Vai al contenuto principale

← Sallys Lehrjahre

Creato il 15/06/2026, 10:05 · Aggiornato il 15/06/2026, 12:09

Capitolo 1: Il peso della neve (e dei bagagli)

@bloodymary79bloodymary79
GeneraleCompleta

Avvertenze (opera)

  • Contenuto sessuale esplicito
  • Copertina AI
Scarica EPUB (capitolo)

Tocca un passaggio (o un’immagine) per aprire il filo commenti a fianco. I link nel testo restano cliccabili.

Il treno si fermò con un sospiro metallico che sembrò congelarsi all'istante nell'aria della stazione di Salzburg. Sally guardò fuori dal finestrino, sentendo lo stomaco stringersi in una morsa familiare: quella miscela di eccitazione cieca e puro terrore che la accompagnava ogni volta che decideva di stravolgere la propria vita. Fuori, i fiocchi di neve scendevano enormi, pesanti, trasformando i binari in una distesa bianca e ovattata.

Il problema immediato, però, non era il freddo. Erano i suoi tre valigioni.

Tre mostri di tela rigida che pesavano come se all’interno ci fossero i corpi imbalsamati di tutta la sua adolescenza. Quando aveva preparato i bagagli a Köln, l’idea di infilare l’intera esistenza in tre valigie le era sembrata un’impresa eroica; ora, sul corridoio stretto del treno, era solo un calcolo strutturale fallimentare. Per fortuna, un ragazzo austriaco dallo scompartimento accanto — mosso probabilmente a compassione dai suoi grugniti e dall’espressione paonazza — l'aveva aiutata a scaricarli sul binario. Sally gli aveva rivolto un sorriso così grato che il poveretto era quasi arrossito, ma l'incanto era durato poco: il ragazzo era sparito nella nebbia della stazione e lei era rimasta sola, a fissare i suoi tre colossi.

Guardò l'orologio. Mancavano meno di quaranta minuti alla chiusura degli uffici dello studentato.

Iniziò a trascinarli verso l'uscita della stazione e lì l'idillio invernale si trasformò in una farsa: Sally tentò la mossa della "formica operaia", ossia due valigie tirate con la mano destra e una con la sinistra, borsa a tracolla che le scivolava continuamente sul mento e il blocco degli appunti sotto l'ascella. Fece esattamente tre metri prima che la ruota della valigia più grande si incastrasse in una grata coperta di ghiaccio. Il contraccolpo fu devastante. Sally perse l'equilibrio, la borsa a tracolla ruotò in avanti colpendola dritto in faccia e, nel tentativo di recuperare la stabilità, finì per scivolare con dignità zero su una lastra di neve fresca, atterrando a gambe all'aria direttamente sopra il bagaglio più morbido, che emise un sinistro rumore di cerniere sotto pressione.

Rimase lì per un secondo, seduta sulla sua stessa valigia in mezzo al binario, con la neve che le cadeva sui capelli e i passanti austriaci che la evitavano con quella composta e gelida indifferenza Mittleuropea. «Benvenuta a Salisburgo, Sally», sussurrò a se stessa, sputando un filo della sciarpa di lana che le era finito in bocca.

Si rialzò traballante, con i muscoli delle braccia che già protestavano, e strisciò letteralmente fino all'uscita. Sapeva che in Austria gli orari erano una religione ancora più rigida che in Germania, se l'impiegato avesse deciso di chiudere l'ufficio alle quattro spaccate, lei avrebbe passato la sua prima notte austriaca a dormire sui suoi stessi tre valigioni, morendo congelata a pochi metri dal castello di Hohensalzburg.

Riuscì a intercettare un taxi al volo, fiondandovisi dentro prima che un distinto signore con il cappello di feltro potesse fregarglielo.

«Egger Lienz Gasse 3, bitte», ansimò, crollando sul sedile posteriore mentre il tassista lanciava un'occhiata perplessa allo specchietto retrovisore, vedendola spettinata e coperta di neve.

Mentre l'auto si muoveva fluida tra le strade eleganti e silenziose della città, Sally appoggiò la fronte al vetro freddo del finestrino, lasciando che il respiro calmo dell'abitacolo riscaldasse i suoi pensieri. Salisburgo sembrava una bomboniera di marmo e ghiaccio, dominata da quella fortezza che sorvegliava tutto dall'alto. Sei mesi. Avrebbe passato lì i prossimi sei mesi.

La decisione di fare la tesi all'estero era nata quasi come un pretesto, quando il suo relatore le aveva suggerito Salisburgo per collaborare con un famoso professore austriaco, uno dei massimi esperti di Ingeborg Bachmann, Sally aveva accettato senza esitare. La Bachmann... nessuna autrice l'aveva mai affascinata così tanto. Si era letteralmente specchiata nella biografia di quella donna tormentata che era "fuggita" dall'Austria per rifugiarsi a Roma, scegliendo un esilio volontario per proteggere la propria anima.

Era esattamente la stessa cosa che aveva fatto lei nel 1998, scappando dall'Italia per rifugiarsi in Germania dai cugini. Solo stando lontana, Sally aveva capito cosa significasse quella parola che i tedeschi chiamano Heimat — un concetto intraducibile che non è solo la patria, ma quel senso profondo di appartenenza, quel calore della terra d'origine che riesci ad amare davvero solo quando ne sperimenti la mancanza. Aveva dovuto mettere mille chilometri tra sé e la casa di sua madre (e l'ombra di Salvo) per fare pace con il proprio passato, dovendo lasciare anche dei pezzi di cuore che in Germania non aveva saputo ritrovare. Solo ora poteva dire "amo la mia terra" senza sentire il sapore del sangue in bocca.

E ora, ironia della sorte, si era esiliata anche dalla sua seconda casa, Köln. Aveva lasciato la protezione della famiglia, la sicurezza delle cene con i cugini, la routine comoda dei suoi vent'anni. Christoph, l'amico ingegnere di Sergio con cui aveva diviso qualche notte distratta e nessun battito di cuore, era rimasto là, una presenza sbiadita nello specchietto retrovisore della sua vita.

Perché la verità era che, in tutti quegli anni, nessun uomo era mai riuscito a scalfire il fantasma di Matteo. Teo era rimasto lì, congelato su quel binario della stazione nel 1998, con gli occhi verdi e le labbra tese, un metro di paragone impossibile per chiunque altro.

Ora, per la prima volta in ventidue anni, Sally avrebbe vissuto da sola. Davvero da sola, senza fratelloni protettivi, senza cugini, senza scudi.

«Zehn Euro und fünfzig Cent, bitte».

La voce del tassista la riscosse dai suoi pensieri. Sally pagò rapidamente quei dieci euro e cinquanta centesimi, con quelle banconote e monete che ancora conosceva poco, aprì la portiera e si trovò davanti all'edificio. Haus Humboldt. Casa.

Scese dal taxi e afferrò le maniglie dei borsoni, ricominciando la sua titanica lotta contro la gravità e il ghiaccio. Fece due passi sul vialetto, scivolando di nuovo vistosamente e salvandosi dall'ennesima caduta solo aggrappandosi a un lampione con un verso che ricordava molto quello di un'anatra spaventata.

«Brauchst du Hilfe?» (Hai bisogno di aiuto?)

Sally sollevò la testa, con il cappello di lana storto su un occhio. Un ragazzo alto, biondissimo, con un giubbotto pesante a scacchi e due occhi azzurri limpidi come il cielo del Nord, la stava guardando con un sorriso divertito ma sinceramente impietosito. Prima ancora che lei potesse rispondere, il ragazzo aveva già sollevato i due valigioni più pesanti come se fossero fatti di piumino.

Sally esalò un sospiro di puro sollievo, raddrizzandosi il cappello. «Danke sehr... Ich bin Sally». (grazie... sono Sally)

«Deutsche?» (tedesca?) chiese lui, notando il suo accento ma anche la fluidità del ringraziamento.

«Nein, Italienerin... und du?» (no, sono italiana... e tu?)

A quel punto, il volto del ragazzo si illuminò in un sorriso enorme, sorpreso. Posò un attimo le valigie sul pavimento dell'atrio, dopo aver varcato la porta a vetri, e cambiò completamente registro, lasciando Sally a bocca aperta.

«Ma dai! Allora posso smetterla di distruggerti le orecchie con il mio Tedesco!» disse, sfoggiando un Italiano quasi perfetto, venato da una leggerissima, inconfondibile inflessione bolognese che stonava meravigliosamente con i suoi tratti da vichingo. «Piacere, io sono Jörgen. Vengo dalla Svezia».

Sally lo fissò come se avesse appena visto un'apparizione. «Tu... tu parli italiano? E come fai ad avere un accento emiliano del genere?»

Jörgen scoppiò a ridere, un suono caldo che riempì l'atrio riscaldato dello studentato. «Ho vissuto tre anni a Bologna. Ho studiato violino al Conservatorio Giovan Battista Martini. Praticamente i tortellini e i portici sono la mia seconda Heimat, se vogliamo dirla alla tedesca».

La parola Conservatorio e il riferimento alla musica colpirono Sally dritto al petto, risvegliando un'eco dolce e dolorosa al tempo stesso.

«Un altro musicista...» sussurrò Sally tra sé.

«Cosa?» chiese Jörgen, inclinando la testa con curiosità.

«Nichts, hör mir nicht zu», (niente, non ascoltarmi) rispose lei rapidamente in Tedesco, abbozzando un mezzo sorriso per liquidare il fantasma di Teo che aveva osato fare capolino in quella fredda giornata austriaca.

«E adesso sei finito qui a Salisburgo?» gli chiese lei, incuriosita.

«Sì, il mio maestro si è trasferito quest'anno per una cattedra al Mozarteum... e io l'ho seguito», spiegò lui, prendendo in mano i bagagli vicino all'ascensore. «Io abito al terzo piano. Stanza 302. Se hai bisogno di una mano per svuotare questi mostri, o se semplicemente ti va un caffè per riprenderti dal viaggio e fare due chiacchiere in italiano, bussa pure...»

«Danke schön, Jörgen. Penso proprio che accetterò quel caffè».

«Bitte sehr, schöne Italienerin», replicò lui con un sorriso complice, prima di infilarsi nell'ascensore.

Sally rimase un istante da sola nell'atrio, con il passaporto in mano e il profumo di neve che ancora le evaporava dai vestiti. Prese un respiro profondo. I suoi anni di apprendistato erano appena cominciati, e forse, per la prima volta, la musica stava tornando a bussare alla sua porta.

Commenti

I commenti sui singoli passaggi si aprono dal fumetto accanto al testo; qui sotto trovi solo i commenti al capitolo intero.

Caricamento…