poté fare a meno di pensare a una notte di qualche anno prima, quando lei ed Elena erano rimaste a dormire a casa di Marco sull’Appennino. Entrambe non riuscivano a prendere sonno ed erano andate a camminare sulle rive del torrente, da brave incoscienti, visto che era buio pesto. Si erano messe a parlare un po’ di tutto, ma soprattutto di Matteo. Erano notti, quelle passate insieme a sviscerare l'anima, che Sally avrebbe sempre portato dentro come uno dei ricordi più preziosi. Elena le aveva sempre trasmesso una forza incredibile, ma con una dolcezza tale da non farle male in nessun momento.
Sally si strinse nella giacca di pelle, rompendo il silenzio.
«A cosa pensi, Ele?». Elena si voltò a guardarla, con un sorriso sornione che le illuminò il viso.
«Alla notte in riva al torrente». Risero insieme, sincronizzate sullo stesso ricordo.
«Solo che, invece che parlare di Teo, stavolta mi piacerebbe sentirti parlare di Jörgen...», incalzò Elena, dandole una leggera gomitata d'intesa. «Ho visto la foto che mi hai mandato... ammazza! È proprio un bel pezzetto di ragazzo. Un vichingo vero». Sally sussultò per un attimo quando sentì pronunciare il nome di Teo, ma si riprese in fretta, ricacciando indietro i fantasmi della Pianura Padana.
«È bello davvero... ed è anche simpatico, dolce...»
«E a letto, a giudicare dalle premesse sulla spalla larga, dev’essere un vero Maestro e non solo per la laurea in violino. Un vero mago con la bacchetta, o in questo caso, con l'archetto...», buttò lì Elena con un occhiolino impudente. «Insomma, gestisce bene le frequenze? Suona bene lo strumento?».
Sally scoppiò a ridere, nascondendo la faccia tra le mani e trovandosi suo malgrado ad arrossire leggermente. Elena non cambiava mai, era un concentrato di doppi sensi vivente, ma ora che non aveva più 17 anni e che di sesso finalmente poteva parlare anche lei per esperienza diretta decise di darle corda.
«Beh, sì... diciamo che ci sa fare eccome! Ha un ottimo senso del ritmo»
«Meno male, guarda. La fluidità della lingua va bene per la tua tesi sulla Bachmann, ma nella vita ci vuole anche un po' di sana pratica fisica», ridacchiò Elena, tornando seria subito dopo. Le prese il braccio, rallentando il passo.
«A parte il sesso, però... insomma, come stai davvero, bionda?».
«È strano da dire, ma bene», rispose Sally, guardando la corrente scura del Reno. «So che tra poco ci dovremo salutare, ma anche se mi dispiace un sacco, lo sapevo fin dall’inizio che sarebbe andata così. Quindi cerco di non pormi il problema»
«Per adesso», commentò Elena, acuta.
«Forse sto solo imparando a non tirarmi seghe mentali in anticipo, è già un passo avanti, no? So per certo che ci starò malissimo, ma sono stanca di lasciare che le occasioni mi passino attraverso come se fossi un fantasma. Era ora di dare un taglio netto, e non parlo solo dei capelli. Lui è bellissimo e si è dimostrato una persona interessante... insomma, il binomio perfetto».
Sally lo pensava davvero. Jörgen, a modo suo e senza saperne nulla di Ingeborg Bachmann o delle sue teorie sull'incomunicabilità, era riuscito a farla sentire bene con se stessa. L’aveva fatta ridere, divertire, l'aveva costretta a mettersi in gioco e, in qualche modo, la stava facendo crescere. E se questo significava che al momento dei saluti avrebbe dovuto soffrire, beh... era un prezzo che stavolta era disposta a pagare pur di sentirsi viva.
Elena la fissò a lungo sotto la luce dei lampioni.
«Speriamo solo che quel bel biondone non sia uno di quelli che sanno come posizionare bene le dita sullo strumento, ma poi si dimenticano di accordare il cuore. Ma se sei felice tu, io sono pronta a fargli un monumento».
Nel frattempo, a Salisburgo, Jörgen si trovava a casa di Sven, con l'unico obiettivo di alcolizzarsi un po'. Era da tempo che non facevano una di quelle loro serate mistiche a base di vodka e confessioni brutali, e in quel momento ne aveva un disperato bisogno. La stanza era satura di fumo e di musica di sottofondo.
Sven buttò giù un cicchetto, fissando l'amico.
«Quando vai a suonare a Vienna?»
«La settimana prossima», rispose Jörgen, facendo roteare il liquido trasparente nel suo bicchiere.
«Esattamente quando torna Sally da Colonia, no?». Jörgen non rispose, limitandosi a mandare giù l'alcol in un unico sorso bruciante.
Sven scosse la testa, sorridendo di sbieco. Aveva capito perfettamente che l’amico l’aveva presa un po’ male, questa volta. La corazza dello svedese si stava sgretolando.
«So cosa senti, Jörgen»
«Ah sì? E sentiamo, sentenzioso del cazzo, cosa sentirei?». Sven si appoggiò allo schienale della sedia, incrociando le braccia.
«Dico che quando l’hai conosciuta, davanti allo studentato, sentivi stringerti le mutande. Volevi solo l'Italiana da aggiungere alla collezione. Adesso, però, al pensiero che stia per finire e di non vederla più... ammettilo, ti stringe un po’ più in alto. Proprio all'altezza dello sterno».
Jörgen si versò un altro bicchiere, la mano leggermente meno ferma del solito. Sapeva che l’amico aveva stramaledettamente ragione, e la cosa lo faceva imbestialire. Si dava dello stupido da solo. Sapeva benissimo qual era la sua regola fondamentale: non lasciarsi mai coinvolgere. Era sempre stato molto meglio continuare a fare il Don Giovanni, l'inafferrabile violinista svedese che se proprio doveva dare delle fregature, le dava lui, ma almeno non le prendeva e, soprattutto, non se le andava a cercare da solo come un principiante.
«Sei sicuro, però, che questa sbandata ti dispiaccia così tanto?», lo stuzzicò ancora Sven, guardandolo dritto negli occhi. «Magari è la volta buona che ti dai una regolata».
Jörgen si alzò in piedi, barcollando leggermente per l'alcol che ormai era entrato stabilmente in circolo. Afferrò la giacca. «Forse no... sentì, è meglio che vada a casa ora, altrimenti mi fai dire troppe stronzate... e la testa mi gira già anche troppo».
Sven lo accompagnò alla porta, trattenendolo per una spalla. «Ehi, un'ultima cosa. Ti scoccia se invitiamo Sally alla festa scandinava la settimana prossima nello studentato? Anche se tu sei a Vienna per il concerto?».
Jörgen si liberò dalla presa con uno scatto nervoso, stringendo i denti. «Fai quel che cazzo ti pare, Sven! Non sono mica la sua guardia del corpo!».
Detto questo, Jörgen uscì sbattendo la porta e si incamminò cercando un taxi.