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Sally passò l'intera mattinata seguente seduta sul bordo del letto, con la lettera di Elena tra le mani. Rilesse quelle parole tre, quattro, cinque volte, finché l'inchiostro nero della penna a sfera non le si impresse nella memoria. Elena non era solo la sua migliore amica, era la sua ancora, la persona che aveva imparato a leggere i suoi silenzi prima ancora che diventassero sintomi.
Sentire che Elena aveva colto quel piccolo, faticoso cambiamento la faceva sentire stranamente nuda, ma di una nudità che non faceva freddo. C'era un passaggio, in quella lettera, che le era entrato dentro come un ago: “...non devi farlo per me, e non devi farlo nemmeno per Teo. Deve essere la tua personale, fottuta voglia di vivere a darti la spinta”.
Sally si guardò le mani, poi lo specchio dell'armadio. Era vero. Negli ultimi tempi ogni cosa buona che faceva — finire un piatto, sfornare i biscotti, rimettersi al pianoforte — aveva come fine ultimo lo sguardo di Teo... Ma se Teo fosse sparito? Se quel duo acustico fosse rimasto solo un sogno estivo nato sotto il cielo di Moena? Elena, con la sua brutale e saggia lucidità da diciassettenne, l'aveva avvertita: se costruisci una casa sulle spalle di un'altra persona, crollerà non appena quella persona farà un passo di lato.
Prese la busta, si alzò e aprì la scatola dei gioielli sul comodino. Spostò un vecchio anello d'argento che apparteneva a sua nonna e infilò la lettera di Elena proprio lì, accanto al foglietto con il testo dei Ritmo Tribale che Teo le aveva lasciato in tasca la sera di San Lorenzo. Due anime diverse, due scudi per difendersi dal mondo.
Il pomeriggio portò con sé la solita afa pesante della pianura. Sally decise di andare a trovare Elena nel suo studio improvvisato: il vecchio garage del padre che Elena aveva requisito e trasformato in un laboratorio di pittura, saturo di odore di acquaragia, cera d'api e pittura ad olio. Quando Sally spinse la porta basculante, trovò l'amica con i capelli legati in uno chignon disordinato, i jeans macchiati di blu di Prussia, concentrata su una tela monumentale.
«Hai una faccia seria. Colpa della lettera?» chiese Elena senza girarsi, sfumando un'ombra con la spatola.
«Colpa della lettera» ammise Sally, sedendosi su una sedia da regista coperta di stracci. «Mi hai tirato un bel cazzotto nello stomaco, Elen».
Elena posò la spatola, si voltò e la guardò dritto negli occhi. Il suo sguardo era privo di quella leggerezza ironica che mostrava davanti agli altri; c'era solo una preoccupazione profonda, antica. «Te l'ho dovuto scrivere perché a voce finiamo sempre per fare le sceme e cambiare discorso. Sally, io vedo come guardi Teo. E vedo come guardi il piatto quando pensi che nessuno ti osservi. Stai guarendo, ma la guarigione è una corda tesa. Se la leghi a un ragazzo che conosci da pochi mesi, rischi di cadere se lui si sposta».
Sally strinse le ginocchia al petto, appoggiando il mento.
«Lui non si sposta. Cioè... non lo so. Ma quando suoniamo, Elena... Io non mi sento "quella malata". Non mi sento la ragazza invisibile della scuola. Sento che la mia voce ha un peso. E ieri al parco, con quei frappè...» Sally sorrise suo malgrado, ricordando il doppio senso sulla fragola e la vaniglia, la vicinanza dei loro respiri sulla panchina. «C'è qualcosa, lo sento. Ma ho una paura fottuta. Di me, non di lui».
Elena si avvicinò, le prese una mano — le sue dita erano ruvide e profumavano di pittura — e la strinse forte.
«Lo so che c'è qualcosa. Teo è un bravo ragazzo, lo vedo anche io che quando ti guarda si dimentica di avere una sigaretta accesa tra le dita. Ma tu devi esistere anche quando Teo non c'è. Promettimelo».
«Te lo prometto» sussurrò Sally, e in quell'abbraccio ruvido di acquaragia sentì che, finché avesse avuto Elena al suo fianco, la vita avrebbe fatto un po' meno paura.
I giorni successivi passarono in un'attesa febbrile. Il cineforum di Kubrick era diventato ufficialmente il loro prossimo progetto di gruppo. Teo l'aveva chiamata di nuovo dal telefono fisso del corridoio — stavolta la telefonata era durata più di un'ora, tra le proteste della madre di Sally che aspettava uno scatto della Sip — per progettare tutto.
«Dado e Tommy ci stanno» le aveva detto Teo, e Sally aveva quasi potuto sentire il rumore della sua Epiphone EJ-200 in sottofondo, mentre lui grattava distrattamente un accordo spento sulla tastiera. «Marco deve studiare perché a settembre avrà un esame pesante di chimica organica, forse ci raggiunge dopo. Tommy voleva vedere qualcosa con più azione, tipo un film di guerra, quindi Full Metal Jacket è perfetto per tenerlo buono. Jo invece ha detto che viene solo se portiamo le Diana rosse e se c'è abbastanza birra in frigo, comunque ci troviamo da me».
«A casa mia la birra non manca mai, il mio patrigno ne tiene sempre una scorta industriale, ne ruberò un po'» aveva risposto Sally, cercando di ignorare la stretta allo stomaco che le provocava nominare Salvo. «E per spiegare i film... beh, ho già tirato giù un paio di appunti. Non voglio fare la figura della professoressa, ma Kubrick usa i colori in un modo che...»
«Spiegamelo quando vengo da te» l'aveva interrotta Teo, con quella voce morbida e quella 'r' moscia che le era entrata sottopelle. «Mi piace sentirti parlare di le cose che ami. Hai un tono diverso. Sembri... accesa».
Ora, seduta davanti al suo pianoforte, Sally accarezzò i tasti d'avorio senza suonare. Aprì il quaderno degli appunti per il cineforum, ma la mente continuava a tornare a quella frase: Sembri accesa. Guardò la cornice con il foglio bianco appesa al muro della sua stanza. Non sapeva ancora cosa ci avrebbe scritto o disegnato, ma per la prima volta dopo anni, la pagina bianca non le sembrava più una condanna o un vuoto da cui fuggire. Era uno spazio da riempire. E, per la prima volta, voleva essere lei a scrivere le prime parole.