Tocca un passaggio (o un’immagine) per aprire il filo commenti a fianco. I link nel testo restano cliccabili.
I fari dell'Impala fendevano a fatica una nebbia che si faceva sempre più densa, assumendo una bizzarra sfumatura violacea sotto le luci al neon dei pochi lampioni stradali. L'aria all'interno dell'abitacolo era pesante, carica della tensione elettrica lasciata dal passaggio dei mastini infernali e dal ronzio intermittente del Filtro di Percezione al collo di Bela.
Dean imprecò a bassa voce, rallentando fino a procedere a passo d'uomo.
«Sammy, dimmi che su quella mappa c'è scritto dove diavolo siamo finiti. La Route 80 non dovrebbe essere così... deserta. Nemmeno per gli standard della Pennsylvania.»
Sam non rispose subito. Era chinato sul sedile anteriore, illuminando con una torcia elettrica le pagine ingiallite di uno dei vecchi diari di caccia di loro padre, John. I suoi occhi scorrevano veloci tra appunti scritti a mano e ritagli di giornale sbiaditi.
«Dean, accosta un secondo», disse improvvisamente Sam, la voce tesa. «Guarda là, oltre la nebbia.»
Un cartello di legno, consumato dal tempo ma perfettamente visibile, svettava sul ciglio della strada: Welcome to Cicada Valley. Pop. 4.200. Dietro il cartello, le luci di una cittadina di provincia brillavano tranquille. Si intravedevano l'insegna di un cinema, il barbiere, una tavola calda e diverse auto parcheggiate lungo i marciapiedi.
«E allora? È solo una cittadina sperduta», commentò Dean, stringendo le spalle.
«No, non lo è», lo interruppe Sam, voltandosi verso il sedile posteriore per mostrare un foglio al Dottore. «Secondo gli archivi storici e i diari di papà, Cicada Valley è stata completamente evacuata e dichiarata "zona fantasma" nell'ottobre del 1983 a causa di un misterioso incendio chimico sotterraneo. La città è stata rasa al suolo quarant'anni fa, Dean. Non dovrebbe esserci nessuna luce. Non dovrebbe esserci nessuna città.»
Il Dottore, che fino a quel momento era rimasto stranamente silenzioso a osservare il filtro di Bela, scattò in avanti, infilando la testa tra i due sedili anteriori. Estrasse il cacciavite sonico e lo puntò verso il parabrezza. Lo strumento emise un fischio acuto, modulato, quasi un lamento.
«Oh, fantastico. Magnifico! Beh, no, in realtà è terribile, ma dal punto di vista puramente scientifico è affascinante», esclamò il Dottore, gli occhi spalancati per l'eccitazione. «Non è un'illusione, Sam. E non è un fantasma. Quella là davanti è vera materia, vero asfalto, vere persone. Ma la firma tachionica è completamente fuori scala. Siamo appena scivolati attraverso una fessura nel tessuto della realtà. Quella città è incastrata in un microsistema temporale autosufficiente. Un loop.»
«Un loop? Tipo Il giorno della marmotta?», chiese Dean, visibilmente irritato. «Non abbiamo tempo per queste stronzate, dobbiamo andare a New York.»
«Se provi a guidare dritto, uscirai esattamente da dove sei entrato, Dean», intervenne Bela dalla penombra, la voce tagliente ma venata da un brivido di freddo. Si strinse la giacca intorno al corpo, tormentando la chiave d'argento che le pendeva dal collo. «Il mio ciondolo sta impazzendo. Più stiamo vicini a quel posto, più la frequenza si altera. Dobbiamo sistemare la cosa, e alla svelta.»
Decisero di muoversi a piedi, lasciando l'Impala nascosta dietro una fila di alberi per non alterare l'ambiente circostante. Entrando nella tavola calda “Danny’s Diner”, l'impatto con il passato fu totale: l'arredamento era un trionfo di formica lucida, divanetti in vinile rosso e canzoni pop che gracchiavano da un jukebox d'epoca. Gli avventori indossavano giacche di jeans, capelli cotonati e abiti tipici dei primi anni Ottanta.
«Va bene, geni della lampada», sussurrò Dean, appoggiandosi al bancone mentre cercava di incrociare lo sguardo di una cameriera. «Come capiamo cosa sta succedendo senza farci rinchiudere in un manicomio del 1983?»
Il Dottore iniziò a muoversi nervosamente, analizzando un porta-stuzzicadenti con il cacciavite sonico nascosto nella manica. «Dobbiamo trovare l'epicentro dell'anomalia. Qualcosa ha strappato questo pezzo di terra dal flusso del tempo normale e lo tiene sospeso qui. Se trovo la frequenza di risonanza...»
«Se continui a far ronzare quel giocattolo luminoso in mezzo alla stanza, l'unica cosa che troverai sarà una cella d'isolamento», lo interruppe Bela, superandolo con passo felpato e un sorriso smagliante già stampato sul volto. Si voltò verso Sam, facendogli un cenno con la testa. «Voi due secchioni cercate di non dare nell'occhio. Lasciate fare a chi sa come si gestisce la gente.»
Sam la seguì, stupito dalla freddezza della donna. Bela si diresse dritta verso un tavolo d'angolo dove un uomo di mezza età, con una divisa da sceriffo leggermente sgualcita, fissava una tazza di caffè con un'espressione profondamente assente. Sul distintivo c'era scritto Sceriffo G. Miller.
Bela si scostò i capelli con mossa studiata e si sedette di fronte a lui senza chiedere il permesso, mentre Sam rimaneva in piedi, un passo indietro, recitando la parte dell'assistente silenzioso.
«Serata tranquilla, sceriffo?», esordì Bela, usando il suo tono più mellifluo e sofisticato.
L'uomo sollevò lentamente lo sguardo. I suoi occhi erano vitrei, stanchi, come quelli di chi non dorme da anni.
«Sì... tranquilla. Sempre uguale. Il radiatore di mastro Jones si romperà tra due minuti. Poi Danny rovescerà il vassoio.»
Sam scambiò un'occhiata rapida con Bela. Lui sa, pensarono all'unisono. L'uomo stava mostrando i sintomi del rigetto della memoria da loop.
Bela si sporse in avanti, abbassando la voce e catturando l'attenzione dell'uomo con un'intensità magnetica.
«Sceriffo Miller, so che sembra assurdo, ma noi non siamo di qui. E sappiamo che questo giorno è iniziato molto tempo fa. Lei ricorda cosa è successo prima che tutto questo... si fermasse? Prima dell'incendio alla vecchia chiesa?»
Il nome della chiesa sembrò risvegliare una scintilla di puro terrore negli occhi dello sceriffo. Le sue mani iniziarono a tremare.
«La chiesa... gli scavi sotterranei. Non era un incendio chimico. Abbiamo trovato qualcosa nella miniera abbandonata sotto l'altare. Una specie di... capsula di metallo azzurro. Ha iniziato a emettere un calore strano, una luce che ha inghiottito la nebbia. Poi il tempo si è... spezzato. Tutti hanno dimenticato. Ma io... io tengo il conto dei giorni sulla scrivania dell'ufficio. Sono passati quarant'anni da quel martedì.»
«Ci servono i rapporti di quello scavo, sceriffo. Dove sono le chiavi dell'archivio?», chiese Sam, facendo un passo avanti e cercando di mantenere la calma per non spaventarlo.
L'uomo indicò con un cenno debole la cintura dell'uniforme, dove pendeva un pesante mazzo di chiavi di ferro.
«Nel seminterrato della centrale... ma non potete andare là. La cosa sotto la chiesa... ha fame. Ogni volta che qualcuno cerca di cambiare le cose, la nebbia si stringe.»
Bela non se lo fece ripetere due volte. Con una rapidità e un'abilità da consumata borseggiatrice, allungò la mano sotto il tavolo, sfiorò il fianco dello sceriffo simulando un gesto di conforto e, un secondo dopo, il mazzo di chiavi era nascosto nella tasca del suo cappotto. Si alzò con eleganza, facendo un cenno a Sam. «Grazie per il caffè, sceriffo. Cerchi di riposare.»
Proprio in quel momento, dall'altra parte della sala, un cameriere inciampò rovesciando un vassoio di tazze di ceramica con un fragore tremendo. Sul jukebox, la voce di Cyndi Lauper ricominciò da capo, esattamente dallo stesso verso di prima. Il loop era ripartito.
Mentre Dean e il Dottore rimanevano nella tavola calda per monitorare il comportamento degli abitanti e assicurarsi che la struttura del loop non collassasse improvvisamente, Sam e Bela corsero nella nebbia verso la vecchia centrale di polizia, situata a pochi isolati di distanza.
L'edificio era deserto, congelato anch'esso in quell'eterno 1983. Nel seminterrato, l'aria era fredda e puzzava di carta ammuffita. Sam usò le chiavi rubate da Bela per aprire la porta dell'archivio, iniziando a spogliare freneticamente i faldoni legati ai rilevamenti minerari di quell'anno.
«Ecco qui», disse Sam, indicando una mappa topografica dello scavo sotto la chiesa. «Non stavano cercando carbone. I diari di mio padre dicevano che in questa zona c'erano state insolite sparizioni di bestiame e picchi di calore nel terreno. Papà pensava a un demone o a una maledizione della terra, ma guarda questi rilievi geometrici. Questa non è una grotta naturale. È un perimetro artificiale.»
Bela si appoggiò a uno scaffale metallico, osservando Sam con un misto di riluttante rispetto.
«Sei bravo in questo, Winchester. Devo ammetterlo. Tuo fratello ha i muscoli e le minacce, ma tu hai un cervello.»
«Quando passi la vita a cacciare ciò che si nasconde nel buio, impari che la conoscenza è l'unica cosa che ti tiene in vita», rispose Sam senza sollevare gli occhi dalle carte.
Sam voltò pagina, illuminando un vecchio appunto ingiallito che aveva copiato dal diario di John Winchester prima di partire.
«Ha senso», continuò Sam, mostrando le note a Bela. «Papà nel 1983 parlava di 'Demoni della Nebbia' o 'Precursori della Piaga'. Racconti antichi della zona dicono che quando la nebbia diventa viola, creature invisibili e distorte scendono dalle colline per fare impazzire i villaggi e divorare il bestiame. Papà pensava a una maledizione della terra, ma se lo Smilzo ha ragione sulla tecnologia aliena...»
«...La mitologia antica è solo scienza a cui manca il vocabolario adatto», concluse Bela, leggendo sopra la spalla di Sam con un mezzo sorriso cinico.
«Esatto», confermò Sam. «Quei 'demoni' di cui parlava papà sono in realtà i parassiti attirati dalle anomalie. Quando le trivelle minerarie hanno perforato quella capsula nel 1983, l'esplosione ha squarciato il velo della realtà. Quella nebbia viola non è magia, è plasma temporale radioattivo. Quelle creature ci si nascondono dentro per proteggere la loro fonte di cibo. Non cercano le anime delle persone, Bela... cercano il loro tempo. Ecco perché tengono la città bloccata nel loop: per continuare a nutrirsi dello stesso martedì all'infinito.»
Poi si fermò, notando che la luce della sua torcia stava sfarfallando.
All'improvviso, il Filtro di Percezione al collo di Bela emise una scarica elettrica così forte da farle cacciare un urlo. La ragazza cadde in ginocchio, stringendosi il petto, mentre il ciondolo d'argento risplendeva di una luce dorata violentissima prima di spegnersi completamente.
La temperatura nella stanza dell'archivio crollò sotto lo zero. Il loro fiato divenne nebbia.
Dal fondo del corridoio buio del seminterrato, oltre la porta grata dell'archivio, si levò un ringhio profondo, terrificante, viscerale. Il rumore di artigli pesanti che raschiavano contro il cemento armato fece vibrare le pareti.
«Bela...», sussurrò Sam, lasciando cadere i fogli e portando lentamente la mano al coltello di fango e al fucile che aveva a tracolla.
«Il filtro si è spento», ansimò lei, gli occhi sgranati dal terrore puro, mentre cercava disperatamente di far funzionare di nuovo il ciondolo. «Il paradosso di questa città ha annullato la frequenza del Dottore. Mi hanno trovata. Sono qui.»
I passi invisibili ma devastanti del mastino infernale si stavano avvicinando rapidamente. Una delle porte metalliche del corridoio venne sradicata dai cardini con una forza disumana, accartocciandosi come un foglio di carta. La pioggia di polvere e detriti indicava la traiettoria del mostro invisibile che puntava dritto alla gola di Bela.
In quel millesimo di secondo, Sam non pensò al fatto che Bela fosse una ladra spietata, né al fatto che avesse mentito loro più volte o avesse cercato di ucciderli. Vide solo una persona terrorizzata che stava per essere sbranata dall'Inferno.
Con un riflesso fulmineo, Sam afferrò una pesante sbarra di ferro arrugginita che bloccava uno degli scaffali dell'archivio e si parò davanti a lei. Concentrando tutta la sua forza, colpì alla cieca lo spazio vuoto davanti a sé, esattamente dove il pavimento di cemento stava scricchiolando sotto il peso della zampa invisibile.
La sbarra di ferro impattò contro qualcosa di incredibilmente solido e denso. Si udì un guaito sordo e mostruoso, seguito da una fiammata di zolfo invisibile che scaraventò Sam all'indietro contro gli scaffali. Ma il colpo era bastato a far indietreggiare la creatura, guadagnando tempo prezioso.
«Bela, ora! Muoviti!», urlò Sam, rialzandosi a fatica e tendendole la mano.
Bela, ancora sotto shock, guardò la mano tesa di Sam. Per la prima volta nella sua vita, qualcuno stava rischiando la pelle per salvarla senza chiedere nulla in cambio. Afferrò la mano del ragazzo, rimettendosi in piedi proprio mentre il ciondolo, con un ultimo disperato guizzo di energia quantistica, emise un debole ronzio e si riattivò, avvolgendola nuovamente nel Filtro di Percezione.
Il mastino infernale nel corridoio si fermò di colpo, emettendo un ringhio confuso. La sua preda era svanita di nuovo nel nulla temporale, mimetizzata come un pezzo di cemento dell'archivio.
Bela respirava affannosamente, stringendo la chiave d'argento al petto. Guardò Sam, le labbra che tremavano leggermente, mentre l'adrenalina cominciava a scemare lasciando posto alla sua solita, impenetrabile maschera di controllo.
Si ripulì con cura il cappotto scuro dalla polvere dell'archivio, facendo un passo felpato verso di lui. Lo guardò dal basso verso l'alto, gli occhi improvvisamente lucidi e carichi di una malizia calcolata ma insolitamente calda.
«Mi hai... mi hai salvata», sussurrò, avvicinandosi abbastanza da fargli sentire il profumo di fiori estivi che emanava la sua pelle, in netto contrasto con l'odore di zolfo che ancora appestava la stanza. Allungò una mano guantata, sfiorandogli con le dita il petto, proprio sopra il cuore che batteva ancora all'impazzata.
«Sai, Sam... ho sempre pensato che tra i due Winchester tu fossi quello noioso. Quello che passa il tempo sui libri. Ma devo ammettere che con una sbarra di ferro in mano hai un certo... fascino rude. Molto più primitivo di tuo fratello.»
Sam arrossì all'istante, irrigidendosi come un palo e facendo un mezzo passo indietro, visibilmente a disagio ma decisamente colpito. «Io... beh, l'attività di famiglia. Lo facciamo e basta.»
Bela accennò un sorriso sardonico, divertita dalla sua reazione, e gli diede una leggera pacca sul petto prima di sfilargli la mappa dalle mani. «Peccato che tu sia così terribilmente virtuoso, Winchester. Ci saremmo potuti divertire molto di più in un motel del 1983. Ora andiamo, prima che il tuo fratellone o lo smilzo in giacca di tweed decidano di fare gli eroi senza di noi.»