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Creato il 08/06/2026, 16:24 · Aggiornato il 08/06/2026, 16:24

Capitolo 4: Weizen Blues e stelle

@bloodymary79bloodymary79
AdolescentiCompleta

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L’ultima sera a Moena aveva il sapore nostalgico delle cose che stanno per finire. Il gruppo aveva deciso di scendere in paese per bersi un’ultima birra insieme e poi cercare uno spiazzo isolato dove vedere le stelle, un ultimo regalo per gli occhi prima di sprofondare di nuovo nel cielo sempre torbido, grigio e piatto della pianura.

Entrarono nel pub che erano già tutti un po' alticci: la padrona dell'albergo, che si era affezionata a quella allegra e rumorosa comitiva di ragazzi, aveva voluto salutarli offrendo loro delle caraffe di Weizen gelata. Seduti intorno al grande tavolo di legno scuro, l'atmosfera era elettrica. Marco ed Elena erano vicini; Teo aveva già sul tavolo il suo pacchetto di Chesterfield Blue, mentre Jo — Giovanni, il suo migliore amico — frugava nelle tasche del giubbotto alla ricerca delle sue fidate Diana rosse, le sigarette meno costose sul mercato, perfette per le sue tasche sempre vuote. Jo, alto, con i capelli scuri tagliati a spazzola che gli slanciavano ancora di più la figura, diede un colpo di tosse ed esclamò con la sua inconfondibile erre moscia: «Ragazzi, con questa W-Weizen andiamo d-dritti al tappeto p-prima di m-mezzanotte, ve lo d-dico io».

Accanto a lui, erano seduti i due piccoli del gruppo: Davide si passò una mano tra i capelli castani, divisi sulla fronte nel classico taglio a "tendina". Nonostante i suoi sedici anni, uno in meno di Sally, Dado portava un pizzetto curato che lo faceva sembrare molto più grande e maturo della sua età e, a quanto pareva, sapeva reggere l'alcool molto meglio dei suoi compagni di viaggio più grandi.

«Ma quale tappeto, Jo! Al massimo ci godiamo lo spettacolo» rispose Dado, indicando il piccolo palco in fondo al locale dove un cantante locale stava intrattenendo i clienti con un karaoke old-school.

«Sì, uno spettacolo horror» commentò acido Tommaso, per tutti Tommy, l'altro sedicenne del gruppo. Tommy era basso, tanto che Jo lo chiamava sempre "cucciolotto" facendolo arrabbiare, aveva capelli lunghi e scurissimi e un'anima da metallaro intransigente: per lui persino i Metallica di Load erano diventati troppo commerciali e leggeri, figuriamoci il pop italiano che passava la base del pub. Rispose a Davide scuotendo la testa in segno di sprezzante sdegno: «Se questo tizio prova a mettere una canzone dei Take That, giuro che spacco il boccale».

Elena ridacchiava, godendosi la scena, mentre lanciava occhiate complici alla sua amica. Teo e Sally erano seduti quasi vicini, avvolti in un silenzio teso ma magnetico.

«Quei due non li capisco, stanno sempre vicini ma esitano anche solo a sfiorarsi, continuando a studiarsi» sussurrò Elena all'orecchio di Marco, indicando la coppia con un cenno del capo.

La svolta arrivò quando il cantante del karaoke, sudato e sorridente, indicò il pubblico al microfono: «E ora, c'è qualche anima coraggiosa tra di voi che vuole salire a cantare qualcosa?».

A quel punto, complici i fumi dell'alcol e i freni inibitori completamente azzerati, Sally si alzò di scatto dalla sedia. Nessuno dei ragazzi avrebbe mai immaginato cosa avesse in mente: tutti, a parte Elena, pensavano che Sally ascoltasse solo rock alternativo ed heavy metal e che la sua voce fosse leggera e soffice come una piuma, quasi timida. Ma dovettero ricredersi all'istante: Sally si diresse verso il microfono con passo sicuro, parlò a bassa voce con il tastierista e, non appena partì la base, intonò le note graffianti di Cry Baby di Janis Joplin.

Fu uno shock per tutti: le urla blues, viscerali e sfrontate della loro magra amica riempirono il locale. Sally cantava con una rabbia e una passione che lasciavano senza fiato, interpretando il capolavoro della Joplin con una potenza inaspettata e, nonostante la voce fosse ancora un po' acerba per un pezzo così potente, lo riuscì a rendere alla perfezione con un dolore che suonava strano in una ragazza così giovane. L’intero pub si voltò verso di lei, ammutolendosi per tutta la durata del brano, prima di esplodere in un applauso fragoroso. Il pubblico batteva i pugni sui tavoli, chiedendo insistentemente un bis.

Sally, con le guance finalmente colorate dall'adrenalina, cercò lo sguardo di Teo e gli fece un cenno con la mano, chiamandolo sul palco. Senza bisogno di mettersi d'accordo, i due attaccarono a cappella una versione totalmente blueseggiante, improvvisata di Happy Days e in seguito riproposero la già sperimentata My Friends dei Red Hot Chili peppers. Forse fu l’alcol, forse la rabbia repressa, o forse quella strana, indescrivibile attrazione che nasceva dal profondo delle loro viscere, ma l'alchimia tra le loro voci fu così perfetta che il locale venne giù dagli applausi.

«Siete davvero fantastici!» urlò Dado, dondolando la testa a tendina.

«Magnifici, cazzo!» gli fece eco Jo, accendendosi un'altra Diana rossa per l'emozione.

«Non ho mai sentito niente di simile al karaoke» ammise persino Tommy, impressionato dal graffio della voce di Sally.

Ma per Sally l'estasi finì presto. Scesi dal palcoscenico, avvertì la testa iniziare a girare troppo velocemente. Il mix tra le Weizen, l'emozione della musica e la vicinanza di Teo le stava dando alla testa. Tornò al tavolo barcollando leggermente e guardò Elena: «Dobbiamo andare. Paghiamo il conto, vi prego, ho bisogno di aria».

Uscirono dal pub nel fresco della notte trentina. Camminarono per un po' fino a trovare uno pezzo di terra completamente buio, lontano dalle luci del paese. Si sdraiarono tutti a terra, a pancia all'aria, sull'erba fresca, ad ammirare le costellazioni che si stagliavano nitide nel cielo nero. In pianura, con l'inquinamento, le luci e la nebbia, un cielo così non lo avevano mai visto.

Teo si sdraiò proprio di fianco a Sally. Approfittando dell’oscurità e del silenzio che era calato sul gruppo, allungò lentamente la mano sull'erba, cercando quella di lei. Quando le loro dita si incrociarono, Sally sentì un cerchio di calore fortissimo partire dalla pancia e salire dritto fino alla testa. Ringraziò il buio della montagna: nessuno, nemmeno Elena, avrebbe potuto scorgere il rossore improvviso sulle sue guance. Non disse una parola, ma strinse forte quella mano che, silenziosa, aveva preso la sua. Non avevano bisogno di parlare, in quel momento, sdraiati sotto le stelle, entrambi sentivano il sangue dell’altro danzare insieme al proprio.

Il ritorno a casa, il giorno successivo, fu assolutamente traumatico. Per Sally, la pianura non era solo nebbia, zanzare ed afa; era il ritorno alla realtà, alle sue insicurezze. Durante tutto il viaggio in treno era stata assalita da una paura tremenda: e se tutte le belle parole di Matteo, se quel duo musicale e quel demo fossero stati solo aria fritta? Era tutto troppo perfetto, troppo splendido per essere vero. Proprio a lei, a cui niente era mai andato per il verso giusto; lei, che fin da bambina era stata delusa e abbandonata dagli uomini più importanti della sua vita, a cominciare da suo padre, poteva davvero meritare che qualcosa andasse bene?

La porta di casa si aprì con il solito clic familiare. Sally entrò nell'ingresso e si ritrovò immediatamente di fronte il suo patrigno. L'uomo la squadrò, regalandole lo stesso sguardo pieno d'astio e freddezza che si portava dietro da ormai troppi anni. Sally fece finta di non vederlo, congelando le proprie emozioni, e preferì chinarsi ad accarezzare il suo cane Pachù, che aveva cominciato a correre come un matto e a fare le feste non appena l'aveva riconosciuta.

«Mamma! Sono tornata!» urlò verso la cucina.

La signora Maria comparve sul corridoio e, non appena vide la figlia, sgranò gli occhi per la sorpresa. La sua bambina sembrava diversa: aveva finalmente messo un minimo di carne intorno a quelle guance che prima erano sempre scavate, e il suo viso aveva un’espressione più colorita, sana, quasi radiosa. Maria pensò subito che solo l’amore, o qualcosa di molto simile, avrebbe potuto farle un bene così evidente, ma preferì non fare domande dirette. Sapeva quanto Sally fosse riservata, timorosa e restia a confessare i propri sentimenti se messa sotto pressione; sapeva che, prima o poi, sarebbe stata la figlia stessa ad andare dalla sua mamma per raccontarle tutto. Maria non aveva un lavoro facile con lei, ma le restava accanto come un angelo silenzioso, una presenza discreta pronta a soccorrerla al minimo segnale di pericolo.

«Ti sei divertita in montagna, amore?» le chiese, accarezzandole una ciocca di quei lunghissimi capelli castani.

«Tantissimo, mamma! Pensa che un amico di Marco, Matteo, mi ha chiesto di cantare con lui... Vuole mettere su un duo acustico. Forse finalmente potrò tornare a dedicarmi sul serio alla musica».

A quelle parole, sul viso di Maria si dipinse un sorriso genuino. «Questa sì che è una bellissima notizia, Sally. Non sai che pena mi faceva, in questi ultimi mesi, vedere quel pianoforte in camera tua sempre zitto, coperto di polvere... Avrei davvero una gran voglia di tornare a sentire la sua voce».

Maria non aveva mai potuto studiare musica da giovane. I suoi genitori non avevano abbastanza soldi e lei si era sposata troppo presto, ritrovandosi a soli diciotto anni separata, con una figlia piccola da crescere da sola e un ex marito che si era completamente disinteressato di loro. Eppure, Maria aveva sempre avuto una naturale predisposizione per l'arte, e quando Sally era ancora una bambina e aveva espresso il desiderio di imparare a suonare, aveva fatto i salti mortali e sacrifici enormi per permetterle di avere quel pianoforte. Quando Sally si chiudeva in camera, Maria si metteva spesso nella stanza accanto a stirare o a riposare, ascoltando rapita le melodie che le dita della figlia sapevano strappare ai tasti d'avorio.

Negli ultimi tempi, però, quelle melodie erano cambiate. Anche se le note di Chopin o dei classici erano le stesse, si percepiva solo una profonda, straziante tristezza, come se l'ispirazione e la gioia della ragazza fossero andate in un letargo profondo. Anche Sally doveva essersene accorta, e forse proprio per non affrontare quel dolore aveva smesso del tutto di sollevare il copri tastiera. Sentire che adesso, grazie a quel ragazzo della montagna, voleva ricominciare a suonare fu per la signora Maria il primo, inequivocabile segnale che la sua bambina stava finalmente cercando di riprendersi la sua vita.

«Se vuoi andare veloce, corri da solo. Se vuoi andare lontano, vai insieme a qualcuno».

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