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Finalmente la telefonata che Sally aveva tanto aspettato era arrivata. Per giorni era rimasta sospesa in una snervante agonia domestica, passando le ore con un orecchio incollato alle rotazioni musicali di MTV Europe in televisione e l'altro perennemente teso verso l'apparecchio della Sip in corridoio, sobbalzando con il cuore in gola a ogni singolo squillo, non voleva che a rispondere fosse sua mamma o tantomeno Salvo, sarebbe stato imbarazzante.
Quando aveva sollevato la cornetta e aveva sentito quella voce soffice, resa inconfondibile da una "erre" moscia, quasi alla francese, che lei trovava tremendamente sexy, Sally aveva percepito il cuore sobbalzarle nel petto per poi scivolare giù, dritto verso la pancia. Ma come diavolo faceva quel ragazzo a farle un effetto simile con un semplice "ciao"?
Si erano accordati per la settimana successiva. Teo sarebbe andato da lei portando con sé la sua fedelissima chitarra, una splendida Epiphone EJ-200 acustica che aveva ereditato da suo fratello maggiore: non era di certo una Gibson Les Paul, che era assolutamente fuori dalla portata delle tasche della sua famiglia, ma questa poteva essere considerata una sorella minore della Gibson EJ-200 ed il suo suono caldo e profondo si adattava bene al genere di musica che intendevano suonare.
Sally sentiva nel profondo che da quell'incontro sarebbe nato qualcosa di grande, e nei giorni precedenti fremette come una bambina la mattina del proprio compleanno. Passò ore intere a riordinare la sua camera — che era già pulita, ma che per l'occasione venne passata al setaccio — e a scervellarsi su quale dolce preparare per accoglierlo.
Ricordando che Teo era un fissato del tè esattamente come lei, optò per una scatola di pregiato tè Ceylon che sua zia le aveva portato direttamente dall'Inghilterra. Per accompagnarlo, decise di preparare dei biscotti di frolla fatti in casa, semplici, ma d'effetto. Nel silenzio della cucina, Sally provò un gusto strano e dimenticato nell'impastare la farina e il burro; spinta da un impulso improvviso, assaggiò persino un pezzetto di impasto crudo, ricordandosi di quanto le piacesse farlo da bambina, mentre preparava dolci con la nonna. Quando li sfornò ne addentò subito uno caldo, riscoprendo il sapore autentico e confortante di un biscotto appena fatto. Era da tantissimo tempo che non provava un piacere così genuino nel mangiare. Quella sensazione la fece sentire contemporaneamente felice e spaventata, come se stesse violando una regola ferrea che si era imposta da anni.
Quando Teo arrivò, restò piacevolmente sorpreso nel vedere la tavola apparecchiata con cura. Non era affatto abituato a ricevere attenzioni così delicate: sua madre lavorava sempre e non aveva mai il tempo di stare ai fornelli a preparare dolci per i figli e le ragazze che di solito gli correvano dietro a scuola sembravano decisamente più propense a riservargli attenzioni di tutt'altro tipo, di cui lui spesso non sapeva che farsene.
«Ha proprio ragione Marco... Tu sei una ragazza da sposare!» esclamò Teo, lasciando posare la custodia della chitarra all'ingresso.
Sally si fece scura in volto, abbassando gli occhi sul vassoio.
«Che carina che sei... Ti imbarazzi subito per così poco!» la punzecchiò lui con un sorriso sornione.
'Scemo...' pensò Sally, sentendo le guance andare a fuoco. 'Mi imbarazzo se certe cose le dici tu. Non ti sei accorto che quando me lo ha detto Marco in collina mi sono messa a ridere?'
Per smorzare la tensione Teo, che amava tantissimo i cani, si mise ad accarezzare Pachù, che era corso vicino al tavolo scodinzolante e nella speranza di assaggiare anche lui qualcosa.
Si sedettero e fecero colazione in silenzio, ascoltando con i sensi le strane vibrazioni che volavano fra di loro.
«Dai, adesso fammi vedere la tua stanza e il tuo pianoforte... Sono troppo curioso» la sbloccò lui, sistemandosi la ciocca di capelli dietro l'orecchio.
Sally lo guidò lungo il corridoio fino alla sua camera. Era una stanza piccola, ma straordinariamente accogliente. Teo avvertì subito una sensazione particolare: era come se quell'ambiente fosse completamente staccato, isolato dal resto della casa. Sally si era costruita un microcosmo privato in cui rifugiarsi, un santuario dove gli altri non erano i benvenuti, a meno che non fossero esplicitamente invitati. Le pareti erano state dipinte da lei stessa in una tonalità rosa-lilla delicata che richiamava le rifiniture in legno dei mobili, completata da una greca geometrica in alto che correva lungo il soffitto. Qua e là erano appesi schizzi e fumetti di vario genere che portavano la sua firma, foto spensierate insieme ad Elena e poster dei suoi gruppi preferiti. In un angolo del muro, però, c'era una porzione di parete dove Sally aveva scritto dei pensieri a pennarello. Teo si avvicinò, colpito, ma la sua attenzione fu catturata da una cornice appesa proprio lì accanto. Al suo interno c'era solo un foglio completamente bianco.
«E questo cos'è? Come mai hai messo in cornice un foglio vuoto?» chiese Teo, sfiorando il vetro con le dita.
«Quel foglio è lì da un po'...» rispose lei, incrociando le braccia. «Sto aspettando di capire cosa voglio farne. Vorrei scriverci o disegnarci qualcosa che parli di me fino in fondo, senza filtri... Ma non so ancora come fare».
Teo si voltò a guardarla, con un'espressione improvvisamente seria. «Secondo me parla già tantissimo così, Sally. Tu sei un po' come quella tela bianca... C'è tutto un mondo dentro di te che aspetta solo di essere scritto».
Un velo di sottile malinconia si insinuò nei bellissimi occhi chiari del ragazzo. Per evitare che l'atmosfera diventasse troppo pesante, Teo si girò rapidamente verso la grande libreria che occupava la parete opposta. «Cavolo, ma quanto leggi! Qui c'è davvero di tutto... E le videocassette di Kubrick? Uau, hai la filmografia completa!»
«Il cinema è una delle mie grandi passioni» ammise Sally, fiera. «E Kubrick per quanto mi riguarda è il numero uno assoluto, imbattibile».
«Sai, mi piacerebbe un sacco capire meglio i suoi film... Se ti va, potremmo organizzare una specie di cineforum quest' autunno, anche con gli altri del gruppo. Ognuno sceglie una pellicola, la propone e poi la spiega. Che ne dici?»
«È una bellissima idea, davvero!» rispose lei, illuminandosi.
«Adesso però basta parlare. Tiriamo fuori gli strumenti e mettiamoci a suonare qualcosa... Poi magari andiamo a fare due passi al parco e ne parliamo con calma, ti va?»
Più tardi, quella stessa sera, Sally era stesa sul letto con la cornetta del telefono premuta contro l'orecchio, intenta a raccontare a Elena ogni singolo dettaglio della giornata. Aveva dovuto tirare il filo del telefono rendendolo una trappola mortale per chiunque passasse nel corridoio, ma non avevano un cordless e non voleva che sua mamma, o paggio ancora Salvo, sentissero quello che doveva raccontare alla sua amica. Mentre parlava, sentiva ancora una piacevole sensazione di calore spandersi a macchia d'olio nel suo stomaco.
Avevano suonato tantissimo, esplorando territori musicali che non credevano nemmeno di condividere. Teo aveva una cultura e una sensibilità musicale sbalorditive. Avevano iniziato riprendendo l'armonia di The Sound of Silence, per poi addentrarsi nell'universo struggente di Jeff Buckley. L'unione tra la chitarra di Teo e il pianoforte di Sally aveva dato vita a una versione di Hallelujah e di Last Goodbye così intensa e vibrante da far venire la pelle d'oca a entrambi; le loro voci si rincorrevano e si incastravano perfettamente sulle note alte. Subito dopo, Teo aveva preso il comando interpretando da solo, con un arpeggio pulito ed energico, Sultans of Swing dei Dire Straits, cantandola con quel suo timbro caldo che a Sally faceva tremare le gambe.
Poi, esausti e carichi di adrenalina, avevano iniziato a fare i cretini. Si erano spostati nel salotto della madre di Sally e, usando i manici delle scope come microfoni improvvisati, si erano messi a cantare e ballare a squarciagola la coreografia di Singin' in the Rain, finché non erano crollati insieme sul divano, ridendo a perdifiato come due bambini piccoli. In quel preciso istante, sdraiata sul tessuto del divano a pochi centimetri da lui, Sally aveva capito che il legame che la univa a Teo era qualcosa che superava di gran lunga la semplice attrazione fisica o la comune amicizia. Era un'alchimia viscerale, inspiegabile a parole, ma che la faceva sentire finalmente, incredibilmente bene.
Prima che Teo andasse via, Sally aveva messo il guinzaglio al cane e i due erano scesi a fare una passeggiata al Parco, fermandosi a un chiosco per prendere due frappè.
«Io comunque considero questo frappè alla fragola una scelta parecchio azzardata» disse Sally, muovendo la cannuccia nel bicchiere di plastica e guardandolo da sotto le ciglia con quei suoi occhioni fin troppo limpidi, ma per una volta velati di malizia. «La fragola ha un effetto decisamente... afrodisiaco. Dovresti stare attento».
Teo si bloccò per un istante, con il bicchiere a metà strada verso la bocca. I suoi occhi smeraldini brillarono di una luce improvvisa, colti di sorpresa da quell'azzardo, ma si riprese subito. Sorrise, inclinando leggermente la testa di lato.
«Ah, sì? Allora siamo in pericolo in due» ribatté lui, abbassando la voce di un tono, quel tanto che bastava per non farsi sentire dalle mamme con i passeggini che camminavano lì accanto. «Perché nel mio c'è la vaniglia. E la vaniglia ha esattamente lo stesso effetto su di me. Specie nel pomeriggio giusto.».
Sally sentì una scossa elettrica correrle lungo la schiena. Il doppio senso era lì, sospeso a mezz'aria tra di loro, così evidente che avrebbe potuto allungare una mano e toccarlo. Teo si era spinto un millimetro oltre, ma si era lasciato aperta la porta dell'ironia. Sally lo fissò, cercando di capire se stesse scherzando, ma il suo sguardo rimase fermo sul suo, caldo e dritto.
«Allora direi che è meglio berli in fretta prima che facciano effetto» rispose lei, con un sorriso furbo che cercava di mascherare il battito accelerato del cuore. Una ritirata strategica sul terreno sicuro delle battute.
«O forse dovremmo berli mooolto lentamente» azzardò lui con un occhiolino, per poi scoppiare a ridere e dare un lungo sorso alla cannuccia, alleggerendo la tensione prima che diventasse troppo bagnata di verità.
Sally ridacchiò a sua volta e mandò giù un altro sorso del suo frappè. Fuori faceva caldo, ma dentro di lei quel sapore di fragola non era mai stato così dolce, così denso di promesse silenziose.
La mattina successiva, sotto la porta della camera di Sally, scivolò una busta da lettere piegata in due. Sopra c'era scritto il suo nome con la grafia tonda e inconfondibile di Elena. Sally la aprì, sedendosi sul letto:
Sally,
Sono la tua migliore amica, tua sorella, Elena. Ho seguito da vicino ogni singolo cambiamento che hai fatto in questo ultimo periodo e non hai idea di quanto io ne sia felice. Non sai che sollievo immenso sia per me vedere che stai ricominciando a mangiare un po' di più, accorgermi che il tuo bellissimo viso non è più così scavato e rivedere finalmente quel sorriso che avevi nascosto.
Non immagini quanto sia meraviglioso venire a casa tua e sentire di nuovo la tua musica riempire le stanze. Tu hai un talento straordinario, Sally. E non parlo solo della tecnica — che nel tuo caso c'è eccome, ed è pazzesca —, ma del sentimento puro, di quell'anima che riesci a far uscire dalle tue dita e a trasmettere attraverso i tasti del pianoforte. Questo è ciò che ti rende una grande pianista, una musicista vera. Era proprio questa magia che stavi pian piano rischiando di perdere, insieme alla tua voglia di vivere.
Io lo so benissimo cosa hai dovuto passare in questi anni. So che la tua vita non è stata per niente facile e che sei dovuta crescere troppo in fretta, affrontando pesi più grandi di te; è una cosa che non hai mai digerito del tutto. Ma mi raccomando, ascoltami bene: voglio vedere che continui così, che continui a lottare. Ma non devi farlo per me, e non devi farlo nemmeno per Teo. Deve essere la tua personale, fottuta voglia di vivere a darti la spinta per andare avanti, altrimenti ho una paura tremenda che tutti questi splendidi passi avanti che hai fatto possano svanire nel nulla al primo ostacolo.
Tu lo sai che io ci sarò sempre, in qualunque momento.
Ti voglio un bene infinito,
Elena.