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Creato il 08/06/2026, 16:36 · Aggiornato il 08/06/2026, 16:36

Capitolo 5: Ancora sotto alle stelle

@bloodymary79bloodymary79
AdolescentiCompleta

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Sally ed Elena avevano trascorso il resto di quell’estate del 1997 sospese in una routine cittadina fatta di pomeriggi pigri in piscina e lunghe passeggiate al parco assieme a Pachù, all'ombra dei grandi tigli. Sally, un passo alla volta e con una fatica immensa che solo lei conosceva, stava pian piano recuperando un po' di peso. Le sue giornate avevano ripreso una forma regolare, scandita dalle ore passate al pianoforte. Aveva rispolverato i vecchi spartiti che non toccava da mesi: Chopin, Bach, Beethoven e Mozart. Ma non si limitava a eseguire le note; allenava la voce, cercando di ritrovare quel graffio profondo e blues che aveva stupito tutti a Moena.

Elena andava spesso a trovarla. Si sistemava in un angolo della camera di Sally con il suo cavalletto da viaggio, i pennelli e i tubetti di acrilico, e si metteva a dipingere mentre l’amica suonava.

«La tua musica è la mia musa ispiratrice, ragazza» diceva sempre, sfumando un colore sulla tela con la punta del dito. Nelle pause, si dilungavano in interminabili discussioni semiserie, ipotizzando bizzarre teorie filosofiche sull'implicazione reciproca tra le varie arti, convinte che la pittura non fosse altro che musica visibile e la musica una pittura per le orecchie.

Per la notte di San Lorenzo il gruppo aveva organizzato una rimpatriata. L'appuntamento era nella casa in collina di Marco, un rustico circondato da un grande prato, perfetto per guardare le stelle cadenti lontano dai fari della città. Ognuno aveva portato qualcosa da bere — caraffe di sangria artigianale, birre e qualche bottiglia di vino economico —, mentre Sally, che nonostante i suoi trascorsi col cibo era una brava cuoca, si era occupata della cena.

Mentre spadellava nella cucina di Marco, si era domandata più volte come mai lei, che aveva raggiunto livelli di odio e rifiuto verso il cibo altissimi, fosse così brava e meticolosa ai fornelli. Forse le faceva piacere che quella cosa che lei considerava un nemico potesse invece essere apprezzata e goduta dalle persone a cui voleva bene; o forse, sotto sotto, sapeva che era il suo corpo a sbagliare, e si impegnava al massimo affinché gli altri continuassero ad amare il cibo, o forse era semplicemente la sua mania di controllo. Quella sera aveva portato gli arancini di riso che aveva preparato in anticipo e che erano solo da friggere, una specialità siciliana che le aveva insegnato la mamma del suo patrigno, originaria di Catania. Sally adorava quella donna, più o meno quanto odiava suo figlio Salvatore. La chiamava "nonna" con affetto sincero, anche se dal punto di vista biologico non lo era; Salvatore, invece, per lei era rimasto semplicemente "Salvo", un estraneo che in tutti quegli anni non era mai stato capace di guadagnarsi il posto di padre nel suo cuore.

Come dolce, Sally aveva portato la sua specialità assoluta: un tiramisù così cremoso e bilanciato che nemmeno nelle migliori pasticcerie della città se ne trovava uno uguale.

«Sally, ti giuro, questo non è un dolce, è un'esperienza mistica» aveva esclamato Marco, ripulendo la teglia con un cucchiaio. «Sposami. Ti prego, sposami stasera stessa».

Sally era scoppiata a ridere, schivando il cucchiaio che Elena le aveva lanciato.

«Sei il solito esagerato, Marchetto». Tra le risate degli altri, avevano stipulato un patto ufficiale: se a quarant'anni fossero stati ancora entrambi single, si sarebbero sposati tra di loro.

Con il passare delle ore, complice l'alcol che scorreva liberamente, l'atmosfera si era fatta decisamente allegra e rumorosa. A un certo punto, il gruppo si era riversato in giardino nel buio più completo per cercare il punto migliore da cui osservare il cielo. L'erba era umida e la pendenza della collina non aiutava. Teo, che camminava un po' ondeggiando con la sua solita andatura rilassata, perse l'equilibrio e cadde rovinosamente a terra, tirandosi dietro Sally che, non avendolo visto nell'oscurità, gli era inciampata addosso finendogli letteralmente sopra.

«Salve, principessa... Finalmente riesco a parlarle stasera» sussurrò Teo dal basso, senza fare una piega, mentre le sue mani le afferravano i fianchi per stabilizzarla.

Sally si sentì avvampare. Quel contatto fisico improvviso, la sensazione del corpo di Teo sotto il suo e la vicinanza estrema delle loro bocche le fecero mancare il fiato. Nel buio della collina, non riusciva a distogliere lo sguardo dalle labbra ben disegnate di lui, che si trovavano a pochissimi centimetri dalle sue, tanto che le sarebbe bastato pochissimo per baciarlo. Avvertiva il calore del suo respiro, che profumava leggermente di tabacco.

«Devo... devo aver esagerato con l'alcol stasera, mi gira la testa... Ahi!» esclamò Sally, provando a mettersi a sedere sull'erba.

«Fammi vedere... Cavolo, ti sei sbucciata il gomito nella caduta» disse Teo, sollevandole delicatamente il braccio. «Vieni, andiamo dentro a disinfettare. Non voglio averti sulla coscienza per colpa dei miei piedi che stasera non riescono a camminare dritti».

La trascinò nel piccolo bagno di servizio al piano terreno della casa. La luce al neon era accecante rispetto al buio del giardino. Teo la fece appoggiare sul bordo del lavandino, recuperò un flacone di acqua ossigenata e un pezzo di cotone dall'armadietto e si chinò su di lei. Versò il liquido sulla ferita, che prese subito a fare una leggera schiuma bianca.

«Brucia?» le chiese, guardandola dritta negli occhi con la sua solita intensità smeraldina.

«No...» sussurrò Sally.

Avrebbe voluto gridargli che non era affatto la ferita sul gomito a bruciare. Era lei, era tutto il suo corpo che bruciava interamente dalla voglia di azzerare quei pochi centimetri di distanza e baciarlo. Ma nemmeno l'alcol che aveva in circolo le diede il coraggio necessario per fare quel passo, per cui si limitò a restare immobile, con il cuore che le batteva fin dentro le orecchie, aspettando che fosse lui a fare la prima mossa e dandosi mentalmente della stupida, della codarda.

Teo buttò il cotone nel cestino e si appoggiò con la schiena contro la porta del bagno, incrociando le braccia. «Non mi sono mica scordato di quello che ti ho detto in vacanza, sai? Del nostro duo acustico».

Sally lo guardò, sorpresa. «Davvero?»

«Certo. Per tutto il mese di luglio ho lavorato in fabbrica, i turni erano una mazzata, ma mi servivano i soldi. Adesso sto finendo le guide per prendere la patente; appena ho la macchina posso spostarmi liberamente e venire in città, così possiamo iniziare a provare sul serio».

«Puoi... potresti venire a casa mia, se ti va» propose Sally, stringendosi le mani tra le ginocchia per non farle tremare. «I miei non ci sono quasi mai il pomeriggio, e il pianoforte ce l'ho in camera».

«Ottima idea» sorrise Teo, infilandosi le mani nelle tasche dei jeans. «Lasciami il tuo numero di telefono prima di andare via, così uno di questi giorni ti chiamo».

«Va bene...»

Teo rimase in silenzio per qualche istante, studiando le reazioni sul viso di lei con quell'attenzione quasi chirurgica che lo caratterizzava. Poi, parlò con voce più bassa, quasi protettiva. «Sai... non so cosa ti sia successo di preciso nei mesi scorsi. Ma rispetto all'inverno, quando ti incrociavo nei dintorni della stazione, ti vedo molto meglio. Molto più bella».

Sally deglutì, sentendosi improvvisamente vulnerabile. «In... in che senso?»

«Non lo so. Hai il viso più rilassato, le guance più rotonde... Non grassa, eh, non fraintendere» si affrettò a chiarire, agitando una mano. «Ma prima eri solo pelle e ossa. Avevi questi due occhioni enormi che sovrastavano tutto il resto della faccia, sembrava che ti mangiassero. Ora invece gli danno luce».

Sally non rispose. Sentiva il respiro farsi corto.

Sally rimase costernata, colpita al cuore. Solo a Elena aveva confidato i dettagli del suo inferno personale, i digiuni, le corse in bagno, il senso di colpa represso ed era assolutamente certa che Elena non ne avesse parlato con nessuno, tantomeno con Matteo. Era stato lui. Come al solito, le era bastato guardarla per capire tutto al volo, per scavalcare ogni sua barriera di ghiaccio. Sentendosi daccapo nuda e scoperta, due lacrime silenziose le scivolarono giù lungo le guance.

«Scusa... cazzo, scusa» disse Teo, avvicinandosi subito, sinceramente dispiaciuto. «Sono un idiota, non volevo farti piangere. Fai finta che non ti abbia detto nulla, davvero».

Ma Sally, invece di allontanarsi, fece un passo in avanti. Scivolò piano tra le sue braccia, appoggiò il viso nell'incavo caldo del collo di Teo e scoppiò in un pianto liberatorio, bagnandogli la maglietta. Forse aveva davvero bevuto troppo, forse la stanchezza di mesi di battaglie contro se stessa stava uscendo tutta insieme, ma in quel momento, stretta contro di lui tra le pareti di quel piccolo bagno, si sentiva terribilmente esposta, ma allo stesso tempo incredibilmente, immensamente al sicuro.

«Ho deciso... sì... ho deciso di saltarci fuori, Teo» singhiozzò contro la sua pelle, stringendo il tessuto della sua camicia con le dita. «Ho deciso che voglio vivere e non strisciare... Come dice Eddie Vedder, sai? I don't wanna limp for them walk... Non voglio strisciare solo per permettere a loro di camminare».

Teo non disse nulla. La strinse a sé, delicatamente ma con fermezza, circondandole la schiena semi scoperta da una maglietta che lasciava intravedere l'ombelico, con le sue grandi mani, tanto che Sally riuscì ad avvertire con un brivido i calli da chitarrista, e aspettò pazientemente che lei finisse di sfogarsi. Rimasero così per diversi minuti, ascoltando solo il rumore dei loro respiri che tornavano regolari. Quando Sally si fu asciugata il viso con un po' di carta, tornarono fuori in giardino. Gli altri ragazzi, persi tra le risate, i fumi dell'alcol e i desideri da affidare alle stelle cadenti, non si erano nemmeno accorti della loro assenza. Tutti, tranne Elena, che lanciò a Sally un'occhiata d'intesa millimetrica da sopra il suo boccale di birra.

Il giorno successivo, il caldo appiccicoso della città sembrava ancora più insopportabile. Sally ed Elena erano sedute sulla panchina di legno sotto il portico di casa, cercando un po' di ombra.

«Allora? Cos'è successo ieri sera in bagno? Vi ho visti sparire» chiese Elena, strizzando l'occhio all'amica e andando dritta al punto con la sua solita sfrontatezza.

«Non lo so di preciso... Avevo bevuto parecchio» rispose Sally, giocherellando con l'orlo della maglietta. «Mi ha fatto notare che sto meglio fisicamente, che ho il viso meno scavato. Mi sono sentita così capita che mi sono messa a piangere, e lui mi ha abbracciato. Forte».

«E gli hai messo la lingua in bocca?» incalzò Elena, sgranando gli occhi.

«Cavolo, Elena! Ma tu non pensi mai ad altro?» sbottò Sally, arrossendo vistosamente. «Non è successo niente di fisico! Ma vogliamo parlare un po' di te, piuttosto? Cosa diavolo hai combinato ieri sera che sei sparita nel nulla con Davide per quasi un'ora?».

«Uffa, pensi sempre male!» si difese Elena, sventolandosi con una rivista di moda. «Mi sono solo messa a parlare con lui dietro la siepe, ma non abbiamo fatto assolutamente nulla».

«Sicura? Guarda che ti conosco».

«Certo che sono sicura! Lo sai che ha sedici anni, è più piccolo di me, non potrei mai vederlo in quel modo. È solo un bel ragazzino simpatico con dei bei capelli a tendina e un pizzetto perfetto».

«Sì, sì, se, se, se... Raccontala a qualcun altro» ridacchiò Sally, non del tutto convinta.

Mentre parlava, Sally infilò distrattamente la mano nella tasca dei jeans che indossava la sera prima. Le sue dita incontrarono qualcosa di insolito: un pezzetto di carta ripiegato con cura. Lo tirò fuori, incuriosita, e lo aprì sotto lo sguardo attento di Elena. C'era la grafia decisa e un po' disordinata di Teo.

«Questo è il testo di una canzone pazzesca dei Ritmo Tribale, si chiama "Inutili dal vivo". La ascolto sempre sul walkman a nastro quando mi sento giù di morale o quando sento che tutto si blocca, perché ha una rabbia dentro che mi dà sempre una carica pazzesca per rialzarmi e reagire... Ci ho pensato stanotte, dopo quello che mi hai detto in bagno. Tu hai quella stessa forza dentro, Sally, devi solo tirarla fuori e spaccare tutto. Ti chiamo presto... Teo»

Sotto la dedica, Teo aveva trascritto con cura i versi del brano:

Ed è un momento che non passa mai

E non c'è niente che somigli a noi

In questa notte che non ha pietà

*Ma tu non smettere di urlare...
*

Prendi le mani e guarda avanti

Non c'è spazio per i rimpianti

Siamo noi vivi, siamo noi qui

E non ha senso vivere così

Senza sputare in faccia al dolore

*Senza cercare un po' di calore...
*

E se il mondo ti striscia addosso

Tu brucia tutto quello che puoi

Non farti fottere dal fango

Mostra i denti, non farlo mai...

Rimani viva, rimani qui

Che il tempo vola e sparisce così.

Sally rimase a fissare il foglietto in silenzio, sentendo una strana morsa calda stringerle lo stomaco. Pensò a Teo, che nel buio della sera prima, o forse subito dopo il loro abbraccio in bagno, aveva infilato quel pezzo di carta nella sua tasca di nascosto, pensando a lei, alle sue fragilità e a quel "voglio vivere" che gli aveva sussurrato contro il collo. Piegò il foglio delicatamente, seguendo le linee originarie, e lo rimise in tasca. Aveva già deciso che, non appena fosse tornata in camera sua, lo avrebbe custodito nel posto più sicuro che aveva: la scatola dei gioielli sul comodino, insieme ai suoi ricordi più preziosi.

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