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Dean si staccò dalla parete di ferro della Panic Room, lasciando cadere le braccia lungo i fianchi con frustrazione. I suoi stivali fecero un rumore sordo sul pavimento di metallo zigrinato. Continuava a guardare la botola che conduceva all'esterno, dove quella assurda cabina blu era parcheggiata nel mezzo della discarica, come se fosse il pezzo di antiquariato più ridicolo e fastidioso del mondo. Continuava a ripetersi che gli alieni non esistevano, che tutto quello che stava vedendo non era possibile. Eppure, l'idea che quel trabiccolo potesse davvero viaggiare nel tempo stava accendendo una lampadina nella sua testa. Una soluzione brutale, pulita, in pieno stile Winchester.
«Senti, Smilzo,» esordì Dean, puntando un dito accusatorio contro il Dottore, che nel frattempo stava camminando avanti e indietro esaminando le saldature del soffitto. «Ammettiamo per un secondo che quella cabina telefonica non sia solo un trucco di magia avanzato o un'allucinazione di massa. Se quel coso viaggia davvero nel tempo, la soluzione ce l'abbiamo sotto il naso: torniamo indietro, andiamo nel millenovecentonovantacinque o quando diavolo è stato, troviamo il padre di Bela prima che le metta le mani addosso e gli piantiamo una pallottola in mezzo agli occhi. Oppure intercettiamo il demone del crocicchio prima che lei firmi quel maledetto contratto. Niente patto, niente cerberi, Bela si tiene la sua anima e noi ci risparmiamo questa gita all'Inferno. Fine della storia. Perché ci stiamo ancora complicando la vita?»
Il Dottore, che stava facendo ronzare il suo cacciavite sonico contro una vecchia grata di ventilazione, si bloccò di colpo. Il ronzio acuto e azzurro dello strumento si spense, lasciando nella stanza solo il rumore pesante della pioggia che batteva contro la terra, diversi metri sopra le loro teste. Il suo volto, di solito mobile, espressivo e iperattivo, si fece improvvisamente serio, quasi cupo. Gli occhi gli si fecero piccoli, freddi e incredibilmente antichi.
«No. Non funziona così. Non si può fare», disse, e la sua voce perse ogni traccia di bonomia o di bizzarria.
«E per quale motivo, di grazia?», ribatté Dean, stringendo i pugni e piantando i piedi a terra. «Hai la macchina del tempo, no? Modifica il passato e salviamo la ragazza!»
«Perché la linea temporale di Bela Talbot, in questo specifico snodo, è un punto fisso», spiegò il Dottore, facendo un passo lento verso di lui, le mani infilate nelle tasche della giacca. «Ci sono eventi nel tempo che sono flessibili, che possono cambiare, adattarsi e deviare come il corso di un fiume. E poi ci sono nodi autostradali, pilastri invisibili e pesantissimi che reggono l'intera struttura della realtà. Se tiri quel filo, l'intero tessuto si lacera e il vuoto si inghiotte tutto».
Dean sbuffò, passandosi una mano ruvida sul viso, chiaramente infastidito da quelle regole astratte.
«Sì, certo. Senti, mi stai dicendo che il passato, o per lo meno una sua parte, non si tocca perché la causa genera l'effetto, giusto? La conosco la prima regola di qualsiasi film di fantascienza, non sono stupido.»
«Oh, la gente pensa che il tempo sia una progressione lineare di causa ed effetto!», sbottò il Dottore, ricominciando a camminare d'un tratto con una foga improvvisa, gesticolando con le mani come se stesse impastando un pezzo di pane invisibile nell'aria.
«Ma in realtà, da un punto di vista non lineare e non soggettivo, è più come una grande palla di... roba instabile, instabile, temporale, temporale... wibbly-wobbly, timey-wimy.»
Sam, che fino a quel momento era rimasto in silenzio ad ascoltare, seduto su una vecchia sedia di ferro con i gomiti appoggiati alle ginocchia, fece un passo avanti. Gli ingranaggi del suo cervello da nerd erano totalmente attivi, affascinati da quella spiegazione.
«Wibbly-wobbly? Aspetta... stai dicendo che il tempo non è una linea retta, ma una struttura multidimensionale complessa e sovrapposta? Quindi il passato di Bela esiste contemporaneamente al nostro presente, ma è protetto da una sorta di barriera quantistica che impedisce le modifiche dirette senza autodistruggersi?»
Il Dottore si voltò di scatto verso Sam, indicandolo con un sorriso radioso che gli illuminò la faccia, cancellando la serietà di un attimo prima.
«Esatto! Il ragazzone ha un cervello! Qualcuno gli dia una medaglia, un premio alla carriera, o almeno una caramella gommosa!»
«Sì, dategli un premio di consolazione», lo interruppe Dean, acido. «Nel frattempo, il tempo wimy di Bela scade tra poche ore e i cerberi le stanno col fiato sul collo. Quindi, se non possiamo usare la cabina per imbrogliare il banco, che diavolo facciamo con questo?»
Tutti gli sguardi si spostarono sul tavolo di ferro al centro della Panic Room. Lì, illuminato dalla luce tremolante della lampadina nuda, c'era il barattolo di bulloni che Bobby aveva recuperato dai suoi scaffali. Il coperchio di metallo mostrava ancora quei graffi geometrici, il sigillo enochiano modificato che River vi aveva inciso anni prima.
Sam si avvicinò, allungò le mani e, con estrema cautela, svitò il coperchio di metallo. Lo poggiò sul tavolo con un rumore secco. Poi, afferrò il vetro e ne rovesciò il contenuto. Una cascata di bulloni arrugginiti, dadi e rondelle di ferro si sparse sulla superficie metallica con un fracasso ferrigno.
Ma insieme alla ferramenta, non cadde nessun biglietto con delle coordinate. Cadde un oggetto bizzarro, del tutto fuori posto: una vecchia moneta da un dollaro d'argento del 1921, completamente annerita dal fuoco, avvolta in un pezzetto di stoffa logora che, non appena prese aria, emanò un profumo intenso, nitido e persistente di gelsomino e fumo di sigaro di alta marca.
Non appena quel profumo si sparse nella Panic Room, Bobby Singer, che era rimasto appoggiato all'uscio della porta blindata a fumare in silenzio, si bloccò. La sigaretta gli rimase sospesa tra le dita. Si portò improvvisamente una mano alla tempia, stringendo gli occhi e lasciando sfuggire un gemito sommesso.
Il filtro mnemonico che River Song aveva usato su di lui anni prima era una trappola neurale perfetta, programmata per reagire a un innesco sensoriale ben preciso. L'odore combinato del gelsomino (il suo profumo) e l'esposizione al campo quantistico del TARDIS all'interno della Panic Room agirono come una chiave che girava violenta nella serratura del suo cervello.
«Aspetta...», mormorò Bobby, la voce improvvisamente rauca, quasi spaventata. «Io... io quell'odore lo conosco. Quella moneta... non l'ho messa io lì dentro.»
Sam sollevò la moneta d'argento, esaminandola da vicino sotto la luce della lampadina.
«Bobby, guarda qui. Non è una moneta normale. Qualcuno ha usato uno strumento di precisione per incidere delle micro-linee invisibili a occhio nudo sul bordo d'argento. Non è latino, e non è enochiano. Sembra... un diagramma. Una mappa stradale di una città sovrapposta a una mappa astronomica.»
I ricordi di Bobby iniziarono a riaffiorare a frammenti dolorosi, come i fotogrammi di un vecchio film bruciato che ricominciava a scorrere nella sua testa. Ricordò una donna. Una donna con troppi riccioli biondi, un sorriso sfacciato che non aveva paura della sua doppietta, un lampo di luce azzurra che gli aveva squarciato gli occhi e una serie di parole che gli erano rimaste conficcate nell'inconscio per anni, come una scheggia sotto la pelle.
«New York», disse Bobby d'un tratto, spalancando gli occhi e fissando il Dottore con una lucidità improvvisa. «Quella maledetta donna bionda... mi ha detto che dovevo darvi il barattolo perché la spada si trova a New York. Nella collezione privata di un miliardario. Ma c'è qualcos'altro... qualcosa che mi ha ordinato di non dimenticare. Sulle statue. Ha detto: non voltate mai le spalle. E non ammiccate.»
Il Dottore, a quelle parole, perse del tutto l'aria spensierata. Il suo viso divenne pallido, quasi traslucido sotto la luce della Panic Room. Fece un passo indietro, andando a sbattere contro la parete di ferro. «No, no, no... River, cosa hai fatto? Di tutti i posti dell'universo, di tutte le trappole possibili...»
«Ehi, Smilzo, ti vuoi calmare?», lo interruppe Dean, stringendo le spalle e portando la mano d'istinto alla fondina della sua Colt. «Che diavolo sono queste statue? Un'altra specie di alieni di pietra? Abbiamo i fucili caricati a sale grosso e i proiettili d'argento nel bagagliaio. Se hanno una faccia, possiamo ucciderli.»
«Non queste, Dean. Non queste», disse il Dottore con la voce ridotta ad un sussurro.
«Gli Angeli Piangenti. Creature del codice quantistico, vecchi quasi quanto l'universo stesso. Finché li guardi, sono pietra. Un elemento fisso. Non respirano, non pensano, sono solo sculture. Ma nel momento in cui distogli lo sguardo, anche solo per la frazione di un secondo... nel momento in cui ammicchi... loro si muovono. Più veloci della luce. E non vi uccidono versando sangue. Vi toccano, e vi scaraventano nel passato, lasciandovi morire nel tempo prima ancora che siate nati, solo per nutrirsi dell'energia potenziale delle vostre vite non vissute. Se River ha nascosto la Spada di Azrael nella tana di un Angelo Piangente per tenerla al sicuro dai demoni, ha creato un incubo geopolitico temporale»
Sam guardò la moneta d'argento, collegando i punti con la sua solita, inquietante precisione logica.
«Aspetta. Se la spada è a New York, protetta da queste cose, e all'Inferno serve per spezzare i sigilli... significa che i demoni di Lilith stanno cercando di capirci qualcosa. Se i demoni ottengono un'arma in grado di polverizzare le anime e alterare la storia, l'Apocalisse che stiamo cercando di fermare non sarà più una guerra tra fazioni. Sarà la fine di tutto. Angeli, demoni, umani... cancellati dalla Creazione. Nessun Paradiso, nessun Inferno. Il nulla.»
«Esatto, ragazzo mio», mormorò il Dottore, strappando la moneta dalle mani di Sam per esaminare le micro-incisioni con l'occhio clinico di chi ha visto nascere le stelle. «Lilith vuole quella spada per forzare l'Apocalisse. Se le anime vengono distrutte invece di seguire il loro corso, l'intero equilibrio cosmico salta. Il flusso temporale si spezza in mille pezzi.»
«Beh, allora è un bene che noi si abbia una cabina blu che viaggia nel...»
Dean non riuscì a finire la frase.
Improvvisamente, l'aria all'interno della Panic Room divenne così fredda che il fiato degli uomini si trasformò istantaneamente in nuvolette di vapore bianco. Le lampadine protette dalle gabbie metalliche sul soffitto cominciarono a sfrigolare violentemente, emettendo lampi di luce accecante prima di esplodere contemporaneamente con un suono secco. La stanza precipitò nell'oscurità più totale, interrotta solo dal debole, ritmico bagliore azzurro del cacciavite sonico del Dottore.
Poi, un rumore sordo. Come il battito pesante di un paio d'ali gigantesche che si spiegavano nello spazio ristretto della stanza blindata. Un odore di ozono e sfarzo divino riempì lo spazio.
Dean e Sam sollevarono all'istante le pistole, muovendosi per istinto tattico nell'oscurità, mentre Bobby fece fare un sonoro clic-clac alla sua doppietta, puntandola verso il centro della stanza.
«Chi c'è? Mostrati, figlio di puttana!»
Dietro di loro, esattamente davanti alla porta blindata della Panic Room, una figura si stagliò nella penombra azzurrina. Indossava un trench beige spiegazzato sopra un abito scuro, una cravatta blu leggermente allentata e aveva due occhi azzurri, limpidi, vitrei e totalmente privi di paura umana, che fissavano il gruppo.
«Dean», disse l'uomo. La sua voce era profonda, cavernosa, un suono che sembrava vibrare direttamente nelle pareti metalliche e nelle ossa dei presenti.
«Cas?», Dean abbassò di qualche centimetro l'arma, sebbene il cuore gli battesse ancora a mille nel petto. «Maledizione, ti ho detto mille volte di non fare queste entrate da film horror. Come diavolo sei entrato qui dentro? Questa stanza è schermata contro gli angeli. I sigilli enochiani sulle pareti dovrebbero tenerti fuori, lo sai bene!»
Castiel fece un passo avanti, i suoi passi non producevano alcun rumore sul metallo. Il suo sguardo passò da Dean a Sam, poi si soffermò su Bobby e infine si posò, rigido, sul Dottore. L'angelo inclinò leggermente la testa di lato, studiando lo straniero con una severa e distaccata preoccupazione.
«I sigilli di questa stanza sono intatti, Dean. Ma il tessuto della realtà attorno a questa casa è lacerato dal passaggio di una forza estranea», spiegò Castiel, mantenendo il suo tono piatto, solenne e privo di inflessioni. «Il Paradiso ha avvertito una vibrazione anomala nel flusso del tempo. Un'eco di tecnologia che non appartiene a questa creazione, a nessun angelo e a nessun demone. E un nome che risuona nelle alte sfere della guarnigione celeste.»
«Quindi in questo momento nemmeno la Panic Room è un posto sicuro» aggiunse Sam in un lampo di lucidità, ma Cas proseguì come se non avesse sentito nulla e si voltò completamente verso il Dottore, fissandolo con un'intensità quasi insostenibile.
«Tu sei il viaggiatore. Colui che i testi proibiti chiamano il Signore del Tempo.»
Il Dottore spense il cacciavite sonico, infilandolo nella tasca della giacca con un gesto fluido. Sostenne lo sguardo dell'angelo senza battere ciglio, raddrizzando la schiena. La sua figura slanciata sembrava improvvisamente specchiarsi nell'eternità dell'essere davanti a lui, un incontro tra due creature che avevano visto l'inizio e la fine delle cose.
«E tu devi essere un Angelo del Signore. Ne ho sentito parlare nei corridoi di Gallifrey. Molto drammatici, un po' rigidi con le regole del vestiario, e decisamente con uno scarso senso dell'umorismo. Cosa vuole il Paradiso da me, piumato?»
«Non da te. Da ciò che tua moglie ha nascosto per errore o per superbia», rispose Castiel, facendo un altro passo avanti e indicando con un dito fermo il barattolo sul tavolo. «La Lama di Azrael è stata rimossa dal suo corso stabilito. I piani alti esigono che l'arma venga recuperata prima che i messaggeri di Lilith riescano a violare il santuario di New York. Se i demoni otterranno la lama originale, i sigilli dell'Apocalisse verranno recisi con la forza e la fine dei tempi inizierà prima che le schiere celesti siano pronte alla battaglia finale. Il piano divino verrà alterato.»
Castiel guardò nuovamente Dean, i suoi occhi azzurri fissi in quelli del cacciatore. «Dobbiamo andare a New York. Ora».
«Fammi un po' capire, stiamo per andare a recuperare l'arma più potente dell'Universo, dentro a una cabina blu con un pazzo che dice di essere un alieno e tutto perché lui dice che non può tornare indietro nel tempo e riempire di pallettoni il padre di Bela?».
«Finiscila Dean, pensi che non ci abbia pensato anche io quando il Dottore è apparso nella mia stanza, tirandomi dentro al Tardis, a un soffio dalla mia morte? Non si può» disse Bela, risvegliandosi da quello stato semi catatonico in cui era piombata appena entrata nella Panic Room.
«Continuo a non capire, non vorrei tornare sullo stesso argomento ma... »
«Ma lui è un Signore del Tempo, e non si può risolvere tutto con le armi Dean »
«E chi stabilisce le regole?»
Il Dottore si voltò lentamente. Per un attimo, l'energia iperattiva che lo contraddistingueva svanì, sostituita da una solitudine così vasta e pesante da far sembrare la Panic Room ancora più stretta. Guardò Dean dritta negli occhi, con la severità di chi ha visto imperi nascere e morire nel giro di un pomeriggio.
«Io le stabilisco, Dean. O meglio, la mia gente lo faceva», esordì il Dottore, e la sua voce scese di un'ottava, facendosi incredibilmente seria. «I Signori del Tempo non erano semplicemente alieni con un nome altisonante. Eravamo gli accademici dell'infinito. I custodi della realtà. La mia specie ha scoperto le leggi della fisica temporale, ha mappato il flusso degli eventi e ha costruito la tecnologia per navigarci dentro. Eravamo una civiltà millenaria, fredda, distaccata, che guardava l'intero universo scorrere da una torre d'avorio. Sentivamo il tempo. Lo sentiamo ancora, qui dentro.» Si toccò la tempia con un dito. «Quando cammino in una stanza, io non vedo solo le pareti. Vedo ciò che è stato, ciò che sarà, ciò che potrebbe essere e ciò che non deve essere. È una percezione sensoriale, Dean. Come per te distinguere il caldo dal freddo. Io so quando un evento è un punto fisso. Lo avverto come una pressione, un peso invisibile che ancora l'universo al suo asse.»
Fece un passo verso Dean, lo sguardo fisso, implacabile.
«Tu pensi che un piccolo cambiamento sia innocuo? Pensi che salvare una vita sia sempre la cosa giusta? Ti sbagli. Il tempo non è una macchina perfetta, è un organismo vivo ed è incredibilmente fragile. Se tocchi il pezzo sbagliato, crolla tutto. Una volta... una volta il mio intero universo è stato cancellato a causa di un paradosso. Qualcuno ha cercato di imprigionarmi in una scatola chiamata la Pandorica, un dispositivo perfetto progettato per contenermi e impedire che la mia nave, il TARDIS, esplodesse. Ma il paradosso di quel momento era così immenso, così intrecciato con la trama della realtà, che quando il TARDIS è saltato in aria, non ha distrutto solo un pianeta. Ha causato un collasso totale del tempo. Le stelle si sono spente una a una, la storia è evaporata e l'intera esistenza si è ridotta a una singola notte su un pianeta morente. Niente era mai nato, niente sarebbe mai esistito. È rimasto solo il silenzio.»
Il Dottore si fermò a pochi centimetri da Dean, che era rimasto immobile, colpito dall'intensità quasi disperata di quel racconto.
«Ho dovuto resettare l'intera Creazione per rimettere a posto i pezzi, Dean. Ho dovuto sacrificare quasi tutto. Quindi credimi quando ti dico che se andiamo indietro e tocchiamo la linea di Bela Talbot, se spezziamo quel punto fisso per una questione di principio o di pietà, la Pandorica sembrerà un gioco da ragazzi. Non stiamo parlando di salvare una vita. Stiamo parlando di fare in modo che la parola "vita" abbia ancora un significato domani mattina.»
«E quindi dovremmo lasciarla morire e dar la sua anima all'Inferno? »
«No, non possiamo, una bambina ha pianto in un parco giochi e io non posso lasciarla morire»
Un silenzio pesante cadde nella stanza. Persino Castiel rimase immobile, riconoscendo in quelle parole un'autorità e un peso che andavano oltre le stesse gerarchie angeliche.
Dean ricambiò lo sguardo del Dottore per qualche secondo, poi distolse gli occhi, serrando la mascella. Sputò per terra e imprecò sottovoce.
«D'accordo. Messaggio ricevuto, Spock. Niente trucchi nel passato. Ci muoviamo nel presente e andiamo a New York a dare la caccia alle statue»
Dean guardò Cas, poi il Dottore, che stava già studiando la moneta d'argento con un cipiglio eccitato, e infine sbuffò, passandosi una mano sulla nuca e rinfoderando la pistola. «Fantastico. Un alieno millenario con una cabina blu, un angelo del Signore con problemi sociali e una ladra del futuro che ci lascia indizi nei bulloni. Ragazzi, penso ufficialmente che questa sarà la settimana più assurda della mia vita.»