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Anno 2005: MONTECARLO, LE GRAND CASINÒ
Bela
Il fumo denso di sigari costosi galleggiava sotto i lampadari di cristallo della sala privata del casinò, riflettendosi sul velluto verde dei tavoli da gioco. Era una di quelle serate in cui il denaro cambiava padrone con la stessa velocità con cui la pallina della roulette decideva di fermarsi sul rosso o sul nero. Un ambiente fatto di apparenze, dove ognuno recitava una parte.
Bela Talbot adorava quel genere di palcoscenico. Indossava un abito di seta scura che le accarezzava la figura, i capelli raccolti in un'acconciatura impeccabile e un calice di champagne tra le dita che usava più come accessorio che per bere davvero. Il suo sguardo, apparentemente distratto e annoiato, era in realtà focalizzato sulla teca di vetro blindato posta al centro della sala espositiva attigua: all'interno, adagiata su un cuscino di velluto nero, riposava la Spada di Azrael. Sapeva che se voleva anche una sola speranza di riavere indietro la sua anima quella lama poteva essere un'importante merce di scambio: per i collezionisti ordinari era solo un pezzo archeologico unico, una lama medievale d'inestimabile valore legata a oscuri miti sul passaggio delle anime. Per l'Inferno, invece, era un pezzo pregiatissimo, un catalizzatore in grado di tagliare il velo tra le dimensioni e spezzare i sigilli delle gabbie infernali. Il tempo stringeva, il 2007 era alle porte, e lei non poteva permettersi di fallire.
«È un pezzo magnifico, non trovi? Anche se, a essere del tutto onesti, l'elsa ha una linea decisamente sgraziata. Tipico della manifattura del tardo impero bizantino quando si cercava di impressionare i barbari.»
Bela si irrigidì impercettibilmente, ma sul suo viso non trapelò alcuna emozione. Si voltò con studiata lentezza, incrociando lo sguardo di una donna che le si era affiancata senza che lei ne avesse avvertito i passi. La sconosciuta aveva una folta chioma di riccioli biondi che sfidavano la gravità, un abito da sera color cobalto che gridava indipendenza e un sorriso sfacciato, decisamente troppo sicuro di sé per quel genere di ambiente formale.
«Non sapevo che le archeologhe frequentassero i tavoli da baccarat di Montecarlo», rispose Bela, misurando la rivale con una singola, tagliente occhiata.
«Oh, i posti migliori per studiare la storia sono quelli in cui la gente cerca di dimenticarla», replicò la donna, inclinando leggermente la testa mentre osservava la lama attraverso il vetro.
«Professor River Song. E tu devi essere Bela Talbot. La ragazza che trova l'introvabile per conto di persone che farebbero meglio a non possedere nulla.»
Bela strinse leggermente le dita attorno allo stelo del calice.
«Sei informata, professoressa. Ma se sei qui per fare un'offerta all'asta di domani, ti consiglio di risparmiare il fiato. Quella spada è già prenotata.»
«Lo so. Da me», disse River, voltandosi completamente verso di lei e sfoggiando un sorriso radioso. «O meglio, da un magnate di New York che mi ha pagata una cifra astronomica per fare in modo che quella teca rimanga vuota ben prima che il banditore batta il primo colpo d'asta. Ho pensato che unire le forze con una professionista del tuo calibro potesse rendere la cosa più... divertente.»
Bela rise, un suono freddo e privo di vera allegria. «Io non divido i miei profitti, tantomeno con una accademica che gioca a fare la ladra. Quella spada serve a me. E ti assicuro che i miei clienti sono molto più persuasivi e pericolosi del tuo miliardario di Manhattan.»
«Pericolosi? Oh, tesoro, non hai idea di cosa sia davvero pericoloso», sussurrò River, facendo un passo più vicino.
Nel farlo, la sua mano sfiorò apparentemente per caso il polso di Bela, dove la ragazza portava un piccolo amuleto d'oro, uno dei tanti ninnoli magici che usava come protezione.
Fu un contatto di un solo secondo. Ma per River Song, il cui DNA era stato forgiato nel vortice del tempo e i cui sensi percepivano le linee temporali come correnti invisibili, quel tocco ravvicinato si trasformò in un cortocircuito sensoriale.
Il salone del casinò svanì per un battito di ciglia. Nella testa di River rimbombò il suono violento di un temporale estivo del South Dakota, misto all'odore di zolfo e terra bagnata. Ma soprattutto, sentì un suono straziante: il pianto disperato di una ragazzina di quattordici anni, sola nel buio di una stanza da letto, terrorizzata da un padre violento, mentre una voce suadente e distorta dall'oltretomba le offriva una via d'uscita in cambio di una firma su un pezzo di pergamena. Sentì l'eco dei cerberi infernali, un ululato lontano nel tempo ma già vicinissimo, che reclamava quella stessa carne.
River riaprì gli occhi, mantenendo il sorriso immobile sul viso, ma dietro lo sguardo azzurro passò un’ombra di profonda compassione. Aveva capito tutto: quella donna cinica e spietata davanti a lei non era mossa dall'avidità, ma dal terrore puro. La spada era la sua polizza sulla vita contro l'Inferno.
Tuttavia, River non poteva lasciargliela prendere, l'elsa di quella spada custodiva un nucleo energetico a micro-buco nero invertito, un pezzo di tecnologia galattica perduta che a River serviva disperatamente per stabilizzare l'atmosfera collassata di un pianeta nella costellazione di Andromeda, salvando un'intera specie in via d'estinzione. All'Inferno importava solo il potere mistico della lama, ma per ottenerla avrebbero distrutto quel nucleo, condannando miliardi di vite innocenti nello spazio. Inoltre la morte di Bela era un punto fisso e alterare in questo momento la sua linea temporale avrebbe potuto far collassare l'universo.
«Hai una strana luce negli occhi, professoressa», osservò Bela, insospettita da quell'attimo di silenzio. «Cominci a capire che è fuori dalla tua portata?»
«Pensavo solo a quanto sia bizzarra la geometria delle cose», rispose River, recuperando all'istante la sua maschera di spensieratezza. Sfilò dalla borsa un piccolo tubetto di rossetto rosso e cominciò a ritoccarsi le labbra con studiata lentezza. «Ma hai ragione tu. Non mi piace dividere la scena. Facciamo un gioco: chi arriva prima alla spada la tiene. Chi perde... beh, pagherà la cena.»
Bela inarcò un sopracciglio, convinta di aver intimidito la rivale. «Ti conviene iniziare a cercare un buon ristorante, allora.»
«Ci conto, tesoro», disse River. Fece un piccolo cenno con la mano, si voltò e si allontanò verso la folla del casinò, svanendo tra i fumi dell'alcol e delle scommesse.
Solo quando fu fuori dal raggio visivo di Bela, River si guardò il palmo della mano. Tra le dita stringeva una replica perfetta, molecola per molecola, della Spada di Azrael, generata dal dispositivo di scansione del TARDIS, che aveva “preso in prestito” da suo marito e che aveva attivato mentre fingeva di truccarsi con il rossetto allucinogeno. La vera spada era già stata dematerializzata e inviata nella stiva della cabina blu. Bela avrebbe rubato un falso perfetto l'indomani, consegnando all'Inferno un guscio vuoto privo di energia dimensionale.
Ma River non poteva dimenticare quel pianto che aveva sentito nella testa, ma pur non potendo salvarla in quel momento, dato che le leggi del tempo lo vietavano, poteva seminare il pane per il futuro. Poteva fare in modo che la vera spada finisse nelle mani dell'unica persona nell'universo abbastanza folle da sfidare l'Inferno con una scatola blu e un cravattino.
Per questo, la Spada di Azrael doveva essere nascosta in un luogo dove i demoni non avrebbero mai osato cercarla: nella collezione privata di un miliardario di New York, protetta da custodi millenari che odiavano la luce del sole.
E per far sapere al Dottore dove trovarla al momento giusto, River aveva bisogno di un postino speciale. Qualcuno che collezionasse libri antichi, vivesse nel South Dakota e avesse una mira infallibile con il sale grosso.
QUALCHE GIORNO DOPO: SIOUX FALLS, SOUTH DAKOTA
Bobby
La pioggia batteva furiosa contro le finestre della cucina di Bobby Singer, accompagnata dal brontolio cupo dei tuoni che scuotevano le pile di vecchie auto accatastate nel cortile. Bobby era seduto alla sua scrivania di legno massiccio, circondato da tre telefoni diversi, pile di grimori polverosi e una bottiglia di whisky tesa a metà. Stava traducendo a fatica un testo in latino medievale quando un brivido improvviso lungo la schiena lo fece scattare in piedi.
Anni di caccia gli avevano insegnato che quando l'aria diventava improvvisamente fredda e profumava di ozono e gelsomino, non era mai un buon segno.
Afferrò la doppietta carica a pallettoni di ferro e sale grosso appoggiata al muro, tolse la sicura con un clic secco e si voltò verso l'ombra della Panic Room aperta nel seminterrato.
«Chiunque tu sia, hai sbagliato casa», ringhiò Bobby, puntando l'arma verso la penombra.
Dall'oscurità emerse una figura che sembrava completamente fuori posto in quella catapecchia del South Dakota. Una donna con una massa di riccioli biondi umidi di pioggia, un sorriso sfacciato e un trench di pelle che copriva un abito decisamente troppo elegante. Non sembrava affatto spaventata dal fucile puntato al suo petto.
«Bobby Singer. Oh, sei esattamente come dicono i libri. Più burbero, decisamente più affascinante dal vivo e con un serio problema di accumulo di spazzatura», esordì River, avanzando con calma e appoggiando una borsa di tela sul tavolo da lavoro, incurante della doppietta.
«Non mi ripeto due volte, signorina. Dimmi chi sei prima che ti riempia di piombo e sale», disse Bobby, stringendo gli occhi. Non percepiva odore di zolfo, il che escludeva i demoni, e l'acqua santa nella ciotola vicino alla porta non si era mossa.
«Sono un'archeologa, tesoro. E sono qui per lasciarti un promemoria per il futuro», spiegò River, ignorando la minaccia. Si avvicinò allo scaffale dove Bobby teneva impilati i barattoli di vetro usati per conservare chiodi e bulloni. Con un movimento rapido della mano, estrasse dal trench un piccolo stilo che emise un bagliore azzurro e un ronzio acuto, incidendo qualcosa sul coperchio di metallo di uno dei barattoli.
«Che diavolo stai facendo ai miei bulloni?», esclamò Bobby, sbigottito da quel comportamento assurdo.
«Sto scrivendo una nota in Enochiano. Il campo telepatico di una vecchia amica la tradurrà quando sarà il momento».
Dopo aver fatto scivolare qualcosa di non ben definito nel barattolo, lo chiuse col sigillo.
«Ascoltami bene, Bobby», disse River, e per la prima volta la sua voce perse la sua nota ironica, facendosi seria e penetrante. «Tra qualche anno, due ragazzi che consideri come figli e un uomo molto strambo con le orecchie grandi e un cravattino si siederanno in questa stanza. Avranno una ragazza da salvare dalle grinfie dell'Inferno, e per farlo avranno bisogno di un'arma che si trova a New York, nella collezione privata di un uomo molto ricco e molto stupido. Non dovranno mai girare le spalle, e nemmeno ammiccare».
Bobby abbassò di qualche centimetro il fucile, confuso ma catturato dall'intensità di quello sguardo. «Di cosa stai parlando?»
«Tu conserva quel barattolo» River si voltò verso la porta, incidendo l’ordine nel suo inconscio con un comando telepatico.
River Song osservò il volto accigliato di Bobby Singer. Sapeva che l'uomo davanti a lei era una colonna portante per il futuro di Sam e Dean, un custode di segreti troppo preziosi perché potessero essere compromessi. Se i demoni avessero anche solo intuito che Bobby nascondeva una chiave per anticipare le loro mosse, l'intera linea temporale sarebbe collassata come un castello di carte. Il tempo era un tessuto delicato, e in quell'epoca, il South Dakota non era pronto per le rivelazioni di una viaggiatrice del tempo.
«Sei una bizzarra filibustiera, ragazza», ringhiò Bobby, senza però abbassare del tutto il fucile. «Ma i tuoi indovinelli non mi piacciono. Chi ti manda? E cos'è quel coso che brilla?»
River sorrise, ma quel sorriso nascondeva una profonda e malinconica dolcezza.
«Nessuno mi manda, Bobby. E questo "coso" è solo un piccolo aiuto per la tua salute mentale. Consideralo un regalo di cortesia da parte di una persona che apprezza molto il tuo lavoro.»
Con un movimento fluido e calibrato, River non estrasse un'arma, bensì un piccolo dispositivo cilindrico d'argento, sormontato da una gemma di vetro opaco. Non era il suo solito cacciavite sonico, ma un filtro mnemonico a risonanza quantistica, calibrato per agire sulle sinapsi umane senza lasciare traccia.
«Che cosa stai...» Bobby fece per fare un passo avanti, avvertendo il pericolo intrinseco in quell'oggetto tecnologico così distante dalle sue conoscenze esoteriche.
«Mi dispiace, Bobby», disse River, il tono di voce morbido e quasi sussurrato. «Ci sono cose che è meglio non sapere, e altre che è un bene dimenticare per fare in modo che accadano esattamente come e quando devono.»
Prima che il cacciatore potesse premere il grilletto o lanciare una delle sue imprecazioni, River premette il pulsante sul fianco del cilindro.
Un lampo di luce azzurra, vivido e silenzioso, riempì la stanza per la frazione di un secondo, illuminando i barattoli di bulloni e le pile di libri antichi. La frequenza emessa dal filtro mnemonico colpì i recettori temporali del cervello di Bobby, isolando e dissolvendo i ricordi degli ultimi dieci minuti, legandoli indissolubilmente all'attivazione futura del sigillo enochiano.
Bobby sbatté le palpebre. Il fucile era ancora saldo tra le sue mani, ma la canna puntava verso il vuoto della Panic Room aperta.
Si guardò intorno, scuotendo la testa come per scacciare un improvviso senso di vertigine. L'aria profumava stranamente di ozono e gelsomino, un odore del tutto insolito per la sua cucina satura di fumo di sigaretta e grasso per motori.
«Ma che diavolo...», borbottò Bobby, passandosi una mano ruvida sulla barba. Si sentiva come se si fosse appena svegliato da un sonno profondo a seguito di una sbornia, sebbene fosse rimasto in piedi tutto il tempo.
I suoi occhi caddero sul tavolo di legno, dove stava ancora il barattolo con un sigillo che non ricordava di aver visto, non ricordava assolutamente come fosse finito sul suo tavolo, né chi avesse inciso quei segni sul metallo. Ma il sesto senso di un cacciatore veterano non sbagliava mai. Sapeva che se un oggetto si trovava lì, in quel preciso modo, c'era un motivo. E quel motivo, prima o poi, avrebbe bussato alla sua porta sotto forma di due fratelli nei guai, per cui lo prese e lo mise sugli scaffali della Panic Room.
«Troppo whisky fa brutti scherzi...», grugnì tra sé e sé, riprendendo in mano la penna d'oca per continuare la sua traduzione, mentre fuori il TARDIS svaniva definitivamente nel tempo e nello spazio, lasciando dietro di sé solo il suono della pioggia.