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Sally si convinse che il destino si fosse ufficialmente impuntato contro di lei, divertendosi a rimescolare le carte solo per gettarla in una confusione ancora più nera. Il casino, quella volta, portava un nome preciso: Filippo. Venne fuori che non era soltanto un suo vecchio compagno delle scuole medie, ma l'attuale compagno di banco di Davide all'istituto tecnico, visto che aveva perso un anno era una classe indietro rispetto a lei. Naturalmente, Dado non era il tipo da limitarsi a un distaccato “ma guarda che coincidenza” per poi chiudere lì il discorso; fedele alla sua natura di rompiscatole, aveva deciso sui due piedi di invitare Pippo e il suo caro cugino siciliano alla Festa dell’Unità per il concerto dei Negrita.
Per Sally, quella mossa si traduceva in un'equazione geometricamente spietata: passare un'intera serata stretta tra Teo e Paolo. E non era affatto sicura di averne le forze.
In quei giorni di attesa, Paolo le aveva telefonato un paio di volte. La sua voce arrivava calda attraverso il ricevitore, priva di quelle prudenze e di quei giri di parole a cui lei era abituata. Le aveva detto, con una semplicità disarmante, di essere stato felice di averla conosciuta, aggiungendo che lei era la prima persona davvero gentile incontrata da quando era “venuto su” al Nord. Sally sapeva che Paolo non aveva tutti i torti. La loro era una città di provincia dalla mentalità stringente, piccolo-borghese e snob, un reticolo di compagnie storiche già create e blindate, dove raramente veniva concesso il permesso di entrare, men che meno a chi dimostrava di essere fuori dagli schemi.
Sally ed Elena ne sapevano qualcosa. A scuola erano state prontamente messe da parte dalle altre ragazze perché avevano la bizzarra abitudine di indossare abiti diversi dallo standard del momento, abbinando anfibi a gonne lunghe o sfoggiando maglioni oversize scovati nei mercatini dell'usato. Avevano due caratteri ben definiti e personalità forti, forse un po' eccentriche, che disturbavano il placido perbenismo locale.
Paolo, invece, arrivava dalla Sicilia. Era abituato a una terra di sole, e quel sole sembrava portarselo dentro, nei gesti larghi e nel modo di guardare la gente. Sally c'era stata una volta sola in vacanza con la famiglia, ma ricordava perfettamente il blu verticale del mare e l'intensità dei colori e Paolo ne era l'espressione perfetta. Probabilmente era solo un bel ragazzo in cerca di una storiella qualunque per ambientarsi, ma a Sally, in fondo, non importava. Sapeva che nella propria testa c'era spazio per una sola persona, un posto occupato da mesi che non era affatto facile spodestare: quel biondino dagli occhi orientaleggianti era entrato in silenzio nella sua vita, un accordo di chitarra alla volta, e aveva messo radici profonde.
Tuttavia, Sally era stanca. Stanca di aspettare, di decifrare respiri, di stare a vedere se e quando il vento sarebbe cambiato. Cominciava a insinuarsi in lei il pensiero amaro che Teo non sarebbe mai stato l'uomo della sua vita, che la realtà non era una canzone degli Extreme e che non ci sarebbero stati matrimoni, case in collina o cani da portare a spasso. Stava aprendo gli occhi su una realtà spoglia che le faceva male; se Paolo poteva darle una mano a rendere quel passaggio meno doloroso, buon per lei. Era bello, affascinante, intelligente. Non aveva quel magnetismo oscuro di Teo, quell'alchimia che le incendiava lo stomaco a ogni sfioramento, ma era maledettamente bello. E, soprattutto, lui la voleva. Senza paura.
Quando lei ed Elena arrivarono alla Festa dell’Unità, tra i fumi dei focolari e le prime luci rosse dei tendoni, trovarono Dado, Marco, Filippo e Paolo ad aspettarle vicino alle casse. Sally cacciò fuori un sospiro di sollievo: almeno avrebbe affrontato la situazione un pezzo alla volta.
«Ecco le nostre due damigelle!» esclamò Marco, accogliendole con una pacca sulla spalla e il solito sorriso dritto. «Gli altri ci raggiungono più tardi, dopo mangiato. Teo e Jo stavano ancora litigando con lo scooter di Jo e Tommy aveva qualche casino non meglio identificato e non ci sarà».
«Bene...» azzardò Sally, stringendosi nella sua camicetta di jeans. «Andiamo a prendere i tortelli d'erbetta allora?»
«Aggiudicato, muoviamoci prima che arrivi la folla del dopocena o salteremo la transenna per il concerto» rispose Marco, facendosi largo tra i tavoli di legno.
La cena volò via leggera. Paolo si era seduto accanto a Sally e la conversazione tra loro era fluita così naturale da farle dimenticare, per un briciolo di tempo, che di lì a poco il suo cuore avrebbe dovuto affrontare la prova del nove. Paolo parlava del mare di Siracusa, dei piatti di sua madre e della fatica di trovare un'officina che lo prendesse a lavorare, facendola ridere con battute rapide. Per un attimo, la testa di Sally smise di produrre pensieri contorti. Ma ci pensò Marco, sollevando lo sguardo dall'orologio, a rimettere tutto in chiaro.
«Ragazzi, muoviamo il culo. Ci aspettano all'ingresso dell'arena e siamo già in ritardo».
Mentre camminavano verso l'entrata Sally vide la sagoma di Teo stagliarsi sotto un lampione, le mani affondate nelle tasche del giubbotto di jeans, intento a parlare con Jo. Quando i loro sguardi si incrociarono, lei avvertì il solito, violento tuffo al cuore. Non lo aveva rimosso di un millimetro, era inutile mentire a se stessa. Ma una parte di lei, più fredda e ferita, si impose di andare avanti, non poteva passare i migliori anni della sua vita in adorazione silenziosa di un ragazzo che non faceva un passo. Se Teo ci teneva a lei, doveva muoversi. Paolo, lì accanto, era la prova vivente che il mondo non finiva dentro lo spazio della loro sala prove.
Entrati nell'arena, la musica dei Negrita travolse ogni cosa. Il volume era altissimo, i bassi facevano vibrare le costole e la folla ondeggiava a ogni pezzo rock. Paolo, approfittando della calca e del movimento della gente, fece scivolare un braccio attorno alla vita di Sally, tirandosela vicino. Lei non si scostò. Lui cantava le canzoni a squarciagola, piegando la testa per sussurrarle ogni tanto qualche battuta all'orecchio che la faceva sorridere, il fiato caldo contro la guancia.
Poco distante, Elena teneva d'occhio la scena con una smorfia preoccupata stampata in mezzo agli occhi. Si sporse verso Marco, gridando per farsi sentire sopra la batteria: «Marco! Ma era proprio necessario invitare il cugino di Pippo stasera? Non vedi la faccia che ha Teo?»
Marco si girò, seguendo la linea dello sguardo di Elena. Teo era rimasto un passo indietro rispetto al resto del gruppo, con una bottiglia di birra stretta tra le dita fino a farsi sbiancare le nocche e una sigaretta accesa nell'altra mano. Non staccava gli occhi da Sally e Paolo. C'era una tensione rigida nella sua mascella, una linea dura che Marco non gli aveva mai visto sul viso.
«Cazzo, Elen, l'ha chiamato Davide, ma non pensavo che il siciliano facesse il dritto così in fretta» rispose Marco, passandosi una mano sul mento, improvvisamente meno allegro. «Volevo solo fare una serata tranquilla. Teo sembra che voglia spaccare la bottiglia in testa a qualcuno».
A Teo, in effetti, il sangue sembrava andare a fuoco. Gli dava un fastidio cane vedere qualcun altro stringere Sally per i fianchi, dividere con lei il ritmo della musica. Quello era il loro mondo, lo spazio sacro che avevano costruito nota dopo nota, e non poteva arrivare il primo belloccio da fuori a rubargli il posto. Eppure, Sally non si girava. Lo aveva fatto solo una volta, a metà concerto, piantando i suoi occhi enormi nei suoi per un brevissimo istante, come se gli stesse rivolgendo una domanda muta, una richiesta d'aiuto o una sfida che lui, paralizzato dall'orgoglio e dalla confusione, non era stato capace di raccogliere. Era rimasto lì, immobile, protetto dalla sua maschera d'indifferenza.
L'anestesia crollò definitivamente a fine concerto, quando la folla cominciò a defluire verso le uscite. Paolo e Sally si staccarono dal gruppo con la scusa di cercare Filippo, che come al solito era sparito tra le bancarelle delle birre artigianali.
Teo li vide allontanarsi nella penombra dell'arena, e il fastidio si trasformò in un peso sordo sullo stomaco. Sapeva fin troppo bene cosa stava per succedere; sapeva che Paolo l'avrebbe isolata e avrebbe cercato di baciarla e la cosa peggiore era che non era affatto sicuro che a Sally dispiacesse. 'Ma perché cazzo mi frega così tanto?', si domandò, stringendo i denti. In quel momento, la voce gracchiante e ironica di Jo gli tornò in testa come un proiettile: “Ti sei innamorato di lei, l'unico a non volerlo vedere sei tu”.
«Teo, oh, ci sei?» lo riscosse Marco, mettendogli una mano sulla spalla. «Tutto bene? Sembri un fantasma».
«Sì, sto bene. C'è troppa polvere qui dentro» tagliò corto lui, girandosi di spalle per non mostrare gli occhi lucidi di rabbia.
Elena scambiò un'occhiata d'intesa con Marco. «Qui finisce male, Marchetto» sussurrò la ragazza, stringendo le braccia al petto. «Sally sta facendo un casino per disperazione e Teo è troppo orgoglioso per fermarla».
Nel frattempo, nel vialetto buio che portava verso i parcheggi secondari della fiera, Paolo si stava giocando le sue carte con l'abilità di chi conosce il proprio fascino. Sally lo attraeva moltissimo: era intelligente, ironica, e soprattutto non somigliava a nessuna delle ragazze che incontrava di solito, quelle pronte a usare ogni scusa per infilarsi in una storia da una notte. Sally non cercava di farsi notare a tutti i costi, non portava abiti attillati; anzi, sembrava fare di tutto per mimetizzarsi nella folla. Ma non le riusciva bene, perché la sua personalità traspariva intatta da quegli occhi enormi e limpidi, capaci di diventare taglienti in un secondo. Paolo aveva intuito che tra lei e quel biondino con la chitarra ci fosse un legame irrisolto, ma aveva anche percepito una crepa, una distanza recente in cui lui poteva inserirsi.
Si stavano tenendo per mano mentre camminavano tra le auto parcheggiate sull'erba. C'era una naturalezza strana in quel contatto, tanto che Sally quasi non se n'era accorta. O meglio, cercava di non pensarci. Sapeva che Teo l'aveva vista allontanarsi così, e l'immagine di lui rimasto indietro con quel fumo scuro nello sguardo le provocava una fitta di vaga colpa che cercò subito di soffocare. "Fatti suoi", ripeteva a se stessa come un mantra protettivo. "Ha avuto un'estate intera, ha avuto Moena, la casa di Marco, le prove... ha avuto il matrimonio. Non ha mai fatto nulla. Ora c'è una persona a cui piaccio e non vedo perché lui debba fare il geloso".
«Sally, fermati un attimo» disse Paolo, la voce più bassa.
La mano di lui si strinse attorno al suo polso, un movimento secco, deciso, che non ammetteva repliche ma che non aveva nulla di violento. Sally non oppose resistenza. Si lasciò tirare a sé, finendo a pochi centimetri dal suo petto. Sentì l'odore pulito della sua pelle, con un tocco ed un profumo diverso da quelli a cui era abituata. Fu la questione di un secondo: Paolo chinò la testa e le sue labbra cercarono quelle di lei.
Fu un bacio vero, profondo, con le loro lingue che si cercavano nel buio della pianura. Sally chiuse gli occhi e, per qualche istante, il resto del mondo — le tesine, le paure, i silenzi di Matteo — scomparve nel nulla, inghiottito dal calore di quella bocca nuova, calda in quell'abbraccio così diverso.
Quando Sally tornò al punto di ritrovo vicino alla Uno di Marco, era sola. Lei e Paolo avevano ritrovato Filippo vicino ai bagni chimici e i due cugini erano ripartiti subito in macchina, dato che Filippo il giorno dopo doveva partire.
L'atmosfera attorno all'auto era pesante. Marco e Jo parlavano a bassa voce, mentre Elena era seduta sul muretto a tormentarsi un'unghia. Teo era appoggiato alla portiera, la sigaretta accesa che faceva una piccola luce rossa nel buio. Quando la vide arrivare, raddrizzò la schiena e la fissò con uno strano interesse, gli occhi ridotti a due fessure.
«Tutto bene?» le chiese, e la sua voce era insolitamente ruvida.
«Certo. Perché non dovrebbe?» rispose Sally, sostenendo lo sguardo e infilando le mani nelle tasche dei jeans per non far vedere che le tremavano.
«Ce ne hai messo del tempo, però...» buttò lì lui, facendo un tiro lungo dalla sigaretta.
Sally non rispose, limitandosi a guardarlo.
«Si era nascosto proprio bene questo Filippo, a quanto pare» continuò Teo, con un mezzo sorriso amaro che non gli arrivava agli occhi.
«Sai... c'era un sacco di gente in mezzo alle bancarelle» tagliò corto lei, girando gli occhi verso la sua amica.
Elena alzò la testa dal muretto, osservando lo scambio di battute e la distanza millimetrica che separava i due. Come sempre, le era bastato guardare le labbra leggermente gonfie di Sally e l'aria da cane bastonato di Teo per capire tutto al volo. Strinse le labbra, salendo in macchina senza dire una parola. Sperava solo che la sua amica, nel tentativo disperato di fuggire da un dolore, non stesse andando a cacciarsi in un casino ancora più grande.