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← Sallys Lehrjahre

Creato il 18/06/2026, 09:07 · Aggiornato il 18/06/2026, 09:07

Capitolo 4: Accordi in minore e feste scandinave

@bloodymary79bloodymary79
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Quando Jörgen bussò alla porta dello studentato alle sette in punto, gli aprì una Sally decisamente mezza svestita.

«Scusa... mi vesto in due minuti esatti», ansimò lei, stringendosi nelle spalle. «Se apri il frigorifero c'è del Martini, possiamo prenderci un aperitivo al volo prima di uscire, ti va?»

Jörgen rimase immobile sullo stipite della porta, cercando attivamente di non fissare le gambe affusolate di Sally. La ragazza indossava solo una maglietta extralarge dei Kiss che le arrivava appena sotto il sedere.

«Meglio di no, credimi», rispose lui con un sorriso sghembo, incrociando le braccia. «Tu non hai la minima idea di quanto berranno quei matti alla festa. Meglio partire leggeri».

Sally gli passò davanti per andare verso l’armadio con una disinvoltura incredibile, muovendosi nel monolocale senza badare troppo alla propria parziale nudità. Ma nel muoversi repentinamente per afferrare i vestiti, la maxi-maglietta dei Kiss fece un mezzo giro su se stessa, scivolando giù da una spalla.

Complice il tessuto leggero e un po' liso dagli anni, la scollatura si allargò abbastanza da lasciar intravedere chiaramente la curva del seno nudo e il pizzo nero del reggiseno che svettava da sotto. Jörgen mandò giù un groppo di saliva, distogliendo lo sguardo un secondo di troppo in ritardo. Quella naturalezza emiliana, probabilmente mescolata alla disinvoltura tedesca che doveva aver acquisito in quattro anni di Germania, lo stava mandando al manicomio.

Sally afferrò un paio di jeans a zampa e un maglioncino di lana rosso, poi aprì il cassetto della biancheria con assoluta calma, sistemandosi la spallina con un gesto fluido.

Voltandosi, colse un'ombra di imbarazzo sul volto dello svedese. Sorrise, divertita.

«Scusami... ti ho messo in imbarazzo?» Jörgen si riprese subito, sfoderando il suo miglior sorriso da schiaffi.

«No... mica sei nuda, no? E poi noi Svedesi siamo abituati alla nudità, siamo cresciuti nelle saune» Nonostante la battuta pronta, Sally si ritrovò ad arrossire leggermente. Prese le sue cose e si rintanò in bagno, dove rimase per una quindicina di minuti.

Quando ne uscì, Jörgen rimase a bocca aperta. Non solo si era truccata esaltando quegli occhi camaleontici, ma aveva completamente stravolto la testa usando il gel. I capelli, del solito biondo luminoso che portava da quattro anni in Germania, erano stati tagliati drasticamente in un caschetto corto, scalatissimo sulla nuca, con solo due ciuffi più lunghi sul davanti a incorniciarle il viso.

«Ti piace?» chiese lei, passandosi una mano tra le ciocche spettinate. «Ci ho dato un taglio da sola ieri sera, prima di andare a dormire. Avevo bisogno di cambiare aria».

Presero due autobus e si ritrovarono dall'altra parte di Salisburgo, in una zona leggermente periferica. Sven — l'amico percussionista di Jörgen — aveva affittato una casettina indipendente con tanto di giardino insieme ad altri tre ragazzi scandinavi. A Sally la cosa sembrava incredibile per degli studenti della loro età, ma Jörgen le spiegò che il governo svedese passava parecchi soldi a chi studiava all'estero.

«Ecco la loro klein Haus», disse Jörgen indicando la villetta illuminata.

«Altro che klein! Nemmeno in Italia io ho una casa così». «Bene, adesso però parliamo solo in Inglese, ok? Non sarebbe molto educato nei loro confronti usare l'Italiano». «Basta che non vi mettiate a parlare in svedese stretto però!»

Alla porta comparve un ragazzo non molto alto, biondo e con un taglio di capelli che nella penombra ricordava in modo impressionante Robbie Williams.

«Ciao Sven, questa è Sally, la mia nuova amica italiana», la presentò Jörgen.

«Felice di conoscerti, tutti gli amici, ma soprattutto le amiche di Jorgen sono le benvenute» esclamò Sven con un sorriso contagioso e magnetico.

Sally strinse la mano a quello strano ragazzo, divertita dalla sfacciataggine scandinava. Accennò un sorriso smagliante, ma un secondo dopo i suoi occhi saettarono dritti verso Jörgen, studiando la sua reazione. Sentì una minuscola, improvvisa puntura di curiosità — o forse era qualcos'altro? — e si ritrovò a domandarsi, con un pizzico di malizia, quante "amiche" quel biondo vichingo avesse già portato a quelle feste prima di lei.

Jörgen, dal canto suo, alzò gli occhi al cielo e diede una mezza spinta sulla spalla a Sven.

«Non ascoltarlo, è un cretino», tagliò corto, anche se un leggero colorito tese a tradire il suo solito distacco svedese.

Entrarono in una grande cucina dove sul tavolo imperavano decine di candele colorate e un'atmosfera calda.

«In onore della nostra ospite italiana abbiamo cucinato gli spaghetti!» annunciò fiero Sven.

«Gentile da parte vostra...» rispose Sally, sforzandosi di sorridere. In realtà era terrorizzata all'idea di cosa potessero combinare quattro svedesi con una confezione di pasta, ma Sven le tolse ogni pensiero mettendole in mano un bicchiere stracolmo di vino rosso.

«Mi vuoi vedere ubriaca» ridacchiò lei. «Bevi e non pensare...» le rispose Sven facendole l'occhiolino.  «Noi non raccontiamo mai in giro cosa succede alle nostre feste e se poi bevi troppo puoi sempre dormire qui»

«Cominciamo bene...» mormorò Sally in italiano.

«Cosa

«Ho detto che il vino è molto buono!» inventò lei, per di più mentendo spudoratamente.

Si girò verso Jörgen, che stava letteralmente trattenendo le lacrime dal ridere. Le si avvicinò all'orecchio, sfiorandole la guancia con le labbra: «Ti faccio i miei migliori auguri, emiliana».

A metà serata, la cucina si era riempita di fumo, risate in tre lingue diverse e bottiglie vuote. In un angolo del salotto c'era un vecchio pianoforte verticale, un po' scordato, coperto di spartiti stropicciati. Sven, visibilmente brillo, indicò lo strumento.

«Jörgen ci ha detto che suoni il piano Sally, facci sentire qualcosa».

Sally scosse la testa, inizialmente riluttante. Con Teo cantava il grunge, canzoni distorte dei Nirvana o dei Pearl Jam, pezzi urlati che graffiavano la gola. Ma sapeva che quelle canzoni, senza la sua chitarra, senza la sua voce, senza di lui non avrebbero mai più avuto lo stesso suono. Sarebbero state solo un guscio vuoto, come un ricordo sbiadito nel tempo. Guardò Jörgen, che la fissava con un'intensità silenziosa, quasi a volerla sfidare.

«Va bene», disse lei. Si sedette sullo sgabello di legno, posò il bicchiere di vino e lasciò che le dita accarezzassero i tasti freddi. Optò per qualcosa di completamente diverso. Lontano dal rock arrabbiato della sua adolescenza.

Cominciò a suonare un'introduzione lenta, ipnotica, arpeggiata. Era Winter di Tori Amos.

La stanza si fece improvvisamente silenziosa. La voce di Sally salì pulita, intima, venata di una malinconia profonda che riempì lo spazio barocco di quella casa austriaca. Cantava di neve, di padri perduti, di promesse d'inverno. Mentre le sue dita si muovevano sul piano, Jörgen prese la custodia del violino, tirò fuori lo strumento e, senza dire una parola, si unì a lei. Non conosceva il pezzo, ma il suo orecchio assoluto gli permise di ricamare un tappeto di note lunghe, calde e struggenti che si intrecciarono perfettamente con la voce di Sally.

I loro sguardi si incrociarono sopra la cassa di legno del pianoforte. In quel momento, l'alchimia tra di loro divenne qualcosa di tangibile, quasi doloroso nella sua bellezza. Finirono la canzone insieme, su un accordo minore che sfumò nel silenzio della stanza, seguito da un applauso scrosciante di Sven e degli altri ragazzi. Sally sorrise a Jörgen, con il cuore che le batteva forte nel petto. Quel ragazzo scandinavo era entrato nella sua musica senza chiedere il permesso, ma lei si domandava se fosse pronta a rivivere una situazione che già l’aveva fatta soffrire abbastanza in passato.

Nonostante Sally reggesse bene l'alcol, quella sera l'accoppiata vino-musica-vodka fu micidiale. Aveva esagerato. Tre bicchieroni prima di cena erano solo l'inizio, e la festa era continuata fino a notte fonda. Gli svedesi sembravano avere spugne al posto del fegato, mentre per lei la stanza aveva iniziato a girare vorticosamente.

Mentre cercava il bagno, sbandò vistosamente. Prese contro a un bicchiere pieno, inzuppandosi i jeans di vino rosso, sbatté contro lo stipite della porta e per poco non rotolò giù dai tre gradini che portavano al salotto.

Fu Jörgen a prenderla al volo, afferrandola per i fianchi e tirandosela contro il petto per evitarle una brutta testata sul pavimento. Sally si voltò di scatto tra le sue braccia, ritrovandosi a un soffio dalle sue labbra. Sentiva il calore del suo corpo attraverso i vestiti.

«Penso che sia meglio se vado a letto», sussurrò lei, guardandolo fisso negli occhi azzurri.

«Penso anch'io», rispose lui, con la voce decisamente più bassa e seria del solito.

L'accompagnò in sala, lontano dalla confusione. La fece sdraiare sul grande divano, recuperò una coperta di lana pesante e l'avvolse con cura, rimboccandole i bordi. «Sei sicura di star bene? Non devi forse vomitare?» le chiese, accarezzandole piano la fronte per scostarle un ciuffo di capelli biondi.

«Ich fühle mich wohl, Jörgen...» (mi sento bene) biascicò lei, chiudendo gli occhi con un mezzo sorriso e non capendo più, fra i fumi dell’alcool, che lingua dovesse parlare.

«OK... Gute Nacht».

Il ragazzo si voltò e si trovò poco distante Sven, che stava chiudendo la finestra per non far entrare il gelo della notte.

I due scandinavi si guardarono, muovendosi nel salotto in penombra, e iniziarono a parlare a bassa voce nella loro lingua madre.

«Altrimenti prende freddo», disse Sven, indicando la ragazza addormentata.

«Grazie», rispose Jörgen, sistemando meglio la coperta.

Sven si tolse gli occhiali da vista, si strofinò gli occhi stanchi e si sedette sul bracciolo della poltrona vicino all'amico.

«Molto carina... te la sei già fatta?» Jörgen lo fulminò con un'occhiata gelida.

«Non dire stupidate, Sven»

«Oh, andiamo! Non mi dirai che non ti piace... il Don Giovanni della Svezia non lascia lo zampino a questo giro?»

«Sei il solito stupido, non sono un Don Giovanni!» rispose Jörgen, stringendo i denti per non alzare la voce. «Sai perfettamente come la penso, che tipo di vita faccio in giro per l'Europa. Sono stanco di affezionarmi alle persone per poi andarmene e farle soffrire. E poi... lei è solo un'amica, non mi interessa in quel senso».

Sven sospirò profondamente, scuotendo la testa. Conosceva fin troppo bene il suo amico per bersi quella bugia.

«Va bene. Allora, visto che non ti interessa... non ti dispiace se ci provo io con la bella Italiana, vero?»

Jörgen si irrigidì all'istante. Sentì una strana, violenta fiammata di gelosia bruciargli lo stomaco. Guardò Sven con un'espressione talmente dura da far sparire ogni traccia di ironia dal volto dell'amico.

«Non rispondi?» lo stuzzicò ancora Sven, trattenendo a stento un sorriso compiacente per averlo incastrato.

Jörgen si alzò di scatto, sistemandosi la giacca. «Vado a pisciare... stai attento un attimo che non vomiti sul divano».

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