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Creato il 08/06/2026, 16:01 · Aggiornato il 08/06/2026, 16:02

Capitolo 2: Present Tense

@bloodymary79bloodymary79
AdolescentiCompleta

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Fine maggio, l'aria pesante di fine anno scolastico e profumo di tigli entrava dalle finestre spalancate. Nell'aula della 4ª liceo socio-pedagogico, il silenzio era rotto solo dal fruscio dei fogli di protocollo e dal ticchettio della penna a sfera del professore. Sally, seduta al suo banco, stava consegnando il compito in classe di Inglese con largo anticipo. Era davvero brava, per lei quella lingua era naturale come respirare; non aveva nemmeno aperto il libro il pomeriggio prima, non ne aveva bisogno. Aveva scritto con estrema sicurezza i verbi irregolari richiesti, tradotto un brano di dieci righe e risolto le domande della comprensione scritta senza la minima esitazione.

Mancava quasi un quarto d'ora alla ricreazione. Sotto gli sguardi invidiosi e disperati dei compagni ancora chinati sui dizionari, Sally uscì dall'aula in punta di piedi e si diresse verso il corridoio deserto, guidata dal ronzio delle macchinette automatiche. Inserì la moneta da cinquecento lire, sentì il rumore del bicchierino di plastica che cadeva e poi il getto di quel cappuccino liofilizzato, bollente e sempre troppo dolce anche se lei metteva sempre al minimo l'indicatore dello zucchero. Camminando lentamente verso i bagni con il bicchiere tra le mani, Sally avvertì una punta di senso di colpa misto a una sottile e cinica soddisfazione: dalle porte chiuse le altre classi rigurgitavano frammenti di lezioni, spiegazioni monotone sui Promessi Sposi o sui piselli di Mendel. Il mondo andava avanti, incastrato nelle sue regole, mentre lei fluttuava fuori dal tempo.

I bagni della scuola erano il solito regno di penombra e odore di candeggina misto a quello della nicotina dei compagni di scuola che si rifugiavano lì per fumare. Sally posò il cappuccino sul bordo del lavandino sbeccato e si guardò allo specchio: negli ultimi tempi aveva evitato accuratamente la fermata dell'autobus vicino alla stazione dato che, a causa di una stramaledettissima allergia ai piumini, che in quel mese volavano ovunque come neve calda, aveva una faccia inguardabile. Gli occhi erano gonfissimi, arrossati. E lei lo sapeva bene: gli occhi erano la sua unica, vera arma di seduzione. Erano occhi particolari, di un colore indefinito che cambiava a seconda della luce, sospeso tra l'azzurro chiarissimo, il verde e il grigio. Facevano un contrasto assoluto con i suoi lunghi capelli castani, che aveva lasciato crescere a dismisura, fin sotto il sedere, lisci come spaghetti. Fili di seta che teneva spesso legati in una coda disordinata, ma che a volte le piaceva sciogliere, lasciando che le coprissero le spalle e quel corpicino esile, decisamente troppo magro.

Infilò la mano nella tasca dei jeans ed estrasse un pezzo di gesso rosso fuoco, rubato dalla lavagna quella stessa mattina. Con dita tese, scrisse sulla piastrella sbiadita sopra il lavandino: Sally ama Teo. Un graffio rosso, acceso come il fuoco che sentiva dentro, un sentimento che diventava sempre più forte e urgente man mano che l'estate e quel viaggio con Marco si avvicinavano. Nella sua mente, Teo era l'esatto opposto del grigiore della scuola con quei i capelli castano chiaro, lunghi fino alle spalle ma con la testa rasata sotto, un undercut ribelle che gli incorniciava il viso e quel sorriso da orientale che le era rimasto impresso nella memoria fin dalla notte di Capodanno a Roma.

La porta del bagno si aprì con un cigolio e comparve Elena, con l'aria stremata ma vittoriosa.

«Ancora con quel cappuccino? Lo sai che ti guasta l'appetito!» esclamò l'amica, incrociando le braccia.

Sally la guardò dallo specchio, abbozzando un sorriso stanco. Sapeva che Elena aveva appena finito di copiare l'intera traduzione dal bigliettino che lei, uscendo dall'aula, le aveva fatto abilmente cadere sul banco. Era il loro patto di sopravvivenza, la loro tacita alleanza contro il sistema: Sally salvava Elena in Inglese, ed Elena salvava lei nei compiti di matematica.

«Stai su di dosso, Elena. Mi bastano già mia madre e mia nonna a fare la guardia a quello che butto giù.»

Elena non andò oltre, mandò giù il rospo e decise di cambiare argomento: sapeva perfettamente che le ramanzine con Sally erano fiato sprecato, o peggio, rischiavano di farla chiudere ancora di più in quel guscio di silenzio. Ma le faceva male, un male cane, vedere la sua migliore amica — la sua quasi sorella — farsi del male da sola, un pezzetto alla volta, ogni volta che ci riusciva.

Per spezzare la tensione, Elena tirò fuori dalla borsa dell'Invicta il suo Walkman e sfilò le cuffiette in spugna arancione, passandone una a Sally. Dentro la cassetta girava facendo uscire le note di No Code, l'ultimo album dei Pearl Jam, uscito alla fine dell'estate precedente ma ancora consumato dai loro ascolti continui. Le note di Present Tense iniziarono a fluire, avvolgendo il bagno in un'atmosfera sospesa.

«Troppo forte questa canzone! Mi traduci quello che dice?» chiese Elena, appoggiando la schiena alla porta.

Sally accennò un sorriso, gli occhi azzurri fissi sul pavimento bagnato. «Ok, ma solo se mi prometti che un giorno imparerai l'Inglese... e che cavolo, come fai a diventare una stilista se non impari a farti capire all'estero?»

«Tanto ci sei te a farmi da interprete ufficiale» scherzò Elena, dandole una leggera spallata. «Dai, rimetti da capo il nastro che ho perso il filo.»

Sally premette il tasto Rewind, aspettò lo scatto metallico del Walkman e poi fece ripartire la traccia, traducendo a bassa voce, quasi cantilenando sopra la voce profonda di Eddie Vedder.

«Don't you see the way those trees bend...»

«Non vedi come si piegano quegli alberi?» tradusse Sally. Si piegano come me, pensò subito dopo, sotto il vento di questa vita che mi è capitata per caso, in un mondo che detesto.

«Doesn't it inspire...»

«Non ti ispira?» Sì, mi ispira a cedere, a piegarmi a questa schifezza che devo mio malgrado vivere ogni giorno.

«You can spend your time alone redigesting past regrets, oh...»

«Puoi passare la tua vita da solo a ridigerire rimpianti passati...» Proprio come sto facendo io ora. Non riesco a perdonare nulla, lo giuro su chiunque. Ci ho provato, ma non ci riesco.

«Oh, makes much more sense to live in the present tense...»

«Ha molto più senso vivere nel presente.» Se solo ci riuscissi. Se solo il presente non facesse così paura.

Sally sospirò, staccandosi la cuffietta. «Sai, Elena... Eddie Vedder è un vecchio saggio.»

«Lo so,» rispose Elena, guardandola con una dolcezza infinita, mista a quella preoccupazione costante che non la abbandonava mai.

In quel momento, la campanella dell'intervallo suonò, rimbombando nei corridoi. Da lì a pochi minuti il bagno si sarebbe riempito di ragazze delle quinte pronte a nascondersi nei scompartimenti per fumare di nascosto, e loro due detestavano il fumo. Anche Matteo fumava, a dire il vero. Sally, a volte, stringendo il cuscino la sera, si chiedeva come sarebbe stato baciare uno con l'alito che sa di tabacco. Ma l'idea di quelle labbra sulle sue bastava a farle dimenticare persino l'odore delle Chesterfield blue.

Dal diario di Sally

Sono stanca, davvero... Ci sono stati dei momenti, stasera, in cui se non mi sono tagliata le vene è stato un vero e proprio miracolo. Non ne posso più di vomitare, lo so da sola che non si arriva da nessuna parte seguendo questa direzione. Sto ascoltando alla radio la canzone di Vasco che porta il mio nome, e cazzo, mi sembra che l'abbia scritta apposta per me. "Perché la vita è un brivido che porta via, è tutto un equilibrio sopra la follia"... Oh, Vasco, ma quanto ti droghi per poter dire delle verità così profonde?

Ascolto la radio nella penombra della mia camera e penso che in questi momenti niente possa venire in mio aiuto. Nemmeno Elena, e nemmeno Matteo. Resto seduta sul pavimento freddo del bagno, con la schiena appoggiata al muro davanti al gabinetto, e penso di essere una perfetta idiota. Potevo evitare di mangiare quella piadina con la nutella. Potevo controllarmi. Invece niente, il vuoto dentro e poi lo schifo.

Come se non bastasse, ci si mettono anche le versioni di latino. Stavo traducendo Lucrezio per domani e mi trovo davanti una frase che mi ha raggelato il sangue: dice che la ripetitività e la monotonia delle circostanze possono far nascere il desiderio di morte in coloro che cercano fuori di sé quelle motivazioni che vanno cercate in noi stessi. Una frase perfetta da scrivere sul diario, di fianco alla foto di Kurt Cobain che ho ritagliato da Rock Sound. Magari vicino alla data del 5 aprile, il giorno in cui se n'è andato.

Ma caro Lucrezio, forse nessuno ti ha mai spiegato che le motivazioni possono strappartele via dal petto. Possono portartele via gli altri, la vita, la casa, e a quel punto non ti rimane in mano nulla su cui costruire te stessa e le tue convinzioni. Vorrei tanto parlare con qualcuno e sfogarmi stasera, ma le parole mi si bloccano in gola e non riesco nemmeno a scrivere dritta.

Adesso basta. Sally, la pianti con queste stronzate? Adesso ti alzi da terra, vai a prendere il telefono in corridoio, chiami Elena e parli di una cazzata qualsiasi. Poi vai a letto e pensi a domani, che c'è il compito di latino e devi prendere un bel voto. Vedrai che tutto si aggiusterà... Se solo potessi avere LUI al mio fianco, forse tutto questo dolore avrebbe un senso.

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