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← Sallys Lehrjahre

Creato il 26/06/2026, 17:32 · Aggiornato il 26/06/2026, 17:32

Capitolo 11: Last Goodbye

@bloodymary79bloodymary79
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Jörgen zoppicò faticosamente lungo il corridoio d'ingresso della vecchia Haus Humboldt, l'edificio di pietra che era stato il testimone silenzioso dell'ultimo anno della sua vita. Ogni passo gli costava una fitta al ginocchio sinistro, ancora rigido e pesantemente fasciato dopo l'incidente, ma non gli importava. Sapeva che nel giro di pochissimi giorni Sally avrebbe lasciato Salisburgo per tornare definitivamente in Germania. Il cuore gli batteva a una velocità strana, quasi dolorosa, mentre quel pensiero fisso gli scavava il petto: con ogni probabilità, dopo quella settimana, non l’avrebbe più rivista.

Mentre avanzava, si rese conto di quanto fosse terrorizzato, lui, che aveva sempre fatto della fuga la sua arte migliore, stavolta si sentiva con le spalle al muro. Aveva passato mesi a nascondersi dietro l'alcol, le battute e l'aria da predatore distaccato solo perché quegli occhi limpidi lo costringevano a guardarsi dentro. E quello che vedeva, adesso, era solo un ragazzo spaventato dall'idea del vuoto che lei avrebbe lasciato.

Alzò gli occhi specchiandosi nel riflesso dei vetri e la vide: Sally stava scendendo le scale di ferro che portavano al seminterrato dello studentato, assorta nei suoi pensieri, senza accorgersi della sua presenza. Jörgen sorrise tra sé e sé, un sorriso dolce e amaro, e decise di seguirla in silenzio, attento a non far scricchiolare i gradini. Sapeva perfettamente dove fosse diretta: stava andando verso l'aula di musica, quella stanza umida e isolata acusticamente dove gli studenti si rifugiavano a provare.

Sally era seduta davanti alla tastiera elettronica professionale, con i tasti pesati che simulavano l'avorio, che proprio Jörgen le aveva prestato mesi prima per permetterle di esercitarsi in camera. L'aveva portata giù e collegata a un piccolo amplificatore della stanza. Voleva disperatamente affogare i pensieri nelle note, scacciare la nebbia di quella gelosia retroattiva che ancora la faceva sentire stupida, e soprattutto l'ansia di un addio imminente. Dopo aver fatto un profondo respiro, Sally poggiò le dita sui tasti e si mise a suonare.

Rimasto sulla soglia della porta socchiusa, Jörgen ebbe l’impressione immediata che la musica li avvolgesse entrambi, stringendoli in un abbraccio invisibile, facendoli salire verso l’alto in leggere e ipnotiche spirali di fumo. Le note danzavano nell’aria della piccola stanza sotterranea, e quel suono denso ed espressivo gli fece in qualche modo dimenticare l'incidente, la terapia intensiva, la nebbia dei farmaci e tutto ciò che ne era seguito. Fece svanire le etichette, chi era lui e chi era lei. Jörgen si lasciò cullare teneramente dalla sua unica amica di sempre, la Musica, di cui Sally in quel momento era lo strumento perfetto; le sue corde risiedevano direttamente nell’anima.

Il loro modo di suonare, di concepire le pause, di vivere le note sulla pelle, era talmente simile che per un attimo Jörgen si sentì stordito, quasi allucinato, come se fossero state le sue stesse dita a battere su quei tasti. C'era una sensualità e una comprensione in quella sonata che andava ben oltre qualsiasi cosa avessero mai vissuto prima.

Si decise a parlare solo quando l’ultima, lunghissima vibrazione finì di aleggiare nell’aria fredda della stanza. Non si stupì di sentire qualcosa di estremamente profondo e, nello stesso tempo, di irrimediabilmente spezzato nella propria voce.

«Chopin. Sonata in si bemolle minore, opera 35», disse in Inglese, spezzando l'incantesimo.

Sally si voltò di scatto, il cuore che le balzò in gola. «Jörgen!».

Si alzò dalla sedia per corrergli incontro, mossa da un impulso totalizzante, ma si fermò a pochi centimetri da lui, esitante, lo sguardo che oscillava tra la gioia selvaggia di riaverlo lì e il timore viscerale di fargli male.

Jörgen la studiò, notando i capelli corti e quel biondo nuovo che le incorniciava il viso, e le fece un mezzo sorriso sornione, gli occhi azzurri che brillavano nella penombra.

«Non ti preoccupare, sono abbastanza forte perché tu mi possa abbracciare. Sempre se stai attenta a non prendermi contro al ginocchio sinistro... o potrei urlare come una ragazzina e rovinare la mia reputazione da vichingo».

Sally accennò a una risata tra le lacrime.

«Idiota», mormorò.

Poi lo abbracciò delicatamente, circondandogli il collo con le braccia e stringendolo come se tra le mani avesse una creatura di cristallo. Jörgen affondò il viso tra i suoi capelli, respirando il suo profumo, mentre dal viso di Sally prendevano a scendere copiose le lacrime che aveva trattenuto per settimane.

«Ho avuto tanta paura...», sussurrò con la voce soffocata contro la sua giacca. «Quando ti ho visto su quel letto a Linz, pieno di tubi... credevo... credevo che non avrei più fatto in tempo a dirti...».

«Sssh, sto bene ora», la interruppe lui, stringendola un po' più forte a sé, godendosi quel calore che gli era mancato da morire. «Ti ringrazio per essere venuta fino a Linz ad assistermi. E... ti chiedo scusa per mia madre. Immagino che non sia stata molto simpatica nei tuoi confronti. Di solito ha il calore umano di un iceberg in inverno».

Sally si asciugò il viso con il dorso della mano, accennando a un sorriso timido vicino alla tastiera.

«Diciamo che se fossi rimasta un minuto in più con lei sarei morta di ipotermia. Però... stavo provando quel pezzo perché volevo accoglierti con un po’ di musica al tuo rientro... ma mi hai anticipato».

«Sei bravissima, davvero», disse Jörgen, guardando affascinato i tasti neri e bianchi. «Peccato che non abbiamo mai suonato niente davvero insieme in questi mesi, a parte una canzone da sbronzi a casa di Sven».

Sally tacque, ma dentro di sé sentì un brivido. Pensò che, sotto sotto, era stato un bene protettivo. La musica, per entrambi, era un canale fin troppo intimo, persino più potente, nudo e viscerale del sesso. Sapeva che se avessero intrecciato le loro note, se avessero fuso il violino e la tastiera in un'unica melodia, lei si sarebbe legata a lui a un livello distruttivo. Rendere quel momento, il momento di lasciarlo andare, una tortura insostenibile.

«Adesso cosa farai?», gli chiese, guardando la vistosa fasciatura che spuntava dai pantaloni.

«Vando negli Stati Uniti», rispose Jörgen, e un'ombra seria, quasi adulta, gli passò sul volto. «Mia mamma ha insistito. Dice che a New York c’è un suo amico chirurgo, un dottore bravissimo che forse può rimettermi in sesto il ginocchio e salvare la mia carriera con il violino. E chissà... forse questa brutta storia servirà a entrambi per ricostruire quello che abbiamo distrutto troppi anni fa, quando se n'è andata».

Sally lo guardò profondamente, sentendo il peso di quelle parole. Sotto la superficie dello sbruffone c'era un ragazzo che cercava solo di rimettere insieme i pezzi del proprio passato.

«Te lo auguro con tutto il cuore, davvero...».

Non come è successo con mio padre, avrebbe voluto aggiungere. Avrebbe voluto dirgli quanto fosse fortunato, nonostante tutto, ad avere una seconda possibilità per riempire quel vuoto, per dare un senso a un'assenza che per lei rimaneva un buco nero senza risposte, un padre di cui non conosceva nemmeno il destino. Ma non disse nulla, tenendo quel fantasma per sé.

«E poi», aggiunse Jörgen, sporgendosi leggermente in avanti con un lampo di divertimento negli occhi, «gli americani hanno un disperato bisogno di imparare cosa sia la buona musica».

«E le infermiere di New York non aspettano altro che un biondo svedese zoppo a cui fare da stampella» aggiunse Sally, con aria ironica. «Vedi di non farti cacciare dagli Stati Uniti prima del tempo».

«Promesso. Anche perché nessuna infermiera ha gli occhi color del mare come i tuoi», rispose lui, e il tono della voce si fece d'un tratto incredibilmente serio, caldo, privo di qualsiasi ironia.

«Forse un giorno... ci potremo rivedere», azzardò Jörgen, facendo un passo impercettibile verso di lei.

Lei annuì, sforzandosi di crederci con tutta l'anima. Ma nell'esatto istante in cui i loro occhi chiarissimi, quasi speculari, si incrociarono per l'ultima volta, seppero entrambi la verità: le loro orbite si erano sfiorate per un miracolo temporaneo in una città di neve e di musica, ma i binari del futuro li stavano già portando ai lati opposti del mondo. Non si sarebbero rivisti più. Questa era la loro fine.

Jörgen le fece scivolare le mani dietro la nuca, sfiorando i capelli corti, e la tirò dolcemente a sé. Sally tese le braccia intorno alla sua vita, ancorandosi al suo corpo come se fosse l'unica cosa solida in un universo che crollava.

Si baciarono. Ma non fu come i baci leggeri del passato. Fu un bacio profondo, disperato, che si tirò dietro ogni singola emozione taciuta in quei mesi. C'era dentro il freddo delle notti di Salisburgo, l'adrenalina della fuga a Flachau, la paura folle del corridoio d'ospedale a Linz e tutta la gelosia che Sally aveva provato la sera prima dell’incidente. Le loro lingue si cercarono con una fame nuova, un'intimità totale che bruciava l'anima mentre dai loro occhi facevano capolino due lacrime. Jörgen la stringeva a sé con una forza tale da annullare lo spazio, mentre Sally rispondeva a quel contatto approfondendolo, assaporando il sapore dolce e amaro di un amore a cui non avevano mai voluto dare un nome, ma che era impresso a fuoco dentro di loro. Fu un bacio lungo un'eternità, un addio silenzioso e struggente che sapeva di tutto quello che avrebbero potuto essere e che non sarebbero stati mai.

Quando si staccarono, i loro respiri erano corti e le labbra lucide. Jörgen le poggiò la fronte contro la sua, tenendo gli occhi chiusi per non lasciar cadere le lacrime.

«Fatti sentire», mormorò lui in un soffio, la voce incrinata. «Anche tu».

Si guardarono un'ultima volta. Sorrisero insieme, con le guance rigate d'acqua, un sorriso che era un ringraziamento muto per tutto quello che si erano dati. Si salutarono così, in quell’aula piccola, spoglia e poco riscaldata della Haus Humboldt, fredda anche se fuori era quasi estate.

Sally lo guardò voltarsi e allontanarsi lungo il corridoio, con il suo passo zoppicante ma fiero. Sapeva che faceva male, un dolore sordo che l'avrebbe accompagnata a Colonia e poi in Italia, ma mentre raccoglieva le sue cose dalla tastiera, seppe anche di essere finalmente viva. Si allontanarono senza voltarsi più, consapevoli che, nonostante la distanza e il silenzio che avrebbero riempito i loro anni futuri, avrebbero per sempre custodito il ricordo perfetto l’uno dell’altra. Per sempre.

Note di capitolo

Così finisce questa parte di storia. Appena inizierò a pubblicare il seguito metterò il link in questo spazio!

Commenti

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