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2 anni prima
Bela
Ancora non riesce a vederli, ma sente gli ululati avvicinarsi. Tagliano la notte della Pennsylvania come lame arrugginite, e ogni singola vibrazione le rimbalza contro le costole, accelerando il battito del suo cuore fino a farlo diventare doloroso.
Bela non riesce a staccare gli occhi dalla finestra della stanza numero 15 dell'Eire Motel. Qualsiasi altra persona sana di mente fuggirebbe, salterebbe giù dal balcone, cercherebbe di nascondersi tra le auto del parcheggio, ma lei sa che non servirebbe a nulla. Non si scappa dai mastini infernali. Non quando il cronometro della tua vita è arrivato allo zero.
Una parte di lei — quella parte cinica e sepolta sotto strati di bugie che ha usato come armatura per anni — sa di esserselo meritato. Si è fidata di nuovo di Lilith. Ha strisciato, ha tradito, ha rubato il coltello di Ruby e ha tentato disperatamente di uccidere i Winchester solo per sentirsi dire, alla fine, che i contratti dell'Inferno non si strappano. Che ingenua. Che stupida, patetica illusa.
Piange. Le lacrime le rigano il viso, calde e amare, mescolandosi al trucco che cola.
Improvvisamente, il dolore del presente apre una botola nella sua mente e la risucchia all'indietro. Ricorda quel giorno alle altalene. Anche allora stava piangendo, con le ginocchia sbucciate e il corpo abusato da chi avrebbe dovuto proteggerla. Si sentiva in trappola, senza via di fuga, con l'unica prospettiva di un futuro nero. Esattamente come adesso. Dieci anni di lusso e vendetta comprati al prezzo della sua anima, e adesso il conto è sul tavolo.
Le uniche persone che avrebbero potuto aiutarla, gli unici due idioti abbastanza folli da sfidare il diavolo per principio, ormai sono a miglia di distanza. E se anche fossero lì... perché dovrebbero fare qualcosa? Lei era lì per mettergli un proiettile in testa. Li ha condannati.
Due occhi rossi, infuocati e privi di palpebre, compaiono nella penombra del corridoio esterno, oltre il vetro sporco.
Bela indietreggia di scatto, le gambe le cedono contro il bordo del letto e cade all'indietro sul materasso sgualcito.
«Aiuto!» grida tra i singhiozzi, ma la voce le esce strozzata in un rantolo ridicolo: sa che nessuno arriverà in suo soccorso. Allunga la mano sul comodino, cercando ciecamente un'arma, qualunque cosa, e fa cadere un libro, la Bibbia della Gedeon. Copertina rigida, nera. Nella caduta, il libro si apre e un pezzo di carta spunta tra le pagine.
Le sue dita lo afferrano, lo estrae con un riflesso disperato; c'è una calligrafia elegante, tracciata in fretta con l'inchiostro nero: “Se sei in pericolo chiama questo numero. R.S.”
River Song.
Il ricordo le dà una scossa elettrica al cervello. Quella strana, carismatica archeologa che l'aveva superata in destrezza anni prima, e che invece di consegnarla alle autorità le aveva lasciato quel biglietto. “Non scriverlo da nessuna parte dove possano trovarlo,” le aveva sussurrato all'orecchio con un sorriso complice. “Ma memorizzalo. Un giorno potrebbe essere la tua unica possibilità di salvezza.” Bela lo aveva nascosto nell'unico posto in cui un demone non avrebbe mai guardato: dentro una Bibbia.
L'ululato ora è proprio dietro la porta. Sente il rumore delle zampe pesanti, invisibili all'occhio umano ma terribilmente reali, che raschiano contro il legno della stanza 15. La bestia annusa l'aria, assaporando il profumo del suo terrore.
Afferra il ricevitore del telefono del motel, le mani le tremano così tanto che rischia di far cadere la cornetta, ma riesce a comporre i numeri, uno dopo l'altro. Cifre assurde, troppo lunghe per un prefisso americano.
La linea è libera, portando al suo orecchio un tono di chiamata strano, un bip elettronico che sembra venire da un altro pianeta.
«Rispondi, rispondi, ti prego, rispondi!» prega, stringendo il filo del telefono come se fosse una corda di salvataggio.
Il segugio comincia a grattare contro la porta. Il legno scricchiola.
«Pronto, parlate con la linea privata del Dottore»
gracchia una voce allegra, giovanile, dal marcato accento britannico e fastidiosamente ritmata dalla cornetta. «In questo momento non posso rispondere, ma se lasciate il vostro nome e le vostre coordinate spazio-temporali vi richiamerò appe…»
«Aiutami ti prego!» urla Bela, interrompendo la registrazione. La sua maschera di fredda manipolatrice è completamente crollata. È solo una ragazza di ventiquattro anni che sta per essere fatta a pezzi.
«Tesoro, capisco dal tono della tua voce che sei in una situazione difficile,» la voce dall'altra parte cambia improvvisamente, non è più un nastro registrato. È viva. «Ma di solito si deve aspettare il bip.»
Un ringhio basso, viscerale, fa tremare le pareti della stanza. Il cane infernale è a un millimetro dal varcare la soglia.
«Ti prego! Mi ha trovata, è fuori dalla porta! Mi ucciderà!»
Il tono dell'uomo si fa istantaneamente serio, spogliato di ogni ironia. «Come? Chi ti ucciderà? Dove ti trovi?»
«THE EIRE MOTEL. Stanza 15. A Eire in Pennsylvania; 267 West Kuron Boulevard!» recita Bela tutto d'un fiato, mentre le lacrime le bruciano gli occhi.
Il segugio sferra un colpo violento. Il legno della porta cede con uno schianto orribile. Bela vede la vernice scrostarsi, vede l'invisibile pressione della zanna che penetra la serratura.
«Ok, sto arrivando! Senti, a titolo informativo… Come hai avuto questo numero?»
«Una certa River Song me lo ha dato qualche anno fa!»
Dall'altra parte del filo, l'uomo scoppia in una mezza risata incredula.
«Certo, tipico di River. Dovrò farle un discorsetto uno di questi giorni. Ti ha detto a chi appartiene il numero che stai chiamando?»
«No! Ha solo detto di chiamarlo se fossi stata in pericolo e…»
«Sì, beh, io spero che tu non sia una ragazza che si impressiona facilmente.»
Un altro schianto. La porta vola in frantumi. Bela lancia un urlo, coprendosi il viso con le braccia, aspettando l'impatto dei denti sulla sua carne, l'odore di zolfo, la fine di tutto. Sente lo spostamento d'aria. È entrato. È nella stanza.
Ma il dolore non arriva.
Invece, un suono strano, un lamento ritmico e meccanico — vwoorp, vwoorp, vwoorp — riempie l'aria, così potente da farle vibrare i denti e una luce blu, fortissima, squarcia la penombra della camera da letto.
Bela riapre gli occhi, ansimando. Davanti a lei, fluttuante nel mezzo della stanza come se fosse la cosa più normale del mondo, c'è una cabina di legno blu. Davanti alla cabina c'è un uomo: è alto, magro, indossa una giacca di tweed e un assurdo cravattino rosso. La sua espressione è calma, quasi protettiva, ma i suoi occhi proiettano un'intensità millenaria che la blocca sul posto. Alle sue spalle, le porte della cabina aperta emanano una luce calda, dorata.
«Sei... sei un angelo?» chiede Bela con un filo di voce, convinta che la sua mente stia partorendo un'allucinazione pre-morte.
«Un angelo? Certo che no. Non ho nulla a che fare con quelle creature spaventose,» risponde lui, arricciando il naso con disgusto.
Bela è immobile. Il mastino infernale è ancora lì? Si guarda intorno, ma l'aria attorno alla cabina blu sembra congelata, sospesa.
«Ma come...»
Un colpo violento scuote l'aria di lato. La testa invisibile del cane infernale sembra cozzare contro una barriera trasparente a pochi centimetri dall'uomo col cravattino, emettendo un guaito di frustrazione.
«Forza, muoversi! La bolla di stasi temporale non durerà molto e quel cagnolino ha i denti davvero affilati!» esclama l'uomo, afferrandola per un polso.
La spinta è così decisa che Bela, senza nemmeno rendersi conto di come sia avvenuto, si ritrova a inciampare oltre la soglia della cabina blu. Continua a correre per inerzia, pronta a sbattere contro la parete di fondo di quello che dovrebbe essere un minuscolo gabbiotto telefonico, ma il muro non c'è.
Un tacco si incastra su una grata di metallo mentre lo attorno a lei spazio si dilata a dismisura. Colonne di luce corrono verso l'alto, una console esagonale piena di leve e pulsanti pulsa al centro di una stanza enorme, fantascientifica e calda.
Le braccia magre ma sorprendentemente forti dell'uomo la afferrano per le spalle, arrestando la sua corsa e guidando le sue mani tremanti verso una ringhiera d'ottone.
«Tieniti forte!» le grida, mentre salta verso la console e tira una grande leva metallica.
Il TARDIS sussulta. Un rumore sordo e un sobbalzo violento fanno perdere l'equilibrio a Bela, che cade seduta sui gradini di metallo. Chiude gli occhi, stringendo la ringhiera fino a farsi sbiancare le nocche. Pensa che il cerbero stia sfondando le pareti, che quell'illusione stia per crollare e che l'Inferno stia per inghiottirla. Trattiene il fiato, aspettando l'agonia.
Poi, improvvisamente, il silenzio.
Un silenzio assoluto, irreale, rotto solo dal sommesso e ritmico respiro della cabina stessa. Nessun latrato. Nessun guaito. Nessun demone che urla per avere la sua anima.
Bela riapre gli occhi, con il petto che sale e scende per i respiri affannosi. Si guarda intorno, sconvolta. È viva. Non sa come, non sa dove, ma le sue dita toccano il metallo pulito e non il proprio sangue.
«Accidenti. Ce la siamo vista brutta,» la voce dell'uomo rompe la quiete.
Si gira verso di lei, sistemandosi il cravattino con un gesto sbarazzino, un sorriso radioso stampato sul volto.
Bela si rannicchia sui gradini, fissandolo come se avesse davanti un alieno — il che, ironicamente, è la verità. «Che posto è questo? All'interno è...»
«Più grande. Sì, lo so, di solito lo dicono tutti,» la interrompe lui, sventolando una mano. «Ma non abbiamo tempo per i dettagli ingegneristici. Per adesso siamo al sicuro, nello spazio profondo e qualche anno avanti, ma se vuoi che ti aiuti a risolvere questo pasticcio con i tuoi amici pelosi, credo che tu debba darmi qualche spiegazione. Vogliamo cominciare dal tuo nome, o devo continuare a chiamarti Tesoro?»
Bela si asciuga rabbiosamente una lacrima residua, cercando di ritrovare un briciolo della sua dignità e della sua freddezza. «Io mi chiamo Bela.»
L'uomo inclina la testa di lato, il sorriso che si fa più sottile e furbo. «Non è vero. Ma se vuoi ti posso chiamare così. Mi piacciono i nomi d'arte. Hanno stile.»
Bela si irrigidisce. Come fa a saperlo? Nessuno conosce il suo vero nome. Nessuno sa di Abbie. «Scusa, ma come fai a... e tu chi cavolo sei?»
«Che sbadato! Ho dimenticato le buone maniere,» dice lui, battendosi una mano sulla fronte. Fa tre passi agili giù dai gradini e le tende la mano, aperta e calorosa. «Piacere cara Ab… cioè, Bela. Io sono il Dottore.»