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Sally spinse la porta del monolocale con una spallata decisa e vi scaraventò dentro le tre valigie in malo modo, senza la minima cura. I mostri di tela rotolarono sul pavimento di linoleum esalando un ultimo sospiro di viaggio. Di solito, Sally era una maniaca della pulizia, una perfezionista che non avrebbe tollerato nemmeno un granello di polvere su una mensola senza avvertire l'impulso di tirare fuori il disinfettante. Eppure, nonostante la stanza si presentasse fredda, un po' spoglia e decisamente non tirata a lucido dai precedenti inquilini, non le importò nulla.
Si diresse dritta verso la finestra e scostò il pesante tendone: se il monolocale era piccolo e spoglio non si poteva dire lo stesso della vista, in quanto dal terrazzo, che forse era più grande della sua sala da pranzo/camera da letto, poteva ammirare la Festung Hohensalzburg svettare imponente sopra i tetti della città vecchia, mentre i fiocchi di neve continuavano a scendere fitti e regolari. Sembrava di essere dentro una di quelle palle di vetro con la neve che si scuotono a Natale. Era bellissima, immobile, quasi finta.
Ma Sally non rimase a guardarla a lungo. Nella testa, come un ritmo insistente, aveva solo l'invito a prendere quel caffè con il bello svedese del piano di sotto.
Aprì la valigia più piccola e si dedicò alla scelta dei vestiti con una cura che un tempo le sarebbe parsa aliena. Quando era una ragazzina nella periferia di quella provincia emiliana da cui era scappata nel 1998, faceva di tutto per nascondersi o quanto meno per non apparire. Indossava maglioni informi di tre taglie più grandi e giubbotti di jeans larghi, come se volesse cancellare il proprio corpo e rendersi invisibile al mondo per proteggersi. Ora, a ventidue anni, aveva fatto pace con lo specchio. Era più sicura della propria femminilità, consapevole di come i capelli tinti di biondo e tagliati corti e spettinati le incorniciassero il viso, esaltando lo sguardo. Scelse un maglione di lana morbido, color panna, che le accarezzava le forme senza stringere, e un paio di jeans scuri dal taglio pulito ma che, come diceva sempre Elena, le “facevano un bel sedere”. Trucco leggero, appena un velo di mascara. Non voleva esagerare; l'ultima cosa che desiderava era dare l'impressione di una che non vedeva l'ora di infilarsi dritta nel letto del primo che passava. Voleva solo essere se stessa: una donna che non aveva più paura di farsi guardare.
Scese le scale con il cuore che batteva a un ritmo insolito e bussò alla porta della stanza 302, esattamente sotto la sua.
Quando Jörgen aprì, Sally fu investita da un profumo del tutto inatteso che le fece fare un salto indietro nel tempo di mille chilometri.
«Ma questo è...»
«Caffè vero», sorrise Jörgen, scostandosi per farla entrare.
Sul tavolino del monolocale, identico al suo ma decisamente più caldo e disordinato, c'era una classica Moka Bialetti da tre tazze che borbottava allegramente, diffondendo quell'aroma intenso e casalingo che Sally non sentiva da mesi. «Ho imparato a usarla a Bologna», spiegò lui, prendendo due tazzine di ceramica spaiate. «La prima settimana di Conservatorio i miei coinquilini mi hanno spiegato che se avessi toccato il caffè solubile mi avrebbero tagliato le mani. Ho dovuto adeguarmi per sopravvivere».
Sally sorrise e si sedette su una delle due sedie, avvolgendo le mani attorno alla tazzina calda che lui le aveva porto. «Beh, da emiliana ti dico che i tuoi coinquilini ti hanno salvato la vita. Anche se io non sono di Bologna».
Quella comune provenienza geografica, seppur adottiva per Jörgen, creò un'intesa immediata: c'era una sintonia spontanea nel modo di parlare, una rilassatezza tipica di chi ha respirato la nebbia della via Emilia, i sapori del cibo di quella terra, il rock delle feste dell’unità e dei centri sociali. Tutti colori e sapori che Sally aveva imparato ad apprezzare solo mettendoci in mezzo un confine di stato.
Jörgen si appoggiò allo stipite della cucina, guardandola con quegli occhi di un azzurro profondo.
«Ah, la via Emilia», sospirò lui, con una nota di autentica nostalgia. «Ho amato ogni singolo angolo di Bologna. E il Comunale... suonare il violino in quel teatro è stato qualcosa che mi porterò dentro per sempre. C'è un'energia in quel teatro!».
Sally bevve un sorso, assaporando l'amaro perfetto del caffè.
«Ti capisco. Sai, se non fossi partita per la Germania nel '98, probabilmente sarei finita a studiare a Bologna anche io. Rispetto alla mia città natale è un altro pianeta: è viva, aperta, open minded. Non ti fa sentire giudicata».
Fece una piccola pausa, incrociando lo sguardo di lui con una punta di malizia.
«Comunque ci passavo spesso quando rientravo in Italia per le vacanze. La mia migliore amica, Elena, sta facendo l'Accademia di Belle Arti lì. Aveva la fissa della moda, voleva andare alla Marangoni a Milano, ma poi ha deciso per Bologna con l'idea di andarci in un secondo momento. Quindi diciamo che i portici li ho frequentati parecchio».
Jörgen sollevò un sopracciglio, un sorriso sornione che gli piegava l'angolo della bocca.
«Quindi mi stai dicendo che frequentavi Bologna solo per la tua amica? E io che pensavo fossi il tipo da locali notturni e concerti rock nei centri sociali»
«Dipende da chi c'era sul palco, svedese», lo stuzzicò lei di rimando, sostenendo il colpo senza abbassare gli occhi. «E comunque, non sottovalutarmi».
Lui scoppiò a ridere, divertito da quella risposta pronta. Poi il suo sguardo si posò sulla custodia rigida del violino appoggiata nell' angolo della stanza, e l'atmosfera si fece improvvisamente più intima, più densa.
«In realtà», disse Jörgen, abbassando un po' il tono di voce, «la musica per me è una questione complicata. Mio padre era un liutaio in Svezia. Praticamente sono cresciuto respirando l'odore della resina e del legno d'acero. Ma da quando lui è morto... beh, ho iniziato a girare. Non riesco a mettere radici da nessuna parte. Salisburgo è solo un'altra tappa, forse obbligata per noi violinisti che pensiamo solo che la massima aspirazione sia suonare nella terra di Mozart. Mia madre, dopo che si sono separati, è andata a vivere negli Stati Uniti e non la sento quasi mai. Sono un po' un fantasma che si sposta con un violino in spalla».
Sally sentì una corda profonda vibrare dentro di sé. Quella solitudine, quel senso di sradicamento e quel vuoto familiare erano fin troppo affini con la sua vita.
«Mio padre invece non so nemmeno dove sia», confessò lei, parlando a voce bassa, sorpresa da se stessa per avergli rivelato un dettaglio così intimo dopo appena dieci minuti. «Se ne è andato che ero piccola. Credo che l'esilio volontario sia un vizio di famiglia, o forse solo un modo per non farsi trovare».
Jörgen la guardò a lungo, in silenzio. Non era un silenzio imbarazzato, ma il riconoscimento muto di due persone che avevano lo stesso tipo di cicatrice sul cuore. La stuzzicante leggerezza di prima lasciò il posto a una vicinanza sottile, magnetica.
Per rompere l'intensità di quell'istante, Jörgen si schiarì la voce e le sorrise di nuovo, con quella simpatia che Sally trovava irresistibile.
«Allora, visto che siamo due anime sperdute nella neve austriaca, domani ti va se ti faccio da guida? Ti porto a fare un giro per la città».
Sally posò la tazzina vuota e accennò un sorriso, sentendo una strana, bellissima eccitazione farsi spazio nel petto. «Accetto molto volentieri. A patto che ci sia dell'altro caffè decente lungo la strada». «Promesso», ridusse lui. «E tu? Suoni qualcosa?»
Sally si alzò, sistemandosi la tracolla della borsa, pronta a risalire nel suo monolocale prima che la tensione tra loro diventasse troppo evidente. Si fermò sulla porta, girandosi a guardarlo un'ultima volta. «Accenno qualcosa il pianoforte. E ogni tanto canto. Ma di questo... ne parleremo un'altra volta, Jörgen».
Gli lanciò un ultimo sguardo ed uscì, lasciando lo svedese sulla porta con un sorriso incuriosito e il profumo della moka che ancora galleggiava nell'aria del corridoio.