Tocca un passaggio (o un’immagine) per aprire il filo commenti a fianco. I link nel testo restano cliccabili.
I giorni precedenti al concerto erano stati per Sally un tunnel di thermos di caffè, fogli di appunti sparsi e una clausura forzata tra i tavoli di legno scuro della biblioteca universitaria di Salisburgo. La scadenza per la consegna si avvicinava a grandi passi e la sua tesi — incentrata sull'opera di Ingeborg Bachmann — era diventata una specie di ossessione speculare alla sua vita.
Più si immergeva nelle pagine della Bachmann, più Sally sentiva una strana e inquietante vertigine. Analizzava capitoli complessi di libri come Malina, sviscerando quel concetto così doloroso dell'incomunicabilità tra uomo e donna, l'utopia di un linguaggio d'amore che finisce sempre per infrangersi contro la realtà. C'era una frase della scrittrice austriaca che Sally aveva sottolineato a matita sul suo quaderno e che continuava a ronzarle in testa: «Un giorno verrà che gli uomini avranno occhi neri di stelle... e la terra sarà redenta. Ma quel giorno non è ancora arrivato».
Per Sally, la Bachmann era uno scudo intellettuale: analizzare la frammentazione emotiva dei personaggi sulla carta le serviva a non guardare i propri pezzi rotti, il cassetto chiuso a Colonia con i testi per Teo, e soprattutto quel legame con Jörgen a cui non riusciva a dare un nome. Si diceva che stava facendo ricerca, che il tedesco le serviva perfetto per la tesi, ma la verità era che si rifugiava in quella prosa tagliente per dare una struttura logica all'ansia che sentiva crescere dentro. Però, a differenza del passato, stavolta si imponeva di concentrarsi su quello che stava vivendo con Jörgen, godendosi il presente.
Questo per lo meno finché era arrivata la sera della prima al Mozarteum.
Per prepararsi era rimasta chiusa in bagno delle ore perché non riusciva a decidersi sul look più adatto, sentiva che doveva essere una notte speciale. Fissava lo specchio, indecisa se fare un passo indietro o osare del tutto: quella sera ci sarebbe stata la prima del concerto sinfonico al Mozarteum in cui suonava Jörgen. In programma avevano una selezione di composizioni sacre e arie da concerto del famigerato compositore salisburghese, un repertorio che lei conosceva bene ma che riascoltava sempre volentieri.
Alla fine, prese un respiro profondo e decise di indossare l’abito che Elena le aveva regalato: era stato modellato al millimetro sulle sue misure, poiché Sally era parecchio più alta di lei. L'abito era di un velluto nero profondo, lungo fino ai piedi, e cadeva fluido con una leggera coda asimmetrica sulla sinistra. Davanti si apriva in una scollatura morbida, a barchetta, ma il vero colpo di scena era sul retro: lasciava la schiena completamente scoperta, nuda fino alla curva lombare, interrotta solo da un incrocio geometrico di nastri sottili tempestati di brillantini. Lo stesso motivo di strass richiamava la luce sul fianco sinistro, accentuando la rotondità naturale e morbida dei suoi fianchi.
«Lo metto», si disse, passandosi un filo di rossetto scuro sulle labbra e sistemando col gel il suo bob biondo spettinato «Se non lo indosso ad una prima al Mozarteum quando mai ne avrò ancora occasione?».
Infilò le scarpe con il tacco alto, tese il collo, indossò il cappotto nero e si diresse a grandi passi verso il teatro, sfidando i ciottoli bagnati del centro.
Il concerto fu un’esperienza quasi religiosa: Sally, seduta in prima fila grazie al biglietto che Jörgen le aveva procurato, si sentì investire dalla potenza dell'orchestra. Il pezzo forte della serata era l'aria da concerto "Vorrei spiegarvi, oh Dio!" K. 418, un brano di una difficoltà tecnica ed emotiva disarmante.
Quando il soprano iniziò a cantare le prime note tese e malinconiche avvertì una vibrazione dritta nello stomaco, ma fu nel momento del dialogo tra la voce e gli strumenti che il cuore le balzò in gola: Jörgen avanzò leggermente con la sua fila di violini, dando inizio a un controcanto struggente, una melodia tesa che sembrava fluttuare sopra il resto dell'orchestra.
Vederlo così, concentrato, con la mascella serrata contro la mentoniera del violino e le dita lunghe che volavano sulle corde, provocò in Sally un cortocircuito. La musica di Mozart non era solo bella; sotto le arcate di Jörgen diventava qualcosa di fisico, un calore che le si arrampicava sul petto, togliendole il fiato; le note penetravano le sue barriere, risvegliando quella sensibilità artistica che negli ultimi aveva tenuto anestetizzata. Si ritrovò più volte ad asciugarsi gli occhi per la commozione, rapita dal contrasto tra la purezza di quel suono settecentesco e il tumulto che sentiva dentro.
Dopo l'ultimo scroscio di applausi, Sally si diresse verso l'uscita degli artisti, aspettandolo sotto i lampioni della via.
Jörgen comparve poco dopo, con la custodia del violino in mano. Non appena la vide, si bloccò sui gradini.
«Allora? Ti è piaciuto il concerto?», chiese, facendosi incontro con un sorriso ancora tremante.
«Moltissimo... ho ancora le lacrime agli occhi, Jörgen. Siete stati immensi. Tu sei stato... pazzesco».
Lui non rispose subito. Posò la custodia a terra e la squadrò, gli occhi blu che bruciavano di un'intensità quasi d'altri tempi.
«Sei... sei bellissima stasera, Sally. Certo che io in smoking e tu con questo vestito da sera facciamo un certo effetto, eh?».
Sally scoppiò a ridere, rompendo l'incanto romantico.
«Possiamo far finta di essere due nobili del Settecento, stasera... andiamo un po’ a tirarcela al Café Tomaselli? Un caffè e una fetta di torta da signori?».
«Mmmmh... ottima idea», rispose lui, affiancandola.
Le passò un braccio dietro la vita, e la sua mano grande andò a posarsi direttamente sotto al cappotto sulla pelle nuda della schiena, dove i nastri di brillantini si incrociavano.
Sally ebbe un fremito visibile, la pelle d'oca le tese le braccia.
«E smettila di passare la tua manina santa sulla mia schiena scollata... lo sai che effetto mi fa!».
«Lo faccio apposta, madamigella!», sussurrò lui, avvicinando le labbra al suo orecchio.
Decisero di camminare a piedi fino a Piazza del Duomo. Il clima si era fatto leggermente più mite e nelle ultime due settimane aveva smesso di nevicare, per cui la passeggiata notturna tra i vicoli barocchi illuminati era decisamente piacevole. Ma il romanticismo dovette scontrarsi presto con la realtà dei fatti.
«Maledetti tacchi! Ridatemi le mie scarpe da ginnastica, vi prego!», imprecò Sally, dondolando leggermente su un sanpietrino sconnesso.
«E io con questa cravatta a farfalla mi sto letteralmente strangolando!», le fece eco Jörgen, allentando il colletto della camicia bianca.
«Ma se stai benissimo vestito così! Sembri un vero musicista d'orchestra».
«Anche tu sei splendida... ma non mi hai detto dove l'hai preso questo capolavoro».
«Lo ha fatto Elena per la sfilata di fine anno all'accademia di Bologna... bello, vero?».
Jörgen le strinse i fianchi, attirandola un po' più a sé mentre entravano nella piazza monumentale.
«Secondo me è molto più bello se te lo togli...».
«Scemo!», lo redarguì lei, tirandogli una leggera gomitata sul petto, anche se ridendo di gusto.
Il Café Tomaselli li accolse con la sua atmosfera senza tempo, il profumo di marzapane e il brusio soffuso degli spettatori del Mozarteum che si concedevano l'ultimo drink. In un angolo della sala principale, vicino alle finestre che davano sulla piazza coperta di riflessi bagnati, c'era un vecchio pianoforte verticale a disposizione degli ospiti.
Dopo aver ordinato, Jörgen indicò lo strumento con un cenno complice della testa.
«Prima hai detto che la mia musica ti ha emozionato. Che ne dici di rendermi il favore?».
Sally sentì una stretta improvvisa allo stomaco. Era la prima volta, dai tempi di casa sua e del cassetto chiuso con Teo, che qualcuno le chiedeva di cantare e suonare in pubblico, se si escludeva la cantata da sbronza a casa di Sven. Per anni la sua voce era rimasta sepolta sotto il silenzio e i sensi di colpa, convinta che senza Teo non avrebbe più trovato gli accordi giusti. Ma l'adrenalina della serata, la bellezza del vestito e, soprattutto, la sicurezza profonda che le trasmetteva lo sguardo di Jörgen le diedero una spinta inedita.
Si alzò, si sistemò sullo sgabello di legno, appoggiò le dita sui tasti e prendendo un respiro profondo lasciò che la musica fluisse.
Scelse Baby Can I Hold You di Tracy Chapman. Non appena la sua voce riempì l'angolo del caffè, Sally si accorse di quanto fosse cambiata: non era più il timbro sottile della ragazzina di un tempo, la sua voce era cresciuta con lei, si era fatta più scura, profonda, venata di una sfumatura quasi blues che graffiava l'aria con una maturità dolorosa e bellissima.
Mentre cantava "Baby, can I hold you tonight? Maybe if I told you the right words, at the right time, you'd be mine", tenne gli occhi fissi in quelli di Jörgen. Cantava per lui, per ringraziarlo di quel presente che le stava regalando. Jörgen, seduto al tavolo con il bicchiere a metà, rimase immobile trattenendo due lacrime che mal si sarebbero adattate al suo viso da vichingo, colpito al cuore dall'intensità di quel canto, leggendo in quella voce tutta la forza e i pezzi rotti di una donna che stava finalmente tornando a respirare.
Quando Sally accennò l'ultimo accordo, nel caffè ci fu un attimo di silenzio rapito prima di un timido, poi caloroso applauso. Lei tornò al tavolo con le guance calde, e Jörgen le prese subito la mano sotto la luce dei lampadari, stringendola forte senza bisogno di dire una parola.
Uscirono in silenzio e si fermarono al centro della piazza appena usciti dal locale, dominata dalla mole imponente del Duomo sotto il cielo stellato. Il silenzio di Salisburgo di notte li avvolse, interrotto solo dal rumore lontano della Salzach che scorreva. Sally guardò l'ora sul grande orologio e una stretta improvvisa le serrò lo stomaco: febbraio stava per finire. Il tempo dell'Erasmus, quel limbo perfetto e sospeso che stavano vivendo tra le montagne austriache, non era infinito, mancavano solo pochi mesi prima che le loro vite riprendessero i rispettivi binari: lei in Germania a laurearsi, lui in giro per i teatri d'Europa.
L'ansia latente di quella scadenza, che entrambi cercavano disperatamente di ignorare ogni volta che erano vicini, tese l'aria tra di loro. Jörgen le prese la mano, stringendola forte, come a voler trattenere il presente prima che potesse scivolare via tra le note di passaggio di quel loro inverno insieme.
Il rientro nell'appartamento di Sally avvenne in un silenzio denso, quasi solenne, rotto solo dal fruscio dei loro cappotti lasciati cadere sulle sedie del corridoio. La penombra della camera da letto, scaldata dalle candele al profumo di arancia e cannella che Sally aveva acceso, li accolse come un rifugio.
Jörgen le si avvicinò di schiena, le mani grandi e calde che scivolarono sotto il velluto nero, risalendo lungo la schiena e sfiorando la pelle nuda con una lentezza bruciante che fece fare a Sally un lungo sospiro profondo. Quando l'abito scivolò definitivamente a terra, Jörgen la fece voltare e la baciò con un'intensità che le tolse ogni residuo di fiato, sollevandola leggermente per adagiarla sulle lenzuola.
Tra le braccia di Jörgen, tutto era incredibilmente semplice. Lui non le chiedeva di essere intera, non cercava spiegazioni per le sue ombre; la accoglieva e basta, stringendola a sé come se avesse paura di vederla svanire assieme alla neve che andava sciogliendosi sui tetti. Sally si lasciò andare completamente, aggrappandosi alle su spalle larghe, assecondando il ritmo dei loro respiri e trovando in quel corpo scandinavo il calore e la vita che credeva perduti.
Eppure, sotto l'ondata di quel piacere immenso, mentre la pelle bruciava e il cuore le batteva contro il petto di lui, Sally avvertì una punta acuta, sottilissima di dolore. Continuava a fare capolino la consapevolezza che il loro tempo stava scadendo, che quel limbo perfetto era solo una splendida parentesi e che le loro strade si sarebbero presto separate. Ma invece di farsi paralizzare dall'ansia, Sally scelse di stringerlo ancora più forte, affondando le dita nei suoi capelli biondi e godendosi ogni singolo frammento di quel presente, grata per quel fuoco che la stava finalmente guarendo dall'inverno.