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Creato il 08/06/2026, 16:58 · Aggiornato il 08/06/2026, 16:58

Capitolo 9: Concerti e prime ombre

@bloodymary79bloodymary79
AdolescentiCompleta

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Nei mesi seguenti, che videro l'inizio dell'ultimo anno di liceo e l'arrivo di nebbia e brutto tempo, Sally si sentiva sempre stanca. Sentiva addosso il peso opaco della pianura che si riappropriava dei suoi spazi e non ne poteva più della scuola, della sua famiglia, di Salvo e soprattutto di quell'attesa estenuante per l'avverarsi di sogni che sembravano sbiadire non appena provava a toccarli.

Stava lavorando sulla sua tesina: aveva scelto un argomento complesso, viscerale: le malattie mentali. Ci si era immersa con un livello di approfondimento tale che persino i professori, stupiti da tanta meticolosità, avevano cominciato a dirle che avrebbe dovuto iscriversi a psicologia, a tutti i costi. Sally, in realtà, aveva scelto quell'argomento proprio per mettersi alla prova, per guardare in faccia i mostri della mente e capire se quella potesse essere la sua strada. E si era impegnata sul serio, come sempre. Il suo motto personale era che se doveva fare una cosa, tanto valeva farla al massimo delle proprie possibilità: ci metteva tutta se stessa, anima e il corpo. Solo che spesso quel rigore diventava un'arma a doppio taglio, un cappio che la costringeva a un perfezionismo maniacale, fino ai limiti dell'esaurimento nervoso e del mal di stomaco. In questo, purtroppo, nemmeno Elena le era di grande aiuto, visto che sotto quel punto di vista l'amica era forse peggio di lei.

«Sally, ma tu sei proprio sicura di essere un Sagittario e non una Vergine?» le chiese Elena un pomeriggio, senza alzare gli occhi dal tavolo.

«Ancora con questa storia delle stelle, Elena! Sono nata il 18 dicembre, come diavolo faccio a essere della Vergine?» sbottò Sally, voltando la pagina di una rivista scientifica.

«Mah... Questo tuo essere così fissata con i dettagli, questo perfezionismo ossessivo è tipico del mio segno. Per non parlare della tendenza a somatizzare tutto sullo stomaco...»

«Va bene, se proprio ci tieni mi farò fare la carta natale da qualcuno, così verifichiamo. Ma per me restano tutte puttanate».

«Già...» sorrise Elena, sfumando un tratto di matita. «Ma è bello pensarci».

Elena era risprofondata nel suo mondo. Per la sua tesina di arte aveva scelto l'evoluzione del costume e voleva allegare una serie di figurini interamente disegnati da lei. Sally guardava ammirata la mano sinistra dell'amica, mossa da un talento fluido e naturale dal quale prendevano vita abiti meravigliosi. Elena aveva fatto la scelta giusta iscrivendosi alla scuola di moda; Sally era certa che sarebbe uscita con il massimo dei voti e che sarebbe diventata qualcuno. Glielo augurava con tutto il cuore, a differenza di gran parte delle loro compagne di classe, che per lo più erano invidiose del loro legame e di quella loro sfrontata diversità.

Sally sospirò, tornando con gli occhi sui suoi libri. Lei, a differenza di Elena, non aveva ancora deciso cosa fare del proprio futuro, ma almeno una cosa l'aveva capita: non voleva diventare una psicologa. Le materie le piacevano da impazzire, ma l'idea di trasformarlo in un mestiere, di accollarsi il dolore altrui quando faticava a gestire il proprio, le faceva paura.

«Sai Elena... Forse io e Teo canteremo alla festa della birra a fine mese» disse, provando a buttare lì l'argomento con finta disinvoltura.

«Ma dai! Bellissimo! Non sei contenta?» esclamò Elena, posando finalmente la matita.

«Sì... in parte lo sono. Ma in questo periodo sono in crisi totale con lui. Non so più cosa fare, come comportarmi...»

Elena non si sarebbe mai aspettata di vedere due lacrime — due sole gocce lucide e silenziose — scivolare giù dagli occhi dell'amica. Si sporse subito in avanti sul tavolo. «Sally... Ma è successo qualcosa? Ha fatto qualche stronzata?»

«Niente, Elena. È proprio questo il problema... Non succede niente» sussurrò Sally, asciugandosi la guancia con il dorso della mano. «Io gli voglio davvero bene. Forse lo amo, non lo so... So solo che quando sto con lui mi sento felice, intera. Ma poi non succede nulla, rimaniamo sempre sulla soglia. Sto cominciando a pensare che ci sia qualcosa che non va in me».

«E perché non gli parli? Provaci... Che altro puoi fare? Mica puoi andare avanti così, a logorarti. Se piangi significa che questa situazione ti sta facendo male».

«Non ci riesco. Sento che se parlassi perderei tutto, anche quello che abbiamo adesso. Non posso correre questo rischio e ho l'impressione che anche lui la pensi così... È come se la musica fosse l'unico mondo in cui ci è concesso stare insieme. Ma nel mondo reale, fuori dalle canzoni, restiamo due estranei che vivono in paesi diversi».

Elena lasciò correre lo sguardo fuori dalla finestra del garage, e un'ombra d'inverno le passò sul viso. Capiva quel dolore fin troppo bene. L'estate precedente era stata un mese a Firenze per un corso di disegno e lì aveva conosciuto un musicista americano di nome Jack. Si era perdutamente innamorata di quel ragazzo dai grandi occhi castani e malinconici. A differenza delle vicessitudini Sally e Matteo , la loro non era stata una storia platonica: avevano bruciato l'agosto toscano tra baci, vicoli e promesse. Ma poi, una volta spenti i riflettori di quell'estate e tornati alla realtà delle rispettive vite — lui a Boston, lei nella nebbia —, la distanza e il quotidiano avevano raffreddato tutto, trasformando quel fuoco in un ricordo che faceva ancora un po' male. Per questo Elena non si sentiva di spingere l'amica a fare il grande salto. Sospirò, le strinse un ginocchio sotto il tavolo e rimise la testa sui fogli, mentre Sally tornava a immergersi nei suoi testi scientifici.

La domenica mattina successiva, il telefono in corridoio squillò alle nove spaccate. Sally si girò dall'altra parte nel letto, gemente. Chi diavolo poteva svegliarla a quell'ora? Erano uscite le materie della maturità e lei aveva passato la settimana intera a studiare: purtroppo non erano uscite le sue tre materie preferite — inglese, filosofia e latino —, ma se non altro si era salvata da matematica.

Si alzò a piedi scalzi e afferrò la cornetta. «Pronto?»

«Sally, sono io!»

«Teo? Ma ti rendi conto di che ora...»

«Sì, scusa, lo so che è presto ma non potevo più aspettare!» la interruppe lui, e dalla voce si capiva che era su di giri. «Mi ha telefonato mio padre. Un suo amico ci ha sentiti suonare l'altra volta e ci ha chiesto se vogliamo fare la musica al matrimonio di sua figlia, fra due settimane. Sally, ci pagano tantissimo! Roba che ci svoltiamo l'estate!».

Sally si ritrovò sveglia di colpo, il sonno del tutto evaporato. Era la prima volta in vita sua che qualcuno le offriva dei soldi per cantare.

«Oggi pomeriggio vengo da te con la Epiphone e proviamo la scaletta, ok?» aggiunse lui. E prima che lei potesse imbastire una risposta, Teo riattaccò.

Sally rimase a guardare la cornetta, un sorriso incredulo a illuminarle il viso. Era il solito, imprevedibile Matteo.

Il giorno del matrimonio arrivò in un lampo. Nonostante il poco preavviso e la tensione sotterranea che nelle ultime settimane aveva reso le loro telefonate più brevi e formali — complici gli impegni scolastici che li costringevano nei rispettivi paesi —, i due sul palco del ristorante erano ormai una coppia collaudata.

Per l'occasione, si erano vestiti eleganti: Teo indossava una camicia color salmone che faceva risaltare i suoi occhi verdi e, miracolosamente, si era persino messo la cravatta, anche se passava ogni pausa ad allentarsi il nodo con un dito. Quando però aveva visto entrare Sally, era rimasto letteralmente senza parole: aveva sempre saputo che era una bella ragazza, ma quel giorno gli parve l'apparizione di un angelo. Sally indossava un paio di pantaloni neri, larghi in fondo, con uno spacco profondo sui lati che arrivava fin sopra al ginocchio, mostrando i polpacci magri ma tonici cinti dai lacci di un paio di sandali alla schiava. Sopra aveva un top rosa antico coperto da una camicetta trasparente dello stesso colore. I capelli castani, lunghissimi, erano sciolti sulle spalle, fermati solo da due ciocche raccolte di lato da una spillina con dei piccoli brillantini.

«Vuoi... vuoi far scappare lo sposo con la cantante?» si lasciò sfuggire Teo, passandosi una mano sul collo della camicia.

«Scemo!» rispose lei, cercando di darsi un contegno mentre sistemava i fogli sul leggio.

«No, davvero... Sei bellissima oggi. Cioè, sei sempre bella, ma oggi sei davvero... pazzesca».

Teo si era trovato a intartagliarsi, quasi in soggezione davanti a quegli occhi chiarissimi che quel giorno sembravano aver preso una sfumatura più intensa, quasi magnetica.

«E smettila di guardarmi così, sembra che mi stai facendo le carte con gli occhi!» scherzò Sally, sentendo il cuore battere contro le costole.

«Dai, sciocca... Iniziamo che è meglio» tagliò corto lui, prendendo la chitarra.

Sally aveva voluto troncare il discorso a tutti i costi. Sentiva una strana, pericolosa elettricità nell'aria, come se andando avanti su quella strada potessero saltare fuori cose che entrambi, per paura di farsi male o di esporsi troppo, preferivano evitare.

Cantarono divinamente. La sessione acustica fu un trionfo: passarono dal romanticismo epico di Nothing Else Matters dei Metallica alla disperazione intima Without You nella versione di Harry Nilsson, fino a una reinterpretazione da brividi di One degli U2 e agli intrecci vocali di More Than Words degli Extreme. Gli invitati applaudivano dopo ogni pezzo, rapiti dall'alchimia che si creava tra la chitarra di Teo e la voce di Sally. Per tutta la durata del concerto, come per magia, i silenzi pesanti e i piccoli raffreddamenti degli ultimi tempi svanirono nel nulla, bruciati dal fuoco della musica.

Ma le ombre erano pronte a riapparire. Non appena Teo staccò il cavo della chitarra e l'incanto finì, il silenzio reale tornò a farsi sentire, ancora più freddo.

«Sally... Tutto bene?» le chiese Teo, guardandola mentre riponeva i microfoni nella borsa.

Sally tenne lo sguardo fisso sulla cerniera della custodia.

«Sì. Senti, Teo... Adesso ricominciano i corsi a pieno ritmo e c'è la maturità, non so se avrò molto tempo per provare nelle prossime settimane».

La verità era che l'esame di maturità si stava avvicinando e i pochi chilometri che separavano i loro paesi sembravano un oceano. La routine quotidiana stava già presentando il conto, raffreddando quella vicinanza che l'estate aveva reso facile.

Teo rimase immobile per un secondo, poi annuí lentamente, rimettendosi la giacca. «Capisco. Ne riparliamo più avanti, ok?»

«Certo...»

Sally raccolse le sue cose in fretta e si allontanò verso l'uscita del locale. Non voleva che Matteo vedesse i suoi occhi lucidi, non voleva cedere davanti a lui. Sentiva che si stavano allontanando irrimediabilmente, inghiottiti dalla routine. Salendo sul sedile posteriore dell'auto della madre, si domandò se quell'idea di rimanere solo amici non fosse tutta una gigantesca cazzata. No, si disse, era di sicuro la cosa giusta per non perdersi. Ma allora non capiva perché fare la cosa giusta dovesse fare così male.

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