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Creato il 08/06/2026, 19:41 · Aggiornato il 08/06/2026, 19:41

Capitolo 12: E' ora di decidere

@bloodymary79bloodymary79
AdolescentiCompleta

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Finalmente era arrivato il tanto sospirato esame di maturità. Gli scritti si erano rivelati più facili del previsto: la traccia di Italiano verteva sul romanzo italiano dell'Ottocento, mentre la prova d'indirizzo consisteva in due domande su quattro, miste tra psicologia, sociologia e pedagogia. Sally aveva scelto il quesito sulla memoria per psicologia e quello sulla violenza nei cartoni animati per pedagogia. Sapeva di aver rischiato grosso con quest'ultima: nella sua trattazione aveva apertamente criticato chi puntava il dito contro la televisione per spiegare l'aggressività infantile, accusando la società di chiudere gli occhi sulle reali cause di disagio all'interno delle famiglie. Il professore di commissione interna, tuttavia, aveva apprezzato lo slancio critico e il parziale slittamento dalla pedagogia alla sociologia, premiando il suo compito con un pieno 10.

All'orale, poi, Sally aveva lasciato l'intera commissione a bocca aperta. La sua tesina sulle malattie mentali era stata giudicata talmente approfondita da risultare adatta a un esame universitario: aveva esposto nei minimi dettagli le varie patologie, azzardando persino ipotesi di trattamento, tanto che il presidente di commissione l'aveva esortata a iscriversi a psicologia senza perdere tempo. Sally aveva sorriso e ringraziato con un cenno educato, tenendosi per sé il fatto che nella sua testa, ormai, andava delineandosi tutt'altra strada.

La sera stessa uscì con Paolo per festeggiare. Non stavano insieme, ma continuavano a vedersi regolarmente per bere qualcosa o semplicemente per passare il tempo. Sally si rendeva conto, con una punta di rammarico, che in realtà di Paolo non le importava poi molto. Matteo era sempre lì, immancabilmente presente in ogni suo pensiero, anche perché avevano accettato di suonare ancora una volta insieme alla festa di compleanno di Marco, a metà luglio.

Questo significava continuare a sentirsi, vedersi per provare e incrociare gli sguardi. Entrambi sapevano cosa volesse dire suonare insieme: significava venire scaraventati di nuovo in quel mondo parallelo solo loro, dove le loro anime si univano fino a diventare una cosa sola, un’intimità forse ancora più profonda di quella sessuale. Forse era proprio per questo che continuavano a rimandare quelle maledette prove. Avevano cominciato ad avere paura dei loro stessi sentimenti e di ciò che sarebbe potuto scattare non appena Teo avesse pizzicato la prima corda della chitarra.

«Sally? A cosa pensi?» la riscosse Paolo, passandole una mano davanti agli occhi.

«Scusa, Paolo... Avevo la testa altrove» rispose lei, accennando un sorriso dispiaciuto.

Paolo sospirò, giocherellando con il tappo di plastica dell'acqua. Sapeva che, per quanto potessero piacersi, la loro non era una storia destinata a durare; anzi, a essere onesti, non era nemmeno una storia. Erano solo due ragazzi che si trovavano bene insieme, pronti a scambiarsi qualche bacio senza pretendere nulla di più, né impegni né sesso. Lui ci avrebbe anche provato ad andare oltre, ma aveva capito i confini invisibili tracciati da Sally e si limitava ad aspettare. In fin dei conti, se si fosse stancato, avrebbe potuto troncare i rapporti il giorno dopo, sapendo che nessuno dei due ne avrebbe sofferto davvero. Eppure Sally non lo stancava mai: era una continua fonte di sorprese, intelligente, colta. Andavano al cinema insieme a vedere le rassegne d'essai frequentate da quattro gatti, come i cicli sul cinema espressionista tedesco, frequentavano mostre d'arte e passavano le sere in enoteca a degustare vini. Lei gli aveva confidato che, non appena avesse messo da parte abbastanza soldi, le sarebbe piaciuto fare il corso da sommelier. Un altro dettaglio che lo affascinava.

«Dai, andiamo sul sicuro stasera. Prendiamo un buon Nero d'Avola, così ti senti un po' a casa» propose Sally, indicando la lavagna dei vini.

«Ah, i vitigni della mia terra!» sorrise lui, gli occhi verdi che brillavano. «Beviamoci su allora».

«Beviamo su cosa?»

«Su tutto, Sally. Sulla scuola che è finita, sul futuro che mette ansia, sulle persone che non ci capiscono e non ci capiranno mai... Sai come si direbbe tutto questo in spagnolo?»

«Posso immaginarlo, conoscendoti. Comunque sputa il rospo».

Paolo ridacchiò, assumendo un tono solenne: «Me cago en la escuela, me cago en el futuro, me cago en las personas que no nos comprendon y en las putas madres que los parieron».

«Sempre molto fini e poetici, questi spagnoli...» replicò Sally, scoppiando a ridere.

Grazie a Paolo, se non altro, Sally aveva imparato di nuovo a ridere con leggerezza.

I quadri dei risultati della maturità vennero esposti pochi giorni dopo. Sally rimase a fissare il tabellone di vetro della scuola, quasi incapace di credere ai propri occhi: accanto al suo nome c'era scritto, in un nero nitido, 60/60.

«Te l'avevo detto, secchionaccia dei miei stivali!» urlò Elena da dietro, saltandole al collo.

«Elena, tu hai preso 58, quindi direi che potresti evitare di dare della secchiona a me, non ti pare?» scherzò Sally, stringendola forte.

Le loro compagne di classe, lì intorno, non si astennero da sussurri e commenti acidi, ma a loro due non importava più nulla. Quello era l'ultimo giorno, l'ultimo corridoio; non le avrebbero riviste mai più.

Mentre camminavano verso la macchina di Marco, che le avrebbe riportate a casa, Elena si fece seria.

«Sally, allora ti sei decisa su quello che vuoi fare a settembre? L'università?»

«Forse... Ma non sono ancora sicura di niente, Elen».

«C'è qualcosa che ti blocca? Qualcosa che ti impedisce di decidere?» le chiese l'amica, guardandola di traverso. C'era una sfumatura di sincera preoccupazione nella sua voce, l'intuizione che Sally stesse nascondendo un peso troppo grande.

«Diciamo che ho ancora qualche remora di vario genere, ma non riesco ancora a darle un nome preciso» rispose Sally, lo sguardo perso oltre il parabrezza. «Ma non ti preoccupare, una decisione la prenderò a breve. Ormai ho scartato psicologia, quindi il campo si restringe».

«Ho capito che vuoi studiare lingue...»

«Sì. Ma non so ancora né come, né dove».

Sally tornò a casa nel primo pomeriggio, con il cuore leggero e il foglio dei risultati nello zaino. Non vedeva l'ora di comunicare a sua madre quel bellissimo voto, il riscatto per tutte le sere passate a piangere sui libri. Purtroppo sapeva che in casa non l'avrebbe trovata: la madre era fuori città per un corso di aggiornamento aziendale e sarebbe stata rintracciabile solo sul telefono fisso dopo le sei di sera.

Non appena aprì il portone del condominio e cominciò a salire i gradini di graniglia, Sally venne colta da una brutta sensazione. Un sesto senso primordiale, affinato in anni di difensive. C'era un livello di tensione nell'aria così alto che sembrava quasi di poterlo tagliare con il coltello, un odore di tempesta imminente che impregnava le pareti.

Il nome di quella tensione divenne tragicamente chiaro non appena infilò la chiave nella toppa. Salvo, il suo patrigno, era seduto in cucina e la stava guardando di traverso, gli occhi piccoli e torbidi di chi cerca solo un pretesto. Sally era abituata a quegli sguardi, sapeva che avrebbe dovuto subire la solita scenata per qualche sciocchezza domestica, ma quel giorno non ne aveva la minima voglia. Non voleva farsi rovinare la felicità di quel voto così sudato.

Cercò di sfilare verso la sua camera, ma la voce di Salvo la bloccò sulla soglia: «Si può sapere che cosa cazzo hai in quella testa da matta?»

Sally si voltò, l'elasticità della sua pazienza spezzata di colpo. «Non mi rompere il cazzo, Salvo. Se hai voglia di litigare, prenditela con il canarino in gabbia, che sicuramente ti starà ad ascoltare più di quanto sia disposta a farlo io».

L'uomo scattò in piedi, la sedia che strusciò violentemente sul pavimento. «HO DETTO CHE COSA HAI IN QUELLA TESTA!»

«E IN QUESTA TESTA HO CHE SONO ARCISTUFA DI FARMI TRATTARE COME UNA MERDA DA TE, CHE NON SEI NEMMENO MIO PADRE!» urlò Sally.

Lei non urlava mai. Di solito incassava, si rifugiava nel silenzio o nel sarcasmo, ma in quel momento sentì la rabbia repressa, il fiele accumulato in anni di soprusi civili e psicologici, risalirle dritto dal fegato alla gola, offuscandole la vista. Era stanca di subire le nevrastenie e gli scatti d'ira di un uomo che, ormai ne era certa grazie ai suoi studi, soffriva di un profondo disturbo della personalità, forse legato alle violenze subite a sua volta da piccolo. Ma a lei non importava più il passato di Salvo: da troppi anni vivere in quella casa era diventato un inferno invivibile. Urlava per un piatto lavato male, la faceva sentire una nullità assoluta in ogni cosa che faceva. Sally si era sfinita sui libri solo per dimostrare a se stessa e al mondo che valeva qualcosa, anche se, a causa di quei lavaggi del cervello, non ne era del tutto sicura nemmeno lei. Solo dopo aver incontrato Matteo e aver ritrovato la musica aveva capito che quel meccanismo l'avrebbe autodistrutta: se doveva combattere, doveva farlo per sé, non per l'approvazione di un uomo che valeva meno di niente.

«NON TI AZZARDARE A RISPONDERE COSÌ, BRUTTA STRONZA!»

«IO RISPONDO COME MI PARE E PIACE, E SE NON TI STA BENE VAI A FARTI FOTTERE!»

A quel punto Salvo, accecato dal livore e dalla perdita di controllo, si avventò su di lei. Le diede un forte, violento spintone d'impatto che la scaraventò dall'altra parte del corridoio, facendole sbattere la parte posteriore della testa contro l'angolo della credenza di legno. Sally cadde a terra, un gemito di dolore intrappolato nella gola. L'uomo fece per fare un altro passo verso di lei, le mani ancora alzate, ma venne bloccato da Pachù. Il cane, richiamato dalle urla e dal rumore della caduta, si era precipitato fuori dalla stanza, mettendosi esattamente tra il patrigno e la ragazza. Ringhiava, il pelo ritratto sul dorso, mostrando i denti bianchi, pronto ad azzannarlo alla gola se solo avesse fatto un altro movimento.

Sally si tirò su a fatica, appoggiandosi alla parete. Portò la mano alla nuca e, ritirando le dita, le vide macchiate di un rosso vivo e denso. Il cuore le batteva nelle orecchie come un tamburo.

«Buono, Pachù... Vieni qui, andiamo via» disse con voce tremante ma ferma.

Il cane si voltò lentamente verso di lei, tenendo comunque d'occhio l'uomo, e le diede una rapida leccata sulla guancia. La rabbia di Salvo sembrava essere evaporata, sostituita da un'improvvisa paralisi isterica, ma il suo sguardo restava alterato, vacuo. Sally ne approfittò: afferrò lo zaino, il guinzaglio del cane per evitare che l'uomo sfogasse la frustrazione sulla bestiola, e si diresse verso l'uscita. Sulla soglia, con la mano sulla maniglia, si voltò un'ultima volta, le lacrime che cominciavano a rigarle il viso.

«Sei un lurido bastardo e hai il cervello completamente in pappa. Se fossi in te mi andrei a far rinchiudere in un manicomio, prima che ci pensi qualcun altro».

Uscì sbattendo la porta, scendendo le scale a perdifiato, piangendo disperatamente per il dolore fisico, per l'umiliazione e per l'odio puro che le incendiava il petto.

Camminò senza una meta per qualche minuto, con una mano premuta sulla nuca per tamponare il sangue e l'altra che stringeva il guinzaglio di Pachù. La testa le girava. Aveva bisogno di scappare, di sparire, ma non sapeva dove andare; l'unica certezza era che non poteva farsi vedere in quello stato da sua madre, non ancora. Quando incrociò la sagoma metallica di una cabina telefonica all'angolo della strada, infilò una mano in tasca alla ricerca disperata di un gettone. Le dita le tremavano così tanto che quasi lo fece cadere tre volte prima di riuscire a inserirlo nella fessura.

Digitò il numero di Teo a memoria. Il telefono squillò due volte, poi la cornetta dall'altro capo venne sollevata.

«Pronto?» la voce di Teo arrivò limpida, tranquilla, sotto il sottofondo della televisione accesa in salotto.

«Teo...» sussurrò Sally a mezza voce, stringendosi la giacca di jeans intorno al corpo come se avesse improvvisamente freddo. «Teo, ti prego. Aiutami».

«Sally? Ma che succede? Che hai?» il tono di lui cambiò all'istante, diventando teso, allarmato.

«Vieni a prendermi. Sono... sono vicino alla chiesa parrocchiale. Ti prego, fai in fretta».

Non aspettò nemmeno una risposta. Agganciò la cornetta con un colpo secco, sfinita, e si diresse verso il muretto della chiesa, cercando un angolo buio dove nessuno potesse vederla. Si infilò nel giardino laterale, lasciandosi cadere a terra dietro una fitta siepe di alloro, rannicchiata contro le radici per nascondersi dagli sguardi dei rari passanti.

Meno di dieci minuti dopo, il rumore della macchina mezza scassata di Teo squarciò il silenzio della via. Matteo spense il motore ancora prima di accostare al marciapiede, lasciando che il mezzo scivolasse per inerzia. Scese di scatto, guardandosi intorno freneticamente nella penombra del piazzale deserto.

«Sally! Sally, dove sei?» chiamò a voce bassa, l'ansia che gli stringeva la gola.

Fu in quel momento che Pachù, che era rimasto accucciato accanto a lei vigile e immobile, rizzò le orecchie. Il cane riconobbe il passo felpato e l'odore familiare di Teo; si liberò con uno strappo leggero dalla presa lasca del guinzaglio e sbucò fuori dalla siepe, correndo incontro al ragazzo nel buio del cortile.

«Pachù!» esclamò Teo, chinandosi verso di lui mentre il cane gli si parava davanti, ansimando e trotterellando avanti e indietro per attirare la sua attenzione, prima di voltarsi e puntare deciso verso l'oscurità del giardino. «Portami da lei, dai, muoviti».

Il cane lo guidò dietro il perimetro della siepe. Quando Teo superò l'ultimo ramo d'alloro e vide Sally rannicchiata contro il muro, con le gambe strette al petto e una macchia scura di sangue che le bagnava i capelli castani all'altezza della nuca, sentì il cuore fermarsi per un battito.

«Oddio, Sally...» sussurrò, inginocchiandosi immediatamente sull'erba accanto a lei. Le prese il viso tra le mani con una delicatezza che non sapeva nemmeno di possedere, costringendola a sollevare gli occhi chiarissimi, lucidi di pianto e spenti dal dolore. «Che cosa ti ha fatto quel bastardo? Che cosa è successo?».

Sally non rispose. Si limitò ad appoggiare la fronte contro la spalla di Teo, lasciando andare un sospiro tremante, mentre le ultime lacrime le bagnavano la camicetta. Matteo la strinse forte, sentendola tremare come una foglia, e le baciò la testa proprio sopra la ferita, promettendo a se stesso che non l'avrebbe lasciata sola per nessuna ragione al mondo.

Sally scosse la testa, tirando indietro il mento. «Niente... abbiamo litigato. Portami via, ti prego».

«Ma quale niente, Sally! Sgoccioli sangue! Ti porto subito al Pronto Soccorso».

«No! Al PS no!» scattò lei, e per un attimo nei suoi occhi tornò una luce fiera, mista al terrore. «Ti prego, Teo, no. Se andiamo lì parte la denuncia, iniziano a fare domande, chiamano mia madre... Non voglio. Non voglio spiegare niente a nessuno».

Teo insistette, stringendole i polsi.

«Ma sei matta? Hai battuto la testa, potrebbe essere una cosa seria. Devi farti vedere da un medico, cazzo».

«Non ci vado al Pronto Soccorso, Matteo! Piuttosto scappo a piedi» rispose lei, con una fermezza irremovibile che lo spiazzò. Quando usava quel tono, non c'era verso di farle cambiare idea.

Teo imprecò tra i denti, passandosi una mano sul viso. Doveva trovare un'alternativa e alla svelta. Poi gli vennero in mente i gettoni che aveva ancora in tasca.

«Resta qui. Non ti muovere. Vado alla cabina e torno».

Corse verso il telefono pubblico e compose il numero di suo zio Giulio, che faceva il medico di base e viveva a pochi chilometri da lì. Rispose al terzo squillo.

«Zio, sono Teo. Ho bisogno di un favore enorme e discreto. C'è la mia amica Sally qui con me... ha una ferita alla testa, perde sangue. Credo che quel pezzo di merda del patrigno l'abbia spinta o picchiata, lei non vuole spiegare bene, ma è così. Senti, zio... lei al Pronto Soccorso non ci vuole andare, è irremovibile. Io ho provato a insistere, ma se mi dici che rischia qualcosa o che è pericoloso, non ci sono santi, la carico di forza e la porto in ospedale. Altrimenti, ti prego, possiamo venire da te?»

Dall'altro capo del filo, lo zio Giulio rimase in silenzio per qualche secondo, valutando la situazione, poi sospirò.

«Portala qui in studio, Matteo. Ma se vedo che la ferita è profonda o se ha sintomi di commozione cerebrale, ce la porto io stesso al PS, chiaro?»

«Chiarissimo. Arriviamo».
Teo ritornò da Sally, la aiutò a rialzarsi tenendola per la vita e, insieme a Pachù che trotterellava preoccupato, salirono in macchina, muovendosi guardinghi tra le strade secondarie del paese.

Lo studio dello zio Giulio era silenzioso. Il medico, un uomo di mezza età con gli occhiali e l'aria rassicurante, fece accomodare Sally sotto la luce forte della lampada medica. Le esaminò le pupille con la torcia, le fece un paio di domande per verificare la lucidità e poi le scostò delicatamente i capelli bagnati di sangue. Teo rimase a guardare la scena dall'angolo della stanza, con i pugni serrati nelle tasche del giubbotto, incapace di darsi pace.

«Allora... per fortuna la ferita è molto superficiale» disse lo zio dopo qualche minuto, esalando un sospiro che fece rilassare le spalle di Teo. «Il cuoio capelluto sanguina moltissimo anche per un graffio, fa spaventare, ma non c'è bisogno di punti. Basta una bella disinfettata e una pomata antibiotica. Niente commozione cerebrale, sei stata fortunata, ragazza».

Sally ringraziò a mezza voce, mentre il medico le tamponava la nuca con il disinfettante, provocandole una smorfia di dolore che cercò di soffocare stringendo i denti. Lo zio Giulio non fece domande indiscrete, rispettando il patto del silenzio, ma prima di lasciarli andare guardò Teo negli occhi con aria d'avvertimento, come a dirgli di tenerla d'occhio tutta la notte.

«Ti porto nella casa in collina di mia nonna, adesso lei e nonno sono al mare, per cui è vuota. Non ci disturberà nessuno e avrò modo di tenerti d'occhio. A casa non ci torni stasera»

Arrivarono alla casa di Teo che era già quasi l'imbrunire, infreddoliti e scossi nonostante fosse una calda sera di luglio. Sally era salita in camera di Teo per prima, mentre lui le preparava un tè caldo in cucina, e quando scese indossava un pigiama bianco oversize che la faceva sembrare una bambina piccola, fragile e indifesa. Pachù si sistemò immediatamente ai suoi piedi, poggiando il muso sulle sue ginocchia in cerca di rassicurazione. Sally cominciò a parlare, lo sguardo fisso sulla tazza fumante.

«Ho finalmente deciso cosa farò del mio futuro, Teo».

Lui la guardò, posando la sua tazza sul tavolino. «E... ne vuoi parlare?»

«Sì, ma ti avverto: è una decisione definitiva. Ho scelto da sola, per una volta in vita mia, e voglio portare avanti questa cosa a ogni costo. Quello che è successo oggi con Salvo... mi ha tolto l'ultimo briciolo di incertezza che avevo. Ha fatto scattare qualcosa».

Teo rimase in silenzio, teso, avvertendo il peso di quel preambolo.

«Me ne vado in Germania, Teo».

«Cosa?! In Germania?» esclamò lui, drizzando la schiena, colto di sorpresa e quasi sputando il tè che aveva in bocca.

«Sì. Ho dei parenti vicino a Colonia che gestiscono un ristorante italiano. Starò da loro e mi iscriverò a Lettere Moderne là. Per guadagnare qualcosa e non pesare su mia madre, li aiuterò nei fine settimana al locale. Si chiama Bella Italia... Pare che sia un nome che funziona molto con i tedeschi».

«Ma tu... tu non sai il tedesco, Sally» disse Teo, la voce che cominciava a incrinarsi per un panico improvviso.

«Un pochino lo so, e stando là lo imparerò in fretta. Lo sai che ho facilità con le lingue. E soprattutto... ho un bisogno disperato di andare via da qui. Da questa casa, da questa provincia, da tutto».

Teo la fissava, ammutolito. Sally continuava ad accarezzare la testa del cane, un gesto ritmico, ossessivo, come se cercasse il coraggio per non crollare davanti a lui. Teo non ce la fece più: si allungò, le prese la mano, stringendole le dita per costringerla a guardarlo dritto negli occhi.

In quel contatto c'era un intero universo di sottotesti che non avevano mai avuto il coraggio di pronunciare ad alta voce. Lo sguardo di Sally era implorante, una richiesta silenziosa che Teo, nella sua immaturità, non riusciva a decodificare: 'Ti prego, dimmi di restare. Dammi un motivo valido per non salire su quel treno. Dimmi che mi ami fuori da quelle maledette canzoni'. Ma Teo vedeva solo la propria inadeguatezza, la paura di non essere abbastanza per una ragazza che stava diventando donna a una velocità spaventosa.

«E... pensi di stare via molto?» le domandò, la gola secca.

«Almeno quattro anni, Teo. Il tempo dell'Università».

Quattro anni. Un'infinità, un'era geologica a neanche diciannove anni. Teo sentì un vuoto aprirsi sotto i piedi. Capì in quel preciso istante quello che Jo gli aveva ripetuto una sera in osteria: aveva perso il treno. Sally era infinitamente più matura di lui: aveva preso in mano i pezzi della sua vita spezzata e stava volando anni luce lontano da quella provincia, lasciando indietro tutti. Tranne, forse, Elena, che in qualche modo condivideva quella stessa urgenza di futuro.

«Se sei convinta che sia la tua strada... Io ti appoggerò sempre, lo sai» disse lui, pronunciando le parole più stupide e formali che potesse trovare, proprio perché ricolme di un orgoglio ferito e di una paura fottuta.

Anco­ra quel dannato sguardo da parte di lei. Teo non riuscì a reggerlo. Avrebbe voluto prenderla per le spalle, urlarle che era un errore, abbracciarla e tenerla stretta in quella stanza per l'eternità, ma si sentiva le mani legate. Lei lo aveva detto chiaramente: non voleva interferenze, aveva deciso. E lui era stato un idiota, il peggiore degli stupidi.

«Scusami... Vado a fumarmi una sigaretta in cortile» mormorò, lasciandole la mano.

Uscì sui gradini sul retro, accendendo una delle sue Chesterfield Blue. Aspirò a lunghe boccate, profonde, quasi dolorose, sperando che il fumo potesse in qualche modo anestetizzargli i pensieri e bloccare le lacrime che premevano dietro gli occhi.

Quando rientrò in casa, la cucina era vuota. Sally era già salita al piano di sopra. Teo spense le luci, salì le scale ed entrò in camera sua: la trovò già sotto le coperte del letto singolo contro la parete, gli occhi lucidi che riflettevano la penombra. Aveva acceso lo stereo a basso volume; dalle casse stavano uscendo le note malinconiche di My Friends dei Red Hot Chili Peppers, una delle prime che avevano cantato assieme. Tra tutte le canzoni possibili, proprio quella?

Teo si sistemò nel proprio letto, dall'altro lato della stanza, e spense la lampada sul comodino.

«Buonanotte, ragazza».

«Notte, Teo».

Rimasero in silenzio per minuti interi, ascoltando il respiro l'uno dell'altra che si intrecciava con la chitarra di Dave Navarro. Solo quando la canzone sfumò nell'ultimo accordo, Sally parlò di nuovo, la voce sottile nel buio.

«Guarda che nemmeno per me è facile, Teo. Per niente».

Teo non rispose, il cuore che batteva forte contro il materasso.

«Ma sento che se non lo facessi adesso, me ne pentirei per il resto dei miei giorni. Per una volta non ho guardato cosa fosse meglio per mia madre, per Salvo o... per gli altri. Ho guardato solo cosa fosse meglio per me. E basta».

«Ti ho già detto che ti appoggerò, Sally. Lo sai» ripeté lui, odiando se stesso per quel tono distaccato.

Nel buio, Teo avvertì il fruscio delle coperte. Vide la sagoma bianca di Sally alzarsi e camminare a piedi scalzi sul pavimento, fino a fermarsi proprio accanto al suo letto.

«Posso... posso dormire con te stasera?»

Senza dire una parola, Teo sollevò il lembo del lenzuolo. Sally si infilò sotto le coperte, raggomitolandosi contro di lui. Fu un attimo: il calore improvviso del corpo di lei, il profumo pulito dei suoi capelli e la vicinanza della sua pelle scatenarono in Teo una scossa violenta. Ogni suo muscolo si tese. Sentiva il battito del proprio cuore rimbombargli nel petto, così forte che temeva lei potesse avvertirlo.

Anche Sally si era irrigidita. Non era la solita vicinanza fraterna: c'era una consapevolezza nuova, acerba e bellissima, che oscillava pericolosamente tra loro. La mano di Teo, rimasta immobile sul lenzuolo, sfiorò per caso i fianchi di lei, e un brivido sottile attraversò la schiena di entrambi. Sarebbe bastato un movimento minimo, un respiro più profondo, e quella vicinanza si sarebbe trasformata in qualcos'altro. La tentazione di afferrarla, di baciarla con tutta la disperazione e il desiderio che aveva in corpo per costringerla a restare, per legarla a sé, gridava nella testa di Teo. E dal modo in cui il respiro di Sally si era fatto corto e spezzato, capì che anche lei stava combattendo contro lo stesso identico impulso. Volevano perdersi l'uno nell'altra, lo volevano disperatamente.

Ma decisero di no. Con una maturità silenziosa e dolorosa, entrambi fecero un passo indietro prima di superare la linea. Capirono, senza bisogno di parole, che consumare quel desiderio in un momento di fragilità avrebbe contaminato la purezza del loro mondo, trasformando un addio in un rimpianto. Decisero di accantonare la carne, di proteggersi.

Sally spezzò quel filo di tensione elettrica parlando a voce bassissima, il viso a pochi centimetri dal suo.

«Al compleanno di Marco...»

«Cosa?» rispose lui, la voce roca, cercando di ritrovare il controllo.

«Ti ricordi quando mi avevi dato quelle cassette con le basi delle canzoni che avevi scritto tu quest'inverno?»

«Sì, me lo ricordo».

«Ecco... Ne ho presa una, l'ho adattata per il pianoforte e ci ho scritto sopra un testo. La canterò alla festa. Vorrei dedicarla a te... Non lo dirò esplicitamente davanti a tutti, ovviamente. Ma tu saprai che ogni singola parola di quella canzone è per te».

Sally si sollevò leggermente sulle braccia. Nel buio della stanza, cercò il viso di Teo. I loro respiri si incrociarono per un secondo interminabile, le labbra vicinissime, tentate, prima di trovarsi in un bacio.

Fu un bacio incredibilmente tenero, lento, che curava le ferite di quella giornata. C'era dentro il sapore dolce e amaro del loro legame, un calore che non cercava il sesso, ma una comunione assoluta, profonda, un modo per dirsi ti amo e ti lascio andare senza pronunciare quelle parole così grandi. Le loro labbra si trattennero un istante in più, assaporando l'un l'altra la consistenza di quel contatto, per stamparselo nella memoria prima che fosse troppo tardi.

Quando si separarono, la tensione si era sciolta in una dolcezza malinconica.

«Grazie, Teo. Di tutto».

Lui non rispose. Si limitò ad allungare un braccio, stringendosela contro il petto, e lei vi affondò il viso. Rimasero così, immobili nel buio, protetti dal calore del loro abbraccio, aspettando insieme che la prima luce fredda dell'alba portasse via i pensieri tristi che stavano schiacciando i loro cuori.

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