Tocca un passaggio (o un’immagine) per aprire il filo commenti a fianco. I link nel testo restano cliccabili.
Il viaggio verso la costa orientale si trasformò ben presto in un catalogo di tavole calde dai pavimenti appiccicosi, caffè riscaldato troppe volte e stazioni di servizio sperdute nella nebbia della Pennsylvania. Il rombo familiare del motore V8 della Chevy Impala del '67 era l'unica costante rassicurante in un'atmosfera che di normale non aveva assolutamente nulla.
Dean stringeva il volante con entrambe le mani, gli occhi fissi sulla striscia di asfalto bagnato della Interstate che tagliava il buio della notte del Midwest. Nello specchietto retrovisore, la situazione era ai limiti dell'assurdo. Sam era letteralmente sommerso da mappe stradali e appunti storici sui musei privati di Manhattan, mentre il Dottore, seduto nel mezzo del sedile posteriore, continuava a tormentare i bottoni della vecchia autoradio analogica, affascinato dalle frequenze delle stazioni locali, finché Dean non gli tirò uno schiaffo sulla mano per fargli mollare la manopola.
«Ancora non ci credo che siamo chiusi qui dentro», borbottò Dean, dando un colpo di clacson a un tir che viaggiava troppo lento sulla corsia di sorpasso. «Hai una nave spaziale che salta da un secolo all'altro e ci tocca farci quattordici ore di macchina perché c'è... come l'hai chiamata? Nebbia radioattiva?»
«Distorsione temporale quantistica, Dean! È molto peggio della nebbia», rispose il Dottore dal sedile posteriore, allungando le gambe lunghe come meglio poteva nello spazio ristretto dell'auto. «Gli Angeli Piangenti stanno letteralmente congelando il tempo attorno a quel blocco di New York per nutrirsi dell'energia potenziale del manufatto. Se portassi il TARDIS là dentro, i motori quantistici si aggancerebbero al loro loop e rischieremmo di materializzarci direttamente nel brodo primordiale. O peggio ancora, a metà strada tra il martedì scorso e il Rinascimento. La tua Baby, invece, è puramente meccanica. Niente tecnologia temporale, niente paradossi, solo benzina e pistoni. Per i loro sensi quantistici, siete invisibili. Un guscio di ferro che si muove nel fango. Per ora, è l'unico mezzo sicuro.»
«Baby è sempre una certezza», rispose Dean, fiero, dando una pacca affettuosa sul cruscotto.
Dall'angolo più buio del sedile posteriore si levò una risata amara, secca e decisamente sardonica. Fino a quel momento, Bela Talbot era rimasta così silenziosa che quasi si erano dimenticati della sua presenza. Era rannicchiata contro il finestrino, lo sguardo fisso sulle luci dei lampioni che scorrevano veloci.
«Voi maschietti siete adorabili quando parlate di motori e massimi sistemi», esordì Bela, incrociando le braccia e sistemandosi il bavero del cappotto scuro. «Ma mentre decidete chi ha l'astronave più grande o l'auto più lucida, forse vi sfugge il dettaglio più importante. Quella spada a New York! È l'unica cosa reale in tutta questa storia. Perché quella che ho rubato io a Montecarlo... era solo un pezzo di plastica molecolare.»
Sam si voltò di scatto sul sedile anteriore, guardandola sbigottito attraverso lo spazio tra i sedili.
«Lilith voleva quella che credevo di aver rubato», precisò lei, e per la prima volta la sua maschera di cinica sicurezza mostrò una crepa, rivelando il terrore di chi sentiva il fiato della morte sul collo. «Il colpo al Grand Casinò era stato perfetto. Avevo disattivato i sensori termici, eluso la sicurezza e sostituito la lama nella teca con una replica in resina pesante. Ero già sul mio jet privato, convinta di avercela fatta, diretta al punto d'incontro con i mediatori di Lilith per riavere la mia anima. Ma quando ho aperto la custodia per ricontrollare il nucleo energetico di cui parlava quella bionda svitata al tavolo da gioco... la spada si è letteralmente dissolta tra le mie mani. È diventata polvere di luce azzurra. Al suo posto, sul velluto nero, è rimasto solo un pezzo di carta da lettere con sopra un bizzarro sigillo circolare.»
Il Dottore sorrise dal sedile posteriore, un misto di orgoglio e disperazione.
«Tipico River, ti ha fatto il trucco della duplicazione molecolare a tempo lasciandoti rubare un ologramma solido a decadimento rapido... deve avermi "preso in prestito" il TARDIS per farlo»
«Esatto», continuò Bela, stringendo i denti. «Sono atterrata a Sioux Falls in preda al panico più totale. I demoni sapevano che avevo fallito, sentivo già l'odore dello zolfo nell'aria e sapevo che i cerberi si stavano muovendo per riscuotere il mio contratto, sapevo di avere il tempo contato e che senza quell'arma da usare come baratto l'unica soluzione sarebbe stata uccidere voi due. Mi sono andata a rifugiare in un motel di quart'ordine per capire come procedere, con la pistola sul comodino, quando la finestra della mia stanza è andata in frantumi.»
Anno 2007, Sioux Falls
Bela
L'aria della stanza del motel era fredda, satura di fumo e del terrore cieco di Bela. La ragazza era scattata in piedi, puntando la canna della sua nove millimetri verso la figura che era appena atterrata sul pavimento coperto di schegge di vetro.
La Professoressa River Song si stava ripulendo con calma il giubbotto di pelle, con i riccioli biondi scompigliati dal vento e un sorriso sfacciato stampato sul viso. Fuori, i lampioni della strada avevano iniziato a sfarfallare violentemente e un fischio acuto, un ululato distorto che non aveva nulla di animale, scuoteva le pareti sottili del motel. I demoni erano sulla soglia.
«Sei in ritardo per la cena, tesoro», disse River, senza mostrare il minimo timore per l'arma puntata dritta al suo petto.
«Tu... tu mi hai imbrogliata!», ringhiò Bela, le mani che tremavano impercettibilmente sul grilletto. «Mi hai dato un falso! L'Inferno mi farà a pezzi per questo, mi prenderanno l'anima!»
«L'Inferno ti avrebbe fatta a pezzi comunque, Bela. Ma ora ti sto dando una possibilità di scelta, ed è molto più di quanto ti lasceranno quei mostri», rispose River. La sua voce si fece improvvisamente seria, calda e penetrante.
Incurante della pistola, River fece un passo avanti e afferrò con decisione la mano di Bela. Le aprì le dita con la forza e le infilò nel palmo un piccolo pezzo di pergamena arrotolato, rischiando la sua stessa pelle mentre l'aria nella stanza cominciava a puzzare di bruciato.
«Che cos'è questo?», chiese Bela, guardando i numeri scritti di fretta con un inchiostro rosso brillante.
«È un numero di telefono. Il numero più importante dell'universo», spiegò River, mentre l'ombra di qualcosa di enorme e distorto oscurava la fessura sotto la porta, premendo contro il legno per abbatterlo. «Quando la situazione diventerà disperata, quando i cerberi saranno alla porta, chiama questo numero. Ti risponderà una cabina blu. E allora, forse, l'Inferno dovrà trovare qualcun altro con cui giocare.»
Anno 2009: terrore invisibile sulla Route 80
«Quindi tua moglie ha rischiato di farsi ammazzare solo per lasciare a noi le briciole di un indizio e farci fare da babysitter a Bela? Se tu sei fuori di testa, in confronto a lei sei un principiante», commentò Dean, scuotendo la testa mentre i tergicristalli dell'Impala faticavano a pulire il parabrezza da una pioggia che si faceva sempre più densa.
«River non fa mai nulla senza un motivo, Dean», rispose il Dottore, con lo sguardo fisso sulla moneta d'argento.
All'improvviso, la temperatura all'interno dell'Impala crollò vertiginosamente. Il fiato dei passeggeri si trasformò in nuvole di vapore bianco e i finestrini si coprirono istantaneamente di uno strato di ghiaccio sottile. Un odore acre, pesante, di zolfo e terra bagnata penetrò dalle bocchette dell'aria.
Bela si portò improvvisamente la mano al petto, soffocando un gemito. Sotto la camicetta, una luce dorata e fioca pulsava attraverso il tessuto, emettendo un ronzio acuto e debole che sembrava vibrare direttamente nei denti di tutti i presenti. Era un piccolo ciondolo metallico, agganciato a una vecchia chiave d'argento che il Dottore le aveva messo al collo prima di lasciare il Nevada.
«Oh, no. Sono qui», sussurrò Bela, rannicchiandosi sul sedile, il volto completamente pallido. «Sono arrivati».
Dean inchiodò, facendo girare l'Impala di novanta gradi sullo sterrato di una piazzola di sosta isolata. Strinse i denti, afferrando il fucile a pompa caricato a sale grosso dal vano tra i sedili. «Sam, tieni gli occhi aperti.»
Fuori dall'auto, nel buio della tempesta, non c'era apparentemente nulla. Ma la pioggia non cadeva dritta: rimbalzava contro forme invisibili e massicce che stavano circondando la vettura. Poi arrivò il suono. Un ringhio basso, profondo, vibrante, accompagnato dal rumore di artigli pesanti che scavavano l'asfalto. I ringhi squarciavano l'aria a pochi centimetri dai finestrini, ma le creature sembravano guardare attraverso la macchina, come se stessero cercando qualcosa che continuava a sfuggire.
Un impatto violento scosse la fiancata dell'Impala. Le lamiere scricchiolarono sotto il peso di una zampa invisibile, ma il ringhio che seguì fu confuso, frustrato. La creatura annusò ferocemente il vetro del finestrino posteriore, proprio dove Bela era rannicchiata con gli occhi spalancati dal terrore, per poi allontanarsi di pochi passi, continuando a girare a vuoto nello sterrato.
«Non sparare, Dean! Non muovetevi, nessuno di voi!», ordinò il Dottore a voce bassa ma imperiosa, tenendo gli occhi fissi sul punto in cui la pioggia deviava attorno alle sagome invisibili.
«Cosa diavolo sta succedendo? Perché non attaccano? Ci sono sopra!», ringhiò Dean, con il dito sul grilletto e le nocche bianche.
«I Mastini Infernali. Stanno cercando Bela per riscuotere il suo contratto del 2007», sussurrò il Dottore, senza staccare gli occhi dal finestrino. «Ma c'è un problema di matematica temporale. il TARDIS l'ha scaraventata qui, nel 2009, fuori dalla sua linea temporale naturale. E io le ho messo al collo un Filtro di Percezione dei Signori del Tempo. Quel ciondolo emette una frequenza che inganna i sensi misticamente sintonizzati dei cerberi.»
«Spiegati meglio, Smilzo, prima che spari a vuoto», sibilò Dean.
«I mastini non vedono con gli occhi, Dean. Fiutano la firma energetica di un'anima condannata», spiegò il Dottore, mentre un altro ringhio invisibile scuoteva il retro dell'auto. «In questo momento, per loro, Bela è una perturbazione quantistica impossibile. Il filtro proietta la sua presenza su una lunghezza d'onda che costringe la mente dei cerberi a scivolare via. La considerano parte del paesaggio, un pezzo di ferrovia o un albero. Sentono l'odore del suo contratto nell'aria complessiva di questa zona, sanno che la preda è qui, ma quando guardano direttamente lei... la loro percezione si rifiuta di registrarla.»
Sam guardò Bela, che stava tremando impercettibilmente, stringendo il ciondolo dorato che continuava a emettere brevi scariche statiche. «Quindi siamo al sicuro?»
«No», rispose il Dottore, e la sua voce si fece improvvisamente cupa e priva di qualsiasi traccia di ironia. «I Filtri di Percezione si basano sulla stabilità della realtà circostante. E noi stiamo guidando verso New York, dove gli Angeli Piangenti stanno letteralmente masticando e riducendo in pezzi il tessuto del tempo. Più ci avviciniamo alla città, più la realtà si fa sottile. Il filtro di Bela sta già sfarfallando. È come una macchia di sangue su un lenzuolo bianco: per ora i mastini camminano a tentoni nella nebbia, ma se quel ciondolo si spegne anche solo per un secondo... la vedranno. E la sbraneranno davanti ai nostri occhi.»
Sam fece muovere i suoi neuroni da nerd, cercando di assimilare ogni parola del Dottore per dare a tutto un senso logico, ma nonostante la sua notevole intelligenza non sempre ci riusciva: la realtà era completamente diversa da quello che aveva creduto in quel momento e tutte le leggi della matematica e della fisica che conosceva avevano perso il loro significato.
Fuori, con un ultimo ululato di frustrazione che fece tremare i vetri, i passi pesanti dei mastini iniziarono ad allontanarsi, scendendo lungo la scarpata laterale della Interstate, ancora accecati dal trucco alieno.
Il silenzio tornò nell'abitacolo dell'Impala, interrotto solo dal ticchettio della pioggia sul tetto. Dean guardò Bela nello specchietto, poi incrociò lo sguardo del Dottore. Sapendo che il tempo stringeva in ogni senso possibile, girò la chiave. Il motore V8 ruggì di nuovo, pronto a rimettersi in marcia.
«Allora conviene muovere il culo», disse Dean, schiacciando l'acceleratore e immettendosi nuovamente sulla Route 80. «New York ci aspetta.»